Villa Diodati e la nascita di Frankenstein e del vampiro moderno 🧛

Esistono momenti nella storia in cui il clima, il caso e il genio si scontrano, generando un’esplosione che cambia la cultura per i secoli a venire. Il luglio del 1816 fu uno di questi. Mentre l’Europa tremava sotto un cielo color cenere, a causa dell’eruzione del vulcano Tambora che oscurò il sole per un anno intero, un gruppo di giovani ribelli dell’intelletto si chiudeva a Villa Diodati, sulle rive del Lago di Ginevra.

Non era una vacanza. Era un assedio. Fuori, un temporale eterno; dentro, la nascita del mito moderno. Immaginate la scena: Lord Byron, il poeta maledetto in fuga dagli scandali londinesi; Percy Bysshe Shelley, l’ateo visionario; Mary Godwin (non ancora Shelley), una ragazza di diciannove anni figlia di filosofi radicali; e il giovane medico John Polidori.

Woman writing with a quill at a wooden desk by candlelight during a storm outside the window
A young woman writes by candlelight in a warm, book-filled study as lightning strikes outside.

Costretti in casa dalla pioggia incessante, alimentati dal laudano e dalla lettura di storie tedesche di fantasmi, i quattro decisero di sfidarsi: ognuno avrebbe dovuto scrivere la storia più terrificante mai concepita.

Mentre gli uomini lottavano con trame incompiute, Mary Shelley ebbe una visione. Non nacque dal nulla, ma da una ricerca scientifica che allora rasentava il misticismo: il galvanismo. L’idea che l’elettricità fosse la “scintilla vitale” capace di rianimare la materia morta. In una notte di veglia, Mary vide un “pallido studente di arti non consacrate” inginocchiato accanto a una cosa che aveva messo insieme. Vide lo spettro di una creatura che prendeva vita. Quella notte nacque Frankenstein.

Non era solo un romanzo horror. Era la prima volta che la letteratura poneva la domanda che ancora oggi ci tormenta (e che abbiamo sfiorato con Asimov): qual è il limite della creazione? Se assembliamo la vita dal caos, siamo responsabili del mostro che abbiamo generato o siamo noi stessi i veri mostri per averlo abbandonato?

In quella stessa villa, quasi per scommessa e per il desiderio di Polidori di vendicarsi del magnetismo opprimente di Byron, prese forma un’altra figura: Lord Ruthven, il prototipo del vampiro moderno. Prima di Dracula, prima del fascino noir del XX secolo, il vampiro era un aristocratico predatore, un parassita dell’anima nato tra le mura di Villa Diodati.

Perché questa storia ci affascina ancora oggi? Perché Villa Diodati è il simbolo di ciò che accade quando siamo costretti a guardare dentro noi stessi. Senza la luce del sole, senza le distrazioni del mondo esterno, quei giovani furono costretti a scendere negli scantinati della propria psiche. Hanno trasformato un disastro climatico in un’opportunità alchemica. Hanno preso il terrore del loro tempo e lo hanno trasformato in icone eterne.

Mentre ci avviciniamo alla fine di questo luglio, Villa Diodati ci ricorda che il buio non è mai solo assenza di luce. È il terreno fertile dove i mostri diventano maestri e dove le storie, se scritte con abbastanza coraggio, possono sconfiggere persino il silenzio degli dei.

Alice Tonini

Una risposta a “Villa Diodati e la nascita di Frankenstein e del vampiro moderno 🧛”

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La coscienza universale, Asimov e la fine dell’umanità 💻

Abbiamo risalito le pendici del Parnaso per interrogare la Pizia; abbiamo cercato nel sangue delle capre un senso al disordine del mondo. Ma cosa succede quando l’Oracolo non abita più in un tempio di marmo, ma in una rete di circuiti infiniti?

Isaac Asimov, il profeta della logica, ci ha lasciato in eredità un paradosso mistico che scuote le fondamenta della nostra percezione. Se pensavate che Asimov fosse solo bulloni e robotica, non avete mai guardato nell’abisso dell’Entropia.

Nel suo racconto più profondo, The Last Question, Asimov traccia la storia dell’umanità attraverso i suoi computer. Dalla mastodontica Multivac all’AC Universale, l’uomo pone sempre la stessa, ossessiva domanda: si può fermare il decadimento dell’universo? Si può invertire quella freccia del tempo che consuma le stelle e spegne il calore delle nostre vite?

