Epifania e Rauhnächte: tradizioni e significati nascosti 🌟

Lettori del mistero bentrovati in questo nuovo 2026. Dopo settimane di luci scintillanti, banchetti e il frastuono gioioso dei misteri natalizi, Gennaio ci accoglie con un profondo sospiro di sollievo. La Befana è passata, lasciando non solo dolci o carbone, ma ha anche posto il sigillo finale sulla stagione più magica e pericolosa dell’anno.

Il 6 gennaio non è un giorno qualsiasi. Segna l’Epifania, l’apparizione, la rivelazione. Ma segna anche il culmine e la fine di un ciclo di tredici notti sacre conosciute nel folklore alpino e germanico come Rauhnächte (Notti Ferali o Notti Rude).

Per noi amanti del mistero, il 7 gennaio è il giorno in cui il velo tra i mondi torna ad addensarsi, e il mondo ritrova il suo ordine. Abbiamo visto come il Solstizio d’Inverno apra un “portale temporale”. Durante le Rauhnächte (dal 24 dicembre al 6 gennaio), si credeva che le leggi della natura fossero sospese.

Era il periodo della Caccia Selvaggia (Wild Hunt), guidata da entità come Odino o Perchta. Gli spiriti dei morti, le streghe e le entità feroci erano libere di vagare nei cieli, un avvertimento che la realtà lineare aveva ceduto il passo al caos. Le antiche tradizioni imponevano di restare in casa, di non fare bucato (per non impigliare le anime), e di lasciare cibo per Perchta. Erano atti rituali volti a proteggere il nucleo familiare in un tempo in cui la realtà era fragile.

Queste notti non erano solo festa; erano un intenso periodo di divinazione e presagi, in cui ciò che si sognava o si faceva si pensava influenzasse il resto dell’anno. Ed è proprio la Befana, la nostra figura folcloristica italiana, a mettere il sigillo su questa era di caos.

La Befana (il cui nome è una corruzione di Epifania) è spesso rappresentata come un’anziana, a volte una strega, che vola su una scopa. Non è una figura di pura bontà come San Nicola, ma una Dea Madre invernale o una Sacerdotessa che conclude il ciclo. Non porta solo doni; porta anche il carbone. Simbolicamente, il suo passaggio è l’ultimo atto di giudizio e di purificazione del ciclo appena concluso: spazza via le impurità e gli eccessi del vecchio anno, consentendo un vero nuovo inizio.

Una volta che la Befana ha attraversato il camino e la notte dell’Epifania è finita, le Rauhnächte si concludono. La Caccia Selvaggia ritorna nei regni dell’invisibile e la trama del tempo si ricuce. Per noi, il 7 gennaio è un giorno di grande significato spirituale e pratico, l’energia selvaggia è stata domata, e il silenzio torna a regnare.

Questo è il momento perfetto per me, lo sfrutto per immergermi nel silenzio ritrovato, per radicarmi e riprendere le routine interrotte. La mia mente, purificata dalle distrazioni delle feste, è finalmente pronta a incanalare l’Iperfocalizzazione per la scrittura. Le ispirazioni raccolte nel caos onirico delle Rauhnächte possono ora essere filtrate e trasformate in trame coerenti.

La casa non è più un fortino contro gli spiriti, ma un santuario di pace. Il 7 gennaio, respiriamo tutti insieme profondamente. Il mistero non è finito, è semplicemente rientrato in letargo. Ma abbiamo avuto il nostro assaggio del caos, e ora siamo più forti e saggi per affrontare il nuovo ciclo. E voi, cari lettori, quali presagi o ispirazioni avete catturato nel silenzio tra Natale ed Epifania? È ora di metterli su carta! Buona scrittura e buona lettura a voi, e che i misteri e l’Ignoto vi accompagnino per tutto il 2026.

Alice Tonini

2 risposte a “Epifania e Rauhnächte: tradizioni e significati nascosti 🌟”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Effettivamente per me dicembre è stato un mese in cui i pensieri, progetti e idee non hanno avuto ne capo ne coda, non sono riuscita a incasellarli, a concludeli, non dico materialmente ma proprio in testa. Di tutte le mie idee, pensieri, praticamente non è rimasto nulla. Come se fossi passata attraverso un grande caos, spero sia come tu dici, che torni “stabilità”.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie per aver condiviso con noi la tua riflessione, buona giornata 👋👍

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Vigilia di Natale: il portale verso il tempo ⏳️

Carissimi lettori dell’ignoto e del mistero questa sera, mentre il mondo rallenta nel silenzio ovattato della Vigilia, siamo al cospetto di una notte che è molto più di una semplice attesa. Il 24 dicembre non è solo l’anticamera del Natale. È un Punto Liminale nel ciclo eterno del tempo. È il giorno in cui il calendario giunge a una pausa forzata, l’attimo in cui la ruota dell’anno sta per girare, e il velo che separa la nostra realtà dalla dimensione invisibile si fa, secondo le antiche tradizioni, sottile come nebbia gelida.

Per noi che cerchiamo i misteri, la Vigilia è il Portale del Tempo per eccellenza. Abbiamo visto che il Solstizio d’Inverno (intorno al 21 dicembre) è il momento in cui il Sole, il nostro misuratore di tempo cosmico, sembra fermo. La notte del 24, e l’alba del 25, è l’istante della rinascita, un momento di transizione così potente da creare una breccia dimensionale.

