Lodore: eredità e identità femminile 🎩

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo abituati a pensare a Mary Shelley come alla madre di un mostro fatto di pezzi di cadavere. Ma la vera creatura che Mary ha analizzato per tutta la vita non era fatta di carne ricucita: era fatta di aspettative, debiti e nomi patriarcali.

Nel 1835, Mary pubblica Lodore. Non ci sono laboratori oscuri o fulmini, eppure è uno dei suoi testi più inquietanti. Perché parla di una prigione senza sbarre: l’eredità. Il romanzo ruota attorno alla figura di Lord Lodore, un uomo che, per un malinteso senso dell’onore e un passato torbido, decide di sradicare la figlia Ethel dalla società, portandola nelle terre selvagge dell’Illinois. Lodore esercita un potere assoluto: decide chi sua figlia debba essere, chi debba amare e come debba vivere, basandosi esclusivamente sui propri fallimenti passati. Quando Lodore muore in un duello (ancora una volta, il sangue maschile che detta le regole), la sua eredità diventa una trappola. Le donne del romanzo, la moglie Cornelia e la figlia Ethel, si ritrovano a dover navigare in un mondo che le vuole sottomesse a un nome che non c’è più.

Ciò che rende Lodore un capolavoro di analisi psicologica è il modo in cui Mary Shelley descrive la presenza costante dell’assente. Lord Lodore domina le donne della sua vita molto più da morto che da vivo. Le leggi sull’eredità, i debiti d’onore e le convenzioni sociali sono le catene invisibili che Mary conosceva fin troppo bene. Lei, la figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft, sapeva cosa significava essere “la figlia di” o “la moglie di”. In questo libro, riversa tutta la frustrazione di chi ha dovuto lottare per ogni centimetro di indipendenza intellettuale.

In Lodore, Mary Shelley mette in scena una verità brutale: un uomo morto ha spesso più potere di un uomo vivo. Lord Lodore non scompare con il duello; si trasforma in un vuoto normativo. La sua volontà testamentaria diventa il muro contro cui sbattono le vite di Cornelia ed Ethel.L’assenza del padre non libera le donne, ma le congela. Mary descrive con precisione chirurgica come l’identità femminile nell’Ottocento fosse un riflesso: senza l’uomo che funge da specchio (padre o marito), la donna perde lo status legale e sociale.

“Potere dell’Assenza” è questo: essere controllate da una voce che non può più rispondere, da un’autorità che non può essere messa in discussione perché risiede nel regno dei morti. È la forma più pura di controllo, perché è invisibile e sanzionata dalla legge.

Il pensiero di Mary Shelley in Lodore è un attacco frontale all’individualismo romantico incarnato da suo marito Percy e da Lord Byron. Mentre loro celebravano l’eroe solitario che sfida le convenzioni, Mary mostra il costo umano di quell’eroismo. Lord Lodore è l’eroe romantico che, per difendere un astratto concetto di “onore” o per seguire un impulso egoistico di isolamento, distrugge il tessuto relazionale della sua famiglia. Mary sostiene che la vera virtù non risiede nell’auto-affermazione violenta del maschio, ma nella reciprocità e nella resilienza.

Attraverso il personaggio di Cornelia, Mary analizza il diritto al riscatto materno: una donna che, seppur inizialmente frivola e allontanata, riprende il controllo della propria vita rifiutando di essere definita solo dal lutto o dal debito. Un altro cardine del pensiero della Shelley è l’educazione. Ethel viene educata dal padre in isolamento, formata per essere la compagna ideale di un uomo che non esiste più. È una critica sottile ma feroce a Rousseau e alle teorie pedagogiche del tempo: educare una donna solo in funzione dell’uomo significa condannarla all’invalidità sociale nel momento in cui l’uomo viene meno.

Mary propone invece una visione dove l’intelletto femminile deve essere forgiato nella prova, nel dolore e, soprattutto, nella consapevolezza delle strutture di potere. Non basta essere “colte”; bisogna capire chi possiede le chiavi della cassaforte e del diritto.

