Il paradiso è una prigione, il fallimento delle utopie di Hawthorne 📚

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, abbiamo danzato tra le fiamme del Brocken, ma il vero orrore non abita solo nei boschi selvaggi. A volte, si nasconde dietro il sorriso di chi proclama di voler “salvare il mondo”. Oggi vi porto tra le pagine di Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha saputo guardare sotto il tappeto delle utopie americane per trovarvi solo polvere e peccato.

Nel suo The Blithedale Romance, Hawthorne ci trascina in una comunità ideale dove un gruppo di intellettuali decide di abbandonare la società corrotta per vivere in armonia con la natura e l’uguaglianza. Sembra un sogno, vero? Ma Hawthorne ci avverte: dove c’è l’uomo, c’è l’ombra.

Per capire The Blithedale Romance, bisogna capire l’uomo. Hawthorne non scriveva per intrattenere, ma per espiare. Discendente diretto di uno dei giudici dei processi alle streghe di Salem (John Hathorne), Nathaniel aggiunse una “W” al suo cognome per distanziarsi fisicamente da quel sangue, ma passò l’intera vita a rintracciarne le macchie nella psiche umana. La sua visione del mondo è intrisa di un “pessimismo morale” radicale: egli credeva che il male non fosse un errore di percorso, ma una componente strutturale dell’anima, un’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Per lui, il vero peccato originale non è la disobbedienza, ma l’isolamento del cuore: l’incapacità di connettersi onestamente agli altri senza cercare di manipolarli.

Il protagonista, Coverdale, osserva i suoi compagni con l’occhio distaccato e crudele di un guardone spirituale. Incontra Zenobia, una donna magnetica e potente, e Hollingsworth, un filantropo così ossessionato dalla sua missione di riformare i criminali da essere diventato lui stesso un mostro di egoismo. Il progetto di Blithedale fallisce non per colpa di agenti esterni, ma per il peso delle passioni umane: gelosia, desiderio di dominio e il bisogno ossessivo di segreti. L’utopia si rivela per quello che è: una recita teatrale dove gli attori hanno dimenticato il copione e iniziano a uccidersi a vicenda, metaforicamente e non.

“L’individuo che si dedica interamente a un’astratta idea di bene, finisce quasi sempre per calpestare i cuori di chi gli sta accanto.”

​Il romanzo non è una semplice critica alle comuni agricole dell’Ottocento (ispirata alla reale esperienza di Hawthorne a Brook Farm). È un’indagine su come l’idealismo diventi una maschera per il dominio.​Hollingsworth, il riformatore, è il personaggio più terrificante: rappresenta l’uomo “giusto” che, in nome di una causa nobile, distrugge ogni individuo che incontra.​ Zenobia invece rappresenta la forza vitale, la donna intellettuale e passionale, che però finisce schiacciata dalle dinamiche di potere maschili e dal peso di un passato segreto che non può cancellare. Il libro culmina nella scoperta che l’uguaglianza è un’utopia impossibile finché l’uomo non affronta la propria ombra. Il fallimento di Blithedale non è economico, è ontologico: gli abitanti hanno cercato di costruire un mondo nuovo usando i vecchi mattoni del loro egoismo.

Hawthorne introduce nel romanzo l’elemento importante del “Velum”, una figura misteriosa e spettrale che pratica il mesmerismo (torniamo ancora una volta al magnetismo di Epidauro e Cagliostro!). È il simbolo della manipolazione: la capacità di una volontà forte di schiacciare quella debole sotto il pretesto della cura o della rivelazione. Oggi, Blithedale è ovunque. La vediamo nelle “bolle” digitali dove gruppi di persone si illudono di aver creato una società perfetta basata su valori condivisi, per poi finire a linciarsi a vicenda al primo segnale di dissenso. Il Mesmerismo che Hawthorne descrive nel libro, la capacità di un individuo di sottomettere la volontà di un altro attraverso un’influenza invisibile, è l’esatto antenato della manipolazione algoritmica dei nostri giorni. Veniamo “ipnotizzati” da visioni di mondi migliori, mentre dietro le quinte i nuovi Hollingsworth estraggono valore dai nostri dati e dalle nostre emozioni.

