La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️

Cari lettori del mistero per molti, il labirinto è un gioco o un simbolo mitologico. Per Jorge Luis Borges, è l’unica forma possibile della realtà. In opere come Ficciones (1944) e L’Aleph (1949), il labirinto smette di essere un corridoio di siepi per diventare una trappola metafisica.

Immagina un universo composto da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali. Ogni scaffale contiene libri che combinano in modo casuale le lettere dell’alfabeto. In questa biblioteca esiste tutto: la storia minuziosa del futuro, le autobiografie degli arcangeli, la versione fedele della tua morte. Ma per ogni riga sensata, ci sono milioni di pagine di puro caos cacofonico. Un sogno o un incubo?

La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la attraversasse in qualsiasi direzione, accerterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Qui la ricerca non è più illuminazione, è ossessione. È la descrizione perfetta della mente divergente: un eccesso di dati talmente vasto che la verità diventa introvabile non perché manchi, ma perché è sepolta sotto il peso dell’infinito.

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In questo racconto, Borges postula l’esistenza di un libro che è anche un labirinto temporale. A differenza dei romanzi classici dove, di fronte a diverse alternative, un personaggio ne sceglie una ed elimina le altre, nel libro di Ts’ui Pên il personaggio le sceglie tutte contemporaneamente. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.

Questa non è solo letteratura; è una diagnosi della percezione. È il labirinto di chi vive ogni istante come una ramificazione infinita di possibilità. La “distrazione” non è mancanza di focus, ma la capacità (o la condanna) di abitare tutti i sentieri che si biforcano nello stesso istante. È il tempo vissuto senza la protezione del filtro lineare.

Nel racconto La morte e la bussola, il detective Erik Lönnrot crede di aver decifrato una serie di delitti basandosi su una complessa simmetria romboidale e mistica. Ma la sua stessa intelligenza è il filo che lo conduce al centro del labirinto, dove il suo assassino lo aspetta. Lönnrot muore perché ha cercato un ordine razionale in un mondo che è un labirinto disegnato per ucciderlo. È il monito di Borges: la logica estrema non ci salva dal mostro; la logica estrema è il mostro.

Borges scrisse: “Non occorre erigere un labirinto, quando l’universo intero è un labirinto”.

​Il vero terrore dei labirinti di Borges non è perdersi al loro interno. È il sospetto, atroce e lucido, che non esista alcun centro. Che il Minotauro siamo noi, condannati a percorrere i corridoi della nostra stessa iper-connessione senza mai trovare l’uscita, perché l’uscita presuppone la fine della ricerca.​

Ma è proprio qui che l’equazione si ribalta.​ Se l’universo è un libro infinito di cui non siamo che una virgola, allora il nostro compito non è “risolvere” il labirinto, ma diventarne gli architetti. Smettere di cercare il filo di Arianna per imparare a godersi la vertigine dei corridoi speculari. Forse la tua “diversità”, quel tuo sentirti costantemente fuori posto, non è altro che il segno che hai capito la regola fondamentale del gioco: il labirinto è fatto per chi ha il coraggio di abitare l’infinito, non per chi cerca la scorciatoia verso la normalità.

Non cercare la porta. Non esiste. Resta nel corridoio, guarda lo specchio e sorridi al mostro che ti somiglia.

​E tu, in quale stanza del tuo labirinto ti sei nascosto oggi? Hai il coraggio di spegnere la luce e vedere cosa resta di te quando non c’è più una strada da seguire? ​Scrivimi nei commenti qual è la tua “equazione improbabile” di oggi. La Stirpe non teme i vicoli ciechi: li usa per costruire nuove visioni.

Alice Tonini

2 risposte a “La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️”

  1. Avatar Celia

    Equazione improbabile di oggi: essere sostanza senza nome.
    Parlare di vissuti neurologici senza indicare alcuna struttura che vi corrisponda, senza usare alcun termine che li delimiti.

