Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻

Il mostro non nasce nel buio, il buio serve soltanto a nasconderlo. Ogni anno, alla fine di ottobre, riempiamo le vetrine di zucche illuminate, scheletri, streghe, vampiri e corpi divorati dalla morte. Disegniamo sangue sui muri. Indossiamo maschere. Bussiamo alle porte chiedendo dolci. Per una notte, il mostro diventa consentito. Possiamo essere ciò che per il resto dell’anno dobbiamo fingere di non essere.

Ed è proprio questo il punto, Halloween non è interessante perché ci permette di giocare con la paura. È interessante perché ci permette di darle un volto. Per qualche ora trasformiamo l’angoscia in una creatura con i denti, la morte in uno scheletro, l’ignoto in una strega. Poi arriva novembre e la maschera torna nel cassetto, il mostro torna dove lo abbiamo sempre tenuto: fuori da noi. O almeno così ci piace pensare.

Prima delle zucche arancioni e delle feste in costume esisteva una stagione diversa. Halloween appartiene a una lunga stratificazione di tradizioni, cristiane e precristiane. Il suo nome deriva da All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, mentre nella cultura popolare moderna è spesso collegato alle celebrazioni di fine raccolto associate a Samhain. Al di là delle semplificazioni con cui oggi raccontiamo queste origini, rimane un elemento fondamentale: la soglia. La fine del raccolto, l’ingresso nella stagione oscura, il passaggio, la separazione fra ciò che appartiene al mondo dei vivi e ciò che viene collocato dall’altra parte.

Shadowy creatures erupt from a cracked street in a modern city
A quiet downtown crossing is disrupted by a dramatic mass of shadowy creatures surging from the cracked street.

È questo che rende così potente il simbolismo di Halloween. Non celebriamo soltanto il mostro, celebriamo il momento in cui il confine si assottiglia e ogni società ha bisogno di confini, perché senza un “noi” è difficile costruire un “loro”. Il mostro serve a una funzione molto precisa: indica il limite. Questo è normale e quello è anormale. Questo appartiene a noi ma quello deve rimanere fuori. Per secoli abbiamo dato nomi, corpi e volti a tutto ciò che non riuscivamo, o non volevamo, integrare, come la strega, l’eretico, il deforme, il folle, il selvaggio, il traditore, il corpo che non obbedisce e la donna che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. Il povero, il diverso, il contagioso, ogni epoca costruisce le proprie categorie di esclusione e poi ha bisogno di rappresentarle attraverso qualcosa che possa essere indicato con un dito.

Ecco il mostro, guardatelo. Non siamo noi, non assomiglia a noi, non pensa come noi, non vive come noi, non desidera ciò che desideriamo noi. Quindi possiamo stare tranquilli perché il male è là fuori. Finché non ci accorgiamo che il mostro ha cominciato a guardarci.

Il mostro contemporaneo non ha necessariamente zanne, può avere un badge, una divisa, un contratto, una cartella clinica, un numero identificativo. Può sedersi dietro una scrivania e pronunciare una frase perfettamente corretta. Può sorridere e può avere una famiglia. Può pagare le tasse e può essere perfettamente integrato nella società che lo ha prodotto. Questa è una delle trasformazioni più inquietanti dell’orrore moderno.

Non abbiamo più bisogno di creature che arrivano dal bosco. Il bosco lo abbiamo asfaltato, abbiamo illuminato le strade, abbiamo catalogato ciò che ci circonda, abbiamo trasformato l’ignoto in dati. Eppure continuiamo ad avere bisogno di mostri; perché il mostro non serve soltanto a spaventarci ma serve a semplificare la realtà. Se il colpevole ha un volto mostruoso, possiamo odiarlo senza interrogarci sul sistema che lo ha prodotto. Se il diverso è davvero diverso, possiamo allontanarlo senza chiederci perché ci faccia paura. Se la vittima può essere trasformata in un’anomalia, possiamo smettere di considerare la sua sofferenza come una responsabilità collettiva. Il mostro è comodo perché ci permette di dormire.

