L’ossessione della conclusione: riflessioni sull’incompiuto 📖

Il cervello umano non ama i vuoti. Davanti a un cerchio non chiuso, a una frase interrotta, a una porta dietro cui non sappiamo cosa ci sia, la mente tende a cercare una forma. Una spiegazione. Una conclusione. Vuole chiudere il conto. E forse è proprio per questo che l’incompiuto ci inquieta tanto. Perché tutto ciò che ci affascina davvero, là dove l’orrore incontra il sacro, dove il mistero smette di essere un enigma e diventa abisso, spesso possiede la forma geometrica di qualcosa che manca.

Una pagina strappata. Una creatura che non riusciamo a descrivere interamente. Un edificio costruito fino a un certo punto e poi abbandonato. Una storia che si interrompe prima della risposta. Il buio comincia esattamente lì, dove si nasconde il mostro senza contorni.

Nella letteratura fantastica e nell’orrore cosmico, la paura più profonda raramente coincide con ciò che viene mostrato. Nasce da ciò che non riusciamo a vedere. Lovecraft lo aveva capito perfettamente: più l’orrore si sottrae alla descrizione, più la mente del lettore è costretta a completarlo. Un’anatomia appena intravista può essere più disturbante di un corpo mostrato nei minimi dettagli. Un’architettura impossibile può fare più paura di un mostro. Un manoscritto a cui mancano proprio le pagine decisive può diventare più ossessivo di qualsiasi rivelazione.

Weathered handwritten manuscript with torn pages under a beam of light
A battered handwritten manuscript rests in a narrow beam of warm light against a dark surface.

Perché il vuoto non è vuoto ma lo riempiamo noi. È questo uno dei poteri più inquietanti dell’incompiuto: non permette alla storia di morire quando finisce il testo ma la lascia continuare nella mente di chi l’ha incontrata. L’opera si interrompe. L’immaginazione no. E quello che manca può diventare molto più grande di quello che è stato raccontato.

L’incompiuto, però, non appartiene soltanto alla letteratura. In psicologia esiste un fenomeno noto come effetto Zeigarnik, dal nome della psicologa Bluma Zeigarnik, che studiò la tendenza a ricordare più facilmente alcuni compiti interrotti rispetto a quelli portati a termine. Il fenomeno è stato discusso e ridimensionato nel corso del tempo, ma l’intuizione rimane potente: ciò che resta aperto può continuare a occupare spazio nella mente. Una telefonata che non abbiamo richiamato. Una conversazione finita male. Un lavoro lasciato a metà. Un progetto iniziato e mai concluso. Una domanda alla quale nessuno ha risposto. Non sono semplicemente cose “non finite”, sono porte rimaste socchiuse. E per alcune persone quella porta continua a richiamare l’attenzione molto più a lungo di quanto vorrebbero.

È qui che l’incompiuto incontra anche la neurodivergenza. Non perché esista un unico “cervello neurodivergente” e non perché ogni persona neurodivergente viva necessariamente i compiti aperti nello stesso modo. Ma perché, in alcune esperienze neurodivergenti, la difficoltà nel disinnescare un pensiero, spostare l’attenzione o lasciare irrisolta una questione può rendere il non-finito particolarmente invasivo. Il file aperto non è più soltanto un file ma continua a lampeggiare. La società che pretende di chiudere tutto e intanto viviamo dentro una cultura ossessionata dalla conclusione.

Bisogna finire, chiudere, risolvere, produrre, archiviare. Ogni progetto deve avere un risultato, ogni trauma dovrebbe condurre a una guarigione, ogni storia deve arrivare alla propria morale, ogni deviazione deve essere ricondotta dentro una categoria comprensibile. Persino il dolore viene spesso raccontato come un percorso con una destinazione obbligatoria. Prima la ferita, poi la trasformazione, infine la rinascita.