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  2. Avatar Pim

    Se sei in un labirinto è impossibile dire in quale punto ti trovi. E poi il punto è un concetto geometrico adimensionale. Dunque? Dunque il labirinto è infinito ed è abitato dalle nostre infinite vite generate dalle infinite scelte che compiamo in ogni istante nelle infinite dimensioni. In qualche infinita vita siamo già morti, in altre dobbiamo ancora nascere. Non solo Borges, anche la fisica quantistica ci viene in aiuto in questo senso. Bisogna cedere e abbandonarsi liberamente a questo labirinto assoluto, senza ingresso e senza uscita, senza una struttura a noi comprensibile. Niente panico, niente angoscia: è un tutto e un nulla che si regge su un principio di necessità universale.

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Thackeray e il dilemma morale in Vanity Fair 🎪

Lettori del mistero, bentrovati. Esiste un luogo, sospeso tra la realtà cruda della Londra del XIX secolo e l’incubo allegorico, dove l’anima non è che una merce di scambio. Nel 1847, William Makepeace Thackeray ha smesso di nascondersi dietro pseudonimi giornalistici per rivelare al mondo la sua visione più oscura: Vanity Fair.

Il titolo non è un caso. È un richiamo velenoso a John Bunyan e al suo Pilgrim’s Progress, dove la “Fiera della Vanità” era il luogo della distrazione peccaminosa dal cammino verso il Paradiso. Ma Thackeray non è interessato alla salvezza eterna. Gli interessa l’inferno che costruiamo qui, sulla terra, tra un inchino, un applauso e un debito non pagato.

In copertina, l’autore ci accoglie con un’immagine che è già un presagio: un saltimbanco stanco, con una parrucca storta, che fissa malinconico uno specchio rotto. Ai suoi piedi, un baule di oggetti di scena da cui è caduta una bambola. Questo “Manager della Performance” sarà la nostra guida intermittente. Non è un eroe, non è un giudice; è un uomo che sa quanto sia faticoso mantenere la maschera quando il trucco inizia a colare.

Thackeray scriveva mentre la follia gli portava via la moglie e il peso di crescere due figlie da solo gli scavava il volto. La sua tristezza è il carburante di questo romanzo: un’indagine torbida sui dilemmi morali dove nessuno è davvero innocente.

La fiera si apre con l’uscita dall’accademia di Miss Pinkerton di due giovani donne. I loro bagagli sono la prima lezione di realismo sociale: Amelia Sedley che possiamo allegoricamente indicare come il “sentimento”. Figlia di un ricco mercante, destinata a un matrimonio di convenienza che scambia per amore. È la dolcezza che rischia di diventare cecità. Poi abbiamo Becky Sharp: che invece incarna lo “spirito” (o meglio, lo Spunk). Figlia di un insegnante di disegno e di una ballerina d’opera francese. Non ha dote, non ha protezione. Ha solo la sua intelligenza affilata come un bisturi e una mancanza assoluta di scrupoli. Se Amelia è Melania Hamilton, Becky è Rossella O’Hara prima che il cinema la rendesse un’icona romantica. Becky è la sopravvissuta che gioca d’azzardo con la propria reputazione.

Entrare nell’animo di queste donne è un viaggio in un territorio d’ombre. La novella ci trascina tra matrimoni fallimentari, maternità vissute come pesi o strumenti di potere, e la costante minaccia della rovina finanziaria. Ci divertiremo, con un piacere quasi perverso, a osservare il vuoto George Osborne, il credulone Jos Sedley o il venale Lord Steyne. Ma il vero enigma resta lei: Becky. Perché continuiamo a fare il tifo per lei nonostante le sue manipolazioni? Forse perché è l’unica ad aver capito le regole del gioco in un mondo che punisce la verità.

Verso la fine, il nostro narratore ci rivolge la domanda definitiva, quella che dovrebbe toglierci il sonno: “Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi ha ciò che desidera? O, avendolo, ne è soddisfatto?” Vanity Fair è lo specchio rotto in cui ci riflettiamo ogni giorno. È la fiera dove tutti rotoliamo in cerca di applausi, dimenticando che, alla fine della fiera, siamo tutti burattini pronti a tornare nel baule. E tu, quale desiderio stai inseguendo mentre la tua anima va all’asta?

Alice Tonini

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Lodore: eredità e identità femminile 🎩

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo abituati a pensare a Mary Shelley come alla madre di un mostro fatto di pezzi di cadavere. Ma la vera creatura che Mary ha analizzato per tutta la vita non era fatta di carne ricucita: era fatta di aspettative, debiti e nomi patriarcali.

