Illusione delle vacanze: come gestire il rientro 📣

Lettori dell’ignoto oggi arriva la sveglia: le vacanze sono finite, i treni si riempiono, le caselle email si intasano di nuovo. In questi giorni i social e i giornali torneranno a raccontarvi della solita, stucchevole retorica sulla “sindrome da rientro”, dispensando consigli banali su come ricominciare con dolcezza, come mantenere il relax estivo o come sopravvivere al ritorno in ufficio.

Noi siamo qui per smontare questa ipocrisia. Quello che la massa chiama “trauma da rientro” non è la nostalgia del bagnasciuga; è il terrore del risveglio. È la presa d’atto che l’anestesia è svanita e che il guscio artificiale protettivo dell’estate si è spaccato, esponendovi di nuovo alla realtà. Il vero dramma non è tornare a lavorare. Il vero dramma è accorgersi che l’estate non ha cambiato di un millimetro la traiettoria della vostra vita.

La società dei consumi ha costruito il mito delle vacanze come un pulsante di “reset”. Vi dicono: sopportate l’ingranaggio per undici mesi, poi compratevi due settimane di oblio e tutto tornerà a posto. È la logica dell’allevamento intensivo: concedere un po’ di pascolo libero per evitare che il bestiame si ribelli. La maggior parte delle persone usa agosto esattamente così: come un sonnifero. Si stordisce di sole, di aperitivi, di letture leggere e di chiacchiere vuote, nell’illusione che staccare la spina equivalga a ricaricarsi. Ma staccare la spina a un macchinario non lo ripara; lo spegne e basta.

Seashell on sandy beach with ocean waves and sunset in background
A large seashell rests on the sandy beach at sunset with gentle waves and palm trees in the background.

Quando il guscio si rompe a fine agosto, il ritorno alla realtà è devastante perché quella realtà è rimasta esattamente identica a come l’avevate lasciata a luglio. I nodi irrisolti sono lì. Le ambizioni soffocate sono lì. I compromessi quotidiani vi aspettano al varco, più affilati di prima, perché adesso non avete più la scusa del “ne riparliamo a settembre”.

C’è un’alternativa a questo ciclo eterno di sonno e risveglio traumatico. È la scelta dell’anomalia.Chi ha saputo abitare il silenzio nelle scorse settimane, chi ha usato la stasi estiva e la luce spietata del proprio mezzogiorno interiore per guardarsi dentro senza filtri, oggi non vive alcun trauma. Chi ha lavorato nell’ombra per affilare i propri strumenti non subisce il rientro: lo cavalca.

Il ritorno alla routine è un incubo solo per chi ha usato l’estate per fuggire da se stesso. Per chi invece ha usato questo tempo come un incubatore di potenza, la fine di agosto non è il ritorno in prigione, ma l’inizio dell’offensiva. È il momento in cui le idee coltivate nel silenzio escono allo scoperto per imporsi sul caos del mondo.

La vera libertà non si misura da quanti giorni di ferie potete permettervi, ma da quanta realtà siete capaci di sopportare senza sentire il bisogno di fuggire. Se in questi giorni avvertite quel senso di soffocamento, non cercate di calmarlo con i rimedi rassicuranti della psicologia di massa. Usate quel disagio. È la vostra parte più autentica che vi sta urlando che il guscio si è rotto e che non potete più permettervi di giocare al ribasso con la vostra esistenza. Il tempo dell’anestesia è scaduto. Ben tornati nel mondo reale.

Come vi accogliete in questo fine agosto? Sentite il peso del guscio che si rompe o fate parte di chi ha usato il silenzio per preparare il proprio autunno? La Stirpe si ritrova qui. Ditemi dove siete.

Alice Tonini

2 risposte a “Illusione delle vacanze: come gestire il rientro 📣”

  1. Avatar terryaires

    Come tutti attendo la settimana di vacanza ad agosto per “staccare la spina”…ma ormai non mi spaventa più il ritorno alla realtà, è la vita, il lavoro mi attende sempre ma c è una strategia, dalla routine del lavoro, staccare la spina tante volte almeno una volta al mese con lunghi fine settimana, in questo modo ho instaurato una nuova routine fino a quando non andrò in pensione🤣…….tante vscanzine e non ti trovi ad avere lo stress del rientro

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    1. Avatar Alice Tonini

      È una forma di resistenza pragmatica: distribuire l’ossigeno lungo tutto l’anno invece di pretendere di farlo bastare ad agosto. Se funziona per mantenere l’equilibrio senza farsi divorare dallo stress, hai fatto centro. A presto! 🪂

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Riflessioni: tra le luci e le ombre dell’estate 🌓

Cari lettori, esiste una grande bugia collettiva che si ripete, puntuale, ogni anno allo scoccare di agosto. Ci viene venduta come la stagione della spensieratezza, della rinascita, della luce che tutto guarisce. Le città si svuotano, il rumore di fondo della produttività si azzera e la massa si riversa sui bagnasciuga, alla disperata ricerca di un’anestesia solare.