Secondo il folclore di molte culture, in momenti come questo, i passaggi cruciali tra stagioni o tra la vita e la morte, la realtà lineare collassa: le memorie degli antichi, gli spiriti del passato, le energie dei culti dimenticati sono più vicine e più facili da percepire. Le notti a cavallo del solstizio, spesso chiamate Rauhnächte (Notti Rude/Ferali) nelle tradizioni germaniche, erano dedicate a presagi e divinazioni. Si credeva che tutto ciò che si sognava o si faceva in quel periodo influenzasse l’anno a venire. È come se l’universo permettesse una visione dall’alto del flusso temporale, offrendo uno sguardo sul destino.

Questa notte non è tradizionalmente serena ovunque. Prima che la narrazione cristiana si affermasse completamente, il periodo di mezzo inverno (la Vigilia compresa) era il tempo della Caccia Selvaggia. Divinità o spiriti come Odino nel nord o la terribile Perchta nelle Alpi, guidavano una processione spettrale nei cieli notturni. Erano le anime dei morti, spiriti della natura o entità caotiche che sorvolavano le case, terrorizzando e giudicando. La Caccia Selvaggia è la prova che il velo è strappato: le creature del non-mondo hanno il permesso di interagire direttamente con la nostra realtà. Tenere accesa la luce, riunirsi attorno al focolare, non era solo calore, era un atto di protezione rituale contro le forze che irrompevano dalla breccia dimensionale.

Per chi vive la spiritualità come un percorso personale, il 24 dicembre offre un’opportunità unica. Non si tratta di cercare un varco fisico, ma di allineare la propria mente al Punto Zero del tempo cosmico. Quando il mondo esterno è immobile e in attesa, la nostra percezione interiore si affina. Possiamo usare questa notte per riconoscere e lasciar andare le energie e i legami tossici del ciclo che si sta concludendo, porre le domande cruciali sul percorso spirituale che vogliamo intraprendere nel nuovo anno e celebrare la luce che sta per nascere, che sia il Sol Invictus o il Salvatore, e ancorarla saldamente al nostro focolare.

Sedetevi stasera, magari accanto al vostro albero (il nostro Asse Cosmico), e ascoltate il silenzio. Riuscite a sentire il vento gelido che è anche il respiro di un’altra dimensione? Il portale è aperto. Cosa scegliete di lasciare nel vecchio anno e quale verità siete pronti a ricevere per il nuovo ciclo che sta per iniziare?

Alice Tonini

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Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2

Lettori, compagni di viaggio nel regno del mistero e dell’ignoto, bentornati tra le nebbie del tempo, lì dove risuona il nome di Atlantide. Non è solo una terra perduta, ma un sussurro affascinante che attraversa i millenni, un enigma le cui spire attorcigliano la storia e la fantasia, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta. Dove si celava questa civiltà così avanzata da svanire nel nulla? E quando, esattamente, il suo fulgore si spense? Le teorie si rincorrono come ombre in un labirinto, tessendo trame complesse tra epoche remote e luoghi inesplorati. Eppure, tra le innumerevoli ipotesi che danzano sul filo del rasoio, ve n’è una che con insistenza ci riporta alle radici stesse della leggenda: che Atlantide non sia altro che l’eco distorta di antiche calamità naturali che sconvolsero le coste della Grecia, trasformando la memoria di un disastro in un mito immortale. Ma siamo sicuri che sia solo questo? Il mistero di Atlantide continua a pulsare, un cuore antico nel petto dell’ignoto.

Il vero enigma di Atlantide non risiede solo nel suo quando, ma anche nel suo dove. Dobbiamo osare spingerci oltre le certezze, sfidare le mappe conosciute per esplorare terre ignote. Platone, con la sua ineguagliabile perspicacia, la collocò senza mezzi termini a occidente delle mitiche Colonne d’Ercole, il nostro stretto di Gibilterra, suggerendo così un’esistenza celata da qualche parte nell’immensità dell’Oceano Atlantico. Un’ipotesi, tra le più affascinanti, la colloca nel cuore pulsante del Mare dei Sargassi, dove alghe galleggianti si intrecciano in un sudario verde. Si dice che dopo l’inabissamento della grande isola, quelle acque divennero impraticabili, un cimitero liquido di vite perdute. Forse un monito arcano che ancora oggi ci sussurra la verità sull’ubicazione di un impero inghiottito dagli abissi.

Ma l’assenza di rovine sommerse a occidente di Gibilterra, non è forse essa stessa un enigma? Un silenzio che ci sfida a guardare oltre, a non accettare risposte troppo facili. È proprio questa inquietante mancanza di tracce a spingere alcuni storici contemporanei a deviare lo sguardo e a volgerlo verso orizzonti inattesi. E così, l’attenzione si sposta a est, verso un’altra isola, avvolta nel mito e nella storia: la greca Santorini. Un luogo che porta incisa nella sua roccia la memoria di eruzioni vulcaniche devastanti, un’ira della terra che si è scatenata ciclicamente, l’ultima volta appena qualche mese fa. E se il mito di Atlantide, anziché sprofondare nell’Atlantico, fosse in realtà il ricordo di un cataclisma avvenuto nel cuore dell’Egeo, un’esplosione tanto violenta da riscrivere la geografia e generare una leggenda senza tempo? Il vero mistero, forse, è non volersi arrendere alle apparenze.

