Lettori, siete pronti? Perché ormai ci siamo, il romanzo è pronto.
Questo non è solo un romanzo di fantascienza, sarà un viaggio nel cuore di un uomo e nel destino dell’intera umanità.
Mi ha sempre affascinato il potere della fantascienza, la sua capacità di costruire mondi alternativi per rispondere alle domande più complesse sul nostro futuro. Non volevo solo raccontare una storia, volevo esplorare il confine tra ciò che è tecnologicamente possibile e ciò che è eticamente giusto.
Il mio protagonista, ad esempio, si trova proprio su questo confine. Bernard è un brillante scienziato, desideroso di farsi notare dai suoi superiori, ma è anche un uomo che ama profondamente gli animali e la natura. Questo conflitto interiore è il motore della sua storia. Deve scegliere: l’ambizione e il progresso o il rispetto per la vita e la natura?
Vi assicuro che, tra le pagine, viaggerete in un mondo in cui ogni risposta porta a una nuova domanda e in cui il mistero del passato si intreccia in modo indissolubile con il futuro. Siete pronti a esplorare questo confine con me?
Alice Tonini
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2 risposte a “Esplorare il confine tra scienza ed etica nel mio nuovo romanzo”
Cari lettori del mistero, la domanda è semplice, ma la risposta è un abisso. Se ti chiedessi, qui e ora, qual è la singola cosa che apprezzi di più della persona che sei, cosa mi risponderesti? Il tuo spirito, la tua intelligenza, la tua lealtà? Tutte risposte valide. Ma c’è un tratto, spesso abusato e ridotto a un hashtag da self-help di moda, che per me racchiude l’essenza stessa della sopravvivenza e della crescita.
Sto parlando della resilienza.
Se fino a qualche anno fa questo termine era sulla bocca di tutti, tatuato sui polsi e stampato sulle tazze motivazionali, la sua vera forza risiede in un mistero ben più antico, nascosto nelle storie che ci raccontiamo. Per chiunque conosca la fatica di ricominciare dopo un inciampo, per chiunque si muova nel mondo con una mente che “funziona diversamente”—come accade per una persona neurodivergente—la resilienza non è una moda. È una tattica di sopravvivenza quotidiana.
La resilienza, nella sua accezione più onesta, è la capacità di rialzarsi dopo essere caduti. Non una, ma infinite volte. Per una mente non conforme agli standard, l’errore non è un’eccezione, ma spesso la regola, il prezzo per aver osato navigare un mondo pensato con istruzioni diverse. Ogni passo falso, ogni misunderstanding sociale, ogni frustrazione o burnout non è la fine, ma un segnale: cambia la strategia, non l’obiettivo.
È il mistero della nostra forza interiore: perché continuiamo a spingerci oltre, anche quando il fallimento sembra l’unica costante? La risposta non è nel DNA, ma nella scelta consapevole di puntare alla crescita personale, al miglioramento continuo.
È qui che la letteratura e il folklore ci offrono specchi in cui riflettere questa nostra tenacia. Pensate ai grandi personaggi delle nostre storie, quelli che abbiamo fatto sedere nel nostro salotto letterario negli scorsi mesi:
* Jude Fawley (Jude l’Oscuro): la sua resilienza era il tentativo disperato e ripetuto di superare i muri di classe per accedere alla conoscenza. Nonostante ogni porta gli venisse sbattuta in faccia, lui continuava a bussare con i libri in mano.
* L’Uomo Invisibile: dopo aver sperimentato il tradimento e l’invisibilità, si ritira. Ma il suo ritiro non è una resa; è un atto di resilienza intellettuale, uno spazio per rielaborare il caos e prepararsi al ritorno, con una nuova consapevolezza.
Ma non sono solo gli eroi di carta a incarnare questa virtù. Nelle leggende locali e nel folklore si nascondono storie di una resilienza più cruda, più terrena: il contadino che ricostruisce il fienile dopo il fulmine; la vedova che coltiva la terra da sola; il santo patrono che, pur decapitato, si rialza e cammina. Queste figure, siano esse letterarie o leggendarie, ci dicono la stessa cosa: la vera forza non è non cadere mai, ma portare le cicatrici e usarle come mappa.