Ma chi possiede uno sguardo obliquo sa che l’estate non è affatto una stagione terapeutica. È la più spietata. Laddove l’inverno è clemente, permettendoci di nasconderci dietro i cappotti, le nebbie e l’alibi dei doveri quotidiani, l’estate ci denuda. La luce zenitale, verticale e feroce di agosto, elimina le sfumature. Non ci sono ombre lunghe in cui rifugiarsi, non ci sono penombre protettive.

Sotto il sole agostano tutto è esposto, sovraesposto, illuminato a giorno. È un riflettore puntato dritto sulla scientificità della nostra esistenza: ci mostra esattamente dove siamo e, soprattutto, cosa stiamo disperatamente evitando di guardare.

Silhouette with a glowing geometric prism on forehead emitting a rainbow beam.
A silhouette emits a vibrant rainbow beam from a prism at the forehead during sunset.

La cecità più pericolosa non nasce dal buio, ma dall’eccesso di luce. La letteratura ce lo ha mostrato con precisione chirurgica. Pensiamo a Meursault, il protagonista de Lo Straniero di Albert Camus. Quando sulla spiaggia di Algeri compie quell’omicidio assurdo, non lo fa per odio, per calcolo o per una passione violenta. Lo fa per il sole. È la luce accecante, impietosa, il caldo che gli opprime la fronte come una lama d’acciaio, a spingerlo a premere il grilletto.

Il sole estivo, in Camus, cessa di essere calore che accoglie e diventa una forza ostile, assurda, che annulla i filtri della morale e mette a nudo la foresta dell’apatia umana. È il punto di rottura in cui la ragione si surriscalda fino a bruciare i freni inibitori della civiltà.

Questo corto circuito letterario si sposa perfettamente con un’antica paura filosofica: il concetto del *Demone Meridiano*. Nella tradizione mistica e nei primi secoli del cristianesimo, l’ora più temuta dai monaci nel deserto non era la notte profonda, ma il mezzogiorno. L’ora senza ombre, in cui il tempo sembra fermarsi in una stasi soffocante. Era in quel momento di massima luce che si manifestava l’accidia: quel vuoto dell’anima che si traveste da noia, quel senso di assurdo che spinge alla follia.

Nietzsche parlava del Grande Mezzogiorno come del momento della massima chiarezza, l’istante in cui l’uomo si trova faccia a faccia con il proprio abisso, privato di ogni maschera sociale. L’estate è il mezzogiorno dell’anno. La società si ferma, impone una “calma” che per molti è una benedizione, ma per le menti profonde è una prigione coercitiva. Quando il rumore del mondo si spegne, il volume dei pensieri si alza a dismisura. La stasi estiva non rilassa: accumula pressione interna.

Non cercate l’anestesia del bagnasciuga. Non fuggite dal silenzio di queste settimane per riempirlo con il vuoto del divertimento forzato. Usate questa luce spietata per guardare i vostri punti ciechi. La vera trasformazione personale non avviene nel calore confortevole delle certezze, ma quando il guscio si spacca sotto il peso dell’insopportabile stasi estiva. Guardate in faccia quel sole implacabile, scendete nel vostro mezzogiorno interiore e chiedetevi: cosa sta bruciando davvero dentro di voi?

L’estate per voi è davvero un momento di riposo o, sotto la superficie, avvertite anche voi la pressione di questa stasi forzata? Come gestite il silenzio del vostro “mezzogiorno interiore”? Vi aspetto nei commenti.

