Dal rogo alla diagnosi: la strega, la norma e la marginalità 🧙🏻‍♀️

C’è sempre un momento in cui una comunità decide che qualcuno è diverso. Non è necessariamente il momento in cui quella persona compie qualcosa. Può essere molto prima, quando una donna vive sola, quando conosce le erbe, quando assiste un parto, quando parla con un tono che gli altri trovano sgradevole. Quando non partecipa alle feste, quando risponde male o quando non risponde affatto. Quando qualcuno muore e lei, per caso, era lì. Quando un bambino si ammala e qualcuno ricorda di averla vista passare davanti alla porta. Quando il raccolto va male e torna alla memoria quella maledizione pronunciata mesi prima, forse per rabbia, forse per scherzo.

Prima c’è la differenza, poi il sospetto, poi il racconto e alla fine arriva una parola: strega.

La parola sembra antica quanto il buio, ma la strega che abbiamo in testa non è una creatura eterna. È una costruzione storica, religiosa, sociale e letteraria che cambia attraverso i secoli. Le persecuzioni per stregoneria nell’Europa della prima età moderna non furono un fenomeno unico e uniforme: variarono enormemente per territorio, periodo, istituzioni e dinamiche locali. Le accuse coinvolsero uomini e donne, anche se le donne costituirono la maggioranza delle persone perseguitate.

Stylized fashion exhibit with a model standing among faceless mannequins
A stylized fashion presentation places a central model among shadowed onlookers and mirrored displays.

Una ricerca comparativa parla di circa l’80% delle persone accusate come donne, lasciando comunque un significativo 20% di uomini. Questo dovrebbe bastare a farci diffidare dell’immagine semplicistica della “caccia alle streghe”. Ma non basta a spiegare perché quella figura sia sopravvissuta pertutti questisecoli. Per quello bisogna guardare non soltanto alle streghe, bisogna guardare a chi aveva il potere di chiamarle così.

Nel 1621, a Edmonton, in Inghilterra, una donna anziana di nome Elizabeth Sawyer venne accusata di stregoneria. Sappiamo qualcosa di lei perché l’accusa la trasformò improvvisamente in un personaggio pubblico. Inizialmente era una donna della comunità, dopo diventò The Witch of Edmonton. Fu accusata di aver provocato la morte di alcuni vicini attraverso la stregoneria, condannata e giustiziata. La sua vicenda produsse pamphlet, ballate e persino un’opera teatrale. Gli studi sul caso sottolineano proprio il modo in cui il corpo e la marginalità della donna furono trasformati in materia narrativa: Sawyer era anziana, povera e collocata ai margini della comunità. Ed è qui che la storia comincia a diventare letteratura.

Perché una volta che una persona viene accusata, non è più soltanto una persona, diventa una storia che gli altri raccontano su di lei. La donna reale scompare e rimane la strega. È un meccanismo che conosciamo bene anche oggi, benché le parole siano cambiate. Una persona viene classificata e la classificazione diventa spiegazione. La spiegazione diventa identità e alla fine nessuno guarda più la persona ma guarda l’etichetta.

Nel 1669, ad Amburgo, Anna Ebeler finì accusata di aver provocato la morte della donna per cui lavorava come assistente al parto. La storia comincia con una ciotola di zuppa. La donna malata peggiora e qualcuno interpreta l’evento come avvelenamento. Poi arrivano altre testimonianze e altri bambini malati. Altre morti, altri sintomi e le storie si accumulano; la spiegazione si espande e la singola disgrazia diventa una rete di malefici. È un esempio impressionante di come una comunità possa trasformare eventi dolorosi e difficili da comprendere in una narrazione coerente: qualcuno deve averlo fatto, e quel qualcuno deve essere identificabile. Il materiale processuale riportato dagli studiosi mostra proprio come l’accusa contro Ebeler si allargò attraverso nuove testimonianze e nuovi eventi attribuiti alla stessa presunta strega.

Non importa soltanto che cosa fosse successo realmente ma importa il bisogno di costruire un nesso. Quindi questo è successo perché lei ha fatto questo. Il cervello umano detesta il vuoto. Quando manca una spiegazione, spesso ne costruisce una, e quando una comunità condivide quella spiegazione, il sospetto può diventare una verità sociale molto prima di diventare una verità dei fatti.

Il problema non è soltanto la magia, per questo trovo insufficiente la lettura della strega come semplice personificazione dell’ignoranza. All’epoca dei fatti non è bastato che le persone credessero alla magiama serviva un sistema capace di trasformare una credenza in accusa, un’accusa in procedimento e un procedimento in condanna. Servivano vicini, autorità, tribunali, predicatori, pamphlet, confessioni, e, in certi casi, torture. Nell’Italia della prima età moderna, per esempio, le autorità potevano cercare sul corpo delle sospette il cosiddetto stigma diabolicum, ricorrendo a prove fisiche che oggi riconosciamo come prive di valore probatorio. La ricerca recente sulle rappresentazioni delle donne anziane accusate di stregoneria mostra quanto il corpo stesso potesse diventare un oggetto da interpretare e manipolare fino a produrre la “prova” desiderata.