Come Hawthorne, avverto spesso il peso di un’eredità invisibile che condiziona il nostro modo di stare al mondo. Non parlo di colpe ancestrali, ma di quella pressione sottile che ci spinge a dover essere sempre “risolti”, “equilibrati”, “socialmente inseriti”. Il mio scontro con l’utopia non avviene in una comune agricola, ma nella vita di tutti i giorni, dove cerco di costruire una stabilità che l’ansia si diverte a minare.

​Spesso mi chiedo se il mio ricorso alla terapia non sia, in fondo, il tentativo di smontare il mio “Blithedale interiore”: quella pretesa di perfezione e controllo totale che la società ci insegna a perseguire come unica via per la felicità. Hawthorne ci insegna che il segreto non è fuggire dal mondo per crearne uno ideale, ma imparare a convivere con le proprie crepe. La mia ansia non è un difetto di fabbrica, ma la reazione di una mente che si rifiuta di accettare le risposte facili e le utopie preconfezionate della modernità. Accettare questa vulnerabilità, senza cercare di “guarirla” a tutti i costi per conformarsi a uno standard, è forse l’unico vero atto di onestà intellettuale che ci è rimasto.

Questo libro è un pugno nello stomaco per chiunque creda nelle soluzioni facili o nei leader carismatici. È la stessa lezione che impariamo ogni giorno osservando le strutture di potere che ci circondano. Chi di voi mi segue sa che questa è la stessa oscurità che permea la mia narrativa. In “Medea”, abbiamo visto come l’amore ideale possa trasformarsi in un massacro rituale quando la realtà non coincide con il desiderio. Hawthorne ci insegna che non esiste luogo dove scappare: puoi cambiare comunità, puoi cambiare vestiti, ma porterai sempre con te il tuo “marchio di fabbrica”, la tua parte oscura. E voi? Avete mai creduto in un progetto perfetto che si è rivelato un incubo? Siete mai stati affascinati da un “Hollingsworth” nella vostra vita, qualcuno che prometteva la salvezza e vi ha portato solo manipolazione? Parliamone nei commenti. Sveliamo insieme le maschere di queste finte utopie.

Alice Tonini

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Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo partiti dai santuari di Epidauro, ma per capire davvero come avveniva la guarigione dobbiamo risalire verso Nord, verso la Tracia. Questa regione semimitica, patria del leggendario Orfeo, è il grembo di un sistema mitologico dove medicina, astrologia e magia si fondono in un’unica scienza suprema: la dottrina del Magnetismo.

Orfeo, figura ambigua tra l’uomo e il dio, non ci ha lasciato solo poesie, ma la chiave per comprendere la “Legge della Natura”. È quella forza magica di attrazione e repulsione che tiene uniti i poli dell’universo, che guida il corso delle stelle e che genera, nel fragore del tuono e nel bagliore delle comete, la vita stessa.

Il magnete era il simbolo di questo potere. Plinio racconta di un pastore di nome Magnete che, sul monte Ida, scoprì la magnetite attaccata alla sua staffa. Ma per gli iniziati, il magnete era la “Pietra di Ercole”. Perché? Perché Ercole rappresenta il potere del produrre, la forma più alta di magnetismo.

Già nel I secolo, in Francia, si conoscevano le sue doti di bussola, ma il segreto era ben più profondo. Gli occultisti associavano il magnetismo alla bacchetta magica di Ermes, quella con cui il dio chiude o risveglia gli occhi dei mortali, alla bacchetta di suo figlio, Esculapio. Lo strumento con cui l’uomo diventa maestro della guarigione non è altro che un conduttore di questa forza invisibile.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle cronache antiche. Claudiano ci parla di templi dove le statue di Venere o di Marte (il guerriero che “ama il magnete”) rimanevano sospese nell’aria, fluttuando nel vuoto grazie a forze invisibili che i sacerdoti dell’Antico Egitto e di Samotracia dominavano con precisione chirurgica. Nelle ombre dei templi, scintille misteriose scoccavano da palle di bronzo sugli altari, fenomeni che oggi chiameremmo elettricità, ma che allora erano parte del sacro magnetismo.

