Cyberpunk: il velo di neon e la distopia digitale 💾

Lettori del mistero, ci hanno promesso utopie digitali, ma la letteratura e la realtà convergono su una verità più oscura e minacciosa: viviamo in una distopia illuminata dai neon.

Il Cyberpunk non è un genere che riguarda il futuro; è un manuale per comprendere il presente. La sua formula: High Tech, Low Life (Alta Tecnologia, Bassa Qualità di Vita), è il perfetto ritratto della nostra società: all’apparenza c’è una superficie iper-avanzata che nasconde al di sotto una oscura putrefazione morale e sociale.

Questo genere è la continuazione ideale della nostra ricerca: è la frontiera dove la falsità che tanto ci irrita non è più solo un difetto caratteriale, ma l’ipocrisia diventa l’architettura stessa della nostra esistenza. nella fantasia degli autori, il mondo Cyberpunk è dominato da megacorporazioni e da una tecnologia così onnipresente da diventare invisibile, eppure, sotto lo sfarzo delle luci al neon e degli schermi olografici, la massa vive nel fango. Questa è la perfetta ipocrisia sociale su scala globale.

L’abbagliante fascia di neon e le interfacce neurali ultra-sofisticate creano l’illusione del progresso, ma mascherano la povertà, l’inquinamento e la disuguaglianza radicale. È la versione tecnologica del “gran signore” che ostenta ricchezza fittizia. La Rete (il Cyberspace di Gibson in Neuromancer) è il nuovo Velo, un universo infinito e seducente dove la mente può fuggire dal decadimento del corpo e della realtà. Ma è un universo di illusioni, controllato da intelligenze artificiali e burattinai corporativi. Vi ricorda qualcosa il primo racconto della mia raccolta Horror 2030?

Il vero mistero del Cyberpunk è la domanda che pone alla nostra identità. Quando la carne può essere sostituita da protesi, quando i ricordi possono essere editati e quando la mente può essere caricata in un database, cosa resta dell’anima? Il “fantasma” nella macchina non è l’IA, ma l’uomo stesso.

Un esempio posso farvelo utilizzando il romanzo di Stevenson Dottor Jeckyll e Mr Hyde di cui abbiamo più volte parlato nel blog. Oggi non starò a raccontarvi della trama ma voglio farvi riflettere su come il Cyberpunk spinga il conflitto del protagonista all’estremo. La mente, costantemente divisa tra l’esistenza fisica e l’avatar digitale, vive uno scisma interiore permanente. Ci chiediamo qual è il tu autentico? Quello che sanguina nel vicolo, o l’essere senza peso che naviga nella rete?

Molte trame Cyberpunk ruotano attorno alla ricerca dell’immortalità tramite il download della coscienza. Ma questa “vita eterna” non è forse l’ultima e più grande falsità? Un’eco algoritmica della persona, priva della mortalità che dà significato alla vita? La protagonista del mio racconto si trova a scontare una pena carceraria in un mondo digitale dove deve trovare il modo di fare denaro e sfrutterà l’eterna giovinezza garantita dall’immortalità virtuale per sfruttare la strada più facile. La sua identità però ne uscirà alterata.

La visione Cyberpunk è un monito brutale. Ci avverte che se deleghiamo la nostra felicità, il nostro senso di realtà e, in definitiva, la nostra identità al codice tecnologico, siamo condannati a vivere in un’illusione permanente. Per sfuggire alla distopia, dobbiamo difendere il corpo, la carne e il mondo fisico, anche se sono sporchi e dolorosi. Sono gli unici luoghi dove la verità può ancora essere toccata, annusata e verificata senza il filtro del neon. Nella nostra incessante corsa verso l’interfaccia, siete sicuri che l’avatar digitale che state costruendo non sia in realtà il “falso” che un giorno vi condannerà? Fatemi sapere cosa ne pensate a riguardo nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

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