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Il corpo non era più un corpo ma era diventato un testo da decifrare, una superficie sulla quale cercare la colpa e tutto questo è una cosa terribilmente moderna, questa ossessione per il segno.

C’è però un elemento che continua a rendere la strega interessante anche dopo la fine dei processi. La strega sa. Sa qualcosa che gli altri non sanno, conosce le erbe, conosce i corpi, conosce i morti, conosce segreti. Questa è già una trasformazione letteraria e folklorica, non una descrizione della realtà storica delle donne accusate. Ma è una trasformazione potentissima, perché la paura non nasce soltanto dal male ma nasce dalla conoscenza che non possiamo controllare. La strega è inquietante perché possiede una grammatica diversa, guarda qualcosa e attribuisce a quel qualcosa un significato che gli altri non vedono.

E se la sua interpretazione è incomprensibile, può diventare minacciosa. Non sappiamo cosa vede, quindi immaginiamo che sia pericoloso. Non è un caso che la strega viva così spesso ai margini, nel bosco, fuori dal villaggio, vicino all’acqua, in una casa isolata o in una grotta.La sua geografia è una geografia della soglia. Da una parte c’è il mondo ordinato: la casa, il lavoro, la famiglia, la chiesa, le regole. Dall’altra c’è qualcosa che non si lascia addomesticare.

La strega abita il confine perché il confine è il luogo dove le categorie tremano.E questa è una delle ragioni per cui il folklore continua a conservarla. Non abbiamo più bisogno di credere letteralmente alla strega. Ci serve ancora la sua funzione, ci serve qualcuno che rappresenti ciò che non sappiamo collocare. E se il problema fosse la norma? È qui che, oggi, la strega può incontrare la neurodiversità.

Ma bisogna fare molta attenzione. Dire che una donna accusata di stregoneria nel Seicento fosse “in realtà autistica” o avesse l’ADHD sarebbe una forzatura. Le categorie diagnostiche contemporanee non possono essere semplicemente trasferite nel passato come se fossero etichette universali. Non è questo che ci interessa, ci interessa la domanda che viene dopo. Chi decide quale mente sia normale?

La Literary Neurodiversity Studies è un campo relativamente giovane della critica letteraria che parte da un principio semplice e radicale: le menti umane non funzionano tutte nello stesso modo e questa diversità può cambiare il modo in cui leggiamo, scriviamo e interpretiamo la letteratura. Il campo studia personaggi, autori, lettori, forme narrative e stili, ma soprattutto mette in discussione l’idea che esista un unico funzionamento cognitivo da assumere come norma. Questo sposta completamente la domanda. Non: “Quale diagnosi aveva questa persona?” Ma: “Quale idea di normalità stiamo usando per giudicarla?”

È una differenza enorme. Ogni società costruisce aspettative sul modo corretto di stare al mondo, come si parla e come si ascolta. Quanto ci si muove e come si reagisce. Quanto rumore si sopporta. Quanto è accettabile essere ossessivi e quanto è accettabile essere distratti. La maggior parte di queste regole è così invisibile che smettiamo di considerarle regole e le chiamiamo semplicemente normalità. Poi arriva qualcuno che non le segue. Non necessariamente perché voglia ribellarsi, ma a volte perché non le percepisce nello stesso modo. A volte perché le percepisce troppo e a volte perché il mondo sociale che per gli altri è intuitivo, per lui non lo è affatto.

E allora arrivano le parole: strano, difficile, egoista, esagerato, freddo, incapace, eccentrico, pericoloso. Le parole cambiano ma il meccanismo può restare. La neurodiversità permette di vedere quel meccanismo senza trasformare ogni differenza in una virtù e senza negare la sofferenza reale che alcune condizioni possono comportare. È una distinzione fondamentale. Non significa dire che ogni comportamento diverso sia giusto ma significa riconoscere che diverso e sbagliato non sono sinonimi.

La storia di Anna Trapnel rende ancora più inquietante questo confine. Trapnel, nell’Inghilterra del Seicento, era una profetessa visionaria. Pubblicava testi, raccontava visioni e pronunciava avvertimenti rivolti alle autorità politiche e religiose del suo tempo. A seconda di chi la guardava, poteva essere una profetessa oppure una pazza.Oppure una strega. La ricerca storica sul suo caso mostra proprio questa oscillazione identitaria: una donna che rivendicava una forma di visione religiosa poteva essere ricondotta dalle autorità e dai suoi avversari alle categorie della follia o della stregoneria.

Questo passaggio mi interessa più della strega con il cappello nero, perché dimostra quanto possa essere fragile il confine tra visionario e patologico, profeta e pazzo, sapiente e pericoloso. Non cambia necessariamente la persona, ma cambia lo sguardo che la osserva. E quando cambia lo sguardo, cambia il nome.

È importante dirlo proprio qui. Non voglio recuperare la strega come eroina moderna, non era necessariamente una donna ribelle. Non era una femminista ante litteram e non era una guaritrice perseguitata perché troppo intelligente. E non era neppure una persona neurodivergente in senso contemporaneo. Queste letture possono essere suggestive, ma rischiano di cancellare le persone reali dietro l’archetipo. Le donne accusate di stregoneria erano persone inserite in contesti precisi, con storie precise, e spesso finirono dentro conflitti locali che avevano poco a che fare con la grande figura demoniaca che la cultura popolare ci ha consegnato.

