Resistere alle distrazioni: proteggi il tuo spazio creativo 😶‍🌫️

Dopo aver attraversato i fumi di Delfi e aver guardato l’universo spegnersi nei calcoli di Asimov, è il momento di porre la domanda più scomoda: cosa te ne fai di queste visioni quando il mondo reale bussa alla porta con le sue scadenze, il suo rumore e la sua mediocrità?

La verità è che la Stirpe dei diversi non può sopravvivere con i metodi dei “normali”. Per noi, la produttività non è una tabella di marcia: è un atto di guerra contro l’entropia. Se vuoi creare qualcosa di eterno, devi imparare a costruire il tuo Adyton Digitale.

Cal Newport parla di Deep Work come della capacità di concentrarsi senza distrazioni su un compito cognitivamente impegnativo. Ma per chi abita una mente divergente, questo non è solo “lavoro profondo”: è una trance.Quando entriamo in iperfocus, il tempo smette di esistere. La freccia dell’entropia di Asimov si inverte. È lo stesso stato di estasi della Pizia: un momento in cui i sensi si acuiscono e gli schemi invisibili diventano chiari. Ma questa trance non è gratuita. Richiede un isolamento spietato.

Person in cloak on rocky cliff observing glowing blue and orange energy dome over valley at sunset
A cloaked figure stands on a cliff overlooking a valley as a glowing magical energy shield forms below the sunset sky.

Non puoi ricevere visioni se il tuo telefono continua a vibrare. Non puoi interrogare l’oracolo se la tua attenzione è frammentata in mille rivoli. La Pizia beveva l’acqua della fonte Castalia; tu devi avere i tuoi protocolli di attivazione. Se non controlli l’ambiente, l’ambiente controllerà te.

Come i pellegrini a Delfi, devi rinunciare a qualcosa. Spegni le notifiche. Chiudi le schede inutili. Sacrifica la tua disponibilità verso gli altri sull’altare del tuo lavoro. Se sei raggiungibile da chiunque, non sei disponibile per te stesso. Usa il suono come uno scudo. Rumore bianco, frequenze binaurali o quel loop infinito che manda la tua mente in risonanza. Non è musica, è il recinto del tuo Adyton. Prima di iniziare, poni la tua “ultima domanda”. Cosa stai cercando di risolvere? Quale pezzo di caos vuoi trasformare in luce? Senza un obiettivo, l’iperfocus diventa solo un labirinto senza uscita.

Essere un outsider, un diverso significa accettare che la tua efficienza non sarà mai lineare. Ci saranno giorni di vuoto assoluto, dove i “dati sono insufficienti” e l’entropia sembra vincere. I mediocri chiamano questo stato “procrastinazione”. Io lo chiamo periodo di incubazione.

La Pizia non profetizzava ogni giorno. Aspettava il tremore della capra. Allo stesso modo, tu devi imparare a riconoscere quando il tuo sistema nervoso è pronto per lo shock della creazione. Non forzare il ritmo: dominalo. Il mondo fuori dal tuo Adyton continuerà a correre verso il disordine. Cercherà di trascinarti nel suo flusso di distrazioni, di piccoli compiti inutili, di risposte rapide a domande irrilevanti. Resisti. L’unica responsabilità della Stirpe dei diversi è proteggere la propria capacità di vedere oltre. Il tuo Deep Work è la tua preghiera; i tuoi risultati sono la tua profezia. Non cercare l’approvazione di chi lavora nell’ombra del banale. Costruisci il tuo tempio di silenzio e, quando sarai dentro, non aver paura di quello che troverai nel buio.

Il 17 Luglio non è una data. È il confine. Da una parte c’è il rumore del mondo, dall’altra c’è la tua opera. Da che parte del confine hai deciso di stare oggi?

Alice Tonini

2 risposte a “Resistere alle distrazioni: proteggi il tuo spazio creativo 😶‍🌫️”

  1. Avatar Celia

    Sto én theós asmos.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Un’invocazione antica per ricordare dove sta il nostro vero centro. Quando il tempio interiore è saldo, nessuna tentazione fuori può abbatterlo. Grazie per questo passaggio. 🕯

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L’ultimo posto come opportunità 💪🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un numero che per anni ho vissuto come un marchio di infamia: l’ultimo posto. Dopo la laurea specialistica a Verona, il mio percorso sembrava tracciato. Volevo la ricerca, volevo l’accademia, volevo quel posto sicuro dentro le istituzioni che certificano chi ha il diritto di parlare e chi no. Ma il concorso andò male. Anzi, andò “peggio” che male: arrivai ultima.