Se il tratto che apprezzo di più di me è la resilienza, non è per vanto. È per gratitudine verso quella parte di me che si rifiuta di accettare la sconfitta come l’ultima parola. Per tutti coloro che, come me, affrontano il mondo con un sistema operativo interno un po’ “fuori standard,” la resilienza è il nostro superpotere segreto. È la nostra capacità di debugging emotivo e cognitivo.
E tu? Qual è il tratto che ti permette di rialzarti, di continuare a crescere e di superare l’ultimo ostacolo? C’è una leggenda o un personaggio letterario che incarna la tua forza interiore? Fermati un attimo. Non pensarci troppo. La risposta onesta è spesso la più misteriosa e potente.
Alice Tonini
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7 risposte a “La Resilienza: Il Superpotere Nascosto della Crescita”
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Più che la resilienza (parola molto bella) ad aiutare me è l’indifferenza (parola bruttissima). Il non credere più, il non aver bisogno, ecc. I miei personaggi di supporto (vecchi più di me, “piccole donne” per intenderci) sono svaniti nel tempo e con loro la mia resilienza.
Non so se sia un potere o sia follia. Ma le emozioni per me sono energia. Belle o brutte non importa, finché sento so che sono viva, notte e giorno si alternano ed è giusto così, perché ad ogni tramonto segue un’alba e ad ogni notte il giorno.
A volte mi sento come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Credo che la vita sia costellata di cadute continue e, per quanto difficile, è importante riuscire a rialzarsi. Quindi credo di essere resiliente anche io. Anche se spesso mi sento sbagliata e non è una bella sensazione.
Don Chisciotte combatteva contro fantasmi creati dalla sua mente, non contro ostacoli reali. La resilienza non è solo rialzarsi per farsi colpire di nuovo come Don Chisciotte, ma capire perché siamo caduti e cambiare rotta. Qual è il ‘mulino a vento’ che oggi potresti smettere di combattere per investire quelle energie su te stessa? Non arrenderti. 💪💪💪 Buone feste e buon 2026
Sì, hai ragione. Penso di remarmi contro a volte. Ho capito perché sono caduta, la consapevolezza non mi manca, ma capire e mettere in pratica, riuscire davvero a farlo, si trovano su piani diversi. Avrei dovuto investire di più su me stessa. Sto cercando di farlo.
Non mi arrendo, ti ringrazio, buone feste e buon 2026 🙏🏻🙏🏻🙏🏻
Lettori del mistero, il nostro viaggio tra i libri di formazione è finito, ma noi siamo già pronti ad intraprendere un’altro in compagnia di altre dieci opere. Ma questa volta saranno tutte donne.
Prima di procedere però voglio dedicare ancora qualche minuto per ricordare le ultime opere che abbiamo visto e ringraziare i nostri protagonisti per la compagnia che ci hanno fatto in questi mesi.
I nostri dieci uomini si sono riuniti in una stanza, avvolti nel fumo dei sigari e nel calore del caminetto. Non sono politici o magnati, ma i veri giganti della letteratura che hanno plasmato il nostro modo di vedere l’ambizione, l’amore e il significato stesso dell’esistenza. Nove sono figure di finzione che sentiamo reali, uno è l’unica voce storica nel coro.
Ci chiediamo cosa succede quando si incontrano Pip e Gatsby? Cosa scopre l’Uomo Invisibile quando discute la vita con Thoreau in un sanatorio svizzero?
Per mesi, abbiamo esplorato singolarmente le storie di questi giovani uomini, tutti uniti da una speranza: sfuggire alla povertà e trovare un posto nel mondo. Ora, per la prima volta, li abbiamo messi tutti nella stessa stanza. Preparatevi a sbirciare attraverso il vetro affumicato di questo incontro esclusivo, dove la conversazione non è solo “politica ed economia”, ma la spietata anatomia del sogno americano e l’eterna ricerca di significato.
Il primo gruppo discute amabilmente accanto ad una vecchia libreria impolverata. Si sono focalizzati sulla scalata sociale, confrontando l’Inghilterra vittoriana con il frenetico boom americano degli anni ’20. Pip (Grandi Speranze) e Jude (Jude l’Oscuro) hanno offerto un resoconto amaro delle mura di classe della Gran Bretagna del XIX secolo. Per uno la fortuna è stata una beffa, per l’altro l’istruzione è rimasta un miraggio. La domanda è passata a Clyde Griffiths (Una Tragedia Americana) e a Jay Gatsby (Il Grande Gatsby): la parete americana era davvero “più facile da scalare”?
La discussione nell’angolo accanto al caminetto è più accesa. Dopo un primo tentativo di aprire un dibattito sulla povertà, il Narratore Anonimo (Uomo Invisibile) ha trovato la sua dimensione in una discussione più profonda. Si è lasciato alle spalle il fervore politico di Harlem, si è seduto con l’eremita di Concord, Henry David Thoreau (Walden), e con il paziente alpino, Hans Castorp (La Montagna Incantata). La loro conversazione ha toccato il significato della vita vista da tre prospettive estreme: una vita invisibile nel sottosuolo, una vita scelta in solitudine in riva a un lago, e una vita sospesa dal mondo in un sanatorio.
La coppia più inaspettata affronta il tema della fede sorseggiando un brandy davanti ad un ampia finestra. John Grimes (Gridalo forte), straziato tra la sua famiglia e il rigido fuoco della Chiesa Pentecostale di Harlem, si è ritrovato a conversare con Frank Alpine (Il Commesso), il cattolico romano affascinato e in bilico sull’ebraismo. Entrambi hanno conosciuto l’esperienza amara della vita e si sono ritrovati a parlare di religione, non come una dottrina, ma come una disperata ricerca di espiazione e struttura morale.
Mentre i gruppi si sciolgono, abbiamo individuato un’ultima, cruciale conversazione. Inman (ColdMountain), il soldato disertore in cerca della strada per casa, ha trovato la saggezza non in Ulisse, il viaggiatore per antonomasia, ma in un uomo in attesa. Lo abbiamo messo a confronto con Robert MacIver (Regole per vecchi gentiluomini), l’unico uomo reale tra i presenti, un ottuagenario che ha vissuto e ora si confronta con le sue memorie di guerra. L’urgenza della fuga e del ritorno di Inman è stata messa a confronto con la saggezza della sosta e la contemplazione del tempo. Il vero viaggio, ha suggerito MacIver, non è quello verso casa, ma quello verso l’accettazione del passato. Per l’emozionante riepilogo sul tema del Nostos (il ritorno a casa), leggi qui: Cold Mountain: Storia di Guerra e Nostalgia 🐎
Cosa ne pensi? Quale tavolo avresti scelto per sederti? Il brandy è finito, i sigari si sono spenti, ma le loro domande restano accese. Non perderti l’occasione di approfondire queste conversazioni che ridefiniscono il canone e cerca le tue risposte negli articoli pubblicati.
Alice Tonini
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Una risposta a “Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni”
sillydeliciouslyf76523c1d3
Interessantissimo!!! Ma non sarei all’altezza di nessuna di queste conversazioni, anche se la sola capacità di ascoltarle è già molto.
Carissimi lettori del mistero e dell’ignoto oggi desidero coinvolgere anche voi nella playlist che ha accompagnato la scrittura del mio nuovo romanzo. Ok, io ascolto i brani su Spotify ma per comodità ho preferito riportare la versione YouTube.
Il primo brano sopra è On the Nature of Daylight che evoca riflessione e malinconia, forse l’emozione che permea ogni pagina.
Poi c’è Ljosid, brano che ho scoperto per caso ma lo trovo delicato e inquietante, perfetto per i momenti di mistero.