La storia viene prima del mito, ma il mito ci permette di capire qualcosa della storia che non smette di essere attuale. Perché ogni epoca costruisce le proprie parole per indicare chi non rientra nella forma. Non diciamo più necessariamente “strega”, abbiamo parole più moderne, più tecniche e più rispettabili. Alcune sono necessarie: permettono di riconoscere esperienze, bisogni e condizioni che in passato non avevano un linguaggio adeguato. Altre possono diventare gabbie. Il problema non è avere categorie, il problema nasce quando una categoria smette di essere uno strumento e diventa una sentenza. Quando non descrive più una persona, ma pretende di spiegarla interamente. Quando la parola viene prima dell’ascolto, quando il comportamento viene prima del contesto e quando la differenza viene interpretata automaticamente come deficit. La strega ci ricorda che le etichette non sono innocenti, ma una parola può descrivere. Una parola può proteggere e una parola può anche condannare.

Forse è questo che la vecchia figura del folklore continua a chiederci. Non di credere alla magia. Non di romanticizzare il passato. Non di trasformare ogni outsider in un eroe. Ma di fermarci prima dell’etichetta, prima di decidere che quella persona è strana. Prima di interpretare il suo silenzio come ostilità. Prima di chiamare follia ciò che non comprendiamo. Prima di trasformare una differenza in una colpa. Per secoli abbiamo raccontato la strega come una donna che vedeva ciò che gli altri non vedevano. Forse il punto non è sapere se quelle visioni fossero vere ma il punto è capire perché una comunità avesse così bisogno di stabilire che non potevano esserlo.

La strega non fa più paura perché conosce il futuro ma fa paura perché non sappiamo dove collocarla. Sta nel bosco mentre noi siamo nel villaggio, sta sul confine mentre noi abbiamo bisogno di categorie. Guarda il mondo da un angolo che non riconosciamo. E noi, quando non comprendiamo un punto di vista, abbiamo sempre una tentazione: correggerlo e normalizzarlo. Forse la domanda che dobbiamo portarci dietro non è se la strega vedesse troppo. È un’altra. Quanto del mondo non vediamo perché abbiamo deciso in anticipo come dovrebbe essere visto?

Alice Tonini

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Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻

Il mostro non nasce nel buio, il buio serve soltanto a nasconderlo. Ogni anno, alla fine di ottobre, riempiamo le vetrine di zucche illuminate, scheletri, streghe, vampiri e corpi divorati dalla morte. Disegniamo sangue sui muri. Indossiamo maschere. Bussiamo alle porte chiedendo dolci. Per una notte, il mostro diventa consentito. Possiamo essere ciò che per il resto dell’anno dobbiamo fingere di non essere.

Ed è proprio questo il punto, Halloween non è interessante perché ci permette di giocare con la paura. È interessante perché ci permette di darle un volto. Per qualche ora trasformiamo l’angoscia in una creatura con i denti, la morte in uno scheletro, l’ignoto in una strega. Poi arriva novembre e la maschera torna nel cassetto, il mostro torna dove lo abbiamo sempre tenuto: fuori da noi. O almeno così ci piace pensare.

Prima delle zucche arancioni e delle feste in costume esisteva una stagione diversa. Halloween appartiene a una lunga stratificazione di tradizioni, cristiane e precristiane. Il suo nome deriva da All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, mentre nella cultura popolare moderna è spesso collegato alle celebrazioni di fine raccolto associate a Samhain. Al di là delle semplificazioni con cui oggi raccontiamo queste origini, rimane un elemento fondamentale: la soglia. La fine del raccolto, l’ingresso nella stagione oscura, il passaggio, la separazione fra ciò che appartiene al mondo dei vivi e ciò che viene collocato dall’altra parte.

Shadowy creatures erupt from a cracked street in a modern city
A quiet downtown crossing is disrupted by a dramatic mass of shadowy creatures surging from the cracked street.

È questo che rende così potente il simbolismo di Halloween. Non celebriamo soltanto il mostro, celebriamo il momento in cui il confine si assottiglia e ogni società ha bisogno di confini, perché senza un “noi” è difficile costruire un “loro”. Il mostro serve a una funzione molto precisa: indica il limite. Questo è normale e quello è anormale. Questo appartiene a noi ma quello deve rimanere fuori. Per secoli abbiamo dato nomi, corpi e volti a tutto ciò che non riuscivamo, o non volevamo, integrare, come la strega, l’eretico, il deforme, il folle, il selvaggio, il traditore, il corpo che non obbedisce e la donna che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. Il povero, il diverso, il contagioso, ogni epoca costruisce le proprie categorie di esclusione e poi ha bisogno di rappresentarle attraverso qualcosa che possa essere indicato con un dito.

Ecco il mostro, guardatelo. Non siamo noi, non assomiglia a noi, non pensa come noi, non vive come noi, non desidera ciò che desideriamo noi. Quindi possiamo stare tranquilli perché il male è là fuori. Finché non ci accorgiamo che il mostro ha cominciato a guardarci.