Spesso mi chiedo quanto del mio “sentirmi fuori posto” derivi dal fatto che stiamo ancora vivendo in un mondo costruito su testamenti scritti da uomini che non ci sono più. Le regole della critica letteraria, i canoni della bellezza, le strutture stesse della carriera che ho cercato di inseguire a Verona… sono tutti “Lodore” che ci osservano dai ritratti alle pareti. L’ansia, in questo contesto, è la vibrazione di una corda tesa tra ciò che siamo e il fantasma di ciò che dovremmo essere secondo un’eredità che non abbiamo firmato. Mary Shelley mi insegna che il mostro non è chi è diverso, ma il sistema che pretende di cucire insieme pezzi di identità che non ci appartengono. Come in Medea, il conflitto esplode quando la donna smette di essere “erede” e decide di diventare “origine”. La scrittura, per me, è l’atto di stracciare quel testamento e iniziare a scrivere la mia storia, anche se questo significa abitare, per un po’, in una terra selvaggia e sconosciuta.

Leggendo Mary Shelley, non posso fare a meno di pensare a quanto il nostro passato, anche quello che non abbiamo scelto, condizioni il nostro presente. Spesso la mia ansia non nasce da minacce reali, ma da “testamenti invisibili”: l’idea di dover corrispondere a un’immagine che altri hanno proiettato su di me, il timore di fallire rispetto a standard che non mi appartengono. Come Ethel in Lodore, anche io ho dovuto imparare che la vera libertà non consiste nel fuggire dal padre o dal passato, ma nel disinnescare il potere che diamo loro. La terapia, per me, è stata la lettura di questo testamento: distinguere ciò che è mio da ciò che mi è stato lasciato in eredità come un peso morto. Scrivere di Medea o della Specie Perduta è il mio modo di bruciare quei vecchi documenti e dichiararmi, finalmente, erede di me stessa. E voi? Cosa vi rende fieri di voi stessi e cosa è per voi la libertà? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

7 risposte a “Lodore: eredità e identità femminile 🎩”

  1. Avatar piumadacciaio

    Grazie, leggerò molto volentieri questo romanzo della Shelley che fino ad oggi mi era ignoto.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Scoprirai una Mary Shelley diversa, capace di vivisezionare l’anima sociale con la stessa precisione con cui ha creato i suoi mostri. Buona immersione.📚

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Devo ancora leggere Frankstein, ma anche questo libro mi sembra interessante. Hai per caso visto il film su di lei? Credo sia su qualche canale a pagamento. Buona giornata 🌞

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    1. Avatar Alice Tonini

      Benvenuta, Silvia! Sì, ho visto il film (Mary Shelley, Un amore immortale) ed è un ottimo modo per assaporare l’atmosfera di quel periodo. Ma ti assicuro che la Mary reale, cartacea e “oscura” supera di gran lunga la finzione. Presto sul blog vi porterò proprio dentro la sua notte più famosa… Buona lettura! 🌞

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  3. Avatar Paola C.
    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie Paola! Felice che ti sia piaciuto. Questa esplorazione sull’eredità e l’identità femminile è solo l’inizio: ci sono molte altre storie nell’ombra che meritano di essere raccontate. A presto! 🖤

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Il caos è ordine: ci guida alla trasformazione personale 🕯

Impulso di scrittura giornaliero
Hai una citazione sulla base della quale vivi la tua vita o a cui pensi spesso?

La domanda di oggi è semplice: hai una citazione in base alla quale vivi o alla quale pensi spesso?

Nel frastuono di un mondo che corre verso l’entropia, le parole non sono tutte uguali. Alcune scivolano via come pioggia sul marmo; altre, invece, agiscono come un acido che incide il metallo: una volta sentite, non puoi più far finta che non esistano. Diventano il tuo Adyton portatile.

Spesso mi chiedete quale sia il perno attorno al quale ruota la mia visione. Se dovessi scegliere un’unica frequenza, un unico comando che ispira il quotidiano, tornerei a un concetto che affronteremo parlando del Dio Obliquo di Delfi e della logica estrema di Asimov.