In quel momento, per me, la luce si era spenta. Avevo fallito l’unico obiettivo che ritenevo degno. Mi sentivo come una delle “Odd Women” di Gissing o di Godwin: fuori dai giochi, inutile per il sistema, scartata. Ma oggi, a distanza di tempo, guardo quella graduatoria e capisco che è stata la mia più grande fortuna.

Cosa sarei diventata se avessi vinto? Sarei stata un ingranaggio. Avrei passato i miei anni a scrivere articoli per riviste che nessuno legge, seguendo protocolli rigidi, limando la mia visione per non disturbare i baroni di turno. Sarei stata una ricercatrice “certificata”, ma avrei perso la mia voce.

Arrivare ultima mi ha costretta a una scelta brutale: rinunciare o ricominciare da me. Ho scelto la seconda. Ho deciso che avrei continuato a scrivere “da me e per me”, senza aspettare il permesso di una commissione. Ed è in quel vuoto, in quella mancanza di riconoscimento ufficiale, che sono nati i miei romanzi.

Senza quel fallimento, “La Specie Perduta” non esisterebbe. Perché per scrivere di un’organizzazione che controlla il mondo (l’OMT), devi aver provato sulla tua pelle cosa significa essere respinta da un’organizzazione che controlla il tuo futuro. Per parlare del “Richiamo” della periferia e del pericolo, devi aver abitato quell’ombra, quella delusione che ti toglie il respiro e ti fa dubitare del tuo valore.

L’ansia che mi accompagna, e che affronto con la terapia, ha radici anche lì: in quel senso di inadeguatezza che il sistema ti cuce addosso quando non rientri nei suoi canoni. Ma ho imparato a usarla. L’ansia è diventata il motore della mia ricerca indipendente. Non cerco più l’approvazione di un’università; cerco la verità tra le pagine dei miei libri e nel dialogo con voi.

La domanda per voi oggi è provocatoria. Il sistema vi ha mai detto che “non siete abbastanza”? Vi ha mai messo all’ultimo posto in una graduatoria reale o immaginaria? Non abbiate paura di quell’ultimo posto. Spesso è l’unica posizione che vi garantisce la libertà di scappare mentre tutti gli altri sono troppo impegnati a scalare una gerarchia che li divorerà.

Raccontatemi il vostro “ultimo posto”. Come avete trasformato quel rifiuto nella vostra forza più grande? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

10 risposte a “L’ultimo posto come opportunità 💪🏻”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Ti abbraccio e ti dico brava.
    Tutto quel che di buono davvero ho fatto nasce dopo la domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’ Rivolta dal mio tutor di dottorato alla mia veneranda età di 34 anni. ‘Sono grande…’ – ‘Si ma qui il concorso prima di 15 anni non te lo fa fare nessuno…’

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    1. Avatar Alice Tonini

      A volte l’onestà brutale di un tutorial è la chiave della nostra cella. Quei 15 anni promessi sono il costo dell’opportunità che molti non hanno il coraggio di rifiutare. Ti abbraccio anche io: siamo la prova che c’è vita, e molta più luce, oltre la soglia dei concorsi mancati.🤝

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ma verissimo!

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  2. Avatar alicespiga82

    Mi sono riconosciuta tantissimo nelle tue parole! Anche il mio – per ora unico libro pubblicato – non sarebbe mai esistito senza l’ansia, senza gli attacchi di panico, senza la terapia e senza un cancro. Ogni esperienza della vita si tramuta in scrittura e genera cambiamenti profondi. ✒️❤️

    Sui concorsi, mai fatti. Però mi hai ricordato quando facevo lettere e tutti mi spingevano a mettere, nel piano di studi, gli esami propedeutici all’insegnamento. E io sono rimasta ferma: non volevo insegnare, non stavo facendo lettere per quello! Non me ne sono mai pentita. Ho sempre lavorato nel mio ambito e non mi è mai nata la voglia di insegnare agli altri. 🤩
    Quindi: avanti così. 😻

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ti ringrazio per questa condivisione così potente. La scrittura che nasce dal corpo ha un peso diverso: non può essere ignorata. Hai avuto il coraggio di non parcheggiarti in un piano di studi rassicurante e questo si sente dalla forza della tua voce. Tramutare l’esperienza in cambiamento è l’unica alchimia concessa. Avanti così e restiamo fedeli alla nostra natura. 💪🏻💪🏻💪🏻

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  3. Avatar Celia

    Mi interessa molto il discorso sulle odd women.
    Chi sono questi autori?