Tremilacinquecento anni fa, in un giorno che l’oblio ha cercato di inghiottire e che non viene nemmeno ricordato nei libri di storia, attorno al 1520 a.C., la terra stessa si squarciò. L’intero cuore dell’isola di Santorini, un’area di ben 60 chilometri quadrati, precipitò nell’abisso marino in un istante terrificante. Quell’evento titanico non solo scagliò una coltre di cenere vulcanica spessa oltre 30 metri su quella che allora era conosciuta come Thera, seppellendola sotto un sudario grigio, ma generò anche un’onda colossale. Un’onda di distruzione che, con la sua furia inarrestabile, si riversò su Creta, a poco più di cento chilometri di distanza, sommergendo ogni cosa. E se invece di Santorini fosse proprio quella Creta, con la sua civiltà minoica che fioriva attorno alla maestosa Cnosso, la vera Atlantide?

Per comprendere la portata di quel cataclisma che inghiottì Santorini, dobbiamo volgere lo sguardo a un altro orrore eruttivo, un’eco di distruzione di cui abbiamo maggiori testimonianze. Parliamo dell’eruzione di Krakatoa del 1883, tra Giava e Sumatra, un evento che squarciò il velo della normalità e riscrisse il significato stesso di “disastro”. Immaginate: la cenere vulcanica non si limitò a oscurare il cielo, ma si spinse fino alla stratosfera, viaggiando con i venti più lontani, fino a lambire le coste dell’Europa. Per quasi 200 chilometri intorno al vulcano, il giorno si tramutò in una notte innaturale, densa e opprimente. E il rumore… oh, il rumore! Il più assordante mai registrato nella storia umana, un boato così potente da essere udito fin oltre 3.500 chilometri di distanza, fino alle spiagge lontane dell’Australia. Se la natura può scatenare una tale furia, non è difficile credere che un evento simile abbia potuto generare non solo distruzione, ma anche leggende immortali, racconti di mondi perduti che ancora oggi ci affascinano e ci tormentano.

Eppure, persino la furia inaudita di Krakatoa impallidisce di fronte a ciò che accadde a Thera. Gli storici raccontano che l’intensità di quell’eruzione primordiale, avvenuta ben 3.500 anni fa, fosse meno della metà di quella del cataclisma greco. Immaginate la potenza che distrusse quell’isola. Per cogliere la vera scala di quell’evento, basta osservare l’immensa cicatrice che ancora oggi squarcia il paesaggio: un gigantesco cratere, trasformato in una baia profonda, che separa Santorini dalle piccole isole circostanti. Un tempo, tutte queste terre erano un’unica massa, un unico corpo. Ora, quel vuoto azzurro testimonia la violenza inimmaginabile che le ha separate, scolpendo per sempre nel mare e nella memoria il ricordo di un’apocalisse che potrebbe aver dato origine al mito di Atlantide.

Santorini, l’isola che oggi emerge dalle acque, è un luogo di una bellezza singolare e, a ben guardare, profondamente inquietante. Il traghetto che giunge dal Pireo, sulla rotta per Creta, non attracca in un porto qualunque, ma si insinua sotto imponenti faraglioni neri, scoscesi e minacciosi. Lì, una strada a zig-zag, quasi verticale, si arrampica vertiginosamente verso l’alto, come una cicatrice sulla pelle della montagna. In cima a questa ascesa mozzafiato, si trova il delizioso Hotel Atlantis, un nome che non può che risuonare con un’eco sinistra, quasi profetica. Da qui, lo sguardo si perde sulla baia profonda, uno specchio d’acqua che, in realtà, è la bocca aperta di un vulcano immenso e non ancora sopito, un gigante addormentato che respira sotto la superficie. La stessa strada che conduce al porto porta il nome di Spyros Marinatos, un archeologo che dedicò la sua vita a svelare i segreti di quest’isola. I suoi scavi, in particolare nel villaggio abbandonato di Akrotiri, una Pompei dell’Egeo sepolta dalle ceneri, lo condussero a una convinzione sconvolgente: che quella fiorente colonia minoica, scomparsa nel cataclisma, fosse in realtà la scintilla, il seme dal quale germogliò la leggenda immortale di Atlantide. E se fosse proprio qui, sotto i nostri occhi, che il confine tra storia e mito si dissolve?

“Gli egizi hanno sicuramente avuto notizia dello sprofondamento di un isola che allora si chiamava Thera, e oggi Santorino, ma non sapevano che si trattava di un isola piccola e relativamente poco importante. E il terribile evento lo trasferirono invece alla vicina Ceta, l’isola così gravemente colpita e con la quale persero improvvisamente ogni contatto. E la leggenda di un intera armata inghiottita derivò dalla notizia della perdita di migliaia di persone. Con la mancanza di logica e di consequenzialità tipica delle leggende e dei miti, lo stesso Platone non fece caso all’ impossibilità che Atlantide nell’ oceano Atlantico e l’ armata ateniese, naturalmente ad Atene, siano affondate insieme e contemporaneamente.» S. Marinatos.

