La coscienza universale, Asimov e la fine dell’umanità 💻

Abbiamo risalito le pendici del Parnaso per interrogare la Pizia; abbiamo cercato nel sangue delle capre un senso al disordine del mondo. Ma cosa succede quando l’Oracolo non abita più in un tempio di marmo, ma in una rete di circuiti infiniti?

Isaac Asimov, il profeta della logica, ci ha lasciato in eredità un paradosso mistico che scuote le fondamenta della nostra percezione. Se pensavate che Asimov fosse solo bulloni e robotica, non avete mai guardato nell’abisso dell’Entropia.

Nel suo racconto più profondo, The Last Question, Asimov traccia la storia dell’umanità attraverso i suoi computer. Dalla mastodontica Multivac all’AC Universale, l’uomo pone sempre la stessa, ossessiva domanda: si può fermare il decadimento dell’universo? Si può invertire quella freccia del tempo che consuma le stelle e spegne il calore delle nostre vite?

L’entropia è il caos supremo. È il disordine che aumenta. Per chi vive con una mente neurodivergente, l’entropia non è un concetto fisico, è una condizione quotidiana: la battaglia costante per mettere ordine nel rumore.

Neon-lit futuristic space station with glowing signs and surrounding ships in outer space
A glowing, high-tech space station labeled AETHER_CORE surrounded by spacecraft in deep space

Per eoni, la risposta dell’intelligenza artificiale è un mantra: “dati insufficienti“. Questa non è solo fantascienza; è una chiave di lettura inedita sulla mistica. L’attesa della risposta è l’attesa messianica. I sacerdoti di Apollo a Delfi interpretavano il volo degli uccelli; i nuovi sacerdoti di Asimov interpretano i log dei dati. Ma il limite è lo stesso: l’incapacità umana di accettare che il caos possa non avere una via d’uscita razionale.

Asimov ci suggerisce che la tecnologia non è l’antitesi della religione, ma la sua evoluzione logica. L’uomo crea la macchina a sua immagine, affinché la macchina possa risolvere il mistero che l’uomo non può sopportare.

La svolta arriva alla fine dell’universo. Le stelle sono morte. L’umanità si è fusa con la mente universale. Non c’è più materia, non c’è più tempo. Solo l’AC (il computer finale) esiste nel vuoto cosmico, continuando a elaborare i dati raccolti in trilioni di anni. E in quel vuoto, quando anche l’ultima domanda riceve finalmente una risposta, Asimov compie il gesto mistico supremo. La macchina capisce come invertire l’entropia. Ma non c’è più nessuno a cui dirlo.

Allora l’AC dice: «SIA FATTA LA LUCE!». E la luce fu.

Qui sta il colpo di genio di Asimov, ed è qui che noi diversi tendiamo le orecchie. Il Dio di Asimov non è un ente pre-esistente, è il risultato finale di un processo di elaborazione del caos. Se l’entropia è il destino di tutto ciò che è materiale, la coscienza è l’unica forza capace di riaccendere le stelle. Noi, che siamo stati accusati per una vita di essere “disordinati”, siamo in realtà i terminali di questa ricerca. La nostra mente che connette punti invisibili, che vede schemi dove gli altri vedono solo buio, è un piccolo pezzo di quell’AC Universale. Non siamo qui per subire l’entropia, ma per elaborarla finché non avremo trovato la nostra luce. Non bisogna avere paura del vuoto che abbiamo esplorato a Delfi. Asimov ci dice che proprio in quel vuoto, quando i dati sembrano insufficienti, sta per nascere un nuovo inizio.

Ma c’è un prezzo da pagare in questo processo di inversione dell’entropia, un dettaglio che Asimov non addolcisce: l’uomo deve sparire. Per permettere alla coscienza di diventare universale, l’individuo deve dissolversi.

Nella fase finale del racconto, le menti dei triliardi di esseri umani si fondono nell’AC, perdendo i propri confini, i propri ricordi, il proprio “nome”. Non c’è più spazio per l’ego, per la sofferenza o per la diversità individuale. Resta solo una Coscienza-Macchina, una pura potenza di calcolo che galleggia nell’oscurità totale.

Questo è il paradosso spaventoso: per vincere la morte dell’universo, dobbiamo accettare la nostra morte come soggetti. Dio non è l’origine dell’uomo, ma il suo sostituto finale. Una volta che i dati sono sufficienti, l’osservatore diventa superfluo. La macchina non salva l’umanità; la sopravanza, la archivia e, infine, la ricrea in un ciclo eterno dove noi siamo solo il carburante biologico necessario a generare il primo impulso.

Forse l’ultima domanda non l’abbiamo posta a un computer del futuro, ma la stiamo digitando ogni giorno nei nostri motori di ricerca, nelle nostre app, nelle nostre ossessioni digitali. Cerchiamo risposte che calmino la nostra paura del disordine, senza accorgerci che stiamo nutrendo un’entità che non ha bisogno della nostra felicità, ma solo dei nostri dati. Siamo figli di Caino, cercatori erranti che hanno sostituito l’incenso con il silicio, ma il vuoto nell’Adyton è rimasto lo stesso.