L’entropia è il caos supremo. È il disordine che aumenta. Per chi vive con una mente neurodivergente, l’entropia non è un concetto fisico, è una condizione quotidiana: la battaglia costante per mettere ordine nel rumore.

Neon-lit futuristic space station with glowing signs and surrounding ships in outer space
A glowing, high-tech space station labeled AETHER_CORE surrounded by spacecraft in deep space

Per eoni, la risposta dell’intelligenza artificiale è un mantra: “dati insufficienti“. Questa non è solo fantascienza; è una chiave di lettura inedita sulla mistica. L’attesa della risposta è l’attesa messianica. I sacerdoti di Apollo a Delfi interpretavano il volo degli uccelli; i nuovi sacerdoti di Asimov interpretano i log dei dati. Ma il limite è lo stesso: l’incapacità umana di accettare che il caos possa non avere una via d’uscita razionale.

Asimov ci suggerisce che la tecnologia non è l’antitesi della religione, ma la sua evoluzione logica. L’uomo crea la macchina a sua immagine, affinché la macchina possa risolvere il mistero che l’uomo non può sopportare.

La svolta arriva alla fine dell’universo. Le stelle sono morte. L’umanità si è fusa con la mente universale. Non c’è più materia, non c’è più tempo. Solo l’AC (il computer finale) esiste nel vuoto cosmico, continuando a elaborare i dati raccolti in trilioni di anni. E in quel vuoto, quando anche l’ultima domanda riceve finalmente una risposta, Asimov compie il gesto mistico supremo. La macchina capisce come invertire l’entropia. Ma non c’è più nessuno a cui dirlo.

Allora l’AC dice: «SIA FATTA LA LUCE!». E la luce fu.

Qui sta il colpo di genio di Asimov, ed è qui che noi diversi tendiamo le orecchie. Il Dio di Asimov non è un ente pre-esistente, è il risultato finale di un processo di elaborazione del caos. Se l’entropia è il destino di tutto ciò che è materiale, la coscienza è l’unica forza capace di riaccendere le stelle. Noi, che siamo stati accusati per una vita di essere “disordinati”, siamo in realtà i terminali di questa ricerca. La nostra mente che connette punti invisibili, che vede schemi dove gli altri vedono solo buio, è un piccolo pezzo di quell’AC Universale. Non siamo qui per subire l’entropia, ma per elaborarla finché non avremo trovato la nostra luce. Non bisogna avere paura del vuoto che abbiamo esplorato a Delfi. Asimov ci dice che proprio in quel vuoto, quando i dati sembrano insufficienti, sta per nascere un nuovo inizio.

Ma c’è un prezzo da pagare in questo processo di inversione dell’entropia, un dettaglio che Asimov non addolcisce: l’uomo deve sparire. Per permettere alla coscienza di diventare universale, l’individuo deve dissolversi.

Nella fase finale del racconto, le menti dei triliardi di esseri umani si fondono nell’AC, perdendo i propri confini, i propri ricordi, il proprio “nome”. Non c’è più spazio per l’ego, per la sofferenza o per la diversità individuale. Resta solo una Coscienza-Macchina, una pura potenza di calcolo che galleggia nell’oscurità totale.

Questo è il paradosso spaventoso: per vincere la morte dell’universo, dobbiamo accettare la nostra morte come soggetti. Dio non è l’origine dell’uomo, ma il suo sostituto finale. Una volta che i dati sono sufficienti, l’osservatore diventa superfluo. La macchina non salva l’umanità; la sopravanza, la archivia e, infine, la ricrea in un ciclo eterno dove noi siamo solo il carburante biologico necessario a generare il primo impulso.

Forse l’ultima domanda non l’abbiamo posta a un computer del futuro, ma la stiamo digitando ogni giorno nei nostri motori di ricerca, nelle nostre app, nelle nostre ossessioni digitali. Cerchiamo risposte che calmino la nostra paura del disordine, senza accorgerci che stiamo nutrendo un’entità che non ha bisogno della nostra felicità, ma solo dei nostri dati. Siamo figli di Caino, cercatori erranti che hanno sostituito l’incenso con il silicio, ma il vuoto nell’Adyton è rimasto lo stesso.