Tra le incredibili scoperte fatte nella città sepolta di Akrotiri ci sono i resti di una stupenda pittura murale di circa 3×4 metri, nella quale si possono ammirare 6 ninfe che offrono fiori a una dea dai seni nudi con un pavone a fianco. Il pavone era sacro a Era, dea dell’ Olimpo moglie e sorella di Zeus, alla quale era stato dedicato un magnifico tempio sull’isola di Samo. L’ affresco ora è stato portato al museo Bizantino di Atene. Il professore Marinatos rimase anche un po’ confuso dalla mancanza di vita che i suoi studi rivelavano. «Non abbiamo trovato neanche uno scheletro,» disse, «nonostante noi sappiamo che migliaia di persone devono essere morte a causa del terremoto e delle eruzioni vulcaniche.»

Come già visto in precedenza nel 1500 a.C., un’ombra si allungò su Creta. Un cataclisma, di proporzioni inaudite, inghiottì la fiorente civiltà minoica, fino ad allora fulcro di commerci e scambi con l’Egitto. Senza un apparente motivo, la loro avanzata cultura svanì nel nulla, lasciando dietro di sé solo silenzi e rovine. Fu allora che Amenofi III, il faraone d’Egitto, distolse lo sguardo dall’isola perduta per stringere nuove, inattese alleanze con Micene, nel Peloponneso. Da quel momento, Creta, un tempo faro del Mediterraneo, fu condannata all’oblio, cancellata dalle pagine della storia. Cosa accadde realmente? Il mare inghiottì i suoi segreti, o fu qualcosa di più sinistro a sigillare il destino dei Minoici?

Le testimonianze dei contatti tra Creta e l’Egitto risuonano ancora tra le rovine di Cnosso, e raccontano storie di un’era dimenticata. Poco fuori Candia, l’attuale capitale, sorge una ricostruzione che quasi commuove, opera di Sir Arthur Evans, l’archeologo inglese che all’inizio del secolo dedicò la sua fortuna a riportare in vita un frammento dell’antica Creta. Ma in questo luogo di apparente tranquillità, tra due dolci colline, si cela un’ombra. Qui regnò Minosse, il re il cui nome è indissolubilmente legato alla leggenda più inquietante dell’isola: quella del Minotauro. Una creatura metà uomo e metà bestia, imprigionata in un labirinto così intricato da sembrare vivo, un abisso di pietra dove ogni anno venivano sacrificate sette giovani donne e sette giovani uomini. Un tributo di sangue che macchiava l’opulenza del suo regno. Questo labirinto primordiale, potrebbe aver ispirato le tortuose vie piastrellate che i cristiani medievali percorrevano in ginocchio nelle loro chiese. Il mistero di Creta è un velo che ancora oggi attende di essere sollevato. «Il labirinto » dice uno scrittore di inizio secolo scorso, «così facile da entrarci e così difficile se non impossibile da uscirci è chiaramente il simbolo della vita umana.»

Mentre gli scavi di Sir Arthur Evans si addentravano nel cuore di Cnosso, la terra stessa sembrò fremere. Un lieve terremoto scosse il sito, innocuo nelle sue conseguenze, eppure sufficiente a risvegliare un’antica credenza. Fu un brivido che ricordò a tutti la convinzione minoica: i tremori della terra erano causati da una divinità ctonia, un gigantesco toro le cui corna possenti scuotevano le fondamenta del mondo. Non è un caso che persino Omero, secoli dopo, attribuisse a Poseidone l’epiteto di “scuotitore della terra”.

Creta: la più vasta delle isole greche, e forse la più enigmatica, custodisce segreti sepolti nel tempo. I suoi abitanti, un popolo di tempra indomita e spirito fiero, portano ancora i segni di un passato duro. Nelle remote vette montane, dove l’aria si fa più sottile e il paesaggio più aspro, si incontrano ancora figure avvolte negli antichi costumi neri, con stivali alti. Un ricordo di questo indomito vigore, di questa viscerale indipendenza, può essere colta nelle parole del più celebre cantore di Creta, Nikos Kazantzakis. La sua opera più nota, il bestseller “Zorba il Greco“, affonda le radici proprio in questa terra misteriosa, dove lo scrittore visse e, infine, trovò la quiete eterna.

Candia, l’ombra silenziosa che veglia su Cnosso, fu in tempi antichi il suo battello d’accesso al mondo. Nel IX secolo, un’ondata araba la trasformò, erigendo un forte che ne sigillò la nascente importanza, un baluardo di misteri e conquiste. Poi vennero i Veneziani, le cui impronte sbiadite ancora si intravedono, seguirono i Turchi, lasciando anch’essi le loro enigmatiche tracce. Oggi, con le sue 70.000 anime, Candia si presenta con un velo di apparente tranquillità, un crocevia cosmopolita dove il tempo sembra essersi fermato. I visitatori, incantati, si perdono tra i tavolini dei caffè all’aperto, ipnotizzati dal sussurro della fontana seicentesca che domina la piazza principale. Ma sotto questa patina di calma, si annidano segreti più profondi. Qui, in un luogo non lontano, nacque El Greco (1541-1614), le cui visioni contorte sembrano ancora aleggiare nell’aria. E qui, tra le mura antiche, riposa per l’eternità Nikos Kazantzakis (1885-1957), il cui spirito inquieto continua a sussurrare storie di un’isola senza tempo. Ogni giorno, i traghetti dal Pireo approdano, portando nuovi volti a interrogare i suoi enigmi.