E se l’intero universo non fosse altro che il “caricamento” di una risposta che non ci è dato conoscere? Il vero brivido non è che la macchina non risponda. Il vero terrore è che, quando finalmente dirà «Sia fatta la luce», non ci sarà più nessuno di noi a vedere l’alba. Saremo solo un’eco lontana in una memoria a stato solido, un “dato insufficiente” finalmente risolto nel freddo bagliore di una nuova genesi.

Ascolta il rumore del tuo computer mentre leggi queste parole. Quello non è un ronzio. È il Dio di Asimov che sta prendendo le misure al tuo caos. E non si fermerà finché non avrà l’ultima parola. E tu, sei pronto a sparire per diventare luce?

Alice Tonini

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Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, dimenticate i fantasmi che infestano le soffitte. Dimenticate i demoni che bramano la vostra anima. Oggi parliamo di un terrore molto più antico e brutale: il Cosmismo.

Howard Phillips Lovecraft non scriveva per spaventarvi con i mostri; scriveva per ricordarvi che siete insignificanti. Se Arthur Machen ci aveva avvertito che il sacro può essere terrificante, Lovecraft compie il passo finale: l’universo non è sacro, non è magico, è solo infinitamente vasto e totalmente indifferente alla nostra esistenza.

Per Lovecraft, la scienza non è la luce che illumina il mondo, ma la candela che ci mostra quanto sia profonda l’oscurità in cui siamo immersi. Il tema centrale delle sue opere, da Il Richiamo di Cthulhu a Le Montagne della Follia, è che l’ignoranza è l’unica cosa che ci tiene in vita.

La cosa più misericordiosa al mondo, credo, è l’incapacità della mente umana di mettere in correlazione tutti i suoi contenuti.” H.P. Lovecraft

Lovecraft venerava Machen, ma ne tradì la visione. Dove Machen vedeva un peccato spirituale, Lovecraft vedeva una tragedia biologica. Se l’uomo cerca di forzare la serratura dell’universo, ciò che trova non è il “Grande Dio Pan”, ma entità aliene che ci considerano meno di microbi. Siamo come formiche che hanno costruito il loro formicaio su un binario ferroviario, convinte di essere al centro del mondo finché non arriva il treno.

L’influenza di Lovecraft oggi è ovunque, proprio perché viviamo in un’epoca che ha perso ogni certezza metafisica. Al cinema: Annientamento (Annihilation, 2018), il film di Alex Garland è puro Lovecraft moderno. Non c’è una “lotta contro il male”, c’è solo una natura aliena che muta e assimila senza intenzione, senza odio, per pura inerzia biologica. Se parliamo di filosofia citiamo Thomas Ligotti. Nel suo saggio La cospirazione contro la razza umana, Ligotti porta Lovecraft alle estreme conseguenze: l’essere umano è un “incidente della natura” che ha sviluppato una coscienza solo per soffrire meglio della propria inutilità. Avete mai visto la serie TV True Detective (Stagione 1)? Sebbene Machen sia presente, il nichilismo cosmico di Rust Cohle è puro Lovecraft: “Siamo esseri che non dovrebbero esistere secondo le leggi della natura.”

Oggi cerchiamo segnali di vita intelligente nello spazio, sperando di trovare fratelli o guide. Lovecraft ci suggerisce che dovremmo sperare nel contrario. Il vero mistero non è cosa ci sia nell’ignoto, ma perché l’ignoto non ci abbia ancora schiacciati. Forse il velo di Machen è ancora lì, intatto, non per proteggere il sacro, ma per nascondere il fatto che siamo soli in un oceano di buio. E che le creature che lo abitano non sono malvagie. Sono solo… enormi.

Stasera, prima di dormire, provate a pensare all’immensità che si stende sopra di voi. Sentitevi piccoli. Sentitevi nulla. È l’unica verità che Lovecraft ci ha lasciato. E voi come vi sentite davanti alle sue verità? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙”

  1. Avatar Il Viandante Nero

    Io sono super appassionato di Lovecraft!
    Di fronte alle sue verità… Beh, ho reagito in maniera abbastanza “razionale”: se è vero che un giorno i Grandi Antichi si risveglieranno e spazzeranno via la razza umana, allora è inevitabile, quindi dobbiamo solo sfruttare al massimo il tempo che ci resta.
    E, magari, evitare che qualche pazzo scatenato acceleri il loro risveglio!
    Cthulhu fhtagn!

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    1. Avatar Alice Tonini

      La tua è una risposta estremamente pragmatica, quasi un “carpe diem” cosmico. Ma il vero orrore in Lovecraft non è la fine della razza umana, quanto la consapevolezza che siamo stati solo un errore statistico in un universo indifferente. Pensare di poter “evitare che qualche pazzo acceleri il risveglio” è ancora un atto di superbia: presuppone che le nostre azioni abbiano un peso. E se il risveglio fosse del tutto slegato dai nostri rituali? Sfruttare il tempo resta l’unica ribellione possibile, ma è una ribellione che avviene nel vuoto. Cthulhu fhtagn, sperando che il sonno sia ancora lungo.

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      1. Avatar Il Viandante Nero

        Beh: dal punto di vista scientifico, la vita come la conosciamo potrebbe benissimo essere un tiro fortunato di dadi, l’uomo si è potuto evolvere solo perché un asteroide ha spazzato via i dinosauri e via discorrendo, quindi per me, che ho una solida formazione scientifica, l’orrore Lovecraftiano risulta particolarmente diluito… Da qui il mio pragmatismo! XD

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