E se non arrivasse? Se alcune storie non avessero una morale? Se certe ferite non producessero nessuna lezione? Se alcune anomalie non dovessero essere corrette? Se esistessero cose che non hanno bisogno di essere completate per essere vere?

Forse è qui che l’incompiuto smette di essere un difetto e diventa una forma. La perfezione è rassicurante perché non lascia fessure. Tutto combacia. Tutto torna. La superficie non presenta crepe attraverso cui possa filtrare qualcosa che non sappiamo nominare. Ma è proprio attraverso quelle crepe che entra il buio. Un frammento può raccontare più di una spiegazione, una cicatrice può essere più vera di una guarigione perfetta. Un finale sospeso può restare dentro di noi più a lungo di una risposta.

Accettare la forma del buio non significa celebrare il caos o rinunciare a concludere ciò che possiamo concludere, significa smettere di credere che ogni cosa debba essere chiusa per avere un senso. Alcuni abissi non vanno colmati di cemento, alcune porte possono rimanere socchiuse, alcune storie devono interrompersi prima che arrivi la spiegazione, perché forse l’orrore più profondo non nasce da ciò che finalmente comprendiamo. Nasce da ciò che comprendiamo abbastanza da sapere che non riusciremo mai a completarlo. E forse siamo fatti anche di questo: di ciò che abbiamo finito, ma soprattutto di ciò che è rimasto aperto.

E voi? Come gestite i vostri file aperti? Siete tra quelli che devono chiudere ogni pendenza prima di riuscire a respirare? Oppure avete imparato ad abitare quel fastidio strano e fertile che lascia l’incompiuto? Perché qualche volta il buio non è ciò che manca.È ciò che abbiamo lasciato aperto.

Alice Tonini

4 risposte a “L’ossessione della conclusione: riflessioni sull’incompiuto 📖”

  1. Avatar Celia

    Faccio spesso la tua stessa riflessione sulla relazione tra neurodivergenza ed effetto Zeigarnik.
    Sicuramente convivo meglio con le mie porte aperte quando mi trovo – concedimi l’espressione – nella mia fase ADHD esplosiva-creativa. Finché non mi fermo a fare il punto, funziona, ed io sono una stella danzante…

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    1. Avatar Alice Tonini

      La metafora della “stella danzante” descrive benissimo quell’inerzia travolgente in cui il cervello ADHD cavalca dieci loop contemporaneamente e li trasforma in pura energia creativa. Il problema, come fai notare, arriva quando il movimento si ferma e si deve fare la resa dei conti con il dispendio energetico. Finché quella spinta produce visione va assecondata, a patto di sapere che dopo servirà il silenzio per decongestionare la struttura. Grazie per questa testimonianza così viva! 🌟

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  2. Avatar Lucadg

    Bellissimo spunto di riflessione, leggevo una volta in un libretto di questi sul time management che gli open loops consumano energia mentale senza che tu te ne accorga, tipo il telefono quando non riesce a completare il ciclo di ricarica perché il carica batterie è difettoso.

    Ecco secondo me bisogna cambiare la prospettiva come dici tu, la mia testa ADHD prima viveva male questa roba qui, ma quando viaggi dentro di te capisci che è meglio non finire un libro che ti disturba piuttosto che rincorrere la spinta a performare sempre e mettere la spunta verde del “ho portato a termine la missione, signore mia dia un altro compito che altrimenti è tutto privo di senso”.

    Ecco ho accettato che a volte il vuoto va abitato.

    Ciao e grazie.