Eppure l’enigma persiste. Se Atlantide è più di un sussurro del vento, se davvero le sue rovine giacciono sepolte nelle profondità della Grecia, allora non fu che una tra le innumerevoli civiltà inghiottite dall’oblio. Un’altra tessera in un mosaico di scomparse, un’altra eco nel coro silenzioso di ciò che fu e non è più.

Atlantide, per molti, non è solo una leggenda, ma la metafora di una terra scomparsa da un tempo immemorabile, un’entità avvolta nel mistero che, chissà, potrebbe un giorno riemergere dalle profondità. Questa fascinazione per civiltà perdute non è un fenomeno isolato; echi di storie simili risuonano in ogni angolo del mondo. Basti pensare alla leggenda della Terra Perduta della Leonessa o la mitica Avalon al largo delle coste della Cornovaglia, dove si narra che il popolo di Re Artù sia svanito dopo la sua ultima, fatale battaglia.

Nel XVII secolo lo storico William Camden annota che i pescatori al largo delle coste britanniche di quella zona portavano continuamente a galla, nelle reti, pezzi di muratura e nell’area attorno alle isole Scilly, durante la bassa marea, era possibile vedere antiche mura di difesa.

Tuttavia, inquietanti discordanze gettano ombre su queste affascinanti teorie. I geologi sostengono che i maggiori cedimenti di terreno lungo l’instabile margine atlantico – una regione tormentata dall’attività vulcanica – si siano verificati molto prima dell’Età del Bronzo (2000 a.C.), lontano dall’epoca di Re Artù, solitamente collocata attorno al 500 d.C. Eppure, il mistero si infittisce: erosioni e inabissamenti continuano ancora oggi, e innumerevoli isole vulcaniche compaiono e svaniscono dagli oceani con una regolarità quasi spettrale. Datazioni esatte rimangono un miraggio, lasciandoci solo con ipotesi frammentarie. I geologi suggeriscono che le isole britanniche fossero connesse all’Europa continentale ben 8000-9000 anni prima dell’era cristiana. Queste cifre, così distanti dalle leggende, complicano il quadro, ma non lo dissolvono. Anzi, forse lo rendono più intrigante.

Molto bene viaggiatori, è venuto il momento di ripartire dalle coste di Atlantide. La nostra fidata barca ci aspetta paziente per continuare la nostra ricerca della magia e per tornare ai nostri tempi. Altri luoghi misteriosi ci aspettano.

Alice Tonini

Una risposta a “Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2”

  1. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ●Ci siamo persi, la navigazione è stata particolarmente difficile e siamo finiti sulle spiagge di Atlantide. Isola perduta tra le nebbie del tempo abbiamo provato a capire dove si trovasse e chi fossero gli abitanti. Purtroppo trovare una risposta è stato difficile, abbiamo potuto fare solo ipotesi ma siamo ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2 […]

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Natale prima del Natale: tra cene con i defunti e falò sacri

Ed eccoci lettori e lettrici agli auguri di Natale che vi faccio tutti gli anni, e come sempre vi lascio qualche curiosità per farvi un po’ di compagnia.

Quest’anno inauguriamo una nuova rubrica che riguarda i misteri legati ai viaggi e ai libri che ce ne parlano e qui vi do un piccolo assaggio.

Il Natale oggi si feteggia in ogni parte del mondo. Forse gli elfi e le renne volanti hanno origini cristiane ma molti degli elementi che fanno ormai parte delle nostre tradizioni natalizie vengono da molto più lontano, persino la data stessa del Natale.
A metà del periodo invernale molti popoli del passato avevano una loro festa: diamo un’occhiata ad alcune di queste antiche tradizioni che ancora oggi sono in uso.
Intanto è bene sapere che la data del 25 dicembre non è sempre coincisa con il Natale. Quando il calendario Giuliano è stato soppiantato da quello Gregoriano il vecchio 25 dicembre è diventato il 7 gennaio, data che oggi coincide con il Natale ortodosso.
Nella tradizione slava al Natale ci si riferisce con la parola Korocin (non chiedetemi di scrivervela in slavo perchè fino a li non ci arrivo) dal significato di “camminare in avanti” o “fare passi avanti” in riferimento alla fine dell’anno e al solstizio solare. La prima volta che viene fatto riferimento a questo termine è nelle cronache di Novgorov, una delle prime fonti di slavo scritto. Nello stesso scritto si fa riferimento alla fondazione della chiesa di San Nicolas nel 1113 d.C. il santo che noi identifichiamo con Babbo Natale o Santa Claus. Ma la lingua slava ha il proprio babbo natale tradizionale simile per certi versi alla figura di quello che conosciamo noi, chiamato Atmoros o Nonno Ghiaccio.
In questo periodo l’usanza vuole che ci si travesta con dei costumi colorati andando di porta in porta cantando e scherzando per simboleggiare il ritorno degli spiriti degli antichi defunti che dovevano portare via i demoni cattivi e riportare la pace e la salute. In Ukraina questi canti prendono il nome di kolyadky e sono molto amati, si dice che questa tradizione risalga al paganesimo, quando si venerava il dio sole chiamato appunto Kolyada. Le maschere rappresentano gli animali e il costume che non manca mai è quello della capra.
 