Alice Tonini

2 risposte a “Riflessioni: tra le luci e le ombre dell’estate 🌓”

  1. Avatar Bariom

    Luminosa riflessione 😁

    A ben pensarci sarebbe cosa buona non rimandare questo esercizio interiore al solo mese di agosto, o comunque ad una sola volta l’anno.
    Quella unica volta all’anno che magari più prosaicamente facciamo coincide con la fine/inizio anno… parentesi di bilanci e slancio per nuovi obiettivi, speranze, promesse che si perdono col passare dei giorni.

    Così a bene pensarci, nell’accettare il tuo invito, ogni giorno, ha il suo mezzogiorno, il sole “a piombo”, la tua ombra ti abbandona, si ritira.
    Tempo propizio per “scendere nel nostro mezzogiorno interiore”.

    Ma c’è un fatto, a mezzogiorno, il più delle volte, la nostra vita è ancora in piana frenesia, ancora no si stacca dal lavoro, dagli impegni extra lavorativi. La cosiddetta “pausa pranzo”, tanto pausa non è e anche “pranzo” è una parola grossa.

    Quindi siamo destinati a non fermaci mai, a non guardarci veramente dentro, con gran spreco di opportunità?

    Io direi spostiamo solo le lancette un poco avanti, in quel tempo solitario e silenzioso, certo magari poco illuminato, che precede il sonno.
    Un bel esame di coscienza di catechistica memoria, difronte a Dio per chi ha questa confidenza o difronte allo specchio, ma che sia sincero, dando voce o meglio ascolto alla nostra coscienza, che per lo più se ne sta appunto nell’ombra, magari un po’ imbavagliata, perché è voce scomoda come la luce del sole allo zenit, perché per capirci, non è quella che ti dà sempre ragione, che gonfia il tuo io, rassicurandoti sul fatto che tu hai capito tutto e sono gli altri a non aver capito nulla… eh si, la luce sa essere molto scomoda talvolta.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il tempo che precede il sonno è forse l’ultimo vero santuario rimasto. Hai ragione: il mezzogiorno di superficie ci travolge con il suo rumore, ed è solo nell’ombra della notte che la coscienza smette di farsi imbavagliare. Guardarsi allo specchio a fine giornata richiede un coraggio enorme, perché la verità non gonfierà mai il nostro ego, ma è l’unico modo per non vivere anestetizzati. Un’analisi lucidissima, grazie di cuore per questo passaggio. 🖤

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Resistere alle distrazioni: proteggi il tuo spazio creativo 😶‍🌫️

Dopo aver attraversato i fumi di Delfi e aver guardato l’universo spegnersi nei calcoli di Asimov, è il momento di porre la domanda più scomoda: cosa te ne fai di queste visioni quando il mondo reale bussa alla porta con le sue scadenze, il suo rumore e la sua mediocrità?

La verità è che la Stirpe dei diversi non può sopravvivere con i metodi dei “normali”. Per noi, la produttività non è una tabella di marcia: è un atto di guerra contro l’entropia. Se vuoi creare qualcosa di eterno, devi imparare a costruire il tuo Adyton Digitale.

Cal Newport parla di Deep Work come della capacità di concentrarsi senza distrazioni su un compito cognitivamente impegnativo. Ma per chi abita una mente divergente, questo non è solo “lavoro profondo”: è una trance.Quando entriamo in iperfocus, il tempo smette di esistere. La freccia dell’entropia di Asimov si inverte. È lo stesso stato di estasi della Pizia: un momento in cui i sensi si acuiscono e gli schemi invisibili diventano chiari. Ma questa trance non è gratuita. Richiede un isolamento spietato.

Person in cloak on rocky cliff observing glowing blue and orange energy dome over valley at sunset
A cloaked figure stands on a cliff overlooking a valley as a glowing magical energy shield forms below the sunset sky.

Non puoi ricevere visioni se il tuo telefono continua a vibrare. Non puoi interrogare l’oracolo se la tua attenzione è frammentata in mille rivoli. La Pizia beveva l’acqua della fonte Castalia; tu devi avere i tuoi protocolli di attivazione. Se non controlli l’ambiente, l’ambiente controllerà te.

Come i pellegrini a Delfi, devi rinunciare a qualcosa. Spegni le notifiche. Chiudi le schede inutili. Sacrifica la tua disponibilità verso gli altri sull’altare del tuo lavoro. Se sei raggiungibile da chiunque, non sei disponibile per te stesso. Usa il suono come uno scudo. Rumore bianco, frequenze binaurali o quel loop infinito che manda la tua mente in risonanza. Non è musica, è il recinto del tuo Adyton. Prima di iniziare, poni la tua “ultima domanda”. Cosa stai cercando di risolvere? Quale pezzo di caos vuoi trasformare in luce? Senza un obiettivo, l’iperfocus diventa solo un labirinto senza uscita.