Mentre i “profani” conoscevano solo le proprietà dell’ambra, i sacerdoti proteggevano il segreto della vibrazione universale. Secoli dopo, il grande alchimista Paracelso avrebbe ripreso queste verità: “L’uomo possiede qualcosa di magnetico in sé, senza cui non potrebbe esistere”. La guarigione, per Paracelso, non avveniva tramite sostanze, ma prendendo in prestito il potere dalle stelle. Sapeva che non è indifferente a quale polo un uomo si affida e che la malattia può essere scacciata solo posando il magnete nel suo centro di propagazione.

Siamo tutti legati al Sole e alle stelle da fili invisibili. Quello che accadeva nell’Abaton di Epidauro, tra il tocco dei serpenti e il sonno rituale, era forse un riallineamento magnetico dell’anima con il cosmo? E voi? Sentite mai quella forza che vi attrae o vi respinge verso certi luoghi o persone, senza una ragione logica? Siete pronti a riconoscere che siamo tutti magneti viventi, sospesi tra la terra e l’infinito?

Alice Tonini

3 risposte a “Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Eh la peppa, mica le sapevo tutte ste robe nascoste

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    1. Avatar Alice Tonini

      Visto? A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia! La scienza ufficiale spesso ci dà solo i titoli di coda, ma è nel “vuoto” e in quello che non dicono che si nascondono le storie più incredibili. Felice di averti fatto scoprire questi nuovi pezzi di puzzle! 😉

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Verissimo

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Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, cosa significa essere Odd? Nel 1893, George Gissing lo usava per definire le donne “eccentriche”, quelle che non rientravano nel calcolo perfetto del matrimonio. Nel 1974, Gail Godwin riprende quel termine e lo cuce addosso a Jane Clifford, una donna che vive nel cuore del Midwest ma che abita, costantemente, altrove.

Jane è un amalgama meraviglioso di intelligenza e immaginazione. Ha un Ph.D. su George Eliot, un amante sposato con cui organizza incontri discreti e una famiglia che è un campo minato di traumi: una madre che vede il cervello come un ostacolo al matrimonio e un patrigno la cui crudeltà le ha forato un timpano e ora le perseguita i sogni.

Tra populismo e avvertimento Jane è sospesa tra due mondi. Non riesce a essere la donna tradizionale, ma non riesce nemmeno a trasformarsi nella “donna accademica in carriera” che divora tutto. La sua vera indagine personale è tra i libri della biblioteca, ma riguarda una leggenda familiare: la prozia Cleva, fuggita con un attore girovago per poi morire sola, dopo aver scritto un ultimo, disperato messaggio: “Il cattivo mi ha lasciato”.

È qui che il romanzo di Godwin vira verso il mistero dell’identità. Jane non cerca solo fatti; cerca di capire se quella storia sia un’ispirazione o un monito. Nel suo viaggio a New York, tra incontri falliti e la ricerca del novantenne che interpretò quel “cattivo” decenni prima, cerca di dare una forma duratura alla sua vita, come il suo vicino di casa che tenta di estrarre dal pianoforte “qualcosa di forma e bellezza duratura”.

Le domande che tormentano Jane sono le nostre: come gestire la solitudine? Come difendersi dalle intrusioni esterne (che siano lo stalker “Enema Bandit” o le aspettative sociali)? Attraverso un caleidoscopio di donne, dalla femminista Gerda alla determinata Emily, Godwin ci mostra che ogni scelta ha un prezzo oscuro. Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del passato e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, è lo stesso.