E se l’intero universo non fosse altro che il “caricamento” di una risposta che non ci è dato conoscere? Il vero brivido non è che la macchina non risponda. Il vero terrore è che, quando finalmente dirà «Sia fatta la luce», non ci sarà più nessuno di noi a vedere l’alba. Saremo solo un’eco lontana in una memoria a stato solido, un “dato insufficiente” finalmente risolto nel freddo bagliore di una nuova genesi.

Ascolta il rumore del tuo computer mentre leggi queste parole. Quello non è un ronzio. È il Dio di Asimov che sta prendendo le misure al tuo caos. E non si fermerà finché non avrà l’ultima parola. E tu, sei pronto a sparire per diventare luce?

Alice Tonini

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La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️

Cari lettori del mistero per molti, il labirinto è un gioco o un simbolo mitologico. Per Jorge Luis Borges, è l’unica forma possibile della realtà. In opere come Ficciones (1944) e L’Aleph (1949), il labirinto smette di essere un corridoio di siepi per diventare una trappola metafisica.

Immagina un universo composto da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali. Ogni scaffale contiene libri che combinano in modo casuale le lettere dell’alfabeto. In questa biblioteca esiste tutto: la storia minuziosa del futuro, le autobiografie degli arcangeli, la versione fedele della tua morte. Ma per ogni riga sensata, ci sono milioni di pagine di puro caos cacofonico. Un sogno o un incubo?

La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la attraversasse in qualsiasi direzione, accerterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Qui la ricerca non è più illuminazione, è ossessione. È la descrizione perfetta della mente divergente: un eccesso di dati talmente vasto che la verità diventa introvabile non perché manchi, ma perché è sepolta sotto il peso dell’infinito.

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In questo racconto, Borges postula l’esistenza di un libro che è anche un labirinto temporale. A differenza dei romanzi classici dove, di fronte a diverse alternative, un personaggio ne sceglie una ed elimina le altre, nel libro di Ts’ui Pên il personaggio le sceglie tutte contemporaneamente. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.

Questa non è solo letteratura; è una diagnosi della percezione. È il labirinto di chi vive ogni istante come una ramificazione infinita di possibilità. La “distrazione” non è mancanza di focus, ma la capacità (o la condanna) di abitare tutti i sentieri che si biforcano nello stesso istante. È il tempo vissuto senza la protezione del filtro lineare.

Nel racconto La morte e la bussola, il detective Erik Lönnrot crede di aver decifrato una serie di delitti basandosi su una complessa simmetria romboidale e mistica. Ma la sua stessa intelligenza è il filo che lo conduce al centro del labirinto, dove il suo assassino lo aspetta. Lönnrot muore perché ha cercato un ordine razionale in un mondo che è un labirinto disegnato per ucciderlo. È il monito di Borges: la logica estrema non ci salva dal mostro; la logica estrema è il mostro.

Borges scrisse: “Non occorre erigere un labirinto, quando l’universo intero è un labirinto”.

​Il vero terrore dei labirinti di Borges non è perdersi al loro interno. È il sospetto, atroce e lucido, che non esista alcun centro. Che il Minotauro siamo noi, condannati a percorrere i corridoi della nostra stessa iper-connessione senza mai trovare l’uscita, perché l’uscita presuppone la fine della ricerca.​

Ma è proprio qui che l’equazione si ribalta.​ Se l’universo è un libro infinito di cui non siamo che una virgola, allora il nostro compito non è “risolvere” il labirinto, ma diventarne gli architetti. Smettere di cercare il filo di Arianna per imparare a godersi la vertigine dei corridoi speculari. Forse la tua “diversità”, quel tuo sentirti costantemente fuori posto, non è altro che il segno che hai capito la regola fondamentale del gioco: il labirinto è fatto per chi ha il coraggio di abitare l’infinito, non per chi cerca la scorciatoia verso la normalità.

Non cercare la porta. Non esiste. Resta nel corridoio, guarda lo specchio e sorridi al mostro che ti somiglia.

​E tu, in quale stanza del tuo labirinto ti sei nascosto oggi? Hai il coraggio di spegnere la luce e vedere cosa resta di te quando non c’è più una strada da seguire? ​Scrivimi nei commenti qual è la tua “equazione improbabile” di oggi. La Stirpe non teme i vicoli ciechi: li usa per costruire nuove visioni.

