C’è una miopia diffusa tra i lettori di Anna Karenina: lo si riduce a una storia di passione punita, a un dramma borghese sulla gelosia, a una parabola morale sull’adulterio. Di certo questa è una lettura rassicurante.
Perché se Anna cade per aver amato l’uomo sbagliato, allora il mondo conserva un ordine comprensibile, e questoci conforta. Esiste una colpa, esiste una conseguenza, esiste una morale. Soprattutto, resta intatta l’illusione che le nostre scelte avvengano dentro uno spazio di libertà preconfezionata.
Ma fortunatamente per noi Lev Tolstoj costruisce qualcosa di molto più inquietante. Non soltanto un romanzo d’amore, ma una macchina narrativa che osserva cosa accade a un individuo quando tenta di sottrarsi alla traiettoria che la società ha tracciato per lui. E in questa macchina i binari non sono un semplice sfondo. Sono una delle sue forme più perfette.

Il treno attraversa il romanzo Anna Karenina come una presenza materiale e simbolica. La ferrovia appartiene a un mondo nuovo per l’epoca in cui è ambientato il romanzo: quello della velocità industriale, della standardizzazione, degli orari, delle distanze ridotte a numeri. Il viaggio non dipende più dalla volontà del singolo. Una volta saliti, si segue una traiettoria prestabilita.Il binario non suggerisce una direzione, la impone e non permette deviazioni, non ammette esitazioni. Collega un punto a un altro attraverso una linea che esiste prima ancora che il passeggero vi metta piede.
È difficile non vedere, in questa geometria, qualcosa della società che circonda Anna. Il matrimonio con Karenin. I salotti aristocratici. Le convenzioni. La reputazione. Il ruolo della moglie, quello della madre, quello dell’amante. Una rete di aspettative così fitta da sembrare naturale.
Anna prendendo coscienza della sua esistenza non scopre semplicemente che la sua relazione con Vronskij è scandalosa. Scopre che il mondo intorno a lei possiede già una definizione di ciò che lei può e deve essere. E soprattutto di ciò che non può più essere.
Quando Anna sceglie Vronskij, sembra compiere un gesto di liberazione anticonformista. In realtà, cambia traiettoria senza riuscire a uscire dalla rete che determina il significato della sua esistenza. Questo è uno degli aspetti più crudeli del romanzo.
Anna vuole essere libera, ma continua ad avere bisogno dello sguardo degli altri. Vuole sottrarsi alle convenzioni, ma non riesce a smettere di misurarsi con esse. Vuole Vronskij, ma teme continuamente di perderlo. Cerca una vita autentica e finisce per controllare ogni gesto, ogni parola, ogni distanza. La sua sofferenza cresce proprio dentro questa contraddizione.
Non è necessario per noi oggi trasformarla in una diagnosi. La medicina del suo tempo aveva a disposizione categorie come l’isteria per classificare comportamenti e sofferenze femminili che oggi leggiamo in modo molto diverso. Ma il romanzo non ha bisogno di una diagnosi clinica per mostrarci il progressivo deterioramento di Anna, basta seguirne la percezione del mondo. Il sospetto. La gelosia. L’isolamento. La sensazione di essere osservata. La convinzione che ogni gesto degli altri contenga un significato nascosto.
La libertà che aveva cercato si restringe fino a diventare un’altra stanza chiusa. La prigione non è più soltanto esterna, è penetrata nella mente.
Ed è qui che la lettura puramente romantica del romanzo comincia a cedere. Anna non viene semplicemente punita perché tradisce il marito. Il problema è più profondo: rifiuta di mantenere la finzione sociale che permette al sistema di continuare a funzionare. L’adulterio esiste già intorno a lei. Quello che cambia è la gestione della facciata. La società aristocratica può tollerare molte trasgressioni, purché rimangano invisibili, controllate, convenientemente ipocrite.
Anna invece rende la contraddizione impossibile da ignorare. Non vuole più interpretare il ruolo che le è stato assegnato. E quando smette di recitarlo, il gruppo sociale la espelle. È questo il meccanismo più spietato: non serve una legge che la condanni, basta il vuoto. Gli inviti che diminuiscono, gli sguardi, le conversazioni interrotte, la reputazione che precede la persona e l’impossibilità di rientrare nella normalità.
Il sistema non deve necessariamente distruggerti, può semplicemente toglierti il posto in cui esistevi. A quel punto il treno assume un significato ancora più oscuro. All’inizio è il luogo dell’incontro, del movimento, dell’arrivo e della partenza. È una tecnologia che promette di accorciare le distanze e di rendere il mondo più accessibile. Ma il suo funzionamento contiene già l’altra faccia della promessa: il treno è libertà soltanto per chi può scegliere dove salire. Una volta dentro, la direzione è già stabilita.
Tolstoj fa coincidere progressivamente la modernità del mondo ferroviario con l’impossibilità di Anna di trovare una traiettoria propria. La tecnologia non è semplicemente il suo carnefice. È la forma visibile di un mondo che sta imparando a organizzare uomini, merci, tempo e spazio secondo principi sempre più rigidi, con orari, percorsi, connessioni, destinazioni, efficienza. E Anna si trova dentro questa geometria proprio mentre tenta disperatamente di uscirne.
Il suicidio alla stazione di Obiralovka è allora qualcosa di più di una semplice conclusione melodrammatica, è il punto in cui la traiettoria sociale e quella ferroviaria finiscono per sovrapporsi. Anna non può più immaginare una deviazione, e il mezzo che ha attraversato il romanzo fin dall’inizio diventa infine il luogo della sua morte. Il ferro che rappresentava il movimento diventa immobilità definitiva. La macchina che trasporta corpi da un punto all’altro diventa ciò che interrompe il movimento di un corpo. È un’immagine terribile proprio perché non risolve nulla. Non dimostra che Anna fosse destinata a morire, dimostra qualcosa di più disturbante: quanto possa restringersi lo spazio mentale di una persona quando ogni possibile futuro viene percepito come una variazione dello stesso fallimento.

Ed è qui che Anna Karenina smette di appartenere soltanto all’Ottocento, i nostri binari sono cambiati, non sono necessariamente di ferro. Possono essere aspettative familiari, ruoli sociali, reputazione, algoritmi, lavoro, consumo, prestazione, immagine pubblica. Possono essere invisibili proprio perché abbiamo imparato a considerarli normali. La tecnologia contemporanea, rispetto alla ferrovia di Tolstoj, ha moltiplicato le possibilità di movimento. Oggi possiamo comunicare con chiunque, cambiare città, lavoro, identità digitale. Possiamo attraversare il mondo senza quasi muoverci. Eppure continuiamo a vivere dentro traiettorie predefinite.
La differenza è che oggi i binari possono essere dentro di noi. Non li vediamo. Li percorriamo, e spesso li scambiamo per libertà. Questa è forse la parte più oscura di Anna Karenina: non la domanda se Anna avrebbe potuto scegliere diversamente. La domanda è quanto spazio avesse, realmente, per immaginare una scelta diversa. Perché il destino più efficace non è quello che ci obbliga, ma è quello che ci convince che non esistano altre direzioni. Quanto della vostra traiettoria avete scelto davvero? E quanti dei binari che state percorrendo erano già lì, prima ancora che cominciaste a camminare? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.
Alice Tonini
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