La citazione: «Il caos è un ordine non decifrato.» (Attribuita a José Saramago)

Warrior woman in armor meditating cross-legged under a tree in a forest
A warrior in armor meditates peacefully beneath a large mossy tree in a dense forest.

Perché questa frase? Perché è il manifesto della nostra natura disordinata. Per il mondo, noi siamo “caotici”, “eccessivi”, “fuori schema”. Ma la verità è che chi si sente diverso non soffre di caos: soffre di un eccesso di ordine che gli altri non riescono ancora a vedere. Vivere secondo questa citazione significa cambiare radicalmente il modo in cui affronti la tua giornata.

Quando entri in quella trance profonda che abbiamo chiamato iperfocus, non stai solo lavorando. Stai decifrando il caos. Stai prendendo i dati insufficienti di Asimov e stai forzando la realtà a rivelare la sua struttura nascosta. Se il caos è solo ordine non ancora compreso, allora l’ombra non è un nemico. È solo una parte della mappa che non hai ancora illuminato. La Pizia di Delfi non temeva l’oscurità del tempio, perché sapeva che lì dentro risiedeva la risposta più lucida.

Come Lugh, il Dio dalle molte arti, non dobbiamo temere la nostra poliedricità. Se ti dicono che “fai troppe cose”, rispondi che stai solo esplorando una geometria più vasta. Il loro “caos” è la tua architettura. Cosa significa per te? Vivere secondo una citazione non significa scriverla su un post-it. Significa usarla come filtro per le tue decisioni. Significa non spaventarti quando la tua vita sembra un groviglio, ma chiederti: “Quale schema sto costruendo che gli altri non vedono ancora?“. Significa avere il coraggio di restare nel vuoto finché il Verbo non si fa carne, finché il “Sia fatta la luce” non diventa azione concreta.

Sia chiaro: non vi parlo da una cattedra di marmo. Vivere secondo questa citazione non è un esercizio intellettuale, è una strategia di sopravvivenza che ho dovuto imparare sulla mia pelle. Ci sono stati momenti in cui il caos ha smesso di essere un concetto astratto ed è diventato il rumore assordante di una vita che andava in pezzi.

Mi sono trovata smarrita, sola, a dover guardare negli occhi il vuoto lasciato dalla perdita di un lavoro o, peggio, dallo strappo lancinante della perdita di una persona cara. In quei momenti, la solitudine del diverso pesa come piombo. Ti senti schiacciata da situazioni che sembrano non avere né senso né pietà. È lì, nel centro esatto del ciclone, che la tentazione di cedere all’entropia è più forte. Ma è anche lì che quella frase — “Il caos è un ordine non decifrato” — è diventata il mio unico appiglio.

Sapere, o meglio, decidere che in tutto quel dolore si stesse comunque tessendo una trama più grande, mi ha dato il coraggio di restare in piedi. Non è ottimismo superficiale; è fede nella struttura. Guardare oltre le macerie del presente per intravedere la cattedrale che quelle stesse macerie andranno a formare. Restare ferma mentre tutto trema, non perché io sia insensibile, ma perché so che il mio compito è decifrare il disegno, anche quando l’inchiostro è fatto di lacrime.

Per la Stirpe, restare in piedi non significa essere invincibili. Significa accettare che la distruzione è spesso il primo atto di una nuova creazione. Se oggi ti senti confusa, se il lutto o la sconfitta ti tolgono il fiato, ricorda: non sei nel caos. Sei dentro una trasformazione che i tuoi occhi umani non possono ancora mappare del tutto.

Ora tocca a te. La Stirpe dei diversi non è fatta di seguaci, ma di ricercatori. Qual è la parola, il verso o il frammento di codice che porti inciso sulla fronte? Quella frase che, quando tutto intorno sembra cedere all’entropia, ti ricorda che tu sei qui per rimettere in ordine le stelle. Scrivila nei commenti. Non per me, ma per testimoniare la tua presenza qui, nell’Adyton che stiamo costruendo insieme.