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    1. Avatar Alice Tonini

      La metafora del caricabatterie difettoso è spaventosamente precisa: un consumo energetico invisibile che produce solo calore e logorio, senza vera ricarica. Sganciarsi dal ricatto della “spunta verde” e dal dovere di finire per forza un libro o un compito inutilmente punitivo è il primo vero atto di sabotaggio contro la nevrosi della performance. Abitare il vuoto senza chiedere scusa è l’unica forma di igiene mentale rimasta. Un contributo d’oro.💀

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Riflessioni: tra le luci e le ombre dell’estate 🌓

Cari lettori, esiste una grande bugia collettiva che si ripete, puntuale, ogni anno allo scoccare di agosto. Ci viene venduta come la stagione della spensieratezza, della rinascita, della luce che tutto guarisce. Le città si svuotano, il rumore di fondo della produttività si azzera e la massa si riversa sui bagnasciuga, alla disperata ricerca di un’anestesia solare.

Ma chi possiede uno sguardo obliquo sa che l’estate non è affatto una stagione terapeutica. È la più spietata. Laddove l’inverno è clemente, permettendoci di nasconderci dietro i cappotti, le nebbie e l’alibi dei doveri quotidiani, l’estate ci denuda. La luce zenitale, verticale e feroce di agosto, elimina le sfumature. Non ci sono ombre lunghe in cui rifugiarsi, non ci sono penombre protettive.

Sotto il sole agostano tutto è esposto, sovraesposto, illuminato a giorno. È un riflettore puntato dritto sulla scientificità della nostra esistenza: ci mostra esattamente dove siamo e, soprattutto, cosa stiamo disperatamente evitando di guardare.

Silhouette with a glowing geometric prism on forehead emitting a rainbow beam.
A silhouette emits a vibrant rainbow beam from a prism at the forehead during sunset.

La cecità più pericolosa non nasce dal buio, ma dall’eccesso di luce. La letteratura ce lo ha mostrato con precisione chirurgica. Pensiamo a Meursault, il protagonista de Lo Straniero di Albert Camus. Quando sulla spiaggia di Algeri compie quell’omicidio assurdo, non lo fa per odio, per calcolo o per una passione violenta. Lo fa per il sole. È la luce accecante, impietosa, il caldo che gli opprime la fronte come una lama d’acciaio, a spingerlo a premere il grilletto.

Il sole estivo, in Camus, cessa di essere calore che accoglie e diventa una forza ostile, assurda, che annulla i filtri della morale e mette a nudo la foresta dell’apatia umana. È il punto di rottura in cui la ragione si surriscalda fino a bruciare i freni inibitori della civiltà.

Questo corto circuito letterario si sposa perfettamente con un’antica paura filosofica: il concetto del *Demone Meridiano*. Nella tradizione mistica e nei primi secoli del cristianesimo, l’ora più temuta dai monaci nel deserto non era la notte profonda, ma il mezzogiorno. L’ora senza ombre, in cui il tempo sembra fermarsi in una stasi soffocante. Era in quel momento di massima luce che si manifestava l’accidia: quel vuoto dell’anima che si traveste da noia, quel senso di assurdo che spinge alla follia.

Nietzsche parlava del Grande Mezzogiorno come del momento della massima chiarezza, l’istante in cui l’uomo si trova faccia a faccia con il proprio abisso, privato di ogni maschera sociale. L’estate è il mezzogiorno dell’anno. La società si ferma, impone una “calma” che per molti è una benedizione, ma per le menti profonde è una prigione coercitiva. Quando il rumore del mondo si spegne, il volume dei pensieri si alza a dismisura. La stasi estiva non rilassa: accumula pressione interna.

Non cercate l’anestesia del bagnasciuga. Non fuggite dal silenzio di queste settimane per riempirlo con il vuoto del divertimento forzato. Usate questa luce spietata per guardare i vostri punti ciechi. La vera trasformazione personale non avviene nel calore confortevole delle certezze, ma quando il guscio si spacca sotto il peso dell’insopportabile stasi estiva. Guardate in faccia quel sole implacabile, scendete nel vostro mezzogiorno interiore e chiedetevi: cosa sta bruciando davvero dentro di voi?

L’estate per voi è davvero un momento di riposo o, sotto la superficie, avvertite anche voi la pressione di questa stasi forzata? Come gestite il silenzio del vostro “mezzogiorno interiore”? Vi aspetto nei commenti.