Il mostro contemporaneo non ha necessariamente zanne, può avere un badge, una divisa, un contratto, una cartella clinica, un numero identificativo. Può sedersi dietro una scrivania e pronunciare una frase perfettamente corretta. Può sorridere e può avere una famiglia. Può pagare le tasse e può essere perfettamente integrato nella società che lo ha prodotto. Questa è una delle trasformazioni più inquietanti dell’orrore moderno.

Non abbiamo più bisogno di creature che arrivano dal bosco. Il bosco lo abbiamo asfaltato, abbiamo illuminato le strade, abbiamo catalogato ciò che ci circonda, abbiamo trasformato l’ignoto in dati. Eppure continuiamo ad avere bisogno di mostri; perché il mostro non serve soltanto a spaventarci ma serve a semplificare la realtà. Se il colpevole ha un volto mostruoso, possiamo odiarlo senza interrogarci sul sistema che lo ha prodotto. Se il diverso è davvero diverso, possiamo allontanarlo senza chiederci perché ci faccia paura. Se la vittima può essere trasformata in un’anomalia, possiamo smettere di considerare la sua sofferenza come una responsabilità collettiva. Il mostro è comodo perché ci permette di dormire.

È qui che l’orrore diventa più interessante, perché spesso il mostro non arriva dall’esterno ma viene prodotto dall’interno. Una società stabilisce una norma poi stabilisce chi non la rispetta. Poi costruisce una categoria per identificarlo e infine lo guarda e dice:vedete? È diverso da noi. La macchina che ho creato è perfetta. Prima traccia il confine, poi crea l’escluso. E usa l’escluso per giustificare l’esistenza del confine. Il cerchio si chiude. E noi possiamo continuare a sentirci dalla parte giusta.

È una delle ragioni per cui l’orrore funziona così bene quando smette di raccontare soltanto fantasmi e comincia a raccontare sistemi. Il fantasma può infestare una casa. Un sistema può infestare un’intera società.

È anche il filo che attraversa le storie e le figure che abbiamo incontrato in questo mese. Daria porta il peso di un corpo che diventa territorio di controllo. Vanni attraversa una realtà in cui il consumo e il desiderio possono divorare l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile. E Anna Karenina, dietro la superficie della tragedia sentimentale, ci mostra una donna schiacciata da una struttura sociale che stabilisce cosa una persona può desiderare, cosa può essere perdonato e cosa invece deve essere punito. Sono storie molto diverse, ma il meccanismo che le attraversa è inquietantemente simile. Prima viene stabilita la forma corretta, poi arriva chi non riesce, o non vuole, entrarci e allora nasce l’anomalia, il problema e lo scandalo.

Il mostro non serve che abbia corna o artigli. A volte basta che abbia smesso di obbedire. Forse è proprio questa la ragione per cui Halloween continua a funzionare. Per una notte possiamo fare qualcosa che durante il resto dell’anno ci è proibito, possiamo mettere fuori il mostro, possiamo vestirci da ciò che temiamo e possiamo mostrare i denti senza essere accusati di averne troppi. Possiamo essere morti senza esserlo. Possiamo essere streghe, demoni, vampiri, creature deformi. Possiamo attraversare il confine e soprattutto possiamo tornare indietro. Questa è la parte rassicurante del rituale.

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La mattina dopo ci togliamo il trucco, ripieghiamo il costume, buttiamo via le zucche e torniamo normali. Ma c’è una domanda che Halloween lascia aperta: quale delle due era la maschera? Quella che abbiamo indossato per una notte? O quella che portiamo ogni giorno per essere accettati dagli altri? Forse abbiamo smesso di avere paura dei mostri perché abbiamo imparato a riconoscerli, o forse è successo il contrario: forse siamo diventati così bravi a costruire categorie, classificazioni e definizioni da non avere più bisogno di vedere il mostro. Ci basta un’etichetta, una statistica o una parola. Il mostro diventa così piccolo da poter stare dentro una casella. Ed è proprio allora che diventa davvero pericoloso, perché un mostro che possiamo riconoscere è relativamente semplice da affrontare.

Quello che dovrebbe farci paura è il mostro che parla la nostra lingua. Quello che conosce le nostre regole. Quello che entra dalla porta principale. Quello che non ha bisogno di nascondersi perché tutti lo considerano normale. Il 31 ottobre non abbiamo davvero paura dei morti ma abbiamo paura che tornino a ricordarci ciò che è stato sepolto. Per questo accendiamo lanterne e indossiamo maschere. Per questo raccontiamo storie di mostri. Perché il mostro, finché ha il volto di una creatura fantastica, rimane innocuo.

Il problema comincia quando togliamo la maschera. E scopriamo che ci somiglia.

Alice Tonini

6 risposte a “Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻”

  1. Avatar Bariom

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono i mostri reali, quelli che di umano non hanno quasi più nulla.
    Chi violenta, chi stupra, chi uccide divertito, chi schiaccia, chi depreda, chi odia, senza maschera o con maschere di menzogna. Senza un giorno sul calendario, perché ogni giorno è un giorno nuovo.