Alice Tonini

Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una domanda che rimbalza spesso nei salotti della psicologia da bancone e nei post motivazionali: “Come fai a scrivere così se stai male?“. Oppure: “La terapia non rischia di spegnere la tua scintilla?“. Oggi voglio usare il prompt di WordPress uscito in questi giorni per affrontare questi pregiudizi.

La risposta alle domande di sopra è semplice, ed è scomoda: la maggior parte delle persone non capisce che la salute mentale non è un traguardo di “normalità”, ma una negoziazione continua con il proprio caos. E che la scrittura non è il premio, ma il bisturi con cui eseguiamo l’operazione. La diagnosi deve essere vista come una bussola, non come una gabbia in cui rinchiudere il proprio sè.

Per anni ho vissuto con un rumore di fondo che non sapevo nominare. Poi è arrivata la parola: ADHD.La maggior parte delle persone pensa che ricevere una diagnosi di questo tipo sia un limite, una scusa per l’inconcludenza. Per me è stata la decodifica di un linguaggio alieno. Ho passato due anni in terapia non per “guarire”, perché non c’è nulla da guarire in un cervello che funziona in modo diverso, ma per accettare il mio mondo emotivo.

La mia paura più grande? Che l’ADHD rendesse la mia immersione nei personaggi “sporca”, frammentata, non abbastanza buona. Temevo che la mia mente, incapace di stare ferma, non potesse offrire ai lettori quella qualità millimetrica che cerco. Ma ecco cosa per i più è incomprensibile: la perfezione non esiste, esiste solo la verità. Ho imparato che la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica. È ciò che mi permette di dare ai miei personaggi una carne che scotta. La mia scrittura non è buona nonostante l’ADHD, ma grazie a esso. È il mio punto di partenza per capirmi, per rielaborare i punti di forza e trasformare i punti deboli in pilastri narrativi.

Essere entrata in contatto con la sofferenza legata alla salute mentale mi ha reso allergica alle “iniziative carine”. Vedo progetti, campagne di sensibilizzazione e slogan che sono gusci vuoti. Sono fatti da chi non ha mai guardato nell’abisso e pensa che basti un nastro colorato o una frase gentile per “aiutare”. Io so cosa non mi avrebbe aiutato. Non mi avrebbe aiutato la pietà. Non mi avrebbe aiutato la semplificazione. Mi ha aiutato la consapevolezza. Mi ha aiutato la scrittura che non fa sconti.

La scrittura è stata la mia terra promessa. Se oggi posso offrirvi storie che vi trascinano sotto la superficie, è perché ho smesso di cercare di essere “a posto”. La prossima volta che sentite parlare di salute mentale, ricordatevi questo: non si cerca di aggiustare quello che non si capisce. A volte, dietro quello che i neurotipici chiamano “problema”, si nasconde l’unica verità che vale la pena di essere scritta. Qual’è la vostra verità? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

11 risposte a “Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤”

  1. Avatar La Manu

    chiara, quello che hai scritto me lo tatuo sul corpo, tutto, che non ho diagnosi, ma quello che dici lo sento tutto TUTTO forte e chiaro. Grazie per il post, che dai forma nuova a un contenuto antico❤️❤️❤️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Le tue parole mi arrivano dritte al cuore. A volte non serve un certificato per sapere chi siamo, basta qualcuno che dia un nome a quel rumore di fondo che ci accompagna da sempre. Sono felice che il mio post ti abbia fatto sentire meno sola e più “giusta”. La scrittura serve a questo: a ricordarci che la nostra diversità non è un guasto, ma il nostro tratto distintivo. Grazie per essere parte di questo viaggio! 💪🏻

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      1. Avatar La Manu

        Che poi da bestia che sono ti ho citato con il nome di chiara, che lo la faccenda del nome e della ross

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  2. Avatar La Manu

    Della rosa, che non perde il suo profumo, però… Va beh l attenzione e la concentrazione sono luoghi lontani…cmq si, alice nel bel paese delle meraviglie, mi hai proprio letta dentro ma con i tuoi occhi, sei preziosa

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  3. Avatar Celia

    Posso piangere?
    Certo che posso.
    Grazie.
    (Non ho una diagnosi, ma so chi sono).