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Le Odd Women sono le eccedenze: donne che per cultura, scelta o destino sono rimaste fuori dal “mercato” del matrimonio e delle convenzioni. È un termine che nasce da un romanzo spietato di fine Ottocento e che descrive perfettamente chi di noi si sente fuori quota. Sto preparando un approfondimento proprio su questo: ti svelerò presto il pensiero degli autori che hanno dato voce a questa solitudine orgogliosa. Ti dico solo che farà riflettere sul modo in cui oggi consideriamo l’indipendenza.

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      1. Avatar Celia

        Adoro.
        Aspetto il tuo approfondimento con calma ed eccitazione.

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      2. Avatar alicespiga82

        Davvero interessante. Mi associo all’attesa di leggere l’approfondimento. 🤗

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  4. Avatar alicespiga82

    Sì, sempre fedeli a quello che siamo e che vogliamo essere. ❄️🤍🌼

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Cyberpunk: il velo di neon e la distopia digitale 💾

Lettori del mistero, ci hanno promesso utopie digitali, ma la letteratura e la realtà convergono su una verità più oscura e minacciosa: viviamo in una distopia illuminata dai neon.

Il Cyberpunk non è un genere che riguarda il futuro; è un manuale per comprendere il presente. La sua formula: High Tech, Low Life (Alta Tecnologia, Bassa Qualità di Vita), è il perfetto ritratto della nostra società: all’apparenza c’è una superficie iper-avanzata che nasconde al di sotto una oscura putrefazione morale e sociale.

Questo genere è la continuazione ideale della nostra ricerca: è la frontiera dove la falsità che tanto ci irrita non è più solo un difetto caratteriale, ma l’ipocrisia diventa l’architettura stessa della nostra esistenza. nella fantasia degli autori, il mondo Cyberpunk è dominato da megacorporazioni e da una tecnologia così onnipresente da diventare invisibile, eppure, sotto lo sfarzo delle luci al neon e degli schermi olografici, la massa vive nel fango. Questa è la perfetta ipocrisia sociale su scala globale.

L’abbagliante fascia di neon e le interfacce neurali ultra-sofisticate creano l’illusione del progresso, ma mascherano la povertà, l’inquinamento e la disuguaglianza radicale. È la versione tecnologica del “gran signore” che ostenta ricchezza fittizia. La Rete (il Cyberspace di Gibson in Neuromancer) è il nuovo Velo, un universo infinito e seducente dove la mente può fuggire dal decadimento del corpo e della realtà. Ma è un universo di illusioni, controllato da intelligenze artificiali e burattinai corporativi. Vi ricorda qualcosa il primo racconto della mia raccolta Horror 2030?

Il vero mistero del Cyberpunk è la domanda che pone alla nostra identità. Quando la carne può essere sostituita da protesi, quando i ricordi possono essere editati e quando la mente può essere caricata in un database, cosa resta dell’anima? Il “fantasma” nella macchina non è l’IA, ma l’uomo stesso.

Un esempio posso farvelo utilizzando il romanzo di Stevenson Dottor Jeckyll e Mr Hyde di cui abbiamo più volte parlato nel blog. Oggi non starò a raccontarvi della trama ma voglio farvi riflettere su come il Cyberpunk spinga il conflitto del protagonista all’estremo. La mente, costantemente divisa tra l’esistenza fisica e l’avatar digitale, vive uno scisma interiore permanente. Ci chiediamo qual è il tu autentico? Quello che sanguina nel vicolo, o l’essere senza peso che naviga nella rete?

Molte trame Cyberpunk ruotano attorno alla ricerca dell’immortalità tramite il download della coscienza. Ma questa “vita eterna” non è forse l’ultima e più grande falsità? Un’eco algoritmica della persona, priva della mortalità che dà significato alla vita? La protagonista del mio racconto si trova a scontare una pena carceraria in un mondo digitale dove deve trovare il modo di fare denaro e sfrutterà l’eterna giovinezza garantita dall’immortalità virtuale per sfruttare la strada più facile. La sua identità però ne uscirà alterata.