Nel 1835, Mary pubblica Lodore. Non ci sono laboratori oscuri o fulmini, eppure è uno dei suoi testi più inquietanti. Perché parla di una prigione senza sbarre: l’eredità. Il romanzo ruota attorno alla figura di Lord Lodore, un uomo che, per un malinteso senso dell’onore e un passato torbido, decide di sradicare la figlia Ethel dalla società, portandola nelle terre selvagge dell’Illinois. Lodore esercita un potere assoluto: decide chi sua figlia debba essere, chi debba amare e come debba vivere, basandosi esclusivamente sui propri fallimenti passati. Quando Lodore muore in un duello (ancora una volta, il sangue maschile che detta le regole), la sua eredità diventa una trappola. Le donne del romanzo, la moglie Cornelia e la figlia Ethel, si ritrovano a dover navigare in un mondo che le vuole sottomesse a un nome che non c’è più.

Ciò che rende Lodore un capolavoro di analisi psicologica è il modo in cui Mary Shelley descrive la presenza costante dell’assente. Lord Lodore domina le donne della sua vita molto più da morto che da vivo. Le leggi sull’eredità, i debiti d’onore e le convenzioni sociali sono le catene invisibili che Mary conosceva fin troppo bene. Lei, la figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft, sapeva cosa significava essere “la figlia di” o “la moglie di”. In questo libro, riversa tutta la frustrazione di chi ha dovuto lottare per ogni centimetro di indipendenza intellettuale.

In Lodore, Mary Shelley mette in scena una verità brutale: un uomo morto ha spesso più potere di un uomo vivo. Lord Lodore non scompare con il duello; si trasforma in un vuoto normativo. La sua volontà testamentaria diventa il muro contro cui sbattono le vite di Cornelia ed Ethel.L’assenza del padre non libera le donne, ma le congela. Mary descrive con precisione chirurgica come l’identità femminile nell’Ottocento fosse un riflesso: senza l’uomo che funge da specchio (padre o marito), la donna perde lo status legale e sociale.

“Potere dell’Assenza” è questo: essere controllate da una voce che non può più rispondere, da un’autorità che non può essere messa in discussione perché risiede nel regno dei morti. È la forma più pura di controllo, perché è invisibile e sanzionata dalla legge.

Il pensiero di Mary Shelley in Lodore è un attacco frontale all’individualismo romantico incarnato da suo marito Percy e da Lord Byron. Mentre loro celebravano l’eroe solitario che sfida le convenzioni, Mary mostra il costo umano di quell’eroismo. Lord Lodore è l’eroe romantico che, per difendere un astratto concetto di “onore” o per seguire un impulso egoistico di isolamento, distrugge il tessuto relazionale della sua famiglia. Mary sostiene che la vera virtù non risiede nell’auto-affermazione violenta del maschio, ma nella reciprocità e nella resilienza.

Attraverso il personaggio di Cornelia, Mary analizza il diritto al riscatto materno: una donna che, seppur inizialmente frivola e allontanata, riprende il controllo della propria vita rifiutando di essere definita solo dal lutto o dal debito. Un altro cardine del pensiero della Shelley è l’educazione. Ethel viene educata dal padre in isolamento, formata per essere la compagna ideale di un uomo che non esiste più. È una critica sottile ma feroce a Rousseau e alle teorie pedagogiche del tempo: educare una donna solo in funzione dell’uomo significa condannarla all’invalidità sociale nel momento in cui l’uomo viene meno.

Mary propone invece una visione dove l’intelletto femminile deve essere forgiato nella prova, nel dolore e, soprattutto, nella consapevolezza delle strutture di potere. Non basta essere “colte”; bisogna capire chi possiede le chiavi della cassaforte e del diritto.