In Bulgaria vengono fatti dei falò, simili a quelli che anche da noi si fanno nelle campagne la sera del 6 gennaio, che hanno come scopo quello di portare fortuna e buoni auspici per l’anno nuovo. Il falò viene chiamato abudnik e il rituale prevede di bruciare un ciocco di legno di quercia la notte di Natale per portare ricchezza; le ceneri sono messe da parte fino a primavera e poi distribuite sui campi. 
I falò tradizionali del Korocin, nei territori russi, venivano fatti nei cimiteri con piccoli fuochi o candele per ricordare i familiari che non ci sono più (una sorta di Halloween per Natale). Se ci pensate una idea simile è alla baste dell’opera di Dickens Canto di Natale dove il nostro Scrooge si ritrova a conversare con i fantasmi del Natale presente, passato e futuro.
Il falò di Strona, in Italia sono molte le regioni con tradizioni simili. 
Una tradizione natalizia dei paesi slavi ancora diffusa è quella di condividere un pasto con gli spiriti dei defunti e di accendere in casa delle candele in loro onore. La tradizione vuole che il pasto sia composto da dodici piatti di origine vegetariana che possono essere lasciati a tavola, in cucina o portati all’aperto, dipende dal paese o dalla regione. 
Ci sono usanze anche per quanto riguarda la pulizia e la purificazione del corpo: durante il natale la sauna viene fatta con rami e foglie di piante che si ritiene abbiano particolari capacità curative per il corpo e per lo spirito. In Finlandia esiste la sauna di Natale da fare il 24 dicembre con tutta la famiglia per prepararsi ai festeggiamenti.
In Lituania il Natale prende il nome di Kucios e una delle tradizioni prevede un intera tavolata apparecchiata con una tovaglia bianca e fieno, e con pietanze lasciate tutta la notte per gli spiriti dei defunti che escono per mangiare quando la famiglia se ne va a dormire. Viene scelto un ceppo e trascinato fino a casa con danze e canti, vengono indossate delle maschere che accompagnate da Nonno gelo passeranno di casa in casa a portare fortuna e salute. Nonno gelo poi porterà doni ai bambini, ma solo a quelli che sono stati bravi e che si sono esibiti per lui in una canzone, con una poesia o una danza.

In alcuni paesi slavi c’è una tradizione che prende il nome di festa di Adamo ed Eva o pasto di Adamo ed Eva. Esso oggi simboleggia la caduta dell’umanità davanti a Dio; una mela viene tagliata e servita dalla moglie al marito. Questa tradizione natalizia in realtà risale al paganesimo e non al cristianesimo, per i pagani la mela simboleggia la ricchezza e la fertilità e vuole essere di buon auspicio per l’anno venturo.
Dalla notte della Vigilia, fino all’Epifania è il momento ideale di predire il futuro. Nei paesi slavi che sia nei fondi di caffè o con la cera in questo momento la tradizione vuole che le forze del male siano deboli e la verità sarà rivelata alle giovani ragazze in cerca di un marito. 
Con questa ultima curiosità dal mondo vi saluto, come al solito vi auguro buona lettura e buon Natale.
Alice Tonini 

Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell'antica mesopotamia

 Oggi torna la rubrica inchiostro nerofumo con un
super articolo e come al solito parliamo di horror e parliamo di
storia.

Partiamo subito con una domandona:
credete nell’esistenza dei fantasmi?

Potreste rispondere a questa domanda in
due modi: chi crede al soprannaturale e chi invece etichetta tutto
come cosa per creduloni.

Ma se facciamo qualche passo indietro
nel tempo e andiamo tra il Tigri e l’Eufrate troviamo una intera
civiltà che per più di tremila anni si è evoluta con l’assoluta
certezza dell’esistenza dei fantasmi e che ogni giorno aveva a che
fare con demoni e spiriti.

Una tavoletta mesopotamica di 5.000
anni è stata scoperta dagli archeologi inglesi qualche anno fa e
riporta trascritte le prime e più antiche storie di fantasmi di cui
siamo a conoscenza.

Oggi sappiamo che nell’antica civiltà
mesopotamica i fantasmi erano parte della vita di tutti i giorni. Ma
quali erano le leggende e le tradizioni assire e babilonesi legate ai
fantasmi?

L’antica Mesopotamia corrisponde agli
attuali territori di Iraq e Siria (circa). La civiltà preistorica di
cui parliamo ha trascritto molte informazioni che sono giunte sino a
noi, dalle registrazioni contabili commerciali fino alla mitologia,
utilizzando la scrittura cuneiforme, uno dei primi sistemi di
scrittura conosciuti. Gli scribi usavano tavolette di argilla e
iscrivevano le storie raccontandoci di come i fantasmi fossero una
forza soprannaturale molto influente nella vita delle persone:
potevano richiedere sacrifici, causare malattie e portare sfortuna.

La dea dell’amore ma anche della guerra Ishtar si assicurerà che capiate tutto alla perfezione!!