Alice Tonini

2 risposte a “Riflessioni: tra le luci e le ombre dell’estate 🌓”

  1. Avatar Bariom

    Luminosa riflessione 😁

    A ben pensarci sarebbe cosa buona non rimandare questo esercizio interiore al solo mese di agosto, o comunque ad una sola volta l’anno.
    Quella unica volta all’anno che magari più prosaicamente facciamo coincide con la fine/inizio anno… parentesi di bilanci e slancio per nuovi obiettivi, speranze, promesse che si perdono col passare dei giorni.

    Così a bene pensarci, nell’accettare il tuo invito, ogni giorno, ha il suo mezzogiorno, il sole “a piombo”, la tua ombra ti abbandona, si ritira.
    Tempo propizio per “scendere nel nostro mezzogiorno interiore”.

    Ma c’è un fatto, a mezzogiorno, il più delle volte, la nostra vita è ancora in piana frenesia, ancora no si stacca dal lavoro, dagli impegni extra lavorativi. La cosiddetta “pausa pranzo”, tanto pausa non è e anche “pranzo” è una parola grossa.

    Quindi siamo destinati a non fermaci mai, a non guardarci veramente dentro, con gran spreco di opportunità?

    Io direi spostiamo solo le lancette un poco avanti, in quel tempo solitario e silenzioso, certo magari poco illuminato, che precede il sonno.
    Un bel esame di coscienza di catechistica memoria, difronte a Dio per chi ha questa confidenza o difronte allo specchio, ma che sia sincero, dando voce o meglio ascolto alla nostra coscienza, che per lo più se ne sta appunto nell’ombra, magari un po’ imbavagliata, perché è voce scomoda come la luce del sole allo zenit, perché per capirci, non è quella che ti dà sempre ragione, che gonfia il tuo io, rassicurandoti sul fatto che tu hai capito tutto e sono gli altri a non aver capito nulla… eh si, la luce sa essere molto scomoda talvolta.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il tempo che precede il sonno è forse l’ultimo vero santuario rimasto. Hai ragione: il mezzogiorno di superficie ci travolge con il suo rumore, ed è solo nell’ombra della notte che la coscienza smette di farsi imbavagliare. Guardarsi allo specchio a fine giornata richiede un coraggio enorme, perché la verità non gonfierà mai il nostro ego, ma è l’unico modo per non vivere anestetizzati. Un’analisi lucidissima, grazie di cuore per questo passaggio. 🖤

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La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️

Cari lettori del mistero per molti, il labirinto è un gioco o un simbolo mitologico. Per Jorge Luis Borges, è l’unica forma possibile della realtà. In opere come Ficciones (1944) e L’Aleph (1949), il labirinto smette di essere un corridoio di siepi per diventare una trappola metafisica.

Immagina un universo composto da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali. Ogni scaffale contiene libri che combinano in modo casuale le lettere dell’alfabeto. In questa biblioteca esiste tutto: la storia minuziosa del futuro, le autobiografie degli arcangeli, la versione fedele della tua morte. Ma per ogni riga sensata, ci sono milioni di pagine di puro caos cacofonico. Un sogno o un incubo?

La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la attraversasse in qualsiasi direzione, accerterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Qui la ricerca non è più illuminazione, è ossessione. È la descrizione perfetta della mente divergente: un eccesso di dati talmente vasto che la verità diventa introvabile non perché manchi, ma perché è sepolta sotto il peso dell’infinito.

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In questo racconto, Borges postula l’esistenza di un libro che è anche un labirinto temporale. A differenza dei romanzi classici dove, di fronte a diverse alternative, un personaggio ne sceglie una ed elimina le altre, nel libro di Ts’ui Pên il personaggio le sceglie tutte contemporaneamente. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.