    Resta la domanda: dove nascono, da dove vengono, questi mostri?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto esatto in cui la letteratura dell’orrore crolla di fronte alla realtà: i mostri veri non arrivano da un’altra dimensione né indossano una maschera che a fine notte possono togliersi. Vengono dalla normalità, dai dettagli sfilacciati del nostro tessuto sociale, dall’assenza totale di empatia coltivata nell’indifferenza quotidiana. Non hanno bisogno di Halloween perché la loro festa è ogni giorno, protetti dal silenzio e dalle giustificazioni di chi preferisce non vedere. Una domanda a cui non c’è risposta consolatoria. 🖤

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  2. Avatar Lucadg

    Analisi lucida e puntuale complimenti Alice. Oggi portavo le mie figlie a scuola, tutta la classe era mascherata per festeggiare ed e i bimbi erano entusiasti, tutti, tranne i figli di alcuni genitori che seguono questo filone religioso per cui mascherarsi evocherebbe chissà che. Vedere quei bimbi così tristi mi è dispiaciuto troppo, poi sai che noi con i “superpoteri” siamo molto più empatici. Non giudico i genitori, la fede ci salvi dalla religione, ma rendere un bimbo felice per me dovrebbe venire al primo posto.
    Secoli fa magari si sarebbero riuniti nelle stalle e mentre sgranavano il rosario per esorcizzare chissà che, mormoravano sulla curatrice o sulla levatrice che fino al giorno prima li aveva aiutati e mandiamola a fare due chiacchere col prete che magari bruciata lei le nostre vite torneranno felici.
    Cosa è il mostro da esorcizzare allora?
    Ciao a presto e grazie per il tuo articolo.

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    1. Avatar Bariom

      Allora ti chiedo: c’è qualcosa che non faresti mai fare ai tuoi figli anche se gli altri intorno lo facessero? O solo per non vederli “tristi” , acconsentiresti?

      Perché al di là di come la si pensi su Halloween o altro, oggi il grosso problema nell’educazione dei figli è che loro vorrebbero di tutto e subito e noi adulti cadiamo nell’inganno di doverglielo dare per non vederli “tristi” o perché non credano di essere meno degli altri.

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      1. Avatar Alice Tonini

        Assolutamente sì, ci sono confini invalicabili. Il terrore moderno di vedere un figlio triste per cinque minuti sta creando una generazione incapace di reggere la frustrazione. Acconsentire a tutto pur di allinearlo al branco significa fargli la violenza peggiore: togliergli gli anticorpi per resistere al mondo. Un’analisi impeccabile. 🌍

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    2. Avatar Alice Tonini

      Hai risposto tu stesso con la metafora delle stalle: il vero demone è l’ipocrisia di chi usa la dottrina per punire i più deboli e pulirsi la coscienza. Vedere dei bambini esclusi dalla gioia condivisa per paure medievali ridestato esattamente quell’oscurantismo che fingiamo di aver superato. L’empatia di cui parli è forse l’unico anticorpo che ci è rimasto. A presto e grazie! 📖

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Il vuoto e la paura: riflessioni psichiche 🤍

Il cervello umano non ama i vuoti. Davanti a una frase interrotta, a una porta che non sappiamo cosa nasconda, a una storia senza finale, qualcosa dentro di noi comincia a lavorare. Cerchiamo il pezzo mancante, la spiegazione, la conclusione, una linea abbastanza solida da poterla seguire fino alla fine.

È come se la mente sopportasse male le forme spezzate. Quando qualcosa rimane aperto, continuiamo a tornarci sopra. La domanda rimane lì, in sospeso, come una scheggia infilata sotto la pelle, eppure c’è una strana contraddizione. Perché tutto ciò che ci affascina davvero, là dove l’orrore incontra il sacro, dove il conosciuto finisce e comincia l’abisso, sembra avere proprio la forma che la nostra mente vorrebbe evitare.

Nella letteratura dell’orrore e nella fantascienza più nera, la paura più potente raramente coincide con ciò che viene mostrato. Nasce da ciò che manca, da una porta che nessuno ha mai aperto, da un corridoio che termina nel buio, da una creatura di cui vediamo soltanto una parte, da un manoscritto al quale mancano proprio le pagine che potrebbero spiegare tutto.

H.P. Lovecraft lo aveva capito perfettamente: il terrore non ha bisogno di essere descritto fino all’ultimo dettaglio. Anzi, spesso accade il contrario. Più cerchiamo di definire l’orrore, più lo rendiamo innocuo. Un mostro ha un corpo. Un corpo ha dei confini. Ciò che non riusciamo a delimitare, invece, continua a espandersi, è per questo che una geometria impossibile può essere più inquietante di un cadavere. Che un’architettura lasciata a metà può disturbare più di una rovina completamente crollata. Che poche righe di un testo antico possono diventare più terrificanti quando le pagine successive non esistono.

Open antique book beside a candle and dark rose petals
An aged open book rests beside a smoking candle and scattered dark rose petals in moody window light.

Il vuoto non è assenza ma è spazio disponibile per la paura. Quando una storia si interrompe prima della spiegazione, smette di appartenere completamente al suo autore. Il lettore entra nel buco e lo riempie con la propria immaginazione, con le proprie paure, con ciò che avrebbe preferito non trovare.