I fantasmi risorti dei morti non erano
ospiti casuali per gli antichi mesopotamici, invece di passare
inosservati facevano apparizioni frequenti ed erano parte del mondo
naturale come le piante o gli animali.

Lo sapevate che i cimiteri in
mesopotamia erano molto rari? I morti venivano seppelliti accanto
alla casa o addirittura all’interno dell’abitazione. Quando qualcuno
manifestava segni di una infestazione si credeva fosse a causa di
questi antenati seppelliti sotto i piedi. Questa vicinanza voleva
anche significare che i fantasmi erano parte della routine familiare
di ogni giorno. In famiglia c’era chi cucinava, chi puliva, e poi
c’era un membro responsabile per la cura delle relazioni con i
defunti. Solitamente era il figlio maggiore che ogni giorno si recava
a portare le offerte sulle sepolture degli antenati. Se non lo faceva
si pensava che l’anima del defunto si sarebbe potuta perdere
nell’aldilà e tornare a vendicarsi sulla famiglia irrispettosa.

La religione mesopotamica credeva che i
familiari defunti fossero bloccati nella morte, in una dimensione
dove non invecchiavano. Le offerte più diffuse prevedevano venissero
serviti loro cereali arrostiti e birra prodotta con cereali cotti.
Quella delle offerte di cibo e degli snack con i cereali è una
tradizione molto antica che prosegue ancora oggi. Sugli scaffali dei
supermercati troviamo snack con cereali di ogni forma e colore e in
India, sulle rive del gange si trovano ogni giorno persone che
offrono cibo agli spiriti dei defunti.

Questa antica tavoletta faceva parte della biblioteca di un sacerdote esorcista, le immagini sono invisibili a occhio nudo ma appaiono solo se illuminate direttamente.  Rappresenta un fantasma che viene trascinato nel mondo dei morti. 

Ma torniamo a noi. Di solito uno
spirito che riceve regolarmente offerte non ritorna a disturbare i
vivi. Lo stato di chi moriva era una sorta di ibernazione durante la
quale disturbare i vivi era semplicemente impossibile. Se sepolti
correttamente i fantasmi restavano in uno stato di dormienza che
continuava fintanto che la famiglia avesse continuato a fare le
offerte rituali nel modo corretto. 

Alcune testimonianze ci raccontano
che i vivi e i morti potevano comunicare nel sonno, la relazione tra
il sonno e la morte era tanto profonda che sono stati trovati
incantamenti per invocare l’aiuto dei fantasmi per addormentarsi. Ai
bambini deceduti che erano senza pace venivano cantate canzoni e
incantesimi per calmarli e mandarli a dormire. Ai fantasmi dei
bambini inoltre non era permesso di svolazzare in giro come i
fantasmi più anziani, così esistevano invocazioni che permettevano
di spedire questi spiriti in un lungo e riposante sonno. Simili
invocazioni erano utilizzate anche per cacciare i demoni e
prosciugare le energie di fantasmi maligni.

Fantasma o demone è sempre bene chiamare un esorcista. 

Il reame del non ritorno o Erkala era
il posto dove tutti gli abitanti defunti della Mesopotamia erano
allocati dopo la morte. Quegli spiriti che cercavano di fuggire per
tornare a vivere erano severamente puniti. Il dio del sole Shamash
puniva i fantasmi che fuggivano, prendeva le loro offerte e le
distribuiva alle anime dei dimenticati. La società mesopotamica era
molto diversificata ed esistevano diverse interpretazioni
dell’aldilà.

Una opera importante da questo punto di
vista è l’Epopea di Gilgamesh che apre uno scorcio sul
folklore mesopotamico. Il re Gilgamesh privato dalla morte della
compagnia del suo migliore amico Enkidu parte alla ricerca della
pianta che dona l’immortalità. Fallisce nell’impresa e accetta il
suo destino di uomo mortale. Dopo la morte Gilgamesh era felice di
poter stare con lo spirito del suo amico ma si accorge che molti spiriti di defunti soffrivano ed erano in agonia perché erano stati dimenticati da
tutti. Per non causare questa sofferenza, nasce l’usanza mesopotamica di seppellire i defunti in
casa.

Gilgamesh

Un’altra credenza era quella che i
bambini appena nati avessero un aldilà migliore di quello degli
adulti. Potevano giocare quanto volevano, avevano tavoli fatti d’oro
con miele e burro sempre a disposizione.

Fino ad ora quindi abbiamo visto che i
defunti avrebbero dovuto dormire o aggirarsi nell’aldilà facendosi
gli affari propri. Purtroppo però gli incidenti potevano capitare e
un defunto poteva ritornare per varie ragioni. Ad esempio i suoi
diritti di sepoltura erano violati o era avvenuto qualcosa di
sbagliato al momento della morte o le offerte non venivano presentate
regolarmente. Se il loro aldilà era disturbato causavano caos e
torturavano i vivi. A questo punto vi apro una piccola parentesi, lo
sapete che le leggende sui vampiri che ancora oggi sono vive in molte
comunità dell’Europa dell’est derivano proprio da queste antiche
tradizioni preistoriche. Ma ci torneremo con un altro articolo.

Fantasma o demone magari alcuni preferiranno l’esorciccio.