È qui che l’orrore diventa più interessante, perché spesso il mostro non arriva dall’esterno ma viene prodotto dall’interno. Una società stabilisce una norma poi stabilisce chi non la rispetta. Poi costruisce una categoria per identificarlo e infine lo guarda e dice:vedete? È diverso da noi. La macchina che ho creato è perfetta. Prima traccia il confine, poi crea l’escluso. E usa l’escluso per giustificare l’esistenza del confine. Il cerchio si chiude. E noi possiamo continuare a sentirci dalla parte giusta.

È una delle ragioni per cui l’orrore funziona così bene quando smette di raccontare soltanto fantasmi e comincia a raccontare sistemi. Il fantasma può infestare una casa. Un sistema può infestare un’intera società.

È anche il filo che attraversa le storie e le figure che abbiamo incontrato in questo mese. Daria porta il peso di un corpo che diventa territorio di controllo. Vanni attraversa una realtà in cui il consumo e il desiderio possono divorare l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile. E Anna Karenina, dietro la superficie della tragedia sentimentale, ci mostra una donna schiacciata da una struttura sociale che stabilisce cosa una persona può desiderare, cosa può essere perdonato e cosa invece deve essere punito. Sono storie molto diverse, ma il meccanismo che le attraversa è inquietantemente simile. Prima viene stabilita la forma corretta, poi arriva chi non riesce, o non vuole, entrarci e allora nasce l’anomalia, il problema e lo scandalo.

Il mostro non serve che abbia corna o artigli. A volte basta che abbia smesso di obbedire. Forse è proprio questa la ragione per cui Halloween continua a funzionare. Per una notte possiamo fare qualcosa che durante il resto dell’anno ci è proibito, possiamo mettere fuori il mostro, possiamo vestirci da ciò che temiamo e possiamo mostrare i denti senza essere accusati di averne troppi. Possiamo essere morti senza esserlo. Possiamo essere streghe, demoni, vampiri, creature deformi. Possiamo attraversare il confine e soprattutto possiamo tornare indietro. Questa è la parte rassicurante del rituale.

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La mattina dopo ci togliamo il trucco, ripieghiamo il costume, buttiamo via le zucche e torniamo normali. Ma c’è una domanda che Halloween lascia aperta: quale delle due era la maschera? Quella che abbiamo indossato per una notte? O quella che portiamo ogni giorno per essere accettati dagli altri? Forse abbiamo smesso di avere paura dei mostri perché abbiamo imparato a riconoscerli, o forse è successo il contrario: forse siamo diventati così bravi a costruire categorie, classificazioni e definizioni da non avere più bisogno di vedere il mostro. Ci basta un’etichetta, una statistica o una parola. Il mostro diventa così piccolo da poter stare dentro una casella. Ed è proprio allora che diventa davvero pericoloso, perché un mostro che possiamo riconoscere è relativamente semplice da affrontare.

Quello che dovrebbe farci paura è il mostro che parla la nostra lingua. Quello che conosce le nostre regole. Quello che entra dalla porta principale. Quello che non ha bisogno di nascondersi perché tutti lo considerano normale. Il 31 ottobre non abbiamo davvero paura dei morti ma abbiamo paura che tornino a ricordarci ciò che è stato sepolto. Per questo accendiamo lanterne e indossiamo maschere. Per questo raccontiamo storie di mostri. Perché il mostro, finché ha il volto di una creatura fantastica, rimane innocuo.

Il problema comincia quando togliamo la maschera. E scopriamo che ci somiglia.

Alice Tonini

6 risposte a “Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻”

  1. Avatar Bariom

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono i mostri reali, quelli che di umano non hanno quasi più nulla.
    Chi violenta, chi stupra, chi uccide divertito, chi schiaccia, chi depreda, chi odia, senza maschera o con maschere di menzogna. Senza un giorno sul calendario, perché ogni giorno è un giorno nuovo.