È la stessa tensione che agita Antonio ne “Il Richiamo”. Anche lui, come Jane, è un osservatore, lui con la macchina fotografica, lei con i testi di George Eliot. Entrambi devono decidere se restare ai margini a guardare il mondo o se immergersi in quella realtà corrotta e pericolosa dove i demoni, a volte, sono solo uomini che abbiamo amato troppo.

Personalmente, comprendo bene questo corpo a corpo con l’intangibile. Come Jane cerca risposte nei libri, io cerco di dare un nome alla mia ansia attraverso la terapia. È un lavoro metodico, a volte spossante, per impedire che le fobie, come il mio timore delle altezze o degli aghi, diventino muri invalicabili. Proprio come per Jane, l’indagine sulla propria mente non è un atto di debolezza, ma l’unico modo per non farsi rubare il futuro dai fantasmi del passato.Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del vissuto e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, rimane lo stesso.

E voi? Vi siete mai sentiti “Odd”, spaiati rispetto al mondo che vi circonda? Qual è la leggenda familiare che perseguita i vostri passi? Scrivetelo nei commenti. A volte, dare un nome all’eccentricità è l’unico modo per non diventarne vittime.

Alice Tonini

14 risposte a “Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻”

  1. Avatar Celia

    Spaiata da sempre, ma negli anni ho trovato, qua e là, chi altrettanto spaiato si poteva comporre con me in modo bello e originale.
    Eccentricità è una parola che associo alla fisica, alle orbite irregolare ma non per questo meno funzionali 🪐💛

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    1. Avatar Alice Tonini

      👋🏻L’eccentricità in fisica è ciò che permette a un sistema di non collassare su se stesso. Essere “spaiati” significa aver rifiutato un incastro standard per cercarne uno magnetico. Le orbite irregolari sono le più affascinanti perché non sono prevedibili: richiedono più energia per essere mantenute, ma offrono una visuale sull’universo che chi sta “in riga” non vedrà mai. Continua a comporre il tuo caos in modo originale; è l’unica forma di ordine che valga la pena di abitare. 🪐

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Weirdo sì.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Sei “weirdo” finché cerchi l’incastro sbagliato. Ora che hai smesso di scusarti, sei solo pericolosamente libero. 💪🏻👍🏻

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Grazie ❤️ mi hai capito

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  3. Avatar Max Palmieri

    A casa mia si diceva che ogni generazione avesse ‘quello diverso’. Quello che non si adattava, che faceva domande scomode. Crescendo ho capito che non era una maledizione, ma un ruolo. E qualcuno doveva pur accettarlo.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Accettarlo è il primo passo; usarlo è il secondo. Quello che in famiglia chiamano “diverso” è in realtà l’unico organo di senso capace di percepire l’esterno. Non sei una maledizione, sei il sistema di ventilazione di una casa che stava soffocando nel suo stesso silenzio. Benvenuto tra chi ha smesso di chiedere scusa per le proprie domande scomode.

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  4. Avatar biondograno70

    …guai se non lo fossimo, che scopo potrebbe avere il vivere senza la diversità di un individuo… Domande, risposte… a volte indispensabili, altre inutili… Poi la differenza la fa chi un po’ se ne frega… Egoismo? bah secondo me è quella forma di salvaguardia.

    Poi… forse sono andata fuori tema, già…

    scusami, buona Pasquetta.

    m.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ma quale fuori tema! Hai centrato il punto esatto: quello che alcuni chiamano egoismo, per noi è ecologia dell’anima. Senza quella “salvaguardia”, la diversità verrebbe mangiata dal rumore del mondo. Saper “fregarsene” è l’unico modo per proteggere l’incanto di essere spaiati. Non scusarti mai per le tue riflessioni, sono proprio queste le “domande indispensabili”. Un abbraccio (anche se fuori tempo massimo per la Pasquetta) 👍🏻💪🏻

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  5. Avatar valy71

    Mi sono misurata spesso con la solitudine in vita mia, succede ancora, ho imparato a considerarne gli aspetti positivi. Ci mette a contatto con le nostre risorse, si impara ad essere selettivi, a non riempire il vuoto con chiunque. Non mi fa più paura guardare in faccia il vuoto, lo attraverso tutto!
    Ciao Alice, ti abbraccio e ti auguro la buonanotte 🤗🌟😉