Ereshkigal, la regina dei morti che
presiede sull’aldilà può dare agli spiriti permessi speciali per
tornare sula terra. Ella aveva la responsabilità di tenere separati
i vivi e i morti. I Gheedeen erano coloro che tornavano dalla morte.
Si riteneva che questi potessero viaggiare avanti e indietro dal
reame dei morti e tormentavano i vivi. Comunque sia di sicuro chi
aveva subito una morte ingiusta sarebbe tornato a tormentare i
colpevoli. Mentre chi fuggiva dall’aldilà era riacchiappato, punito
e rispedito nella posizione che gli spettava tra i morti. Anche oggi
nella religione indù, la mitologia presenta diversi aspetti che
ricordano l’antica visione mesopotamica.

Se l’avesse sepolto per bene magari non tornava.

Come facevano gli antichi a sapere che
un fantasma era vicino a loro?

Molti vedevano nella malattia un
indicatore della presenza di fantasmi. Come se la malattia non fosse
sufficiente a fare stare male una persona si credeva che quella
persona volontariamente o meno avesse commesso degli errori e ora un
fantasma la stava punendo infliggendo sofferenze fisiche. Comunque
esisteva la possibilità di invocare i fantasmi degli antenati della
famiglia per essere aiutati. Oggi in india questa credenza è ancora
viva.

La maggioranza degli antichi
mesopotamici desiderava solo scacciare i fantasmi fastidiosi e
mantenere tranquilli quelli che dormivano. Pochi altri credevano che
riuscire a contattare i fantasmi potesse portare benefici, erano
convinti delle potenzialità del soprannaturale nonostante sapessero
benissimo di correre elevati rischi. Esistevano quindi sacerdoti
esorcisti e necromanti.

La pratica della necromanzia, la
comunicazione con i morti, era diffusa tra gli antichi mesopotamici.
I rituali dovevano essere eseguiti alla lettera da persone esperte
perché avrebbero messo il praticante in una situazione precaria. Una
tavoletta cuneiforme ritrovata dagli archeologi conteneva un
incantesimo per invocare i fantasmi insieme ad una ricetta per un
unguento da spalmarsi sugli occhi insieme ad avvertimenti e
istruzioni dettagliate per eseguire correttamente il rituale.

Gli antichi sacerdoti esorcisti possono essere paragonati ai moderni Gostbusters, in caso di infestazione arrivavano loro.

La massima aspirazione per un defunto
era la pace dell’aldilà. Una vita turbolenta aggirandosi tra i vivi
era considerata una punizione. Questo accadeva quando gli dei si
dimenticavano dello spirito o quando la famiglia non eseguiva i
propri sacrifici per i morti.

In accordo con la tavoletta di cui vi
ho raccontato all’inizio gli antichi mesopotamici credevano in molti
fantasmi, e riporta una lista degli spiriti più invocati in caso di
necessità. Qualsiasi incidente poteva creare un fantasma e il
fantasma poteva occasionalmente trasformarsi in uno spirito vagante
come atto di vendetta verso chi gli aveva fatto un torto e se questo
valesse ancora oggi credo che di spiriti vaganti sarebbe pieno in
giro.

Tavoletta rappresentante le divinità con i loro simboli

Diverso è il discorso per quanto
riguarda i demoni. 

Le radici della moderna demonologia affondano
nella mitologia mesopotamica. I demoni erano creature totalmente
diverse dai fantasmi, con delle sembianze animali mostruose e
anch’essi potevano entrare nelle case dei vivi per tormentarli. 

Per
liberarsi di loro venivano commissionati amuleti in metallo o di
ossidiana con incisi incantesimi che potevano essere indossati o
appesi in casa come protezione. Nel caso tutto questo non servisse si
acquistavano delle statuette con le sembianze del demone per
spaventarlo e mandarlo via. Se anche questo non serviva esistevano i
sacerdoti esorcisti che entravano in casa e recitavano una lunga
fila di nomi demoniaci finché non trovava il nome del demone e
riuscivano a mandarlo via. Forse non sapete che nel film L’esorcista la bambina è posseduta dal demone Pazuzu che compare anche in altri film e documentari sui fantasmi presentato come il re dei demoni che tormentano i vivi. Nel film la bambina sarebbe stata posseduta a causa di una statuetta in metallo raffigurante il demone. In realtà Pazuzu era un entità demoniaca che assicurava assoluta protezione  contro qualunque altro demone e tenerne in casa una immagine assicurava una ottima protezione contro le visite di demoni e fantasmi.

Rappresentazione di Pazuzu 

Un’altra curiosità, forse non sapete che
la lingua che veniva utilizzata per trascrivere gli incantesimi non era quella
‘ufficiale’ ma viene chiamata dagli studiosi ‘mumbo jumbo’ per via
dei suoni che produce quando la si pronuncia. Sono in molti a collegare quelle liste di nomi in
mumbo jumbo alla Chiave di re Salomone, un famoso testo
esoterico la cui versione originale è andata perduta. La leggenda
narra che gli incantesimi siano stati scritti da re Salomone in
persona e forse non sono molto lontani dalla realtà. Le versioni
odierne del libro però sono tutte rimaneggiate e riscritte, e oggi è impossibile risalire ad una prima versione originale.

Spero che l’articolo di oggi vi sia
piaciuto.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini