Il vuoto e la paura: riflessioni psichiche 🤍

Il cervello umano non ama i vuoti. Davanti a una frase interrotta, a una porta che non sappiamo cosa nasconda, a una storia senza finale, qualcosa dentro di noi comincia a lavorare. Cerchiamo il pezzo mancante, la spiegazione, la conclusione, una linea abbastanza solida da poterla seguire fino alla fine.

È come se la mente sopportasse male le forme spezzate. Quando qualcosa rimane aperto, continuiamo a tornarci sopra. La domanda rimane lì, in sospeso, come una scheggia infilata sotto la pelle, eppure c’è una strana contraddizione. Perché tutto ciò che ci affascina davvero, là dove l’orrore incontra il sacro, dove il conosciuto finisce e comincia l’abisso, sembra avere proprio la forma che la nostra mente vorrebbe evitare.

Nella letteratura dell’orrore e nella fantascienza più nera, la paura più potente raramente coincide con ciò che viene mostrato. Nasce da ciò che manca, da una porta che nessuno ha mai aperto, da un corridoio che termina nel buio, da una creatura di cui vediamo soltanto una parte, da un manoscritto al quale mancano proprio le pagine che potrebbero spiegare tutto.

H.P. Lovecraft lo aveva capito perfettamente: il terrore non ha bisogno di essere descritto fino all’ultimo dettaglio. Anzi, spesso accade il contrario. Più cerchiamo di definire l’orrore, più lo rendiamo innocuo. Un mostro ha un corpo. Un corpo ha dei confini. Ciò che non riusciamo a delimitare, invece, continua a espandersi, è per questo che una geometria impossibile può essere più inquietante di un cadavere. Che un’architettura lasciata a metà può disturbare più di una rovina completamente crollata. Che poche righe di un testo antico possono diventare più terrificanti quando le pagine successive non esistono.

Open antique book beside a candle and dark rose petals
An aged open book rests beside a smoking candle and scattered dark rose petals in moody window light.

Il vuoto non è assenza ma è spazio disponibile per la paura. Quando una storia si interrompe prima della spiegazione, smette di appartenere completamente al suo autore. Il lettore entra nel buco e lo riempie con la propria immaginazione, con le proprie paure, con ciò che avrebbe preferito non trovare.

L’ossessione per ciò che rimane aperto non appartiene soltanto alla narrativa. In psicologia, il cosiddetto effetto Zeigarnik descrive la tendenza a mantenere più facilmente accessibili nella memoria alcune attività interrotte o non concluse rispetto a quelle completate. Il fenomeno è stato studiato in diversi contesti e non significa che ogni compito incompiuto ci perseguiti automaticamente, ma l’idea rimane affascinante perché qualcosa dentro di noi sembra avere difficoltà a lasciar andare ciò che non ha trovato una conclusione. Una conversazione interrotta, una domanda senza risposta, un progetto abbandonato, una relazione rimasta sospesa, un futuro immaginato e mai arrivato.

Per alcune persone, soprattutto quando la gestione dell’attenzione e delle priorità è più complessa, questa sensazione può diventare ancora più evidente. I file aperti si moltiplicano uno sopra l’altro, pensieri che chiamano altri pensieri. Idee che rimandano ad altre idee, progetti iniziati con entusiasmo e poi lasciati in sospeso mentre qualcosa di nuovo prende il loro posto.

Non è necessariamente pigrizia, non è necessariamente mancanza di volontà, a volte è semplicemente una mente che fatica a decidere quale porta chiudere mentre altre cento continuano ad aprirsi. E così il cantiere rimane acceso anche di notte.

Viviamo in una cultura ossessionata dalla conclusione, devi finire, devi produrre, devi completare, devi chiudere il progetto, raggiungere l’obiettivo, risolvere il problema, guarire dalla ferita, trasformare l’esperienza in una lezione. Persino il dolore sembra dover avere una destinazione: soffri, elabori, guarisci. Fine. Ma la vita non funziona così.

Ci sono storie che non arrivano all’ultima pagina, persone che se ne vanno senza spiegazioni, traumi che non producono una morale, domande alle quali non arriva nessuna risposta e versioni di noi stessi che rimangono indietro senza una vera cerimonia di chiusura. E forse il problema non è che queste cose siano incompiute, forse è la nostra ossessione per chiuderle a tutti i costi.