L’ossessione per ciò che rimane aperto non appartiene soltanto alla narrativa. In psicologia, il cosiddetto effetto Zeigarnik descrive la tendenza a mantenere più facilmente accessibili nella memoria alcune attività interrotte o non concluse rispetto a quelle completate. Il fenomeno è stato studiato in diversi contesti e non significa che ogni compito incompiuto ci perseguiti automaticamente, ma l’idea rimane affascinante perché qualcosa dentro di noi sembra avere difficoltà a lasciar andare ciò che non ha trovato una conclusione. Una conversazione interrotta, una domanda senza risposta, un progetto abbandonato, una relazione rimasta sospesa, un futuro immaginato e mai arrivato.

Per alcune persone, soprattutto quando la gestione dell’attenzione e delle priorità è più complessa, questa sensazione può diventare ancora più evidente. I file aperti si moltiplicano uno sopra l’altro, pensieri che chiamano altri pensieri. Idee che rimandano ad altre idee, progetti iniziati con entusiasmo e poi lasciati in sospeso mentre qualcosa di nuovo prende il loro posto.

Non è necessariamente pigrizia, non è necessariamente mancanza di volontà, a volte è semplicemente una mente che fatica a decidere quale porta chiudere mentre altre cento continuano ad aprirsi. E così il cantiere rimane acceso anche di notte.

Viviamo in una cultura ossessionata dalla conclusione, devi finire, devi produrre, devi completare, devi chiudere il progetto, raggiungere l’obiettivo, risolvere il problema, guarire dalla ferita, trasformare l’esperienza in una lezione. Persino il dolore sembra dover avere una destinazione: soffri, elabori, guarisci. Fine. Ma la vita non funziona così.

Ci sono storie che non arrivano all’ultima pagina, persone che se ne vanno senza spiegazioni, traumi che non producono una morale, domande alle quali non arriva nessuna risposta e versioni di noi stessi che rimangono indietro senza una vera cerimonia di chiusura. E forse il problema non è che queste cose siano incompiute, forse è la nostra ossessione per chiuderle a tutti i costi.

E se la perfezione fosse soltanto una maschera? Una superficie liscia costruita per rassicurarci. Un Palazzo di Cristallo nel quale tutto deve avere una funzione, una forma, una spiegazione. E se invece la verità delle cose abitasse proprio nella crepa? Nel frammento, nella cicatrice, nel non-detto, nella pagina strappata.

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Accettare la forma del buio non significa romanticizzare il caos o rinunciare a concludere ciò che possiamo concludere. Significa riconoscere che non tutto ciò che è aperto deve essere chiuso. Alcuni abissi non hanno bisogno di essere riempiti, alcune domande meritano di rimanere domande, alcune anomalie non devono necessariamente essere corrette per rientrare nella forma prevista. E alcune storie possono continuare a vivere proprio perché non sappiamo come finiscono. Forse l’incompiuto ci spaventa perché ci ricorda una verità elementare:anche noi siamo incompiuti.

Continuiamo a cambiare mentre costruiamo una versione di noi stessi che, appena sembra completa, ricomincia a sgretolarsi. Siamo cantieri aperti. Linee interrotte, frasi alle quali manca ancora l’ultima parola. E forse non c’è niente da aggiustare.

Settembre finisce così. Non con una risposta. Non con una morale. Non con una porta finalmente chiusa. Finisce lasciando una fessura, abbastanza grande perché qualcosa possa ancora passare. I cantieri restano aperti, le ombre si allungano e là fuori, da qualche parte, c’è ancora una storia che non abbiamo finito di raccontare.

Forse è proprio questo il punto. Forse non dobbiamo sempre avere il coraggio di chiudere il file. A volte dobbiamo avere quello, molto più difficile, di lasciarlo aperto.E convivere con ciò che continua a guardarci dallo schermo.Voi come gestite i vostri «file aperti»?Siete quelli che devono chiudere ogni cosa a tutti i costi?O avete imparato a convivere con il fastidio, e forse con la bellezza, dell’incompiuto?

Alice Tonini

2 risposte a “Il vuoto e la paura: riflessioni psichiche 🤍”

  1. Avatar Pim

    Hai scritto un post molto approfondito sull’argomento. Mentre leggevo, pensavo che oggi viviamo in un contesto sociale che Zeigarnik non avrebbe mai potuto supporre. Lasciamo moltissime cose incompiute contemporaneamente, i social media in questo senso concorrono a peggiorare le cose dentro la nostra mente. Più le cose incompiute si accumulano, meno energia ci resta per vivere la quotidianità. Da un lato dobbiamo accettare questa incompiutezza, siamo esseri impermanenti; dall’altro però dovremmo forse sforzarci ad una maggiore disciplina.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Osservazione spietata e attualissima. I social hanno trasformato l’effetto Zeigarnik in una trappola sistemica che frammenta l’energia quotidiana. Hai perfettamente ragione: l’accettazione dell’imperfetto deve andare di pari passo con una disciplina ferrea nel tagliare il rumore inutile. A presto! 🔇

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Illusione delle vacanze: come gestire il rientro 📣

Lettori dell’ignoto oggi arriva la sveglia: le vacanze sono finite, i treni si riempiono, le caselle email si intasano di nuovo. In questi giorni i social e i giornali torneranno a raccontarvi della solita, stucchevole retorica sulla “sindrome da rientro”, dispensando consigli banali su come ricominciare con dolcezza, come mantenere il relax estivo o come sopravvivere al ritorno in ufficio.