    Resta la domanda: dove nascono, da dove vengono, questi mostri?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto esatto in cui la letteratura dell’orrore crolla di fronte alla realtà: i mostri veri non arrivano da un’altra dimensione né indossano una maschera che a fine notte possono togliersi. Vengono dalla normalità, dai dettagli sfilacciati del nostro tessuto sociale, dall’assenza totale di empatia coltivata nell’indifferenza quotidiana. Non hanno bisogno di Halloween perché la loro festa è ogni giorno, protetti dal silenzio e dalle giustificazioni di chi preferisce non vedere. Una domanda a cui non c’è risposta consolatoria. 🖤

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  2. Avatar Lucadg

    Analisi lucida e puntuale complimenti Alice. Oggi portavo le mie figlie a scuola, tutta la classe era mascherata per festeggiare ed e i bimbi erano entusiasti, tutti, tranne i figli di alcuni genitori che seguono questo filone religioso per cui mascherarsi evocherebbe chissà che. Vedere quei bimbi così tristi mi è dispiaciuto troppo, poi sai che noi con i “superpoteri” siamo molto più empatici. Non giudico i genitori, la fede ci salvi dalla religione, ma rendere un bimbo felice per me dovrebbe venire al primo posto.
    Secoli fa magari si sarebbero riuniti nelle stalle e mentre sgranavano il rosario per esorcizzare chissà che, mormoravano sulla curatrice o sulla levatrice che fino al giorno prima li aveva aiutati e mandiamola a fare due chiacchere col prete che magari bruciata lei le nostre vite torneranno felici.
    Cosa è il mostro da esorcizzare allora?
    Ciao a presto e grazie per il tuo articolo.

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    1. Avatar Bariom

      Allora ti chiedo: c’è qualcosa che non faresti mai fare ai tuoi figli anche se gli altri intorno lo facessero? O solo per non vederli “tristi” , acconsentiresti?

      Perché al di là di come la si pensi su Halloween o altro, oggi il grosso problema nell’educazione dei figli è che loro vorrebbero di tutto e subito e noi adulti cadiamo nell’inganno di doverglielo dare per non vederli “tristi” o perché non credano di essere meno degli altri.

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      1. Avatar Alice Tonini

        Assolutamente sì, ci sono confini invalicabili. Il terrore moderno di vedere un figlio triste per cinque minuti sta creando una generazione incapace di reggere la frustrazione. Acconsentire a tutto pur di allinearlo al branco significa fargli la violenza peggiore: togliergli gli anticorpi per resistere al mondo. Un’analisi impeccabile. 🌍

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    2. Avatar Alice Tonini

      Hai risposto tu stesso con la metafora delle stalle: il vero demone è l’ipocrisia di chi usa la dottrina per punire i più deboli e pulirsi la coscienza. Vedere dei bambini esclusi dalla gioia condivisa per paure medievali ridestato esattamente quell’oscurantismo che fingiamo di aver superato. L’empatia di cui parli è forse l’unico anticorpo che ci è rimasto. A presto e grazie! 📖

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Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo maggio tornando alla materia più sacra e spaventosa che esista: il sangue. A Napoli, tre volte l’anno, il tempo si ferma davanti a due ampolle. Il sangue di un martire del IV secolo, solido come roccia, deve farsi fluido. Se non accade, la storia ci dice che arrivano le catastrofi: pestilenze, terremoti, guerre.