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non serve un pezzo di carta per sapere chi sei. Se le mie parole ti hanno toccato così nel profondo, è perché quella verità ti appartiene già. Grazie a te per il coraggio di sentirla.💪🏻

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  4. Avatar Pim

    La particolare sensibilità che possiedi ti permette di essere estremamente reattiva al mondo. Ti dà la possibilità di elaborare gli stimoli in maniera profonda, del tutto originale. E ti dona quindi una creatività dinamica, fuori dagli schemi convenzionali.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Parole bellissime che accolgo con gratitudine. Spesso ci insegnano a vedere questa sensibilità come una fragilità, mentre è il nucleo di ogni nostra creazione dinamica. Riconoscersi in questa “originalità” è il primo passo per smettere di scusarsi e iniziare a costruire. Grazie per essere parte di questa riflessione.

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  5. Avatar Emi Carmagnini
    Emi Carmagnini

    ” (…) la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica.” Non solo non è un difetto di fabbrica ma è la cifra di ciò che ciascuno è. Per anni mi sono detta che nella mia testa c’era un criceto impazzito, che ero sbagliata perchè per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano 1000 altre “che era davvero un peccato lasciar perdere”. Che ogni fatto della mia vita era seriamente ustionante (nel bene e nel male) con cicatrici e conseguenze ineluttabili…. Ho sempre messo insieme principi, elementi, fondamenti e fattori distanti in equazioni improbabili. E alla fine penso che molti di noi ( se non tutti) sono un pò ADHD e un pò molto altro, perchè non c’è normalità o non normalità, non c’è confine: ci sono individui che sentono, vivono, respirano, sognano, ciascuno secondo la propria specialissima equazione. Leggerti è stata davvero una bellissima esperienza!

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’idea dell’equazione speciale è la chiave di volta. Non siamo “un po’ ADHD”, siamo sistemi che processano la realtà ad alta frequenza. Quello che il mondo chiama “criceto impazzito” è in realtà un motore a reazione che viaggia a una velocità che la normalità non può permettersi. Quelle “cicatrici ustionanti” sono i gradi di temperatura necessari per creare qualcosa di unico. Grazie per aver condiviso la tua equazione: il caos non va ordinato, va cavalcato. 💪🏻👑

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      1. Avatar Emi Carmagnini
        Emi Carmagnini

        Esattamente! Ed è proprio questo il punto: c’è chi ha il coraggio di farlo, chi ci mette un pò per trovarlo (il coraggio) e chi non lo ha … E’ così che funziona l’umanità e la creatività! Grazie a te per il tuo coraggio e la tua lucidità!

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L’ultimo posto come opportunità 💪🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un numero che per anni ho vissuto come un marchio di infamia: l’ultimo posto. Dopo la laurea specialistica a Verona, il mio percorso sembrava tracciato. Volevo la ricerca, volevo l’accademia, volevo quel posto sicuro dentro le istituzioni che certificano chi ha il diritto di parlare e chi no. Ma il concorso andò male. Anzi, andò “peggio” che male: arrivai ultima.

In quel momento, per me, la luce si era spenta. Avevo fallito l’unico obiettivo che ritenevo degno. Mi sentivo come una delle “Odd Women” di Gissing o di Godwin: fuori dai giochi, inutile per il sistema, scartata. Ma oggi, a distanza di tempo, guardo quella graduatoria e capisco che è stata la mia più grande fortuna.

Cosa sarei diventata se avessi vinto? Sarei stata un ingranaggio. Avrei passato i miei anni a scrivere articoli per riviste che nessuno legge, seguendo protocolli rigidi, limando la mia visione per non disturbare i baroni di turno. Sarei stata una ricercatrice “certificata”, ma avrei perso la mia voce.