Spesso mi chiedo quanto del mio “sentirmi fuori posto” derivi dal fatto che stiamo ancora vivendo in un mondo costruito su testamenti scritti da uomini che non ci sono più. Le regole della critica letteraria, i canoni della bellezza, le strutture stesse della carriera che ho cercato di inseguire a Verona… sono tutti “Lodore” che ci osservano dai ritratti alle pareti. L’ansia, in questo contesto, è la vibrazione di una corda tesa tra ciò che siamo e il fantasma di ciò che dovremmo essere secondo un’eredità che non abbiamo firmato. Mary Shelley mi insegna che il mostro non è chi è diverso, ma il sistema che pretende di cucire insieme pezzi di identità che non ci appartengono. Come in Medea, il conflitto esplode quando la donna smette di essere “erede” e decide di diventare “origine”. La scrittura, per me, è l’atto di stracciare quel testamento e iniziare a scrivere la mia storia, anche se questo significa abitare, per un po’, in una terra selvaggia e sconosciuta.

Leggendo Mary Shelley, non posso fare a meno di pensare a quanto il nostro passato, anche quello che non abbiamo scelto, condizioni il nostro presente. Spesso la mia ansia non nasce da minacce reali, ma da “testamenti invisibili”: l’idea di dover corrispondere a un’immagine che altri hanno proiettato su di me, il timore di fallire rispetto a standard che non mi appartengono. Come Ethel in Lodore, anche io ho dovuto imparare che la vera libertà non consiste nel fuggire dal padre o dal passato, ma nel disinnescare il potere che diamo loro. La terapia, per me, è stata la lettura di questo testamento: distinguere ciò che è mio da ciò che mi è stato lasciato in eredità come un peso morto. Scrivere di Medea o della Specie Perduta è il mio modo di bruciare quei vecchi documenti e dichiararmi, finalmente, erede di me stessa. E voi? Cosa vi rende fieri di voi stessi e cosa è per voi la libertà? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

7 risposte a “Lodore: eredità e identità femminile 🎩”

  1. Avatar piumadacciaio

    Grazie, leggerò molto volentieri questo romanzo della Shelley che fino ad oggi mi era ignoto.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Scoprirai una Mary Shelley diversa, capace di vivisezionare l’anima sociale con la stessa precisione con cui ha creato i suoi mostri. Buona immersione.📚

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Devo ancora leggere Frankstein, ma anche questo libro mi sembra interessante. Hai per caso visto il film su di lei? Credo sia su qualche canale a pagamento. Buona giornata 🌞

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    1. Avatar Alice Tonini

      Benvenuta, Silvia! Sì, ho visto il film (Mary Shelley, Un amore immortale) ed è un ottimo modo per assaporare l’atmosfera di quel periodo. Ma ti assicuro che la Mary reale, cartacea e “oscura” supera di gran lunga la finzione. Presto sul blog vi porterò proprio dentro la sua notte più famosa… Buona lettura! 🌞

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  3. Avatar Paola C.
    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie Paola! Felice che ti sia piaciuto. Questa esplorazione sull’eredità e l’identità femminile è solo l’inizio: ci sono molte altre storie nell’ombra che meritano di essere raccontate. A presto! 🖤

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Il paradiso è una prigione, il fallimento delle utopie di Hawthorne 📚

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, abbiamo danzato tra le fiamme del Brocken, ma il vero orrore non abita solo nei boschi selvaggi. A volte, si nasconde dietro il sorriso di chi proclama di voler “salvare il mondo”. Oggi vi porto tra le pagine di Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha saputo guardare sotto il tappeto delle utopie americane per trovarvi solo polvere e peccato.

Nel suo The Blithedale Romance, Hawthorne ci trascina in una comunità ideale dove un gruppo di intellettuali decide di abbandonare la società corrotta per vivere in armonia con la natura e l’uguaglianza. Sembra un sogno, vero? Ma Hawthorne ci avverte: dove c’è l’uomo, c’è l’ombra.

Per capire The Blithedale Romance, bisogna capire l’uomo. Hawthorne non scriveva per intrattenere, ma per espiare. Discendente diretto di uno dei giudici dei processi alle streghe di Salem (John Hathorne), Nathaniel aggiunse una “W” al suo cognome per distanziarsi fisicamente da quel sangue, ma passò l’intera vita a rintracciarne le macchie nella psiche umana. La sua visione del mondo è intrisa di un “pessimismo morale” radicale: egli credeva che il male non fosse un errore di percorso, ma una componente strutturale dell’anima, un’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Per lui, il vero peccato originale non è la disobbedienza, ma l’isolamento del cuore: l’incapacità di connettersi onestamente agli altri senza cercare di manipolarli.