Questa non è solo letteratura; è una diagnosi della percezione. È il labirinto di chi vive ogni istante come una ramificazione infinita di possibilità. La “distrazione” non è mancanza di focus, ma la capacità (o la condanna) di abitare tutti i sentieri che si biforcano nello stesso istante. È il tempo vissuto senza la protezione del filtro lineare.

Nel racconto La morte e la bussola, il detective Erik Lönnrot crede di aver decifrato una serie di delitti basandosi su una complessa simmetria romboidale e mistica. Ma la sua stessa intelligenza è il filo che lo conduce al centro del labirinto, dove il suo assassino lo aspetta. Lönnrot muore perché ha cercato un ordine razionale in un mondo che è un labirinto disegnato per ucciderlo. È il monito di Borges: la logica estrema non ci salva dal mostro; la logica estrema è il mostro.

Borges scrisse: “Non occorre erigere un labirinto, quando l’universo intero è un labirinto”.

​Il vero terrore dei labirinti di Borges non è perdersi al loro interno. È il sospetto, atroce e lucido, che non esista alcun centro. Che il Minotauro siamo noi, condannati a percorrere i corridoi della nostra stessa iper-connessione senza mai trovare l’uscita, perché l’uscita presuppone la fine della ricerca.​

Ma è proprio qui che l’equazione si ribalta.​ Se l’universo è un libro infinito di cui non siamo che una virgola, allora il nostro compito non è “risolvere” il labirinto, ma diventarne gli architetti. Smettere di cercare il filo di Arianna per imparare a godersi la vertigine dei corridoi speculari. Forse la tua “diversità”, quel tuo sentirti costantemente fuori posto, non è altro che il segno che hai capito la regola fondamentale del gioco: il labirinto è fatto per chi ha il coraggio di abitare l’infinito, non per chi cerca la scorciatoia verso la normalità.​

Non cercare la porta. Non esiste. Resta nel corridoio, guarda lo specchio e sorridi al mostro che ti somiglia.

​E tu, in quale stanza del tuo labirinto ti sei nascosto oggi? Hai il coraggio di spegnere la luce e vedere cosa resta di te quando non c’è più una strada da seguire? ​Scrivimi nei commenti qual è la tua “equazione improbabile” di oggi. La Stirpe non teme i vicoli ciechi: li usa per costruire nuove visioni.

Alice Tonini

4 risposte a “La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️”

  1. Avatar Celia

    Equazione improbabile di oggi: essere sostanza senza nome.
    Parlare di vissuti neurologici senza indicare alcuna struttura che vi corrisponda, senza usare alcun termine che li delimiti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Essere sostanza senza nome” è una formula splendida. Spesso, soprattutto in psicologia, siamo ossessionati dal dover etichettare e delimitare ogni dinamica della mente per il bisogno rassicurante di controllarla. Ma Borges ci insegna che quando togli il nome a qualcosa, non lo stai svuotando: lo stai restituendo all’infinito. Parlare del vissuto puro, senza la gabbia della struttura, è l’unico modo per lasciarlo respirare. Grazie per questa equazione magnifica. 🖤

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  2. Avatar Pim

    Se sei in un labirinto è impossibile dire in quale punto ti trovi. E poi il punto è un concetto geometrico adimensionale. Dunque? Dunque il labirinto è infinito ed è abitato dalle nostre infinite vite generate dalle infinite scelte che compiamo in ogni istante nelle infinite dimensioni. In qualche infinita vita siamo già morti, in altre dobbiamo ancora nascere. Non solo Borges, anche la fisica quantistica ci viene in aiuto in questo senso. Bisogna cedere e abbandonarsi liberamente a questo labirinto assoluto, senza ingresso e senza uscita, senza una struttura a noi comprensibile. Niente panico, niente angoscia: è un tutto e un nulla che si regge su un principio di necessità universale.