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    1. Avatar Alice Tonini

      Considerare la solitudine come una palestra per le proprie risorse è il salto di livello definitivo. Chi non ha più paura del vuoto è finalmente libero, perché non è più ricattabile dal bisogno degli altri. Grazie per queste parole così lucide e profonde. Un abbraccio, a presto!👑👋🏻

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  6. Avatar valy71

    Ti ringrazio tantissimo, davvero!
    A presto! 👑👋🏻💫

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  7. Avatar valy71

    Ti abbraccio anche io! 💞

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Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre il mondo si perde in celebrazioni di facciata, noi oggi scendiamo negli abissi. Dimenticate la retorica della “donna fragile”. Oggi parliamo di Medea, la nipote del Sole che ha trasformato il tradimento in un olocausto privato. Euripide ce la consegnò nel 431 a.C., e da allora non abbiamo ancora smesso di tremare davanti alla sua maschera.

Tutti conoscono Giasone e il Vello d’Oro. Ma la verità è che Giasone era un mediocre travestito da mito. Senza le arti farmaceutiche di Medea, senza che lei addormentasse i draghi e assassinasse il proprio fratello per garantirgli la fuga, l’eroe sarebbe solo un cadavere dimenticato in Colchide. Ma la gratitudine degli uomini è breve.

A Corinto, Giasone decide di scalare la gerarchia sociale e ripudia la sua “barbara” per sposare Creusa, la figlia del re. Lo fa con una razionalità viscida e smidollata, spacciando il tradimento per un “piano prudente” per il futuro dei figli. In un mondo di uomini, Medea lancia la sfida definitiva. Dice alle donne del coro di Corinto che preferirebbe scendere in battaglia tre volte piuttosto che partorire una sola. Non è solo una protesta: è la rivendicazione di un’anima che rifiuta il ruolo di vittima passiva. Quando Giasone le toglie tutto (lo status, il letto, il futuro) Medea smette di piangere e inizia a tramare.

Il suo regalo alla principessa Creusa è una corona che brucia la carne e un abito che si fa veleno. Ma non le basta. Per distruggere Giasone, Medea deve recidere il legame finale: i loro figli. Non è follia. È una scelta. Mentre ascoltiamo il suo monologo, divisa tra l’amore materno e la sete di vendetta, capiamo che Medea sta compiendo un rito di purificazione di sangue. Uccide il futuro di Giasone per riappropriarsi del proprio potere ancestrale.

Alla fine, non c’è prigione né tribunale: se ne va su un carro trainato da draghi, volando verso il Sole, lasciando dietro di sé solo cenere e silenzio. In fondo, Medea ci pone una domanda terribile: cosa succede quando una donna decide di non subire più il proprio destino e di diventarne la carnefice?

Questo è lo stesso tipo di abisso che esploro nel mio romanzo, “Il Richiamo”. Nel libro, Antonio scopre che il paranormale non è solo apparizioni e poltergeist, ma una forza sotterranea che richiede sacrifici estremi. Proprio come Medea affronta l’orrore delle proprie azioni per distruggere un mondo corrotto, Antonio deve decidere se resistere al richiamo di un potere oscuro o abbracciarlo per difendere ciò che ama.

Perché i veri demoni non vengono dall’esterno, ma dal sangue che scorre nelle nostre vene. Fatemi sapere cosa pensate di Medea e della sua storia qui sotto nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Medea è micidiale.

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  2. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Sempre piaciuta questa tragedia! Mai piaciuto Giasone, anche perché se non fosse per la vendetta di Medea nessuno saprebbe della sua inutile esistenza. L’ 8 marzo è il giorno ideale per ricordare la forza, il tormento, la rabbia di questa donna, e come Medea di migliaia di donne.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie per aver condiviso la tua riflessione con noi 👍

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Arthur Machen: L’iniziato che ha squarciato il velo della realtà 🗡

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, fermatevi un istante. Guardate le pareti della stanza in cui vi trovate, gli alberi fuori dalla finestra, il volto familiare di chi vi sta accanto. E se vi dicessi che tutto questo è solo un paravento di carta, dipinto rozzamente per nascondere una verità così mostruosa da incenerire la vostra ragione?