La visione Cyberpunk è un monito brutale. Ci avverte che se deleghiamo la nostra felicità, il nostro senso di realtà e, in definitiva, la nostra identità al codice tecnologico, siamo condannati a vivere in un’illusione permanente. Per sfuggire alla distopia, dobbiamo difendere il corpo, la carne e il mondo fisico, anche se sono sporchi e dolorosi. Sono gli unici luoghi dove la verità può ancora essere toccata, annusata e verificata senza il filtro del neon. Nella nostra incessante corsa verso l’interfaccia, siete sicuri che l’avatar digitale che state costruendo non sia in realtà il “falso” che un giorno vi condannerà? Fatemi sapere cosa ne pensate a riguardo nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

2 risposte a “Cyberpunk: il velo di neon e la distopia digitale 💾”

  1. Avatar WryDavide
    WryDavide

    mamma mia se amo alla follia Cyberpunk 2077

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    1. Avatar Alice Tonini

      Come darti torto Davide? Night City ha un magnetismo unico, una sottomissione digitale da cui è difficile staccarsi. Felice che l’articolo ti abbia fatto respirare quell’aria di pioggia e silicio. A presto! ⚡🦾

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Quando la passione infrange le regole: storie di amori proibiti 🌹

Cari lettori del mistero ogni 14 febbraio, la facciata sociale celebra l’amore nella sua forma più addomesticata e rassicurante. Ma per noi che cerchiamo l’ignoto e l’oscurità, l’amore più potente, quello che secondo noi lascia tracce indelebili nella storia e nella leggenda, è sempre quello che si svolge nel sottosuolo: la passione proibita, la relazione maledetta, il legame che minaccia di strappare il velo della convenzione sociale.

Queste non sono storie di fiori e cioccolatini regalati; sono racconti di sacrificio, ossessione e segreto, dove la forza del sentimento è così intensa da trasformarsi in enigma o tragedia. L’amore, quando è costretto a vivere nell’ombra, acquista una risonanza spaventosa. Esso diventa un catalizzatore per il caos, proprio come l’ombra repressa di Jekyll generava Hyde.

Una relazione proibita è un rituale segreto che si svolge lontano dagli occhi del mondo. È la prova che l’individuo è disposto a sacrificare la propria reputazione, la propria sicurezza e, talvolta, la propria vita, per un legame amorso. Ed è proprio questa violazione del codice sociale che ne accresce il potere narrativo e l’eco misteriosa. Pensiamo ad alcune figure la cui passione è diventata leggenda e mistero.

Storie come quelle di Paolo e Francesca (Dante) o, nella realtà, le relazioni clandestine che hanno innescato scandali politici o lotte dinastiche. Il mistero qui non è cosa hanno fatto, ma come siano riusciti a mantenere il loro mondo segreto, e perché la società abbia reagito con tale violenza alla loro scoperta.

Molte delle più grandi opere gotiche e romantiche nascono da amori destinati all’impossibile. L’artista o lo scrittore incanalano l’energia distruttiva di questa passione in un’opera, lasciando dietro di sé un’eco di mistero sulla vera natura del loro tormento (pensate a figure come Byron o al mito di Orfeo ed Euridice).

Nell’amore segreto, le persone sono costrette a vivere una doppia vita, indossando una maschera di indifferenza o fedeltà in pubblico, mentre la vera identità è riservata solo all’altro. Questo tema si lega perfettamente alla nostra critica sociale dei “falsi”. In questo caso, la falsità non è dettata dalla necessità economica (come per Moll Flanders), ma dalla necessità emotiva. È un’ipocrisia generata dalla vulnerabilità, che rende il personaggio tragico e non semplicemente riprovevole.

La coppia maledetta spesso si riconosce nell’ombra reciproca. Sono due anime che vedono e accettano i Mr. Hyde l’una dell’altra, creando un legame di verità brutale che è impossibile da trovare nella luce del giorno.