Noi siamo qui per smontare questa ipocrisia. Quello che la massa chiama “trauma da rientro” non è la nostalgia del bagnasciuga; è il terrore del risveglio. È la presa d’atto che l’anestesia è svanita e che il guscio artificiale protettivo dell’estate si è spaccato, esponendovi di nuovo alla realtà. Il vero dramma non è tornare a lavorare. Il vero dramma è accorgersi che l’estate non ha cambiato di un millimetro la traiettoria della vostra vita.

La società dei consumi ha costruito il mito delle vacanze come un pulsante di “reset”. Vi dicono: sopportate l’ingranaggio per undici mesi, poi compratevi due settimane di oblio e tutto tornerà a posto. È la logica dell’allevamento intensivo: concedere un po’ di pascolo libero per evitare che il bestiame si ribelli. La maggior parte delle persone usa agosto esattamente così: come un sonnifero. Si stordisce di sole, di aperitivi, di letture leggere e di chiacchiere vuote, nell’illusione che staccare la spina equivalga a ricaricarsi. Ma staccare la spina a un macchinario non lo ripara; lo spegne e basta.

Seashell on sandy beach with ocean waves and sunset in background
A large seashell rests on the sandy beach at sunset with gentle waves and palm trees in the background.

Quando il guscio si rompe a fine agosto, il ritorno alla realtà è devastante perché quella realtà è rimasta esattamente identica a come l’avevate lasciata a luglio. I nodi irrisolti sono lì. Le ambizioni soffocate sono lì. I compromessi quotidiani vi aspettano al varco, più affilati di prima, perché adesso non avete più la scusa del “ne riparliamo a settembre”.

C’è un’alternativa a questo ciclo eterno di sonno e risveglio traumatico. È la scelta dell’anomalia.Chi ha saputo abitare il silenzio nelle scorse settimane, chi ha usato la stasi estiva e la luce spietata del proprio mezzogiorno interiore per guardarsi dentro senza filtri, oggi non vive alcun trauma. Chi ha lavorato nell’ombra per affilare i propri strumenti non subisce il rientro: lo cavalca.

Il ritorno alla routine è un incubo solo per chi ha usato l’estate per fuggire da se stesso. Per chi invece ha usato questo tempo come un incubatore di potenza, la fine di agosto non è il ritorno in prigione, ma l’inizio dell’offensiva. È il momento in cui le idee coltivate nel silenzio escono allo scoperto per imporsi sul caos del mondo.

La vera libertà non si misura da quanti giorni di ferie potete permettervi, ma da quanta realtà siete capaci di sopportare senza sentire il bisogno di fuggire. Se in questi giorni avvertite quel senso di soffocamento, non cercate di calmarlo con i rimedi rassicuranti della psicologia di massa. Usate quel disagio. È la vostra parte più autentica che vi sta urlando che il guscio si è rotto e che non potete più permettervi di giocare al ribasso con la vostra esistenza. Il tempo dell’anestesia è scaduto. Ben tornati nel mondo reale.

Come vi accogliete in questo fine agosto? Sentite il peso del guscio che si rompe o fate parte di chi ha usato il silenzio per preparare il proprio autunno? La Stirpe si ritrova qui. Ditemi dove siete.

Alice Tonini

2 risposte a “Illusione delle vacanze: come gestire il rientro 📣”

  1. Avatar terryaires

    Come tutti attendo la settimana di vacanza ad agosto per “staccare la spina”…ma ormai non mi spaventa più il ritorno alla realtà, è la vita, il lavoro mi attende sempre ma c è una strategia, dalla routine del lavoro, staccare la spina tante volte almeno una volta al mese con lunghi fine settimana, in questo modo ho instaurato una nuova routine fino a quando non andrò in pensione🤣…….tante vscanzine e non ti trovi ad avere lo stress del rientro

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    1. Avatar Alice Tonini

      È una forma di resistenza pragmatica: distribuire l’ossigeno lungo tutto l’anno invece di pretendere di farlo bastare ad agosto. Se funziona per mantenere l’equilibrio senza farsi divorare dallo stress, hai fatto centro. A presto! 🪂

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L’ultimo posto come opportunità 💪🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un numero che per anni ho vissuto come un marchio di infamia: l’ultimo posto. Dopo la laurea specialistica a Verona, il mio percorso sembrava tracciato. Volevo la ricerca, volevo l’accademia, volevo quel posto sicuro dentro le istituzioni che certificano chi ha il diritto di parlare e chi no. Ma il concorso andò male. Anzi, andò “peggio” che male: arrivai ultima.

In quel momento, per me, la luce si era spenta. Avevo fallito l’unico obiettivo che ritenevo degno. Mi sentivo come una delle “Odd Women” di Gissing o di Godwin: fuori dai giochi, inutile per il sistema, scartata. Ma oggi, a distanza di tempo, guardo quella graduatoria e capisco che è stata la mia più grande fortuna.