E se la perfezione fosse soltanto una maschera? Una superficie liscia costruita per rassicurarci. Un Palazzo di Cristallo nel quale tutto deve avere una funzione, una forma, una spiegazione. E se invece la verità delle cose abitasse proprio nella crepa? Nel frammento, nella cicatrice, nel non-detto, nella pagina strappata.

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Accettare la forma del buio non significa romanticizzare il caos o rinunciare a concludere ciò che possiamo concludere. Significa riconoscere che non tutto ciò che è aperto deve essere chiuso. Alcuni abissi non hanno bisogno di essere riempiti, alcune domande meritano di rimanere domande, alcune anomalie non devono necessariamente essere corrette per rientrare nella forma prevista. E alcune storie possono continuare a vivere proprio perché non sappiamo come finiscono. Forse l’incompiuto ci spaventa perché ci ricorda una verità elementare:anche noi siamo incompiuti.

Continuiamo a cambiare mentre costruiamo una versione di noi stessi che, appena sembra completa, ricomincia a sgretolarsi. Siamo cantieri aperti. Linee interrotte, frasi alle quali manca ancora l’ultima parola. E forse non c’è niente da aggiustare.

Settembre finisce così. Non con una risposta. Non con una morale. Non con una porta finalmente chiusa. Finisce lasciando una fessura, abbastanza grande perché qualcosa possa ancora passare. I cantieri restano aperti, le ombre si allungano e là fuori, da qualche parte, c’è ancora una storia che non abbiamo finito di raccontare.

Forse è proprio questo il punto. Forse non dobbiamo sempre avere il coraggio di chiudere il file. A volte dobbiamo avere quello, molto più difficile, di lasciarlo aperto.E convivere con ciò che continua a guardarci dallo schermo.Voi come gestite i vostri «file aperti»?Siete quelli che devono chiudere ogni cosa a tutti i costi?O avete imparato a convivere con il fastidio, e forse con la bellezza, dell’incompiuto?

Alice Tonini

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Pasqua: simbolismo e tradizioni che uniscono sacro e profano

Carissimi lettori del mistero bentrovati. Oggi parliamo della tradizione della Pasqua e di alcuni animali simbolo di questa ricorrenza. La Pasqua, cuore pulsante della primavera è una festa che intreccia sacro e profano, tradizioni e rinnovamento. Oltre alla celebrazione della resurrezione di Cristo, evento centrale per la fede cristiana, la Pasqua è un mosaico di simboli antichi che affondano le radici in riti pagani e tradizioni popolari. In questo articolo sveliamo come si sono fusi con la narrazione cristiana arricchendo di significati e tradizioni questa festa così importante.

L’uovo, nella sua forma semplice e perfetta, racchiude in sé un profondo simbolismo legato alla vita e alla rinascita. Già nelle antiche civiltà, l’uovo era considerato un simbolo di fertilità e di rinnovamento, legato al ciclo della natura e al risveglio primaverile. Con l’avvento del Cristianesimo, questo simbolo si è arricchito di un nuovo significato, rappresentando la Resurrezione di Cristo, la sua uscita dal sepolcro, e la promessa di una nuova vita. La tradizione di decorare le uova pasquali affonda le sue radici in tempi remoti. Già nel Medioevo, era usanza dipingere le uova con colori vivaci e decorazioni elaborate, per poi regalarle come segno di buon auspicio e prosperità. I colori, spesso ottenuti da tinture naturali, avevano un significato simbolico: il rosso, ad esempio, rappresentava il sangue di Cristo, mentre il verde simboleggiava la speranza e la rinascita. Oggi le tecniche di decorazione delle uova variano a seconda delle tradizioni regionali. In alcune zone, si utilizzano colori naturali e motivi geometrici, mentre in altre si preferiscono decorazioni più elaborate, con fiori, animali e simboli religiosi. In Europa orientale è diffusa la tecnica del “pisanka”, che consiste nell’utilizzare cera d’api e tinture per creare disegni intricati sulle uova. In Italia, invece, è tradizione decorare le uova con fiori e foglie, utilizzando la tecnica della “marmorizzazione”. Accanto alle uova dipinte, la tradizione pasquale si è arricchita, nel corso del tempo, con l’uovo di cioccolato. Nato come un’evoluzione delle uova di gallina, l’uovo di cioccolato è diventato un simbolo della Pasqua moderna, soprattutto per i bambini. La sua diffusione è legata all’industria dolciaria, che ha saputo trasformare un’antica tradizione in un prodotto di consumo di massa.