Ma cosa stiamo guardando davvero? Un miracolo divino o la messa in scena di una necessità umana? La scienza ha provato più volte a profanare il mistero. L’ipotesi più accreditata è la tissotropia: alcune sostanze (come un mix di cloruro ferrico e carbonato di calcio, sostanze disponibili nel Medioevo) diventano fluide se agitate e solide se lasciate a riposo. Ma la spiegazione tecnica, per quanto affascinante, manca il punto. Il punto non è come si scioglie, ma perché abbiamo bisogno che lo faccia. Dobbiamo essere onesti: il culto di San Gennaro è quanto di più lontano esista dal cristianesimo razionale e “pulito” del Nord Europa. È un cristianesimo delle viscere. Gennaro non è un concetto teologico; è un corpo che è stato decapitato. Il rito della liquefazione non celebra la risurrezione dello spirito, ma la resistenza della carne. Per i fedeli, quel sangue non si scioglie per dimostrare che Dio esiste, ma per gridare che la morte è stata sconfitta sul suo stesso terreno: la materia. È un cristianesimo che non ha paura di toccare il sacro con le mani sporche.

San Gennaro non è solo un santo; è il garante di un equilibrio precario. Il suo sangue è il termometro di una città che vive all’ombra di un vulcano e che ha bisogno di sapere, periodicamente, che il “patto” è ancora valido. Napoli è l’unica città al mondo dove il popolo “insulta” il proprio santo (le famose Parenti di San Gennaro) per sollecitarlo a compiere il prodigio. Questo rapporto non è sottomissione, è negoziazione. Queste donne non adorano un dio distaccato; interpellano un familiare. Quando urlano al Santo “Faccia gialla, facci il miracolo!”, non stanno recitando un inno, stanno esercitando un diritto di sangue. Questo è il cuore del paradosso cristiano napoletano: l’idea che l’uomo possa “costringere” il divino attraverso l’insulto e la supplica. Non è la sottomissione timorosa del pagano davanti all’idolo; è l’audacia del cristiano che sa di essere figlio (o parente) di un Dio che si è fatto uomo e che, quindi, può essere richiamato ai suoi doveri. È un’intimità violenta che nessun’altra religione possiede

Il potere, sia esso quello della Chiesa o quello dello Stato, ha sempre guardato a questo rito con sospetto e timore. Se il sangue si scioglie, l’ordine è mantenuto. Se il sangue resta solido, il popolo si sente autorizzato alla rivolta, alla disperazione, al caos. Il miracolo è lo strumento con cui il sacro “gestisce” l’irrazionalità delle masse. È la prova che il potere ha bisogno del mistero per legittimare se stesso.

Come scrivevo per la Pizia di Delfi all’inizio di questo mese, il confine tra l’inganno dei sacerdoti e la verità del prodigio è sottile. San Gennaro è il discendente diretto dei culti dionisiaci che abbiamo esplorato: è l’irruzione della vita (il sangue fluido) nel regno della morte (la reliquia). È la carne che si rifiuta di restare cenere. Se l’Eucarestia è il mistero del pane che diventa corpo, la liquefazione è il mistero del corpo che torna a essere vita fluida. Per il napoletano, vedere il sangue che si scioglie è una “comunione oculare”. È la prova fisica che il sacrificio del martire è ancora efficace, qui e ora. In questo senso, San Gennaro è “troppo” cristiano: estremizza l’incarnazione fino a renderla scandalosa. Ricorda che il cristianesimo delle origini era accusato di cannibalismo proprio per questo legame ossessivo con il sangue e il corpo. A Napoli, quel cristianesimo radicale e carnale non è mai morto.

Spesso aspettiamo un “segno” esterno per capire se siamo sulla strada giusta. Aspettiamo che il nostro “sangue” si sciolga, che l’ansia si fluidifichi in azione, che il destino ci dia il via libera. Ma la lezione di San Gennaro è che il miracolo richiede agitazione. Non accade stando fermi a guardare l’ampolla. Bisogna scuotere il sistema, urlare contro il proprio santo, pretendere che la materia risponda alla volontà.

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Questo approccio cambia tutto. Mi fa capire che la mia scrittura, la mia ricerca, non può essere solo un esercizio intellettuale “pulito”. Deve essere un atto di fede nel senso più brutale: devo smettere di chiedere “per favore” al mio talento o alle mie intuizioni. Come le “Parenti” nel Duomo, devo imparare a pretendere che la mia materia interiore si sciolga, che le mie idee diventino sangue vivo e non restino croste secche in un’ampolla di carta. La fede, in se stessi, in un progetto, in una visione, non è un’attesa passiva. È una pretesa gridata. È il coraggio di essere “blasfemi” pur di ottenere il miracolo.

Alice Tonini

3 risposte a “Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, sorprendente 👏
    Complimenti e buona giornata

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille, felice che ti abbia sorpreso! Dietro le tradizioni che pensiamo di conoscere si nascondono spesso i risvolti più oscuri e affascinanti. Buona giornata anche a te e a presto! 🩸

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La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌

Cari lettori del mistero e dell’ignoto,Tra il 1764 e il 1767, una creatura non identificata massacrò più di cento persone nel Gévaudan in Francia. Ma la vera ferocia non stava nelle zanne della bestia, quanto nell’inchiostro dei giornali dell’epoca e nei corridoi di Versailles.

In un’epoca che si autoproclamava “razionale”, come ha potuto un animale, fosse esso un lupo abnorme, una iena o un ibrido addestrato, tenere in scacco l’esercito del Re Sole e l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: il mostro serviva. La Francia era appena uscita dalla disastrosa Guerra dei Sette Anni. Il prestigio di Luigi XV era ai minimi storici, l’economia era a pezzi e il popolo era inquieto. La Bestia arrivò come una benedizione mediatica.

La Gazette de France trasformò un predatore locale in una minaccia metafisica. Perché? Perché la paura collettiva è il collante più potente per il controllo sociale. Finché il popolo trema per un mostro nei boschi, non ha tempo di affilare le ghigliottine per chi siede sul trono. Il “mostro” era l’arma di distrazione di massa del Settecento.

Quando il Re inviò i suoi migliori cacciatori e l’esercito, non cercava solo di proteggere i pastori. Cercava una vittoria simbolica. La prima “morte” della Bestia, per mano del portarchibugio del Re, Antoine de Beauterne, fu un’operazione di pubbliche relazioni: portarono un grosso lupo impagliato a Versailles, dichiararono finita l’emergenza e incassarono il consenso. Peccato che la Bestia continuasse a uccidere.

Il potere preferisce una bugia rassicurante a una verità complessa. La Bestia smise di essere un problema politico solo quando un nobile locale, Jean Chastel, la abbatté con pallottole d’argento benedette. Un finale perfetto per una storia di superstizione, che metteva fine a un imbarazzo che stava diventando ingestibile per la monarchia.

Chi era davvero la Bestia? Alcuni ipotizzano che fosse un animale esotico addestrato da un sadico locale, protetto da influenze potenti. Ma questo conta poco. Ciò che conta è che la Bestia ha dimostrato come il potere si nutra dell’eccezione. Il sistema crea o alimenta il “mostro” (il nemico esterno, la minaccia oscura, l’emergenza perenne) per giustificare misure eccezionali e per riaffermare la propria necessità. Senza il lupo, a cosa serve il cacciatore del Re?

Oggi la Bestia ha cambiato forma, ma il meccanismo è identico. Ci vendono emergenze quotidiane, ci spingono a guardare con terrore verso “i boschi” mentre nelle stanze dei bottoni si decide il nostro futuro. Ho passato anni a temere i miei “mostri” interiori, le mie inadeguatezze, le mie deviazioni dal percorso accademico canonico, senza rendermi conto che quella paura mi rendeva manipolabile. Mi teneva ferma, in attesa che qualcuno mi dicesse che “il lupo era stato ucciso”. In “L’Eco della Specie Perduta”, l’OMT non è diversa dal governo di Luigi XV: gestisce il segreto e il terrore per mantenere l’ordine.

La lezione della Bestia è che l’unico modo per non essere divorati è smettere di credere alla narrazione del cacciatore. Bisogna guardare oltre la zanna e cercare chi tiene il guinzaglio.

Alice Tonini

4 risposte a “La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Il sistema poi negli anni ha creato attentati

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    1. Avatar Alice Tonini

      Esattamente. Cambiano i secoli e i palcoscenici, ma il copione della “fabbrica della paura” resta identico. Creare o cavalcare il mostro, che sia una bestia nelle foreste o un ordigno in una stazione, serve da sempre a serrare i ranghi del potere. Felice che tu abbia colto questo filo rosso.💪🏻👍🏻

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  2. Avatar re

    L’antidoto segreto (non vorrei dire arma) è la conoscenza e la risata: uccide i mostri e le paure. Vero tabù del potere.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto cruciale. Chi governa ha bisogno di ombre giganti sulla parete e di persone che tremano nel buio. Niente fa più paura al potere di qualcuno che smette di tremare, capisce il trucco e inizia a sorridere. Grazie per questa lucidità. 🧭

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Il sacrificio di Cesare e l’ipocrisia del sangue 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre il mondo celebra distrattamente le “Idi di Marzo” come una semplice ricorrenza storica, noi dobbiamo chiederci: cosa è successo davvero sotto la statua di Pompeo nel 44 a.C.? Fu l’atto eroico di “liberatori” o un sacrificio rituale compiuto da una casta che temeva la fine del proprio privilegio?

La storia ufficiale ci dice che Cesare fu vittima della sua stessa arroganza. Ma il mistero che avvolge quel giorno è intriso di presagi che sembrano usciti da un incubo di Machen. Calpurnia sogna il crollo della casa; l’indovino Spurinna avverte: “Cesare, guardati dalle Idi di Marzo”. Persino gli animali sacrificati quel mattino apparvero privi di cuore. Cesare sapeva. Eppure, entrò nella Curia senza scorta. Perché un uomo che aveva conquistato il mondo avrebbe dovuto consegnarsi ai suoi carnefici? Forse perché aveva capito che un Dio non può invecchiare, può solo essere trasformato in mito attraverso il sangue.

Bruto e Cassio alzarono i pugnali gridando alla “Libertà”. Ma la loro libertà era quella di un’aristocrazia corrotta che voleva continuare a banchettare sulle spalle del popolo. Non hanno ucciso un tiranno; hanno ucciso l’ultimo uomo capace di tenere insieme l’ordine e il caos. Come scrive mirabilmente Shakespeare nel suo Giulio Cesare: “Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa.” E infatti, dopo il brindisi, non ci fu la libertà. Ci fu il terrore.

Photo by Tom Cen on Pexels.com

Roma sprofondò in decenni di guerre civili e sangue. Il fantasma di Cesare, che apparve a Bruto nella tenda di Filippi, non era un’allucinazione: era il debito di un intero sistema che aveva scelto il tradimento al posto dell’evoluzione. Questo schema si ripete da millenni. Ogni volta che una forza dinamica prova a elevare l’umanità, la struttura, la “casta”, l’autorità ossificata, reagisce per distruggerla.

È lo stesso tema che affronto nel mio romanzo “L’ eco della Specie Perduta“. Proprio come i congiurati cercarono di cancellare Cesare per mantenere il controllo, tra le pagine de L’eco della specie perduta esploro l’esistenza di verità ancestrali che poteri occulti tentano disperatamente di tenere nell’ombra. Perché la storia non è fatta di coincidenze, ma di una guerra millenaria tra chi vuole risvegliare la specie e chi vuole tenerla addormentata sotto il giogo della propria smania di potere. L’OMT non è solo una sigla; è l’erede di quei pugnali che colpirono Cesare: l’occhio che sorveglia e punisce chiunque osi diventare troppo grande per essere controllato.

Le Idi di Marzo non sono finite quel pomeriggio del 44 a.C. Ogni volta che la mediocrità si coalizza per abbattere l’eccezionale, ogni volta che un complotto di “uomini giusti” soffoca una verità scomoda per mantenere lo status quo, i pugnali tornano a colpire. Oggi, tra le rovine della Curia di Pompeo, regna un silenzio inquietante. Ma se ascoltate bene, oltre il rumore del traffico di Roma, sentirete ancora il rintocco di quel debito di sangue che l’umanità non ha mai finito di pagare.

E voi? Credete ancora alla favola dei “liberatori” che uccidono per il bene comune? O vedete anche voi, dietro i grandi eventi della storia, la mano invisibile di chi non vuole farci risvegliare? Scrivetemi nei commenti cosa pensate di questo sacrificio rituale. Cesare è stato un martire della conoscenza o solo un tiranno che ha cercato la propria fine? Voglio conoscere la vostra visione dell’ombra.

Alice Tonini

6 risposte a “Il sacrificio di Cesare e l’ipocrisia del sangue 🩸”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Interessante punto di vista, paragone corretto, a mio avviso. È sempre la paura del cambiamento ad uccidere “Cesare”.

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  2. Avatar bigetto

    logicamente c’era dietro i due assassini una mente che li guidava … come in quasi tutti gli assassinii importanti… Cesare aveva “toccato “ qualcosa che non doveva toccare o era andato al di là degli “ ordini “ ricevuti ? Oppure : cosa c’è più importante del morire e desiderare la morte ?

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​”Cosa c’è di più importante del morire e desiderare la morte?”. Per un uomo come Cesare, la risposta è semplice: l’immortalità politica. Cesare non desiderava la morte, desiderava l’assoluto. La tragedia non è nel suo desiderio di morire (che è un’interpretazione romantica), ma nel fatto che il suo assassinio ha ottenuto l’effetto opposto a quello sperato dai congiurati: lo ha reso un Dio. Cercare una “mente guida” è un modo forse per darci conforto, per convincerci che il caos della storia abbia una regia. La verità è che il caos quasi sempre è orfano.

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      1. Avatar bigetto

        non sono del tutto convinto… ogni azione è provocata da un qualcosa… una persona … un sentimento… anche un movimento della natura… vento … caldo … freddo … il caos è un qualcosa che impedisce alle cose o anche le persone, di sistemarsi come dovrebbe essere o fare … l’uccisione di Cesare potrebbe essere attribuita ad un amante tradito… oppure all’invidia di qualcuno… non necessariamente un fatto politico oppure un desiderio di eternità… a volte la verità è più vicina di quando pensiamo…

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      2. Avatar Alice Tonini

        Hai ragione su un punto fondamentale: la Storia è fatta di uomini, non di astrazioni. L’invidia, il rancore personale o un sentimento ferito sono spesso le scintille necessarie a innescare un incendio. Ma la domanda che dobbiamo porci è: perché quella scintilla ha appiccato il fuoco proprio in quel momento? Un amante tradito può uccidere un uomo, ma per uccidere un Dictator serve che il sistema politico sia già collassato. Forse la verità è proprio in questo equilibrio: il sentimento umano fornisce il braccio, ma la necessità storica fornisce la lama. 🗡Cesare è caduto per mano di uomini, ma sotto il peso di un’epoca che non poteva più contenerlo.👑

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      3. Avatar bigetto

        hai ragionissima !!!!

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Riflessioni sul 2025: un anno di misteri e scoperte 🖤

Il calendario giunge alla sua ultima pagina. Questa notte, il 31 dicembre, non segna solo la fine di un anno, ma il completamento di un ciclo magico che abbiamo percorso insieme, in punta di piedi, tra le nebbie della storia, il profumo d’inchiostro dei libri e i sussurri del folklore.