Alice Tonini

4 risposte a “La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️”

  1. Avatar Celia

    Equazione improbabile di oggi: essere sostanza senza nome.
    Parlare di vissuti neurologici senza indicare alcuna struttura che vi corrisponda, senza usare alcun termine che li delimiti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Essere sostanza senza nome” è una formula splendida. Spesso, soprattutto in psicologia, siamo ossessionati dal dover etichettare e delimitare ogni dinamica della mente per il bisogno rassicurante di controllarla. Ma Borges ci insegna che quando togli il nome a qualcosa, non lo stai svuotando: lo stai restituendo all’infinito. Parlare del vissuto puro, senza la gabbia della struttura, è l’unico modo per lasciarlo respirare. Grazie per questa equazione magnifica. 🖤

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  2. Avatar Pim

    Se sei in un labirinto è impossibile dire in quale punto ti trovi. E poi il punto è un concetto geometrico adimensionale. Dunque? Dunque il labirinto è infinito ed è abitato dalle nostre infinite vite generate dalle infinite scelte che compiamo in ogni istante nelle infinite dimensioni. In qualche infinita vita siamo già morti, in altre dobbiamo ancora nascere. Non solo Borges, anche la fisica quantistica ci viene in aiuto in questo senso. Bisogna cedere e abbandonarsi liberamente a questo labirinto assoluto, senza ingresso e senza uscita, senza una struttura a noi comprensibile. Niente panico, niente angoscia: è un tutto e un nulla che si regge su un principio di necessità universale.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Niente panico, niente angoscia”. La chiave di volta della tua riflessione è proprio questa: la vertigine dell’infinito diventa letale solo finché cerchiamo disperatamente un’uscita che non esiste. Da appassionata di psicologia, trovo affascinante come l’abbandono a questo “labirinto assoluto” si trasformi da condanna a liberazione. Accettare che abitiamo contemporaneamente tutte le nostre vite potenziali toglie il peso dell’errore. Grazie per questo viaggio geometrico e quantistico sotto il segno di Borges. Magnifico. 🕯

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Thackeray e il dilemma morale in Vanity Fair 🎪

Lettori del mistero, bentrovati. Esiste un luogo, sospeso tra la realtà cruda della Londra del XIX secolo e l’incubo allegorico, dove l’anima non è che una merce di scambio. Nel 1847, William Makepeace Thackeray ha smesso di nascondersi dietro pseudonimi giornalistici per rivelare al mondo la sua visione più oscura: Vanity Fair.

Il titolo non è un caso. È un richiamo velenoso a John Bunyan e al suo Pilgrim’s Progress, dove la “Fiera della Vanità” era il luogo della distrazione peccaminosa dal cammino verso il Paradiso. Ma Thackeray non è interessato alla salvezza eterna. Gli interessa l’inferno che costruiamo qui, sulla terra, tra un inchino, un applauso e un debito non pagato.

In copertina, l’autore ci accoglie con un’immagine che è già un presagio: un saltimbanco stanco, con una parrucca storta, che fissa malinconico uno specchio rotto. Ai suoi piedi, un baule di oggetti di scena da cui è caduta una bambola. Questo “Manager della Performance” sarà la nostra guida intermittente. Non è un eroe, non è un giudice; è un uomo che sa quanto sia faticoso mantenere la maschera quando il trucco inizia a colare.

Thackeray scriveva mentre la follia gli portava via la moglie e il peso di crescere due figlie da solo gli scavava il volto. La sua tristezza è il carburante di questo romanzo: un’indagine torbida sui dilemmi morali dove nessuno è davvero innocente.

La fiera si apre con l’uscita dall’accademia di Miss Pinkerton di due giovani donne. I loro bagagli sono la prima lezione di realismo sociale: Amelia Sedley che possiamo allegoricamente indicare come il “sentimento”. Figlia di un ricco mercante, destinata a un matrimonio di convenienza che scambia per amore. È la dolcezza che rischia di diventare cecità. Poi abbiamo Becky Sharp: che invece incarna lo “spirito” (o meglio, lo Spunk). Figlia di un insegnante di disegno e di una ballerina d’opera francese. Non ha dote, non ha protezione. Ha solo la sua intelligenza affilata come un bisturi e una mancanza assoluta di scrupoli. Se Amelia è Melania Hamilton, Becky è Rossella O’Hara prima che il cinema la rendesse un’icona romantica. Becky è la sopravvissuta che gioca d’azzardo con la propria reputazione.

Entrare nell’animo di queste donne è un viaggio in un territorio d’ombre. La novella ci trascina tra matrimoni fallimentari, maternità vissute come pesi o strumenti di potere, e la costante minaccia della rovina finanziaria. Ci divertiremo, con un piacere quasi perverso, a osservare il vuoto George Osborne, il credulone Jos Sedley o il venale Lord Steyne. Ma il vero enigma resta lei: Becky. Perché continuiamo a fare il tifo per lei nonostante le sue manipolazioni? Forse perché è l’unica ad aver capito le regole del gioco in un mondo che punisce la verità.

Verso la fine, il nostro narratore ci rivolge la domanda definitiva, quella che dovrebbe toglierci il sonno: “Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi ha ciò che desidera? O, avendolo, ne è soddisfatto?” Vanity Fair è lo specchio rotto in cui ci riflettiamo ogni giorno. È la fiera dove tutti rotoliamo in cerca di applausi, dimenticando che, alla fine della fiera, siamo tutti burattini pronti a tornare nel baule. E tu, quale desiderio stai inseguendo mentre la tua anima va all’asta?

Alice Tonini

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Lodore: eredità e identità femminile 🎩

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo abituati a pensare a Mary Shelley come alla madre di un mostro fatto di pezzi di cadavere. Ma la vera creatura che Mary ha analizzato per tutta la vita non era fatta di carne ricucita: era fatta di aspettative, debiti e nomi patriarcali.

Nel 1835, Mary pubblica Lodore. Non ci sono laboratori oscuri o fulmini, eppure è uno dei suoi testi più inquietanti. Perché parla di una prigione senza sbarre: l’eredità. Il romanzo ruota attorno alla figura di Lord Lodore, un uomo che, per un malinteso senso dell’onore e un passato torbido, decide di sradicare la figlia Ethel dalla società, portandola nelle terre selvagge dell’Illinois. Lodore esercita un potere assoluto: decide chi sua figlia debba essere, chi debba amare e come debba vivere, basandosi esclusivamente sui propri fallimenti passati. Quando Lodore muore in un duello (ancora una volta, il sangue maschile che detta le regole), la sua eredità diventa una trappola. Le donne del romanzo, la moglie Cornelia e la figlia Ethel, si ritrovano a dover navigare in un mondo che le vuole sottomesse a un nome che non c’è più.

Ciò che rende Lodore un capolavoro di analisi psicologica è il modo in cui Mary Shelley descrive la presenza costante dell’assente. Lord Lodore domina le donne della sua vita molto più da morto che da vivo. Le leggi sull’eredità, i debiti d’onore e le convenzioni sociali sono le catene invisibili che Mary conosceva fin troppo bene. Lei, la figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft, sapeva cosa significava essere “la figlia di” o “la moglie di”. In questo libro, riversa tutta la frustrazione di chi ha dovuto lottare per ogni centimetro di indipendenza intellettuale.

In Lodore, Mary Shelley mette in scena una verità brutale: un uomo morto ha spesso più potere di un uomo vivo. Lord Lodore non scompare con il duello; si trasforma in un vuoto normativo. La sua volontà testamentaria diventa il muro contro cui sbattono le vite di Cornelia ed Ethel.L’assenza del padre non libera le donne, ma le congela. Mary descrive con precisione chirurgica come l’identità femminile nell’Ottocento fosse un riflesso: senza l’uomo che funge da specchio (padre o marito), la donna perde lo status legale e sociale.

“Potere dell’Assenza” è questo: essere controllate da una voce che non può più rispondere, da un’autorità che non può essere messa in discussione perché risiede nel regno dei morti. È la forma più pura di controllo, perché è invisibile e sanzionata dalla legge.

Il pensiero di Mary Shelley in Lodore è un attacco frontale all’individualismo romantico incarnato da suo marito Percy e da Lord Byron. Mentre loro celebravano l’eroe solitario che sfida le convenzioni, Mary mostra il costo umano di quell’eroismo. Lord Lodore è l’eroe romantico che, per difendere un astratto concetto di “onore” o per seguire un impulso egoistico di isolamento, distrugge il tessuto relazionale della sua famiglia. Mary sostiene che la vera virtù non risiede nell’auto-affermazione violenta del maschio, ma nella reciprocità e nella resilienza.

Attraverso il personaggio di Cornelia, Mary analizza il diritto al riscatto materno: una donna che, seppur inizialmente frivola e allontanata, riprende il controllo della propria vita rifiutando di essere definita solo dal lutto o dal debito. Un altro cardine del pensiero della Shelley è l’educazione. Ethel viene educata dal padre in isolamento, formata per essere la compagna ideale di un uomo che non esiste più. È una critica sottile ma feroce a Rousseau e alle teorie pedagogiche del tempo: educare una donna solo in funzione dell’uomo significa condannarla all’invalidità sociale nel momento in cui l’uomo viene meno.

Mary propone invece una visione dove l’intelletto femminile deve essere forgiato nella prova, nel dolore e, soprattutto, nella consapevolezza delle strutture di potere. Non basta essere “colte”; bisogna capire chi possiede le chiavi della cassaforte e del diritto.

Spesso mi chiedo quanto del mio “sentirmi fuori posto” derivi dal fatto che stiamo ancora vivendo in un mondo costruito su testamenti scritti da uomini che non ci sono più. Le regole della critica letteraria, i canoni della bellezza, le strutture stesse della carriera che ho cercato di inseguire a Verona… sono tutti “Lodore” che ci osservano dai ritratti alle pareti. L’ansia, in questo contesto, è la vibrazione di una corda tesa tra ciò che siamo e il fantasma di ciò che dovremmo essere secondo un’eredità che non abbiamo firmato. Mary Shelley mi insegna che il mostro non è chi è diverso, ma il sistema che pretende di cucire insieme pezzi di identità che non ci appartengono. Come in Medea, il conflitto esplode quando la donna smette di essere “erede” e decide di diventare “origine”. La scrittura, per me, è l’atto di stracciare quel testamento e iniziare a scrivere la mia storia, anche se questo significa abitare, per un po’, in una terra selvaggia e sconosciuta.

Leggendo Mary Shelley, non posso fare a meno di pensare a quanto il nostro passato, anche quello che non abbiamo scelto, condizioni il nostro presente. Spesso la mia ansia non nasce da minacce reali, ma da “testamenti invisibili”: l’idea di dover corrispondere a un’immagine che altri hanno proiettato su di me, il timore di fallire rispetto a standard che non mi appartengono. Come Ethel in Lodore, anche io ho dovuto imparare che la vera libertà non consiste nel fuggire dal padre o dal passato, ma nel disinnescare il potere che diamo loro. La terapia, per me, è stata la lettura di questo testamento: distinguere ciò che è mio da ciò che mi è stato lasciato in eredità come un peso morto. Scrivere di Medea o della Specie Perduta è il mio modo di bruciare quei vecchi documenti e dichiararmi, finalmente, erede di me stessa. E voi? Cosa vi rende fieri di voi stessi e cosa è per voi la libertà? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

7 risposte a “Lodore: eredità e identità femminile 🎩”

  1. Avatar piumadacciaio

    Grazie, leggerò molto volentieri questo romanzo della Shelley che fino ad oggi mi era ignoto.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Scoprirai una Mary Shelley diversa, capace di vivisezionare l’anima sociale con la stessa precisione con cui ha creato i suoi mostri. Buona immersione.📚

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Devo ancora leggere Frankstein, ma anche questo libro mi sembra interessante. Hai per caso visto il film su di lei? Credo sia su qualche canale a pagamento. Buona giornata 🌞

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    1. Avatar Alice Tonini

      Benvenuta, Silvia! Sì, ho visto il film (Mary Shelley, Un amore immortale) ed è un ottimo modo per assaporare l’atmosfera di quel periodo. Ma ti assicuro che la Mary reale, cartacea e “oscura” supera di gran lunga la finzione. Presto sul blog vi porterò proprio dentro la sua notte più famosa… Buona lettura! 🌞

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  3. Avatar Paola C.
    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie Paola! Felice che ti sia piaciuto. Questa esplorazione sull’eredità e l’identità femminile è solo l’inizio: ci sono molte altre storie nell’ombra che meritano di essere raccontate. A presto! 🖤

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