Arrivare ultima mi ha costretta a una scelta brutale: rinunciare o ricominciare da me. Ho scelto la seconda. Ho deciso che avrei continuato a scrivere “da me e per me”, senza aspettare il permesso di una commissione. Ed è in quel vuoto, in quella mancanza di riconoscimento ufficiale, che sono nati i miei romanzi.

Senza quel fallimento, “La Specie Perduta” non esisterebbe. Perché per scrivere di un’organizzazione che controlla il mondo (l’OMT), devi aver provato sulla tua pelle cosa significa essere respinta da un’organizzazione che controlla il tuo futuro. Per parlare del “Richiamo” della periferia e del pericolo, devi aver abitato quell’ombra, quella delusione che ti toglie il respiro e ti fa dubitare del tuo valore.

L’ansia che mi accompagna, e che affronto con la terapia, ha radici anche lì: in quel senso di inadeguatezza che il sistema ti cuce addosso quando non rientri nei suoi canoni. Ma ho imparato a usarla. L’ansia è diventata il motore della mia ricerca indipendente. Non cerco più l’approvazione di un’università; cerco la verità tra le pagine dei miei libri e nel dialogo con voi.

La domanda per voi oggi è provocatoria. Il sistema vi ha mai detto che “non siete abbastanza”? Vi ha mai messo all’ultimo posto in una graduatoria reale o immaginaria? Non abbiate paura di quell’ultimo posto. Spesso è l’unica posizione che vi garantisce la libertà di scappare mentre tutti gli altri sono troppo impegnati a scalare una gerarchia che li divorerà.

Raccontatemi il vostro “ultimo posto”. Come avete trasformato quel rifiuto nella vostra forza più grande? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

10 risposte a “L’ultimo posto come opportunità 💪🏻”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Ti abbraccio e ti dico brava.
    Tutto quel che di buono davvero ho fatto nasce dopo la domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’ Rivolta dal mio tutor di dottorato alla mia veneranda età di 34 anni. ‘Sono grande…’ – ‘Si ma qui il concorso prima di 15 anni non te lo fa fare nessuno…’

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    1. Avatar Alice Tonini

      A volte l’onestà brutale di un tutorial è la chiave della nostra cella. Quei 15 anni promessi sono il costo dell’opportunità che molti non hanno il coraggio di rifiutare. Ti abbraccio anche io: siamo la prova che c’è vita, e molta più luce, oltre la soglia dei concorsi mancati.🤝

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ma verissimo!

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  2. Avatar alicespiga82

    Mi sono riconosciuta tantissimo nelle tue parole! Anche il mio – per ora unico libro pubblicato – non sarebbe mai esistito senza l’ansia, senza gli attacchi di panico, senza la terapia e senza un cancro. Ogni esperienza della vita si tramuta in scrittura e genera cambiamenti profondi. ✒️❤️

    Sui concorsi, mai fatti. Però mi hai ricordato quando facevo lettere e tutti mi spingevano a mettere, nel piano di studi, gli esami propedeutici all’insegnamento. E io sono rimasta ferma: non volevo insegnare, non stavo facendo lettere per quello! Non me ne sono mai pentita. Ho sempre lavorato nel mio ambito e non mi è mai nata la voglia di insegnare agli altri. 🤩
    Quindi: avanti così. 😻

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ti ringrazio per questa condivisione così potente. La scrittura che nasce dal corpo ha un peso diverso: non può essere ignorata. Hai avuto il coraggio di non parcheggiarti in un piano di studi rassicurante e questo si sente dalla forza della tua voce. Tramutare l’esperienza in cambiamento è l’unica alchimia concessa. Avanti così e restiamo fedeli alla nostra natura. 💪🏻💪🏻💪🏻

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  3. Avatar Celia

    Mi interessa molto il discorso sulle odd women.
    Chi sono questi autori?