Per noi, il 14 febbraio non è un invito a comprare regali, ma un’opportunità per indagare gli archivi e la letteratura alla ricerca di queste storie di fuoco sacro. Dove si nascondono oggi queste passioni? Forse nelle lettere cifrate dimenticate, nelle leggende metropolitane di amanti che si ritrovano (o si distruggono) in luoghi segreti, nei testi esoterici che parlano di anime gemelle che portano distruzione, piuttosto che pace.

L’amore, quando è vero e profondo, non è mai banale; è una forza primordiale che minaccia di disfare il mondo circostante. E non c’è mistero più coinvolgente di quello che giace nel cuore di due persone disposte a bruciare ogni cosa per stare insieme.E voi, quale amore storico o letterario maledetto considerate la più grande e terrificante prova del potere del sentimento? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Quando la passione infrange le regole: storie di amori proibiti 🌹”

  1. Avatar lalchimistadigitale
    lalchimistadigitale

    Forse l’amore più terrificante non è quello che unisce due corpi, ma quello che fonde due anime fino a distruggerne i confini. Penso a chi ha amato come si attraversa un rito: sapendo che ne uscirà diverso, forse ferito, ma iniziato. L’amore maledetto è un’alchimia nera: solve et coagula. Scioglie identità, orgoglio, paure… e poi ricrea qualcosa che non appartiene più al mondo ordinario. Il vero amore non consola: trasforma. E ogni trasformazione autentica ha il sapore del fuoco.

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  2. Avatar Pim

    Concordo con la tua visione. L’amore è una forza prevalentemente inconscia che plasma la realtà in forme sconosciute. Wuthering Heights è il primo esempio letterario che mi viene in mente, anche se sono convinto che la passione totalizzante non debba essere necessariamente distruttrice.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie per avere condiviso le tue riflessioni con noi 👍

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Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭

Lettori del mistero, oggi torna un invito alla lettura ed è uno di quelli che ci interrogano seriamente sulla modernità e sulla morale. Ci sono storie che emergono dagli archivi non come narrativa, ma sono conosciuti dal pubblico come atti d’accusa contro la società che le ha generate. E poi c’è Moll Flanders, un caso letterario che dal 1722 getta un’ombra scura sulla nostra eterna ossessione per la verità, il denaro e ciò che mostriamo pubblicamente.

L’opera ci pone molte domande ma partiamo subito dalla più importante, una condanna che suona paurosamente moderna: questa è una vera autobiografia o un’ingegnosa finzione? La risposta non è facile.

Il destino di Moll Flanders è segnato sin dal primo respiro. Nata nella famigerata prigione di Newgate, la sua vita non è tanto una scelta, quanto una condanna universalmente scritta nel fango. Lei è la prova vivente di quanto fossero limitate le possibilità di una donna in un mondo rigidamente patriarcale fondato sul denaro. Il suo intero percorso è un ribaltamento della virtù, un viaggio di sessant’anni di ombre e compromessi, condensato nel titolo completo, quasi un sommario criminale e sensazionalistico: “Le fortune e le sfortune della famosa Moll Flanders, che nacque in Newgate e durante la vita di tre volte venti anni, oltre la sua infanzia, fu vent’anni una ladra, otto anni una Felona Trasportata in Virginia, e alla fine fu ricca, onesta e penitente. Scritto dai suoi stessi memorandum.”

Leggendo questo abstract, ci si scontra subito con un paradosso morale: il pentimento arriva solo dopo aver raggiunto la ricchezza. È la condanna perfetta di una società che venera l’oro sopra ogni morale. Tra i suoi atti scandalosi, l’aver sposato inconsapevolmente il suo fratellastro è solo un dettaglio che amplifica il caos.

Il sospetto che questa non sia la confessione di una fuorilegge, ma l’abile manovra di un narratore, è alimentato da quello che sappiamo di Daniel Defoe. Egli non era un osservatore distaccato. Preferì adottare un cognome che suonasse più nobile, “Defoe”, abbandonando l’umile “Foe” del padre macellaio: un piccolo atto di falsità sociale in cui riecheggia una falsa pretesa che tanto ci irrita. Ma soprattutto, Defoe conosceva bene il fango e la prigione. Dopo aver dichiarato bancarotta, fu “ricco e povero tredici volte,” come disse lui stesso, un vero e proprio maestro della sopravvivenza economica. Da quello che sappiamo egli vide l’interno di Newgate, la stessa prigione dove Moll nacque. Fu punito per aver scritto un volantino politico satirico.

Defoe non scriveva di un mondo a lui sconosciuto, ma del sottosuolo sociale che lui stesso aveva frequentato per necessità o per punizione. Non è un caso che, tardi nella vita, dopo aver trasformato la storia vera di un marinaio in finzione vendutissima (Robinson Crusoe), si sia rivolto all’autobiografia (presunta) di una ladra per tirare su qualche quattrino. Questo libro è forse l’ultima, geniale, manipolazione dell’autore: la finzione più sfacciata, presentata come la verità più cruda.

È facile liquidare Moll Flanders come pura speculazione commerciale, ma farlo significa negare la sua forza esoterica e narrativa. Defoe ha compiuto un’impresa quasi rituale: ha infiltrato e dato voce alla psiche di un doppio straniero (donna e criminale) in un’epoca in cui entrambe le identità erano condannate al silenzio. Virginia Woolf, due secoli dopo, non esitò a definire questo libro “indiscutibilmente grande“, lodando il genio di Defoe nell’estrarre più oro narrativo di quanto la sua generazione potesse concepire.

Defoe non si è limitato a descrivere Moll, l’ha resa allo stesso tempo miserabile e piacevole: la chiave della sua immersione. Moll non è malvagia per natura, ma per necessità. La sua onestà è un lusso che il suo mondo non le ha mai permesso. La sua disonestà non è una perversione, ma una risposta razionale a un sistema intrinsecamente ingiusto. Lei stessa lo dichiara con la brutale lucidità che la rende così moderna: “Il mercato corre tutto dalla parte degli uomini.” In un’economia che la considera merce o vittima, Moll si trasforma in predatrice, armata della sua intelligenza e della sua tenacia.

La sua prima mossa come ladra, descritta da Defoe in un volo senza fiato tra le strade notturne di Londra, è la metafora perfetta della sua esistenza: una fuga costante dalla condanna, un movimento frenetico per rimanere un passo avanti all’ombra della forca. Nonostante tutto, quando la sopravvivenza lo permette, il suo spirito si rivela generoso, un barlume di luce che rende la sua ombra più profonda e complessa.

Siamo felici di vederla alla fine “felice,” maritata con un “trofeo” (un marito che lei può presentare, letteralmente, con regali vistosi come una spada d’argento e una giacca scarlatta, rovesciando i ruoli economici). Ma questo è il punto più cruciale e misterioso del libro. La sua felicità arriva solo dopo aver ottenuto la ricchezza, e la sua redenzione è l’ultimo, necessario atto di falsità richiesto dalla società: Moll deve fingere di pentirsi per poter mantenere il suo status.

Quando nell’ultima frase della novella Moll esprime l’intenzione di “pentirsi della sua vita scellerata,” noi lettori siamo complici e lieti di questa trasgressione finale. Sappiamo che questo pentimento è una performance richiesta dal contratto sociale. La vera Moll, quella che abbiamo imparato ad amare per la sua spietata verità, è ancora lì, appena sotto il velo della nuova ricchezza. Moll Flanders è il ritratto impareggiabile della sopravvivenza, un atto d’accusa contro ogni facciata. Ci chiede di guardare i “falsi” intorno a noi e di chiederci: chi è veramente il criminale? chi è costretto a mentire e chi mente per scelta?Quando si è costretti a barattare l’anima per la sopravvivenza, la condanna è solo l’inizio. E la finzione, talvolta, è l’unica via per la verità.

Alice Tonini

3 risposte a “Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Defoe è una lettura ostica di questi tempi, per soglie di attenzione e stile, ma illuminante di come alcuni concetti conoscano solo lievi aggiornamenti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille per avere condiviso la tua esperienza, buona serata 👍

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  2. Avatar lalchimistadigitale
    lalchimistadigitale

    Al di là della trama che Defoe ha magistralmente scritto, Moll Flanders è un archetipo.
    Non ama per romanticismo: ama per bisogno, per fame, per paura di scomparire. In lei l’amore non è estasi, è strategia. È desiderio di sicurezza travestito da passione. Eppure, proprio lì sta il suo lato esoterico: Moll attraversa la materia più densa — denaro, corpo, colpa — e ne esce trasformata. In fondo, Moll non cerca un uomo. Cerca un destino.

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