Il protagonista, Coverdale, osserva i suoi compagni con l’occhio distaccato e crudele di un guardone spirituale. Incontra Zenobia, una donna magnetica e potente, e Hollingsworth, un filantropo così ossessionato dalla sua missione di riformare i criminali da essere diventato lui stesso un mostro di egoismo. Il progetto di Blithedale fallisce non per colpa di agenti esterni, ma per il peso delle passioni umane: gelosia, desiderio di dominio e il bisogno ossessivo di segreti. L’utopia si rivela per quello che è: una recita teatrale dove gli attori hanno dimenticato il copione e iniziano a uccidersi a vicenda, metaforicamente e non.

“L’individuo che si dedica interamente a un’astratta idea di bene, finisce quasi sempre per calpestare i cuori di chi gli sta accanto.”

​Il romanzo non è una semplice critica alle comuni agricole dell’Ottocento (ispirata alla reale esperienza di Hawthorne a Brook Farm). È un’indagine su come l’idealismo diventi una maschera per il dominio.​Hollingsworth, il riformatore, è il personaggio più terrificante: rappresenta l’uomo “giusto” che, in nome di una causa nobile, distrugge ogni individuo che incontra.​ Zenobia invece rappresenta la forza vitale, la donna intellettuale e passionale, che però finisce schiacciata dalle dinamiche di potere maschili e dal peso di un passato segreto che non può cancellare. Il libro culmina nella scoperta che l’uguaglianza è un’utopia impossibile finché l’uomo non affronta la propria ombra. Il fallimento di Blithedale non è economico, è ontologico: gli abitanti hanno cercato di costruire un mondo nuovo usando i vecchi mattoni del loro egoismo.

Hawthorne introduce nel romanzo l’elemento importante del “Velum”, una figura misteriosa e spettrale che pratica il mesmerismo (torniamo ancora una volta al magnetismo di Epidauro e Cagliostro!). È il simbolo della manipolazione: la capacità di una volontà forte di schiacciare quella debole sotto il pretesto della cura o della rivelazione. Oggi, Blithedale è ovunque. La vediamo nelle “bolle” digitali dove gruppi di persone si illudono di aver creato una società perfetta basata su valori condivisi, per poi finire a linciarsi a vicenda al primo segnale di dissenso. Il Mesmerismo che Hawthorne descrive nel libro, la capacità di un individuo di sottomettere la volontà di un altro attraverso un’influenza invisibile, è l’esatto antenato della manipolazione algoritmica dei nostri giorni. Veniamo “ipnotizzati” da visioni di mondi migliori, mentre dietro le quinte i nuovi Hollingsworth estraggono valore dai nostri dati e dalle nostre emozioni.

Come Hawthorne, avverto spesso il peso di un’eredità invisibile che condiziona il nostro modo di stare al mondo. Non parlo di colpe ancestrali, ma di quella pressione sottile che ci spinge a dover essere sempre “risolti”, “equilibrati”, “socialmente inseriti”. Il mio scontro con l’utopia non avviene in una comune agricola, ma nella vita di tutti i giorni, dove cerco di costruire una stabilità che l’ansia si diverte a minare.

​Spesso mi chiedo se il mio ricorso alla terapia non sia, in fondo, il tentativo di smontare il mio “Blithedale interiore”: quella pretesa di perfezione e controllo totale che la società ci insegna a perseguire come unica via per la felicità. Hawthorne ci insegna che il segreto non è fuggire dal mondo per crearne uno ideale, ma imparare a convivere con le proprie crepe. La mia ansia non è un difetto di fabbrica, ma la reazione di una mente che si rifiuta di accettare le risposte facili e le utopie preconfezionate della modernità. Accettare questa vulnerabilità, senza cercare di “guarirla” a tutti i costi per conformarsi a uno standard, è forse l’unico vero atto di onestà intellettuale che ci è rimasto.