Il brano successivo è Riverside che evoca una favola oscura e pericolosa in modo inquietante.
Per ultimo trovo molto adatto Holocene. Brano che parla di solitudine e del rapporto natura -uomo, tema centrale del mio romanzo distopico.
Ora che avete ascoltato il mood del mio nuovo romanzo, avete brani simili da suggerire? Ditemelo nei commenti e a presto.
Alice Tonini
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2 risposte a “Musica che mi ispira durante la scrittura”
Ciao Alice, anch’io quando scrivo ascolto musica. Nella preparazione la mia, poi metto su Chopin o Beethoven, lo so sono compositore classici, ma se ascolti il loro repertorio troverai dei brani che potrai ascoltare anche tu. Di Chopin i notturni e di Beethoven la sonata n 9…
Cari lettori dell’ignoto il nostro viaggio continua. Il battello che ogni giorno salpa da Mykonos e attracca a Delo ci offre il tempo necessario per esplorare le antiche rovine, il museo e per concederci il rito di uno spuntino. Chi di voi desidera restare può farlo, anche se le notti sull’isola non offrono molte distrazioni. Sarà forse opportuno portarsi un buon libro, o prepararsi a perdersi in un silenzio che sembra custodire segreti.
La visita inizia dalla piazza che si apre accanto al porto: l’antica agorà. Da qui, parte la strada che un tempo conduceva al tempio di Apollo, un vero e proprio corridoio di marmo fiancheggiato da portici e statue su piedistalli. Alla sua sinistra, ancora oggi, si ergono i resti di un immenso edificio con sedici colonne doriche, dedicate ad Apollo nel IV secolo a.C. da Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Era usanza comune per regnanti e stati potenti dedicare statue ed edifici al dio. In questo santuario si trova ancora il piedistallo di una statua colossale di Apollo, dedicata dai fedeli della ricca isola di Nasso nell’VIII secolo a.C. La statua, ormai a pezzi, si trova oggi in un altro santuario, più a ovest, consacrato ad Artemide. Si ha quasi la sensazione che le divinità non abbiano mai davvero abbandonato questi luoghi, ma che il loro potere, seppur invisibile, aleggi ancora tra i resti di marmo e le colonne spezzate.
A Delo si ergono, solenni, solo due templi dedicati ad Artemide. Il culto di Diana andava lentamente svanendo, man mano che saliva alla ribalta il sole di Apollo, simbolo dell’età d’oro e della vitalità intellettuale della Grecia. Eppure, i Greci furono abbastanza saggi da non dimenticare mai i loro dèi più antichi, quelli legati alla terra e ai suoi segreti più profondi. Nel museo si può ammirare una bellissima statua di Artemide, con il ginocchio che poggia lievemente sulla schiena di un cervo, oggi senza testa.
Tre templi dedicati ad Apollo sono stati riportati alla luce e l’intera area è stata ribattezzata Santuario di Apollo. Vi si accede salendo quattro gradini di marmo bianco, che immettono nel propileo, l’ingresso del II secolo a.C. Il primo tempio, il più grande, fu dedicato al dio dagli abitanti stessi di Delo, ma rimase incompiuto. La sua costruzione iniziò nel 476 a.C. ma fu sospesa quando gli Ateniesi si impossessarono del tesoro dell’isola. Quando nel 314 a.C. Delo ottenne l’indipendenza, i lavori ripresero solo per un breve periodo. I Macedoni giunsero nel 322 a.C. e nel 166 a.C. i Romani restituirono il controllo di Delo ad Atene. Ma il destino dell’isola era segnato: nell’88 a.C., Menofane, un generale di Mitridate VI del Ponto, la saccheggiò.
Il secondo tempio, dedicato ad Apollo dagli Ateniesi, è di stile dorico ed è stato costruito con marmo bianco portato da Atene nel IV secolo a.C. Il terzo e più antico dei templi, risalente al tardo VI secolo, è fatto di pietra porosa e un tempo ospitava una statua oggetto di culto.
