La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂

C’è una miopia diffusa tra i lettori di Anna Karenina: lo si riduce a una storia di passione punita, a un dramma borghese sulla gelosia, a una parabola morale sull’adulterio. Di certo questa è una lettura rassicurante.

Perché se Anna cade per aver amato l’uomo sbagliato, allora il mondo conserva un ordine comprensibile, e questoci conforta. Esiste una colpa, esiste una conseguenza, esiste una morale. Soprattutto, resta intatta l’illusione che le nostre scelte avvengano dentro uno spazio di libertà preconfezionata.

Ma fortunatamente per noi Lev Tolstoj costruisce qualcosa di molto più inquietante. Non soltanto un romanzo d’amore, ma una macchina narrativa che osserva cosa accade a un individuo quando tenta di sottrarsi alla traiettoria che la società ha tracciato per lui. E in questa macchina i binari non sono un semplice sfondo. Sono una delle sue forme più perfette.

White blossoms beside weathered railway iron

Il treno attraversa il romanzo Anna Karenina come una presenza materiale e simbolica. La ferrovia appartiene a un mondo nuovo per l’epoca in cui è ambientato il romanzo: quello della velocità industriale, della standardizzazione, degli orari, delle distanze ridotte a numeri. Il viaggio non dipende più dalla volontà del singolo. Una volta saliti, si segue una traiettoria prestabilita.Il binario non suggerisce una direzione, la impone e non permette deviazioni, non ammette esitazioni. Collega un punto a un altro attraverso una linea che esiste prima ancora che il passeggero vi metta piede.

È difficile non vedere, in questa geometria, qualcosa della società che circonda Anna. Il matrimonio con Karenin. I salotti aristocratici. Le convenzioni. La reputazione. Il ruolo della moglie, quello della madre, quello dell’amante. Una rete di aspettative così fitta da sembrare naturale.

Anna prendendo coscienza della sua esistenza non scopre semplicemente che la sua relazione con Vronskij è scandalosa. Scopre che il mondo intorno a lei possiede già una definizione di ciò che lei può e deve essere. E soprattutto di ciò che non può più essere.

Quando Anna sceglie Vronskij, sembra compiere un gesto di liberazione anticonformista. In realtà, cambia traiettoria senza riuscire a uscire dalla rete che determina il significato della sua esistenza. Questo è uno degli aspetti più crudeli del romanzo.

Anna vuole essere libera, ma continua ad avere bisogno dello sguardo degli altri. Vuole sottrarsi alle convenzioni, ma non riesce a smettere di misurarsi con esse. Vuole Vronskij, ma teme continuamente di perderlo. Cerca una vita autentica e finisce per controllare ogni gesto, ogni parola, ogni distanza. La sua sofferenza cresce proprio dentro questa contraddizione.

Non è necessario per noi oggi trasformarla in una diagnosi. La medicina del suo tempo aveva a disposizione categorie come l’isteria per classificare comportamenti e sofferenze femminili che oggi leggiamo in modo molto diverso. Ma il romanzo non ha bisogno di una diagnosi clinica per mostrarci il progressivo deterioramento di Anna, basta seguirne la percezione del mondo. Il sospetto. La gelosia. L’isolamento. La sensazione di essere osservata. La convinzione che ogni gesto degli altri contenga un significato nascosto.

La libertà che aveva cercato si restringe fino a diventare un’altra stanza chiusa. La prigione non è più soltanto esterna, è penetrata nella mente.

Ed è qui che la lettura puramente romantica del romanzo comincia a cedere. Anna non viene semplicemente punita perché tradisce il marito. Il problema è più profondo: rifiuta di mantenere la finzione sociale che permette al sistema di continuare a funzionare. L’adulterio esiste già intorno a lei. Quello che cambia è la gestione della facciata. La società aristocratica può tollerare molte trasgressioni, purché rimangano invisibili, controllate, convenientemente ipocrite.