Il coniglio o la lepre, con la loro proverbiale capacità di riprodursi, sono da sempre associati alla fertilità e all’abbondanza. In molte culture antiche, questi animali erano considerati simboli della primavera e della rinascita della natura. La loro presenza nei campi in questo periodo dell’anno li ha resi figure familiari e rassicuranti, portatrici di buone novelle. L’associazione del coniglio/lepre con la Pasqua ha radici antiche, che risalgono a tradizioni pagane legate al culto della dea Ostara, divinità germanica della primavera. Con la diffusione del Cristianesimo, questa figura è stata gradualmente integrata nella simbologia pasquale, diventando un portatore di uova e un simbolo della Resurrezione. In molte culture, il coniglio pasquale è un personaggio amato dai bambini, che porta loro uova di cioccolato e altri dolciumi. Questa tradizione, diffusa soprattutto nei paesi di lingua tedesca e anglosassone, ha contribuito a rendere il coniglio un simbolo iconico della Pasqua. Sebbene spesso usati in modo intercambiabile, il coniglio e la lepre sono animali diversi, con caratteristiche e simbologie leggermente differenti. La lepre, più grande e selvatica, è spesso associata alla luna e alla notte, mentre il coniglio, più piccolo e domestico, è legato al sole e al giorno. In alcune tradizioni, la lepre è considerata un animale magico, capace di trasformarsi e di portare messaggi dall’aldilà.

La colomba, con il suo piumaggio bianco e il volo leggiadro, è da sempre considerata un simbolo di pace, purezza e speranza. Nella tradizione cristiana, la colomba è anche il simbolo dello Spirito Santo, che discende su Gesù durante il battesimo nel fiume Giordano. La sua presenza nella narrazione biblica, come messaggero di pace dopo il diluvio universale, ha contribuito a rafforzare il suo significato di riconciliazione e armonia. Accanto al significato simbolico dell’animale, la colomba è anche un dolce tradizionale della Pasqua italiana. La sua forma, che richiama l’immagine della colomba in volo, è un omaggio alla pace e alla Resurrezione. La ricetta della colomba pasquale, con la sua pasta soffice e profumata e la croccante glassa di mandorle, è un simbolo di festa e condivisione. Le origini della colomba pasquale sono avvolte nella leggenda. Alcuni la fanno risalire al VI secolo, quando il re longobardo Alboino avrebbe ricevuto in dono un pane a forma di colomba come segno di pace. Altri, invece, la collegano alla tradizione milanese del XX secolo, quando un fornaio avrebbe creato un dolce a forma di colomba per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale. Oltre al suo significato religioso e culinario, la colomba è anche un simbolo di speranza e rinascita.

L’agnello, con la sua innocenza e purezza, è un simbolo centrale nella tradizione pasquale. Nell’Antico Testamento, l’agnello era sacrificato durante la Pasqua ebraica, in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è identificato come l’Agnello di Dio, sacrificato per la salvezza dell’umanità. Il suo sacrificio è visto come un atto di amore e redenzione, che libera l’uomo dal peccato e dalla morte. La tradizione di consumare l’agnello durante il pranzo pasquale è un modo per ricordare il sacrificio di Cristo e celebrare la sua Resurrezione. L’agnello, cucinato in vari modi a seconda delle tradizioni regionali, è un simbolo di festa e condivisione, che unisce le famiglie attorno alla tavola. Oltre al suo significato religioso, l’agnello è anche un simbolo di innocenza, purezza e mansuetudine. La sua immagine è spesso utilizzata nell’arte e nella letteratura per rappresentare la bontà e la virtù. La sua presenza nella simbologia pasquale rafforza il messaggio di speranza e rinascita che caratterizza questa festa.

In conclusione, la Pasqua è una festa ricca di simboli e tradizioni, che affondano le radici in tempi antichi e si intrecciano con la narrazione cristiana. L’uovo, il coniglio, la colomba e l’agnello sono solo alcuni degli elementi che compongono questo mosaico di significati, che ci invitano a riflettere sul mistero della vita, della morte e della Resurrezione. Anche per oggi è tutto, spero che questo articolo vi sia stato utile, vi auguro una buona Pasqua e ci risentiamo al prossimo articolo.

Alice Tonini