A ovest del secondo tempio si trova un tempietto ad Artemide. Ma a est, si erge il monumento più curioso dell’isola: il santuario dei tori, chiamato così per le due statue taurine che lo adornano. Un tempo era considerato l’ottava meraviglia del mondo. Era qui che si svolgeva la danza delle gru, o Geranos, una danza che Teseo eseguì per la prima volta tornando vittorioso dopo aver sconfitto il Minotauro. Un rito complicatissimo e misterioso, che fu perpetuato attorno a un altare che, si dice, il dio Apollo stesso avesse costruito con le corna sinistre delle capre uccise dalla dea Artemide. Una danza menzionata più volte nelle antiche scritture. Il poeta Callimaco, ad esempio, racconta di giovani uomini con le mani legate dietro la schiena che, imitando un attacco all’altare di corna, giravano attorno all’olivo sacro e ne mordevano la corteccia. E commenta che «lo avevano inventato le ninfe di Delo per divertire e far giocare il giovane Apollo».
La gru, o la cicogna, proprio come l’ibis per gli Egizi, era un animale sacro a molti popoli antichi, simbolo di Thot o di Ermes. I Tessali, per esempio, consideravano un vero e proprio delitto la sua uccisione. Fin dai tempi più remoti, la gru era associata alla gestazione. È dunque lecito pensare che la danza delle gru potesse avere un qualche legame con la nascita di Apollo e Artemide.
L’altare di corna si trovava a nord, al termine di uno stretto passaggio che circondava la sala pavimentata. Si suppone che questo fosse anche il luogo dell’oracolo di Apollo, la cui esistenza a Delo è accertata. Platone racconta una storia curiosa: una volta, gli abitanti di Delo vennero a sapere dal loro oracolo che, per liberarsi da una pestilenza, avrebbero dovuto raddoppiare la grandezza dell’altare, pur conservandone la forma. Un modo, commenta Platone, per ricordare loro la geometria che stavano dimenticando.
Le statue più famose di Delo sono, probabilmente, gli stupendi leoni donati al tempio dalla ricca isola di Nasso. Queste figure maestose poggiano su oblunghi piedistalli, a guardia del luogo sacro, ormai prosciugato. Da una sorgente in cima al monte Cinto nasceva l’Inopo, un fiume che un tempo riempiva il lago, già menzionato in scritti del VI secolo a.C. Fiume e lago si prosciugarono però definitivamente nel 1925. Secondo le fonti, il lago era il vero luogo di nascita dei gemelli divini. Al suo centro, una palma era l’albero a cui Leto si aggrappò durante le doglie, nel momento in cui diede alla luce Apollo e Artemide. Plutarco ricorda che nel 417 a.C., una grande palma di bronzo dominava l’ingresso del santuario di Apollo.
A sud del recinto del santuario, si trova una serie di piccole strutture, le tombe delle vergini Iperboree, un ‘popolo misterioso che sta al di là del vento del nord’. Secondo Erodoto, giunsero a Delo per aiutare Leto a partorire i suoi due figli divini e vi rimasero come sacerdotesse. Per un certo periodo, i devoti salivano i gradini che portavano a queste tombe per offrire ciocche di capelli e altri sacrifici, in un rito che oggi possiamo solo immaginare.
I riferimenti agli Iperborei sono sparsi in tutta la letteratura greca. Si pensa che il ‘tempio alato degli Iperborei’, citato da Erodoto, si trovi a Callanish in Scozia. Ma c’è di più: il nome stesso, in macedone e in altre lingue nordiche, significa ‘coloro che portano oltre’, suggerendo un legame con mondi lontani e sconosciuti.