Da un lato, c’è l’eccitazione per ciò che il 2026 mi riserverà; dall’altro, c’è la profonda necessità di guardarmi indietro e onorare il viaggio.

In questo 2025, il blog è stato un vero e proprio circolo di studio esoterico e letterario. Abbiamo avuto il coraggio di affrontare l’oscurità con curiosità, guidati dalla convinzione che la verità più affascinante sia sempre quella nascosta agli occhi dei più. Abbiamo onorato il potere del Solstizio d’Inverno e scoperto che il Natale è intessuto di riti antichi come il culto del Sol Invictus. Abbiamo scrutato i segreti dei Misteri Eleusini, imparando l’importanza del giuramento e del silenzio di fronte all’esperienza ineffabile della morte. Abbiamo celebrato la forza di autrici come Charlotte Brontë (con Jane Eyre), riconoscendo il valore della perseveranza e del successo definito dalle proprie regole. Ho condiviso con voi la magia personale del mio Lilo, il mio Familiar dal manto di mezzanotte, e ho trovato conforto nella scrittura come rito di iperfocalizzazione. E queste sono solo alcune delle tappe che ci hanno accompagnato fino a qui.

Ogni lettura, ogni commento, ogni confronto sulle teorie del Krampus o della Colonia Perduta di Roanoke, hanno reso questo spazio un luogo più ricco e potente. Vi ho parlato del mio orgoglio nel continuare a pubblicare i miei libri, nel mantenere le mie armi affilate anche quando mi sento un “pesce piccolo” nell’oceano editoriale. Ma il mio orgoglio più grande, in questo 31 dicembre, è rivolto a Voi.

Siete voi la prova che la passione per la conoscenza e per il mistero non muore mai. Siete la mia guida costante, che mi spinge a cercare l’angolo storico sulle sponde del lago e a non accontentarmi della superficie. Grazie per aver letto, per aver commentato, e per aver dato una risonanza unica alla mia voce. Grazie per avermi ricordato che l’energia che metto nella mia scrittura torna indietro moltiplicata dalla vostra curiosità.

Mentre i Portali del Tempo di questa Vigilia di Capodanno si aprono, la mia promessa per il 2026 è chiara: continueremo la nostra esplorazione. Ci saranno nuovi misteri da decifrare, nuove leggende da onorare e, naturalmente, nuove storie da scrivere e da vivere.

Che le forze cosmiche vi siano propizie in questa notte di transizione. Che possiate lasciare nel vecchio anno ogni peso inutile e accogliere il nuovo con la mente aperta, il cuore coraggioso e la passione affilata. Vi auguro un felice Anno Nuovo! Che il 2026 vi porti i segreti più affascinanti che la Storia possa nascondere. Ci rivediamo presto, oltre il velo.

Alice Tonini

7 risposte a “Riflessioni sul 2025: un anno di misteri e scoperte 🖤”

  1. Avatar Gaia Zol
    Gaia Zol

    Buon anno nuovo, grazie per l’ispirazione!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Buon anno nuovo!🥂

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  2. Avatar taniapizzamiglio

    Buon Anno Nuovo che ti porti quanto tu desideri

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    1. Avatar Alice Tonini

      Buon 2026 a te 🥂

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  3. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Felice anno nuovo Alice! Grazie per le belle parole e auguri che hai dedicati ai noi lettori, grazie per i fantastici misteri “svelati”, grazie per avermi insegnato qualcosa, e soprattutto brava, brava; perché leggi, perché scrivi, perché insegni. BUONA VITA!!!

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  4. Avatar valy71

    Buon anno e buona vita, Alice.
    Diciamo che per me l’anno non è cominciato nel migliore dei modi, ma il viaggio continua e non si molla la presa.
    Continua così, credo che la vita vada onorata sempre. Non è mai tardi per scambiarsi un augurio! 🫶🏻

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