Essere un outsider, un diverso significa accettare che la tua efficienza non sarà mai lineare. Ci saranno giorni di vuoto assoluto, dove i “dati sono insufficienti” e l’entropia sembra vincere. I mediocri chiamano questo stato “procrastinazione”. Io lo chiamo periodo di incubazione.

La Pizia non profetizzava ogni giorno. Aspettava il tremore della capra. Allo stesso modo, tu devi imparare a riconoscere quando il tuo sistema nervoso è pronto per lo shock della creazione. Non forzare il ritmo: dominalo. Il mondo fuori dal tuo Adyton continuerà a correre verso il disordine. Cercherà di trascinarti nel suo flusso di distrazioni, di piccoli compiti inutili, di risposte rapide a domande irrilevanti. Resisti. L’unica responsabilità della Stirpe dei diversi è proteggere la propria capacità di vedere oltre. Il tuo Deep Work è la tua preghiera; i tuoi risultati sono la tua profezia. Non cercare l’approvazione di chi lavora nell’ombra del banale. Costruisci il tuo tempio di silenzio e, quando sarai dentro, non aver paura di quello che troverai nel buio.

Il 17 Luglio non è una data. È il confine. Da una parte c’è il rumore del mondo, dall’altra c’è la tua opera. Da che parte del confine hai deciso di stare oggi?

Alice Tonini

2 risposte a “Resistere alle distrazioni: proteggi il tuo spazio creativo 😶‍🌫️”

  1. Avatar Celia

    Sto én theós asmos.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Un’invocazione antica per ricordare dove sta il nostro vero centro. Quando il tempio interiore è saldo, nessuna tentazione fuori può abbatterlo. Grazie per questo passaggio. 🕯

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La Stirpe di Caino: miti e archetipi nella letteratura 📚

Lettori dell’ignoto, c’è un filo rosso che attraversa la letteratura più oscura, da Lord Byron a Mary Shelley, fino ai tormenti del moderno horror psicologico. È il mito dell’outcast: colui che porta un marchio, che sia sulla fronte o nella struttura stessa del suo DNA, e che per questo è condannato a vedere ciò che gli altri ignorano. Oggi riflettiamo su miti e archetipi della letteratura.

Nell’Ottocento, il romanzo gotico ha dato un nome a questa condizione. Non si trattava di semplice emarginazione, ma di una vera e propria genealogia del dolore. Essere della “Stirpe di Caino” significa abitare il confine.

Il mostro di Mary Shelley non nasce malvagio; nasce iper-reattivo. È una creatura dotata di una sensibilità elettrica, capace di imparare il linguaggio e la filosofia osservando da un buco nel muro, ma condannata a essere respinta per la sua forma “fuori dagli schemi”. Il vero orrore di Frankenstein non è la creatura, ma il rifiuto del creatore. È la metafora suprema della neurodivergenza: possedere una mente divina in un mondo che vede solo la deformità della tua funzione sociale.

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Charles Maturin ci ha regalato Melmoth, l’uomo che ha scambiato la sua anima per la conoscenza e l’immortalità, solo per scoprire che il tempo infinito è una prigione se non hai nessuno con cui condividerlo. Melmoth vaga per i secoli cercando qualcuno che prenda il suo posto, ma trova solo miseria. Lui è l’incarnazione della Lucidità Maledetta: vedere attraverso le ipocrisie delle istituzioni, delle religioni e dei legami umani, pagando il prezzo di un isolamento metafisico.

Nella mia ricerca letteraria, il “marchio” non è una punizione, ma un’elevazione. Caino è il primo agricoltore, il primo costruttore di città, il primo che ha dovuto inventare un mondo perché quello “protetto” dal Padre gli era stato precluso. Appartenere a questa stirpe significa accettare il ruolo dell’osservatore. Noi, i “diversi”, i “visionari”, i “folli”, siamo quelli che restano fuori dal banchetto della normalità per poterne descrivere le crepe.