Questo libro è un pugno nello stomaco per chiunque creda nelle soluzioni facili o nei leader carismatici. È la stessa lezione che impariamo ogni giorno osservando le strutture di potere che ci circondano. Chi di voi mi segue sa che questa è la stessa oscurità che permea la mia narrativa. In “Medea”, abbiamo visto come l’amore ideale possa trasformarsi in un massacro rituale quando la realtà non coincide con il desiderio. Hawthorne ci insegna che non esiste luogo dove scappare: puoi cambiare comunità, puoi cambiare vestiti, ma porterai sempre con te il tuo “marchio di fabbrica”, la tua parte oscura. E voi? Avete mai creduto in un progetto perfetto che si è rivelato un incubo? Siete mai stati affascinati da un “Hollingsworth” nella vostra vita, qualcuno che prometteva la salvezza e vi ha portato solo manipolazione? Parliamone nei commenti. Sveliamo insieme le maschere di queste finte utopie.

Alice Tonini

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Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo partiti dai santuari di Epidauro, ma per capire davvero come avveniva la guarigione dobbiamo risalire verso Nord, verso la Tracia. Questa regione semimitica, patria del leggendario Orfeo, è il grembo di un sistema mitologico dove medicina, astrologia e magia si fondono in un’unica scienza suprema: la dottrina del Magnetismo.

Orfeo, figura ambigua tra l’uomo e il dio, non ci ha lasciato solo poesie, ma la chiave per comprendere la “Legge della Natura”. È quella forza magica di attrazione e repulsione che tiene uniti i poli dell’universo, che guida il corso delle stelle e che genera, nel fragore del tuono e nel bagliore delle comete, la vita stessa.

Il magnete era il simbolo di questo potere. Plinio racconta di un pastore di nome Magnete che, sul monte Ida, scoprì la magnetite attaccata alla sua staffa. Ma per gli iniziati, il magnete era la “Pietra di Ercole”. Perché? Perché Ercole rappresenta il potere del produrre, la forma più alta di magnetismo.

Già nel I secolo, in Francia, si conoscevano le sue doti di bussola, ma il segreto era ben più profondo. Gli occultisti associavano il magnetismo alla bacchetta magica di Ermes, quella con cui il dio chiude o risveglia gli occhi dei mortali, alla bacchetta di suo figlio, Esculapio. Lo strumento con cui l’uomo diventa maestro della guarigione non è altro che un conduttore di questa forza invisibile.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle cronache antiche. Claudiano ci parla di templi dove le statue di Venere o di Marte (il guerriero che “ama il magnete”) rimanevano sospese nell’aria, fluttuando nel vuoto grazie a forze invisibili che i sacerdoti dell’Antico Egitto e di Samotracia dominavano con precisione chirurgica. Nelle ombre dei templi, scintille misteriose scoccavano da palle di bronzo sugli altari, fenomeni che oggi chiameremmo elettricità, ma che allora erano parte del sacro magnetismo.

Mentre i “profani” conoscevano solo le proprietà dell’ambra, i sacerdoti proteggevano il segreto della vibrazione universale. Secoli dopo, il grande alchimista Paracelso avrebbe ripreso queste verità: “L’uomo possiede qualcosa di magnetico in sé, senza cui non potrebbe esistere”. La guarigione, per Paracelso, non avveniva tramite sostanze, ma prendendo in prestito il potere dalle stelle. Sapeva che non è indifferente a quale polo un uomo si affida e che la malattia può essere scacciata solo posando il magnete nel suo centro di propagazione.

Siamo tutti legati al Sole e alle stelle da fili invisibili. Quello che accadeva nell’Abaton di Epidauro, tra il tocco dei serpenti e il sonno rituale, era forse un riallineamento magnetico dell’anima con il cosmo? E voi? Sentite mai quella forza che vi attrae o vi respinge verso certi luoghi o persone, senza una ragione logica? Siete pronti a riconoscere che siamo tutti magneti viventi, sospesi tra la terra e l’infinito?

Alice Tonini

3 risposte a “Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Eh la peppa, mica le sapevo tutte ste robe nascoste

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    1. Avatar Alice Tonini

      Visto? A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia! La scienza ufficiale spesso ci dà solo i titoli di coda, ma è nel “vuoto” e in quello che non dicono che si nascondono le storie più incredibili. Felice di averti fatto scoprire questi nuovi pezzi di puzzle! 😉

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Verissimo

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