Delo è ricca di altari dedicati a diverse divinità. Dioniso, ad esempio, è presente sia nella Casa dei Delfini (il delfino è uno dei suoi simboli) che nella Casa delle Maschere. Nelle abitazioni private si possono ancora ammirare mosaici stupendi. Uno ritrae Dioniso seduto a cavallo di una pantera, con un tamburello in una mano e il tirso nell’altra (un bastone con una pigna in cima, ornato da spirali di foglie d’edera). Un altro, invece, riproduce deliziosi delfini che saltano fuori dall’acqua. Tutti questi reperti, risalenti ai periodi ellenistico e romano, si trovano nell’area denominata il Quartiere del Teatro.
Nel tentativo di diminuire l’importanza di Rodi, attorno al II secolo a.C., i Romani dichiararono Delo porto franco. Questa decisione attirò mercanti, commercianti e viaggiatori da ogni parte del mondo, in particolare da Fenicia, Palestina, Egitto, Siria e Italia. Molti portarono con sé le loro religioni, le cui tracce sono visibili ancora oggi.
Tra i resti più importanti, troviamo i ruderi del tempio di Iside. Secondo Erodoto, i Greci identificavano questa dea egizia con Demetra, poiché era stata Iside a insegnare agli Egizi l’uso del grano e dell’orzo. Le colonne del suo tempio sono ancora in piedi sul versante occidentale del monte Cinto, dove si trova anche una statua senza testa della dea, che Plutarco cita così: ‘Io sono tutto quel che è stato, è o sarà; nessun mortale ha mai alzato il mio velo.’ Iside, simbolo di tutte le dee (Demetra, Artemide, Cibele, Persefone), e i suoi misteri divennero un culto vitale durante i periodi ellenistico e romano, arrivando a rivaleggiare con l’ascesa del cristianesimo. Nonostante i Greci non amassero l’intrusione di divinità straniere, il culto di Iside fu assorbito attorno al IV secolo a.C., tanto che un tempio in suo onore venne eretto ai piedi dell’acropoli.
In quanto dea della terra e dei suoi frutti, del mare, del mondo sotterraneo, dell’amore, della medicina, della luna e della magia, Iside aveva qualcosa da offrire a chiunque. Per questo i suoi fedeli, attraverso i misteri del culto, potevano ricevere il grande dono dell’immortalità. In quanto madre di Horo, il dio sole, era vista dai Greci come un parallelo del dio Apollo, per cui un tempio in suo onore a Delo era particolarmente appropriato. Secondo L’Enciclopedia della religione e dell’etica, nel tempio di Iside si celebravano due funzioni giornaliere: la prima all’alba, quando il sacerdote svegliava la dea ed eseguiva alcuni riti sacri, e la seconda nel pomeriggio. In quest’ultimo rito, il sacerdote sollevava un vaso d’acqua consacrata, che i fedeli veneravano come il principio di tutte le cose.
La storia di Delo nei periodi post-cristiani assomiglia a quella di molti altri luoghi del Mediterraneo. Quando l’influenza romana declinò, l’isola fu presa d’assalto da invasori e pirati, che la saccheggiarono e la devastarono a tal punto da non lasciare più nulla da prendere. Dall’VIII secolo, l’isola divenne silenziosa e deserta, e così è rimasta fino a oggi, se si escludono gli archeologi e i pochi visitatori. Ma per chi cerca la magia, gli antichi dèi non sono mai lontani. Salire sul monte Cinto in una notte di luna piena significa andare oltre il tempo, e ritrovarsi, per un attimo, in loro presenza.
E così, tra le rovine di templi dimenticati e le pietre consumate dal sole, Delo continua a custodire i suoi segreti. Ogni passo tra le vestigia di un passato glorioso è un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore del mito. Qui, dove il tempo si è fermato e il vento trasporta ancora gli echi di antichi rituali e danze sacre, la magia non è un semplice racconto, ma una presenza silenziosa e potente che attende solo di essere avvertita. Delo ci ricorda che ci sono luoghi in cui la realtà e la leggenda si fondono, e che a volte, per ritrovare l’incanto, basta solo imparare a guardare al di là di ciò che i nostri occhi possono vedere. È ora di ripartire, prendiamo il traghetto e torniamo sulla terraferma.
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