Oggi, in questo finale di giugno, smettiamo di guardare con nostalgia verso un paradiso di “normalità” che non ci è mai appartenuto. Il recinto è chiuso, e meno male. Restare fuori significa avere l’intero orizzonte a disposizione.​ Appartenere alla Stirpe di Caino significa accettare il peso di essere “quelli diversi” in ogni generazione, quelli che fanno le domande che rovinano le cene di famiglia, quelli che sentono il fuoco sotto la pelle mentre gli altri sentono solo il condizionatore. Non siete rotti. Siete l’avanguardia di una specie che impara a respirare nel vuoto.

​Il nostro esilio è la nostra cattedrale. E in questa cattedrale, non ci sono fedeli, solo esploratori.​ E tu, quale marchio porti oggi con orgoglio? Qual è quella parte di te che il mondo ha cercato di “curare” e che invece è la tua unica, vera bussola?​ Dichiaralo qui sotto. Smettiamo di nasconderci tra le ombre degli altri. Iniziamo a proiettare la nostra. Benvenuti a casa, figli di Caino. Il viaggio è appena iniziato.

Alice Tonini

7 risposte a “La Stirpe di Caino: miti e archetipi nella letteratura 📚”

  1. Avatar Celia

    I miei marchi, dei quali vado orgogliosa, hanno questi nomi:
    A3243G
    meshuggah
    pas
    audhd
    bsx

    Lunganotte.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Che elenco potente. Hai preso la genetica, la mente e il vissuto e li hai trasformati nella tua armatura. Trovo straordinario l’orgoglio con cui rivendichi questi marchi: sono la dimostrazione che ciò che il mondo chiama “difetto” o “disturbo” è spesso solo la firma della propria unicità. Felice e fiera di averti tra queste righe. A presto.🔥

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie del passaggio. Il mondo dei miti e della Stirpe è un labirinto affascinante in cui è bello perdersi per ritrovare la propria verità. Felice di averti a bordo in questo viaggio. Buon proseguimento! 🧭

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      1. Avatar luisa zambrotta

        Grazie ancora… e felice serata

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  2. Avatar Bariom

    L’ultimo Frankenstein del 2025, scritto e diretto da Guillermo del Toro, racconta bene ciò che descrivi.Il mio “marchio”, dopo aver vagato lungamente nelle cattedrali piene dell’eco del mio io, dopo essermi creduto unico e solo e perciò più solo che unico (unici lo siamo tutti), è proprio quello della Croce, dell’Amore che esalta l’Uomo pur con tutte le sue debolezze, il termine ultimo del mio viaggio, che è al contempo ricerca ma approdo sicuro.Non lo dico qui come contrapposizione o in contrasto, ma come semplice condivisione, da te richiesta.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il passaggio dall’essere “più soli che unici” al trovare pace nell’accettazione della propria fragilità è forse la metamorfosi più difficile e grande che un essere umano possa compiere. Il richiamo al Frankenstein di del Toro è perfetto: la creatura smette di essere un mostro solo quando la sua debolezza viene accolta, non rinnegata. Trovo la tua condivisione luminosa e profondamente rispettosa, un completamento bellissimo a queste righe. Grazie di cuore per questo dono. 🖤

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La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️

Cari lettori del mistero per molti, il labirinto è un gioco o un simbolo mitologico. Per Jorge Luis Borges, è l’unica forma possibile della realtà. In opere come Ficciones (1944) e L’Aleph (1949), il labirinto smette di essere un corridoio di siepi per diventare una trappola metafisica.

Immagina un universo composto da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali. Ogni scaffale contiene libri che combinano in modo casuale le lettere dell’alfabeto. In questa biblioteca esiste tutto: la storia minuziosa del futuro, le autobiografie degli arcangeli, la versione fedele della tua morte. Ma per ogni riga sensata, ci sono milioni di pagine di puro caos cacofonico. Un sogno o un incubo?

La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la attraversasse in qualsiasi direzione, accerterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Qui la ricerca non è più illuminazione, è ossessione. È la descrizione perfetta della mente divergente: un eccesso di dati talmente vasto che la verità diventa introvabile non perché manchi, ma perché è sepolta sotto il peso dell’infinito.

Photo by Carsten Ruthemann on Pexels.com

In questo racconto, Borges postula l’esistenza di un libro che è anche un labirinto temporale. A differenza dei romanzi classici dove, di fronte a diverse alternative, un personaggio ne sceglie una ed elimina le altre, nel libro di Ts’ui Pên il personaggio le sceglie tutte contemporaneamente. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.