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Le Odd Women sono le eccedenze: donne che per cultura, scelta o destino sono rimaste fuori dal “mercato” del matrimonio e delle convenzioni. È un termine che nasce da un romanzo spietato di fine Ottocento e che descrive perfettamente chi di noi si sente fuori quota. Sto preparando un approfondimento proprio su questo: ti svelerò presto il pensiero degli autori che hanno dato voce a questa solitudine orgogliosa. Ti dico solo che farà riflettere sul modo in cui oggi consideriamo l’indipendenza.

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      1. Avatar Celia

        Adoro.
        Aspetto il tuo approfondimento con calma ed eccitazione.

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      2. Avatar alicespiga82

        Davvero interessante. Mi associo all’attesa di leggere l’approfondimento. 🤗

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  4. Avatar alicespiga82

    Sì, sempre fedeli a quello che siamo e che vogliamo essere. ❄️🤍🌼

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Negoziare con le proprie paure: un’analisi necessaria 🤫

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è la cosa che hai più paura di fare? Cosa ci vorrebbe per convincerti a farlo?

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo questo primo mese dell’anno con una domanda che non ammette fughe: qual è la cosa che hai più paura di fare? E, soprattutto, cosa ci vorrebbe per convincerti a farla?

La paura è la bussola del nostro spirito. Indica esattamente dove si trova il nostro confine. Io, ad esempio, temo il vuoto. Le grandi altezze e l’atto del volare rappresentano per me la perdita definitiva di controllo: l’affidarsi a un abisso che non ha appigli. Eppure, accetto di sfidare quel vuoto per una sola ragione: il viaggio. La scoperta.

Temo gli aghi. L’intrusione metallica nella carne, il piccolo trauma della violazione del corpo. Eppure, mi sottometto a loro quando la necessità lo impone. Ma qui non parliamo di fobie. Parliamo di prezzo.

Ogni nostra paura ha un prezzo di vendita. La sottomissione al terrore non è mai totale; è un negoziato: cosa sei disposto a tollerare per amore? Quanto dolore sei pronto a sopportare per la conoscenza? Quale abisso sei disposto a sorvolare per non restare immobile?

Spesso confondo la paura con l’ansia. L’ansia è un rumore di fondo, una nebbia che avvolge i giorni e che richiede un lavoro metodico, quasi chirurgico, per essere diradata. Io scelgo la terapia per affrontare questa nebbia, perché non c’è mistero più fitto di quello che si nasconde nei corridoi della nostra stessa mente. Ma la paura… la paura è diversa. La paura è un muro di pietra.

Nei prossimi mesi vedremo Cesare affrontare i suoi assassini, Medea compiere l’indicibile e i malati di Epidauro dormire tra i serpenti. Nessuno di loro era “senza paura”. Erano solo persone che avevano trovato un motivo sufficientemente potente per pagare il prezzo richiesto dal loro destino. Non credo di essere una persona paurosa. Credo di essere una persona che impara, giorno dopo giorno, a negoziare con i propri demoni. Perché la verità è che ciò che temiamo di più è quasi sempre ciò che ci renderebbe liberi.

Ora tocca a voi. Guardate nel vostro armadio. Non cercate i mostri, cercate i vostri “No”. Cosa vi tiene bloccati a terra? E qual è il “viaggio” che vi spingerebbe finalmente a prendere il volo, nonostante le vertigini?Scrivetelo nei commenti. Non abbiate paura di essere sinceri. Spesso ammettere una fobia è il primo passo per trasformarla in un rituale di passaggio.

Alice Tonini

4 risposte a “Negoziare con le proprie paure: un’analisi necessaria 🤫”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Se la paura sta dentro di noi, è perchè qualcuno ce l’ha messa con una precisa utilità.Sta a noi saperla usare, sapere quando lasciarla andare via.E più che ammettere una paura – discorso più pubblico – a me piace farci pace, come una faccenda privata.

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  2. Avatar IN DIES
    IN DIES

    Difficile lasciar andare le paure: o si ha un motivo molto forte, come ha scritto Alice, o c’è bisogno di aiuto (soprattutto se sono fobie)

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