L’estasi di Santa Teresa: la santificazione del delirio ❤️‍🔥

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un momento in cui il linguaggio fallisce e resta solo il corpo. Gian Lorenzo Bernini, nel cuore della cappella Cornaro, ha scolpito quel momento nel marmo, rendendolo eterno e intollerabile. Parliamo dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila.

Se guardate il volto della Santa, la bocca socchiusa, gli occhi rovesciati, il corpo che sembra liquefarsi sotto le vesti pesanti, non vedete una pia donna in preghiera. Vedete una donna travolta da una forza che non può controllare. È un’immagine che disturba perché annulla la distinzione tra spirito e senso.

Teresa stessa, nei suoi scritti, descrive l’evento con una sensualità che rasenta il proibito. Parla di un angelo che le trafigge il cuore con un dardo d’oro dalla punta infuocata.

Il dolore era così grande che mi faceva emettere quei gemiti, ma era tanto eccessiva la dolcezza che mi dava quel dolore immenso, che non potevo desiderare che finisse.”

Qui il dolore e il piacere si fondono in un’unica frequenza. Bernini non ha scolpito una visione celestiale; ha scolpito la trasmutazione alchemica del dolore in godimento. È il corpo che diventa il campo di battaglia del divino. Perché la Chiesa ha permesso che un’immagine così esplicitamente carnale troneggiasse in una cappella? Forse per una questione di controllo politico.

Il potere religioso ha capito che l’estasi è una forza eversiva: chi vive un contatto diretto con il divino (o con l’abisso) non ha più bisogno di intermediari. Santificare Teresa è stato il modo per recintare quel delirio, per dire: “Questo piacere estremo è lecito solo perché appartiene a Dio”. Senza quella targhetta dorata con scritto “Santa”, Teresa sarebbe stata bruciata come eretica o internata come folle. Il suo potere risiedeva nella sua capacità di abitare il confine.

Come per Teresa, la vera sfida non è farsi perdonare dal sistema il proprio delirio, ma rivendicare quel delirio come un territorio sovrano, dove nessun intermediario può entrare. La mia scrittura, da Medea in poi, non cerca più la comprensione del lettore, ma la sua complicità nel rompere i sigilli. Non voglio essere “santificata” o “giustificata” per la mia diversità; voglio che quella diversità sia l’arma con cui smonto le vostre certezze. Essere “nude” di fronte al proprio abisso, come Teresa, non è un atto di devozione. È l’ultima forma di ribellione rimasta in un mondo che vuole catalogare anche i nostri sospiri.

E voi come siete catalogati dal sistema? Qual’è il vostro atto di ribellione? Fatemelo sapere nei commenti e al prossimo articolo.

Alice Tonini

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