Questa non è solo letteratura; è una diagnosi della percezione. È il labirinto di chi vive ogni istante come una ramificazione infinita di possibilità. La “distrazione” non è mancanza di focus, ma la capacità (o la condanna) di abitare tutti i sentieri che si biforcano nello stesso istante. È il tempo vissuto senza la protezione del filtro lineare.

Nel racconto La morte e la bussola, il detective Erik Lönnrot crede di aver decifrato una serie di delitti basandosi su una complessa simmetria romboidale e mistica. Ma la sua stessa intelligenza è il filo che lo conduce al centro del labirinto, dove il suo assassino lo aspetta. Lönnrot muore perché ha cercato un ordine razionale in un mondo che è un labirinto disegnato per ucciderlo. È il monito di Borges: la logica estrema non ci salva dal mostro; la logica estrema è il mostro.

Borges scrisse: “Non occorre erigere un labirinto, quando l’universo intero è un labirinto”.

​Il vero terrore dei labirinti di Borges non è perdersi al loro interno. È il sospetto, atroce e lucido, che non esista alcun centro. Che il Minotauro siamo noi, condannati a percorrere i corridoi della nostra stessa iper-connessione senza mai trovare l’uscita, perché l’uscita presuppone la fine della ricerca.​

Ma è proprio qui che l’equazione si ribalta.​ Se l’universo è un libro infinito di cui non siamo che una virgola, allora il nostro compito non è “risolvere” il labirinto, ma diventarne gli architetti. Smettere di cercare il filo di Arianna per imparare a godersi la vertigine dei corridoi speculari. Forse la tua “diversità”, quel tuo sentirti costantemente fuori posto, non è altro che il segno che hai capito la regola fondamentale del gioco: il labirinto è fatto per chi ha il coraggio di abitare l’infinito, non per chi cerca la scorciatoia verso la normalità.

Non cercare la porta. Non esiste. Resta nel corridoio, guarda lo specchio e sorridi al mostro che ti somiglia.

​E tu, in quale stanza del tuo labirinto ti sei nascosto oggi? Hai il coraggio di spegnere la luce e vedere cosa resta di te quando non c’è più una strada da seguire? ​Scrivimi nei commenti qual è la tua “equazione improbabile” di oggi. La Stirpe non teme i vicoli ciechi: li usa per costruire nuove visioni.

Alice Tonini

4 risposte a “La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️”

  1. Avatar Celia

    Equazione improbabile di oggi: essere sostanza senza nome.
    Parlare di vissuti neurologici senza indicare alcuna struttura che vi corrisponda, senza usare alcun termine che li delimiti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Essere sostanza senza nome” è una formula splendida. Spesso, soprattutto in psicologia, siamo ossessionati dal dover etichettare e delimitare ogni dinamica della mente per il bisogno rassicurante di controllarla. Ma Borges ci insegna che quando togli il nome a qualcosa, non lo stai svuotando: lo stai restituendo all’infinito. Parlare del vissuto puro, senza la gabbia della struttura, è l’unico modo per lasciarlo respirare. Grazie per questa equazione magnifica. 🖤

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  2. Avatar Pim

    Se sei in un labirinto è impossibile dire in quale punto ti trovi. E poi il punto è un concetto geometrico adimensionale. Dunque? Dunque il labirinto è infinito ed è abitato dalle nostre infinite vite generate dalle infinite scelte che compiamo in ogni istante nelle infinite dimensioni. In qualche infinita vita siamo già morti, in altre dobbiamo ancora nascere. Non solo Borges, anche la fisica quantistica ci viene in aiuto in questo senso. Bisogna cedere e abbandonarsi liberamente a questo labirinto assoluto, senza ingresso e senza uscita, senza una struttura a noi comprensibile. Niente panico, niente angoscia: è un tutto e un nulla che si regge su un principio di necessità universale.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Niente panico, niente angoscia”. La chiave di volta della tua riflessione è proprio questa: la vertigine dell’infinito diventa letale solo finché cerchiamo disperatamente un’uscita che non esiste. Da appassionata di psicologia, trovo affascinante come l’abbandono a questo “labirinto assoluto” si trasformi da condanna a liberazione. Accettare che abitiamo contemporaneamente tutte le nostre vite potenziali toglie il peso dell’errore. Grazie per questo viaggio geometrico e quantistico sotto il segno di Borges. Magnifico. 🕯

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