Cosa sarei diventata se avessi vinto? Sarei stata un ingranaggio. Avrei passato i miei anni a scrivere articoli per riviste che nessuno legge, seguendo protocolli rigidi, limando la mia visione per non disturbare i baroni di turno. Sarei stata una ricercatrice “certificata”, ma avrei perso la mia voce.

Arrivare ultima mi ha costretta a una scelta brutale: rinunciare o ricominciare da me. Ho scelto la seconda. Ho deciso che avrei continuato a scrivere “da me e per me”, senza aspettare il permesso di una commissione. Ed è in quel vuoto, in quella mancanza di riconoscimento ufficiale, che sono nati i miei romanzi.

Senza quel fallimento, “La Specie Perduta” non esisterebbe. Perché per scrivere di un’organizzazione che controlla il mondo (l’OMT), devi aver provato sulla tua pelle cosa significa essere respinta da un’organizzazione che controlla il tuo futuro. Per parlare del “Richiamo” della periferia e del pericolo, devi aver abitato quell’ombra, quella delusione che ti toglie il respiro e ti fa dubitare del tuo valore.

L’ansia che mi accompagna, e che affronto con la terapia, ha radici anche lì: in quel senso di inadeguatezza che il sistema ti cuce addosso quando non rientri nei suoi canoni. Ma ho imparato a usarla. L’ansia è diventata il motore della mia ricerca indipendente. Non cerco più l’approvazione di un’università; cerco la verità tra le pagine dei miei libri e nel dialogo con voi.

La domanda per voi oggi è provocatoria. Il sistema vi ha mai detto che “non siete abbastanza”? Vi ha mai messo all’ultimo posto in una graduatoria reale o immaginaria? Non abbiate paura di quell’ultimo posto. Spesso è l’unica posizione che vi garantisce la libertà di scappare mentre tutti gli altri sono troppo impegnati a scalare una gerarchia che li divorerà.

Raccontatemi il vostro “ultimo posto”. Come avete trasformato quel rifiuto nella vostra forza più grande? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

10 risposte a “L’ultimo posto come opportunità 💪🏻”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Ti abbraccio e ti dico brava.
    Tutto quel che di buono davvero ho fatto nasce dopo la domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’ Rivolta dal mio tutor di dottorato alla mia veneranda età di 34 anni. ‘Sono grande…’ – ‘Si ma qui il concorso prima di 15 anni non te lo fa fare nessuno…’

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    1. Avatar Alice Tonini

      A volte l’onestà brutale di un tutorial è la chiave della nostra cella. Quei 15 anni promessi sono il costo dell’opportunità che molti non hanno il coraggio di rifiutare. Ti abbraccio anche io: siamo la prova che c’è vita, e molta più luce, oltre la soglia dei concorsi mancati.🤝

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ma verissimo!

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  2. Avatar alicespiga82

    Mi sono riconosciuta tantissimo nelle tue parole! Anche il mio – per ora unico libro pubblicato – non sarebbe mai esistito senza l’ansia, senza gli attacchi di panico, senza la terapia e senza un cancro. Ogni esperienza della vita si tramuta in scrittura e genera cambiamenti profondi. ✒️❤️

    Sui concorsi, mai fatti. Però mi hai ricordato quando facevo lettere e tutti mi spingevano a mettere, nel piano di studi, gli esami propedeutici all’insegnamento. E io sono rimasta ferma: non volevo insegnare, non stavo facendo lettere per quello! Non me ne sono mai pentita. Ho sempre lavorato nel mio ambito e non mi è mai nata la voglia di insegnare agli altri. 🤩
    Quindi: avanti così. 😻

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ti ringrazio per questa condivisione così potente. La scrittura che nasce dal corpo ha un peso diverso: non può essere ignorata. Hai avuto il coraggio di non parcheggiarti in un piano di studi rassicurante e questo si sente dalla forza della tua voce. Tramutare l’esperienza in cambiamento è l’unica alchimia concessa. Avanti così e restiamo fedeli alla nostra natura. 💪🏻💪🏻💪🏻

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  3. Avatar Celia

    Mi interessa molto il discorso sulle odd women.
    Chi sono questi autori?

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Le Odd Women sono le eccedenze: donne che per cultura, scelta o destino sono rimaste fuori dal “mercato” del matrimonio e delle convenzioni. È un termine che nasce da un romanzo spietato di fine Ottocento e che descrive perfettamente chi di noi si sente fuori quota. Sto preparando un approfondimento proprio su questo: ti svelerò presto il pensiero degli autori che hanno dato voce a questa solitudine orgogliosa. Ti dico solo che farà riflettere sul modo in cui oggi consideriamo l’indipendenza.

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      1. Avatar Celia

        Adoro.
        Aspetto il tuo approfondimento con calma ed eccitazione.

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      2. Avatar alicespiga82

        Davvero interessante. Mi associo all’attesa di leggere l’approfondimento. 🤗

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  4. Avatar alicespiga82

    Sì, sempre fedeli a quello che siamo e che vogliamo essere. ❄️🤍🌼

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