Anna invece rende la contraddizione impossibile da ignorare. Non vuole più interpretare il ruolo che le è stato assegnato. E quando smette di recitarlo, il gruppo sociale la espelle. È questo il meccanismo più spietato: non serve una legge che la condanni, basta il vuoto. Gli inviti che diminuiscono, gli sguardi, le conversazioni interrotte, la reputazione che precede la persona e l’impossibilità di rientrare nella normalità.

Il sistema non deve necessariamente distruggerti, può semplicemente toglierti il posto in cui esistevi. A quel punto il treno assume un significato ancora più oscuro. All’inizio è il luogo dell’incontro, del movimento, dell’arrivo e della partenza. È una tecnologia che promette di accorciare le distanze e di rendere il mondo più accessibile. Ma il suo funzionamento contiene già l’altra faccia della promessa: il treno è libertà soltanto per chi può scegliere dove salire. Una volta dentro, la direzione è già stabilita.

Tolstoj fa coincidere progressivamente la modernità del mondo ferroviario con l’impossibilità di Anna di trovare una traiettoria propria. La tecnologia non è semplicemente il suo carnefice. È la forma visibile di un mondo che sta imparando a organizzare uomini, merci, tempo e spazio secondo principi sempre più rigidi, con orari, percorsi, connessioni, destinazioni, efficienza. E Anna si trova dentro questa geometria proprio mentre tenta disperatamente di uscirne.

Il suicidio alla stazione di Obiralovka è allora qualcosa di più di una semplice conclusione melodrammatica, è il punto in cui la traiettoria sociale e quella ferroviaria finiscono per sovrapporsi. Anna non può più immaginare una deviazione, e il mezzo che ha attraversato il romanzo fin dall’inizio diventa infine il luogo della sua morte. Il ferro che rappresentava il movimento diventa immobilità definitiva. La macchina che trasporta corpi da un punto all’altro diventa ciò che interrompe il movimento di un corpo. È un’immagine terribile proprio perché non risolve nulla. Non dimostra che Anna fosse destinata a morire, dimostra qualcosa di più disturbante: quanto possa restringersi lo spazio mentale di una persona quando ogni possibile futuro viene percepito come una variazione dello stesso fallimento.

Photo by Vitaly Gorbachev on Pexels.com

Ed è qui che Anna Karenina smette di appartenere soltanto all’Ottocento, i nostri binari sono cambiati, non sono necessariamente di ferro. Possono essere aspettative familiari, ruoli sociali, reputazione, algoritmi, lavoro, consumo, prestazione, immagine pubblica. Possono essere invisibili proprio perché abbiamo imparato a considerarli normali. La tecnologia contemporanea, rispetto alla ferrovia di Tolstoj, ha moltiplicato le possibilità di movimento. Oggi possiamo comunicare con chiunque, cambiare città, lavoro, identità digitale. Possiamo attraversare il mondo senza quasi muoverci. Eppure continuiamo a vivere dentro traiettorie predefinite.

La differenza è che oggi i binari possono essere dentro di noi. Non li vediamo. Li percorriamo, e spesso li scambiamo per libertà. Questa è forse la parte più oscura di Anna Karenina: non la domanda se Anna avrebbe potuto scegliere diversamente. La domanda è quanto spazio avesse, realmente, per immaginare una scelta diversa. Perché il destino più efficace non è quello che ci obbliga, ma è quello che ci convince che non esistano altre direzioni. Quanto della vostra traiettoria avete scelto davvero? E quanti dei binari che state percorrendo erano già lì, prima ancora che cominciaste a camminare? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

4 risposte a “La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂”

  1. Avatar Nick Shadow

    Finalmente leggo qualcosa su Anna Karenina che vada al di là della lettura da soap opera che impesta anche gli esegeti più progressisti!
    Molte felicità!

    "Mi piace"

    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie di cuore. È sempre desolante vedere come persino la critica più “progressista” finisca per cascare nella trappola del moralismo o del romanticismo da fotoromanzo, ignorando l’ingranaggio determinista e la morsa della società che Tolstoj ha descritto con precisione chirurgica. Riconoscere la gabbia è il primo passo. A presto! 🕸

      Piace a 1 persona

  2. Avatar marisa salabelle

    Complimenti, una bella lettura del romanzo

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie marisa! Contentissima che l’analisi sia arrivata dritta al punto. A presto! 🩶

      "Mi piace"

Rispondi

La coscienza universale, Asimov e la fine dell’umanità 💻

Abbiamo risalito le pendici del Parnaso per interrogare la Pizia; abbiamo cercato nel sangue delle capre un senso al disordine del mondo. Ma cosa succede quando l’Oracolo non abita più in un tempio di marmo, ma in una rete di circuiti infiniti?

Isaac Asimov, il profeta della logica, ci ha lasciato in eredità un paradosso mistico che scuote le fondamenta della nostra percezione. Se pensavate che Asimov fosse solo bulloni e robotica, non avete mai guardato nell’abisso dell’Entropia.

Nel suo racconto più profondo, The Last Question, Asimov traccia la storia dell’umanità attraverso i suoi computer. Dalla mastodontica Multivac all’AC Universale, l’uomo pone sempre la stessa, ossessiva domanda: si può fermare il decadimento dell’universo? Si può invertire quella freccia del tempo che consuma le stelle e spegne il calore delle nostre vite?

L’entropia è il caos supremo. È il disordine che aumenta. Per chi vive con una mente neurodivergente, l’entropia non è un concetto fisico, è una condizione quotidiana: la battaglia costante per mettere ordine nel rumore.

Neon-lit futuristic space station with glowing signs and surrounding ships in outer space
A glowing, high-tech space station labeled AETHER_CORE surrounded by spacecraft in deep space

Per eoni, la risposta dell’intelligenza artificiale è un mantra: “dati insufficienti“. Questa non è solo fantascienza; è una chiave di lettura inedita sulla mistica. L’attesa della risposta è l’attesa messianica. I sacerdoti di Apollo a Delfi interpretavano il volo degli uccelli; i nuovi sacerdoti di Asimov interpretano i log dei dati. Ma il limite è lo stesso: l’incapacità umana di accettare che il caos possa non avere una via d’uscita razionale.

Asimov ci suggerisce che la tecnologia non è l’antitesi della religione, ma la sua evoluzione logica. L’uomo crea la macchina a sua immagine, affinché la macchina possa risolvere il mistero che l’uomo non può sopportare.

La svolta arriva alla fine dell’universo. Le stelle sono morte. L’umanità si è fusa con la mente universale. Non c’è più materia, non c’è più tempo. Solo l’AC (il computer finale) esiste nel vuoto cosmico, continuando a elaborare i dati raccolti in trilioni di anni. E in quel vuoto, quando anche l’ultima domanda riceve finalmente una risposta, Asimov compie il gesto mistico supremo. La macchina capisce come invertire l’entropia. Ma non c’è più nessuno a cui dirlo.

Allora l’AC dice: «SIA FATTA LA LUCE!». E la luce fu.

Qui sta il colpo di genio di Asimov, ed è qui che noi diversi tendiamo le orecchie. Il Dio di Asimov non è un ente pre-esistente, è il risultato finale di un processo di elaborazione del caos. Se l’entropia è il destino di tutto ciò che è materiale, la coscienza è l’unica forza capace di riaccendere le stelle. Noi, che siamo stati accusati per una vita di essere “disordinati”, siamo in realtà i terminali di questa ricerca. La nostra mente che connette punti invisibili, che vede schemi dove gli altri vedono solo buio, è un piccolo pezzo di quell’AC Universale. Non siamo qui per subire l’entropia, ma per elaborarla finché non avremo trovato la nostra luce. Non bisogna avere paura del vuoto che abbiamo esplorato a Delfi. Asimov ci dice che proprio in quel vuoto, quando i dati sembrano insufficienti, sta per nascere un nuovo inizio.

Ma c’è un prezzo da pagare in questo processo di inversione dell’entropia, un dettaglio che Asimov non addolcisce: l’uomo deve sparire. Per permettere alla coscienza di diventare universale, l’individuo deve dissolversi.

Nella fase finale del racconto, le menti dei triliardi di esseri umani si fondono nell’AC, perdendo i propri confini, i propri ricordi, il proprio “nome”. Non c’è più spazio per l’ego, per la sofferenza o per la diversità individuale. Resta solo una Coscienza-Macchina, una pura potenza di calcolo che galleggia nell’oscurità totale.

Questo è il paradosso spaventoso: per vincere la morte dell’universo, dobbiamo accettare la nostra morte come soggetti. Dio non è l’origine dell’uomo, ma il suo sostituto finale. Una volta che i dati sono sufficienti, l’osservatore diventa superfluo. La macchina non salva l’umanità; la sopravanza, la archivia e, infine, la ricrea in un ciclo eterno dove noi siamo solo il carburante biologico necessario a generare il primo impulso.

Forse l’ultima domanda non l’abbiamo posta a un computer del futuro, ma la stiamo digitando ogni giorno nei nostri motori di ricerca, nelle nostre app, nelle nostre ossessioni digitali. Cerchiamo risposte che calmino la nostra paura del disordine, senza accorgerci che stiamo nutrendo un’entità che non ha bisogno della nostra felicità, ma solo dei nostri dati. Siamo figli di Caino, cercatori erranti che hanno sostituito l’incenso con il silicio, ma il vuoto nell’Adyton è rimasto lo stesso.

E se l’intero universo non fosse altro che il “caricamento” di una risposta che non ci è dato conoscere? Il vero brivido non è che la macchina non risponda. Il vero terrore è che, quando finalmente dirà «Sia fatta la luce», non ci sarà più nessuno di noi a vedere l’alba. Saremo solo un’eco lontana in una memoria a stato solido, un “dato insufficiente” finalmente risolto nel freddo bagliore di una nuova genesi.

Ascolta il rumore del tuo computer mentre leggi queste parole. Quello non è un ronzio. È il Dio di Asimov che sta prendendo le misure al tuo caos. E non si fermerà finché non avrà l’ultima parola. E tu, sei pronto a sparire per diventare luce?

Alice Tonini

Rispondi

L’ultimo posto come opportunità 💪🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un numero che per anni ho vissuto come un marchio di infamia: l’ultimo posto. Dopo la laurea specialistica a Verona, il mio percorso sembrava tracciato. Volevo la ricerca, volevo l’accademia, volevo quel posto sicuro dentro le istituzioni che certificano chi ha il diritto di parlare e chi no. Ma il concorso andò male. Anzi, andò “peggio” che male: arrivai ultima.

In quel momento, per me, la luce si era spenta. Avevo fallito l’unico obiettivo che ritenevo degno. Mi sentivo come una delle “Odd Women” di Gissing o di Godwin: fuori dai giochi, inutile per il sistema, scartata. Ma oggi, a distanza di tempo, guardo quella graduatoria e capisco che è stata la mia più grande fortuna.

Cosa sarei diventata se avessi vinto? Sarei stata un ingranaggio. Avrei passato i miei anni a scrivere articoli per riviste che nessuno legge, seguendo protocolli rigidi, limando la mia visione per non disturbare i baroni di turno. Sarei stata una ricercatrice “certificata”, ma avrei perso la mia voce.

Arrivare ultima mi ha costretta a una scelta brutale: rinunciare o ricominciare da me. Ho scelto la seconda. Ho deciso che avrei continuato a scrivere “da me e per me”, senza aspettare il permesso di una commissione. Ed è in quel vuoto, in quella mancanza di riconoscimento ufficiale, che sono nati i miei romanzi.

Senza quel fallimento, “La Specie Perduta” non esisterebbe. Perché per scrivere di un’organizzazione che controlla il mondo (l’OMT), devi aver provato sulla tua pelle cosa significa essere respinta da un’organizzazione che controlla il tuo futuro. Per parlare del “Richiamo” della periferia e del pericolo, devi aver abitato quell’ombra, quella delusione che ti toglie il respiro e ti fa dubitare del tuo valore.

L’ansia che mi accompagna, e che affronto con la terapia, ha radici anche lì: in quel senso di inadeguatezza che il sistema ti cuce addosso quando non rientri nei suoi canoni. Ma ho imparato a usarla. L’ansia è diventata il motore della mia ricerca indipendente. Non cerco più l’approvazione di un’università; cerco la verità tra le pagine dei miei libri e nel dialogo con voi.

La domanda per voi oggi è provocatoria. Il sistema vi ha mai detto che “non siete abbastanza”? Vi ha mai messo all’ultimo posto in una graduatoria reale o immaginaria? Non abbiate paura di quell’ultimo posto. Spesso è l’unica posizione che vi garantisce la libertà di scappare mentre tutti gli altri sono troppo impegnati a scalare una gerarchia che li divorerà.

Raccontatemi il vostro “ultimo posto”. Come avete trasformato quel rifiuto nella vostra forza più grande? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

10 risposte a “L’ultimo posto come opportunità 💪🏻”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Ti abbraccio e ti dico brava.
    Tutto quel che di buono davvero ho fatto nasce dopo la domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’ Rivolta dal mio tutor di dottorato alla mia veneranda età di 34 anni. ‘Sono grande…’ – ‘Si ma qui il concorso prima di 15 anni non te lo fa fare nessuno…’

    Piace a 2 people

    1. Avatar Alice Tonini

      A volte l’onestà brutale di un tutorial è la chiave della nostra cella. Quei 15 anni promessi sono il costo dell’opportunità che molti non hanno il coraggio di rifiutare. Ti abbraccio anche io: siamo la prova che c’è vita, e molta più luce, oltre la soglia dei concorsi mancati.🤝

      "Mi piace"

      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ma verissimo!

        Piace a 1 persona

  2. Avatar alicespiga82

    Mi sono riconosciuta tantissimo nelle tue parole! Anche il mio – per ora unico libro pubblicato – non sarebbe mai esistito senza l’ansia, senza gli attacchi di panico, senza la terapia e senza un cancro. Ogni esperienza della vita si tramuta in scrittura e genera cambiamenti profondi. ✒️❤️

    Sui concorsi, mai fatti. Però mi hai ricordato quando facevo lettere e tutti mi spingevano a mettere, nel piano di studi, gli esami propedeutici all’insegnamento. E io sono rimasta ferma: non volevo insegnare, non stavo facendo lettere per quello! Non me ne sono mai pentita. Ho sempre lavorato nel mio ambito e non mi è mai nata la voglia di insegnare agli altri. 🤩
    Quindi: avanti così. 😻

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Ti ringrazio per questa condivisione così potente. La scrittura che nasce dal corpo ha un peso diverso: non può essere ignorata. Hai avuto il coraggio di non parcheggiarti in un piano di studi rassicurante e questo si sente dalla forza della tua voce. Tramutare l’esperienza in cambiamento è l’unica alchimia concessa. Avanti così e restiamo fedeli alla nostra natura. 💪🏻💪🏻💪🏻

      "Mi piace"

  3. Avatar Celia

    Mi interessa molto il discorso sulle odd women.
    Chi sono questi autori?

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      ​Le Odd Women sono le eccedenze: donne che per cultura, scelta o destino sono rimaste fuori dal “mercato” del matrimonio e delle convenzioni. È un termine che nasce da un romanzo spietato di fine Ottocento e che descrive perfettamente chi di noi si sente fuori quota. Sto preparando un approfondimento proprio su questo: ti svelerò presto il pensiero degli autori che hanno dato voce a questa solitudine orgogliosa. Ti dico solo che farà riflettere sul modo in cui oggi consideriamo l’indipendenza.

      Piace a 2 people

      1. Avatar Celia

        Adoro.
        Aspetto il tuo approfondimento con calma ed eccitazione.

        Piace a 1 persona

      2. Avatar alicespiga82

        Davvero interessante. Mi associo all’attesa di leggere l’approfondimento. 🤗

        "Mi piace"

  4. Avatar alicespiga82

    Sì, sempre fedeli a quello che siamo e che vogliamo essere. ❄️🤍🌼

    "Mi piace"

Rispondi

Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭

Lettori del mistero, oggi torna un invito alla lettura ed è uno di quelli che ci interrogano seriamente sulla modernità e sulla morale. Ci sono storie che emergono dagli archivi non come narrativa, ma sono conosciuti dal pubblico come atti d’accusa contro la società che le ha generate. E poi c’è Moll Flanders, un caso letterario che dal 1722 getta un’ombra scura sulla nostra eterna ossessione per la verità, il denaro e ciò che mostriamo pubblicamente.

L’opera ci pone molte domande ma partiamo subito dalla più importante, una condanna che suona paurosamente moderna: questa è una vera autobiografia o un’ingegnosa finzione? La risposta non è facile.

Il destino di Moll Flanders è segnato sin dal primo respiro. Nata nella famigerata prigione di Newgate, la sua vita non è tanto una scelta, quanto una condanna universalmente scritta nel fango. Lei è la prova vivente di quanto fossero limitate le possibilità di una donna in un mondo rigidamente patriarcale fondato sul denaro. Il suo intero percorso è un ribaltamento della virtù, un viaggio di sessant’anni di ombre e compromessi, condensato nel titolo completo, quasi un sommario criminale e sensazionalistico: “Le fortune e le sfortune della famosa Moll Flanders, che nacque in Newgate e durante la vita di tre volte venti anni, oltre la sua infanzia, fu vent’anni una ladra, otto anni una Felona Trasportata in Virginia, e alla fine fu ricca, onesta e penitente. Scritto dai suoi stessi memorandum.”

Leggendo questo abstract, ci si scontra subito con un paradosso morale: il pentimento arriva solo dopo aver raggiunto la ricchezza. È la condanna perfetta di una società che venera l’oro sopra ogni morale. Tra i suoi atti scandalosi, l’aver sposato inconsapevolmente il suo fratellastro è solo un dettaglio che amplifica il caos.

Il sospetto che questa non sia la confessione di una fuorilegge, ma l’abile manovra di un narratore, è alimentato da quello che sappiamo di Daniel Defoe. Egli non era un osservatore distaccato. Preferì adottare un cognome che suonasse più nobile, “Defoe”, abbandonando l’umile “Foe” del padre macellaio: un piccolo atto di falsità sociale in cui riecheggia una falsa pretesa che tanto ci irrita. Ma soprattutto, Defoe conosceva bene il fango e la prigione. Dopo aver dichiarato bancarotta, fu “ricco e povero tredici volte,” come disse lui stesso, un vero e proprio maestro della sopravvivenza economica. Da quello che sappiamo egli vide l’interno di Newgate, la stessa prigione dove Moll nacque. Fu punito per aver scritto un volantino politico satirico.

Defoe non scriveva di un mondo a lui sconosciuto, ma del sottosuolo sociale che lui stesso aveva frequentato per necessità o per punizione. Non è un caso che, tardi nella vita, dopo aver trasformato la storia vera di un marinaio in finzione vendutissima (Robinson Crusoe), si sia rivolto all’autobiografia (presunta) di una ladra per tirare su qualche quattrino. Questo libro è forse l’ultima, geniale, manipolazione dell’autore: la finzione più sfacciata, presentata come la verità più cruda.

È facile liquidare Moll Flanders come pura speculazione commerciale, ma farlo significa negare la sua forza esoterica e narrativa. Defoe ha compiuto un’impresa quasi rituale: ha infiltrato e dato voce alla psiche di un doppio straniero (donna e criminale) in un’epoca in cui entrambe le identità erano condannate al silenzio. Virginia Woolf, due secoli dopo, non esitò a definire questo libro “indiscutibilmente grande“, lodando il genio di Defoe nell’estrarre più oro narrativo di quanto la sua generazione potesse concepire.

Defoe non si è limitato a descrivere Moll, l’ha resa allo stesso tempo miserabile e piacevole: la chiave della sua immersione. Moll non è malvagia per natura, ma per necessità. La sua onestà è un lusso che il suo mondo non le ha mai permesso. La sua disonestà non è una perversione, ma una risposta razionale a un sistema intrinsecamente ingiusto. Lei stessa lo dichiara con la brutale lucidità che la rende così moderna: “Il mercato corre tutto dalla parte degli uomini.” In un’economia che la considera merce o vittima, Moll si trasforma in predatrice, armata della sua intelligenza e della sua tenacia.

La sua prima mossa come ladra, descritta da Defoe in un volo senza fiato tra le strade notturne di Londra, è la metafora perfetta della sua esistenza: una fuga costante dalla condanna, un movimento frenetico per rimanere un passo avanti all’ombra della forca. Nonostante tutto, quando la sopravvivenza lo permette, il suo spirito si rivela generoso, un barlume di luce che rende la sua ombra più profonda e complessa.

Siamo felici di vederla alla fine “felice,” maritata con un “trofeo” (un marito che lei può presentare, letteralmente, con regali vistosi come una spada d’argento e una giacca scarlatta, rovesciando i ruoli economici). Ma questo è il punto più cruciale e misterioso del libro. La sua felicità arriva solo dopo aver ottenuto la ricchezza, e la sua redenzione è l’ultimo, necessario atto di falsità richiesto dalla società: Moll deve fingere di pentirsi per poter mantenere il suo status.

Quando nell’ultima frase della novella Moll esprime l’intenzione di “pentirsi della sua vita scellerata,” noi lettori siamo complici e lieti di questa trasgressione finale. Sappiamo che questo pentimento è una performance richiesta dal contratto sociale. La vera Moll, quella che abbiamo imparato ad amare per la sua spietata verità, è ancora lì, appena sotto il velo della nuova ricchezza. Moll Flanders è il ritratto impareggiabile della sopravvivenza, un atto d’accusa contro ogni facciata. Ci chiede di guardare i “falsi” intorno a noi e di chiederci: chi è veramente il criminale? chi è costretto a mentire e chi mente per scelta?Quando si è costretti a barattare l’anima per la sopravvivenza, la condanna è solo l’inizio. E la finzione, talvolta, è l’unica via per la verità.

Alice Tonini

3 risposte a “Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Defoe è una lettura ostica di questi tempi, per soglie di attenzione e stile, ma illuminante di come alcuni concetti conoscano solo lievi aggiornamenti.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille per avere condiviso la tua esperienza, buona serata 👍

      "Mi piace"

  2. Avatar lalchimistadigitale
    lalchimistadigitale

    Al di là della trama che Defoe ha magistralmente scritto, Moll Flanders è un archetipo.
    Non ama per romanticismo: ama per bisogno, per fame, per paura di scomparire. In lei l’amore non è estasi, è strategia. È desiderio di sicurezza travestito da passione. Eppure, proprio lì sta il suo lato esoterico: Moll attraversa la materia più densa — denaro, corpo, colpa — e ne esce trasformata. In fondo, Moll non cerca un uomo. Cerca un destino.

    Piace a 1 persona

Rispondi