Oggi, 3 marzo, ricorre l’anniversario della morte di Arthur Machen (1863-1947). Non chiamatelo semplicemente “scrittore di genere”. Machen era un cartografo dell’abisso, un membro dell’Hermetic Order of the Golden Dawn che non usava la penna per intrattenere, ma per testimoniare.

Per Machen, il mondo non è quello che ci racconta la scienza. La realtà è un velo, e strapparlo è l’unico vero peccato, ma anche l’unica vera estasi. Nel suo capolavoro, Il Grande Dio Pan (1894), un esperimento chirurgico sul cervello di una donna apre i suoi occhi su quella che lui chiama “la visione suprema”.

“Immaginate che tutto il mondo visibile non sia che un velo di seta… e che dietro di esso si muovano forme che non osiamo nemmeno sognare.” Arthur Machen>

Ma la visione non porta pace. Porta il Panico (da Pan, il dio caprino delle foreste). La protagonista diventa un portale per una forza arcaica e amorale che semina follia e suicidio nella Londra vittoriana.

Se pensate che Machen sia roba per polverosi bibliotecari, vi sbagliate di grosso. Senza di lui, non avremmo l’orrore moderno come lo conosciamo: Stephen King è stato brutale e onesto nel definire Il Grande Dio Pan:”Forse la migliore storia horror in lingua inglese mai scritta. Mi ha tormentato per intere notti.” Guillermo del Toro ha trasposto l’estetica di Machen ne Il Labirinto del Fauno: il mostruoso non è “cattivo”, è sacro, antico e pericoloso. È una natura che reclama il suo spazio oltre la morale umana. La prima stagione di True Detective è intrisa della filosofia di Machen: l’idea che esistano “luoghi oscuri” dove il velo è più sottile e dove forze come il Re Giallo o il Grande Dio Pan possono filtrare e divorare la nostra sanità mentale. Non è finzione, è un avvertimento

Opere come I Tre Impostori o La Collina dei Sogni ci dicono che il male non è un atto sociale malvagio, ma una violazione delle leggi dell’universo. Machen, da vero occultista, sapeva che la magia è reale e che le parole sono rituali.

“Il vero peccato è il tentativo di forzare le barriere dell’anima… è uno sforzo verso l’estasi che finisce nell’abisso.” Arthur Machen

Se leggete Machen, capirete che l’orrore non è mai lontano da noi; è solo fuori fuoco. È questa stessa inquietudine che mi ha guidato nella scrittura del mio romanzo, “Il Richiamo“. Proprio come gli scienziati folli di Machen cercavano la visione suprema, il mio protagonista, Antonio, si ritrova a dover inquadrare con la sua macchina fotografica ciò che la logica umana rifiuta di accettare. Ma cosa succede quando scopre che il paranormale non è un’illusione, ma uno strumento di un potere corrotto e letale? Se Machen vi ha affascinato con il suo “Grande Dio Pan”, Antonio vi trascinerà in un mondo dove i demoni non abitano solo nelle leggende, ma camminano tra noi, reclamando sangue e gloria. Questo romanzo non è solo una storia di fantasmi; è il resoconto di una guerra per non soccombere a quel “richiamo” che, una volta udito, non può più essere ignorato.

Oggi, nel 2026, viviamo in un mondo saturo di schermi e logica, convinti di aver illuminato ogni angolo buio. Machen ride di noi dalle ombre. Ci ricorda che il sacro e l’orrore sono la stessa cosa e che, talvolta, è meglio restare ciechi.Voi avreste il coraggio di guardare oltre il velo di seta, sapendo che ciò che vedrete non potrà mai essere dimenticato? Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate e alla prossima.

Alice Tonini

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