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    1. Avatar Alice Tonini

      “Niente panico, niente angoscia”. La chiave di volta della tua riflessione è proprio questa: la vertigine dell’infinito diventa letale solo finché cerchiamo disperatamente un’uscita che non esiste. Da appassionata di psicologia, trovo affascinante come l’abbandono a questo “labirinto assoluto” si trasformi da condanna a liberazione. Accettare che abitiamo contemporaneamente tutte le nostre vite potenziali toglie il peso dell’errore. Grazie per questo viaggio geometrico e quantistico sotto il segno di Borges. Magnifico. 🕯

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Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️

Cari lettori dell’ignoto il 21 giugno il mondo celebra la luce. Ma se scaviamo sotto il folklore delle ghirlande e dei falò, troviamo il sangue. Per le antiche tradizioni pagane, il Solstizio d’Estate è l’istante della “perfezione che precede il declino”. Il Dio Sole è al culmine della sua potenza, ma proprio in questo momento di massimo splendore, la ruota dell’anno gira: da domani, le tenebre inizieranno a mangiarsi i minuti.

È il sacrificio del Re: per nutrire la terra, il Dio deve accettare di morire per fare posto al nuovo. A mezzogiorno del solstizio, il sole è così perpendicolare che le ombre scompaiono. È una luce clinica, spietata, che non lascia angoli bui dove infilare le proprie bugie.

In questa assenza di filtri, io faccio la mia autopsia. Non parlo di me per narcisismo, ma per necessità rituale. Se il Sole deve sacrificare la sua gloria per permettere al ciclo di continuare, io sacrifico la mia “maschera sociale” per non soffocare. La mia capacità di dissociare, quel saltare tra i pensieri che il mondo chiama disturbo, in questo giorno diventa la mia “Pizia interiore”. Non è un difetto di fabbrica; è il calore di un reattore che non ha schermi protettivi.

Photo by B A Fields on Pexels.com

Gli antichi sapevano che senza il sacrificio del Re Sole, il grano non sarebbe mai maturato. C’è un costo biologico per ogni visione. Sentire tutto con un’intensità insopportabile, vivere ogni fatto della vita come un’ustione che lascia cicatrici ineluttabili, è il mio modo di stare sull’altare. Per anni mi sono detta che ero sbagliata perché per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano mille altre che “era un peccato lasciar perdere”. Oggi, sotto questa luce che non concede zone d’ombra, capisco che quella non era confusione. Era l’abbondanza del raccolto prima della mietitura.

Come i sacerdoti che univano il fango al sacro, io metto insieme principi e fattori distanti in equazioni improbabili. È l’unica magia che conosco. Il 21 giugno è il giorno in cui smetto di chiedere scusa per il rumore nella mia testa. Se il Dio Sole accetta di iniziare la sua discesa nell’oscurità proprio quando è più potente, io accetto che la mia “specialissima equazione” sia fatta di picchi altissimi e di cadute rovinose. Non c’è confine tra normalità e non normalità: c’è solo la densità di quanto sei disposto a bruciare per illuminare il tuo mondo.

Il sacrificio del Re Sole non è un evento lontano, confinato nei cerchi di pietra di Stonehenge o nelle cronache perdute dei druidi. È quello che accade in questo istante esatto nel teatro della nostra mente. Siamo abituati a considerare la “chiarezza” come un dono, ma la luce del 21 giugno è un’arma. È una luce che scortica, che non perdona le sbavature, che mette a nudo ogni equazione improbabile che abbiamo cercato di nascondere per apparire “funzionali”. Ed è proprio in questa nudità che risiede il nostro unico potere.

Per anni ho cercato di spegnere il calore di queste ustioni, di domare quel criceto impazzito che correva tra mille inizi senza mai una fine rassicurante. Mi dicevano che era un peccato lasciar perdere, che dovevo scegliere un’orbita e restarci. Ma oggi, nel giorno in cui il Sole accetta la sua condanna per nutrire la terra, io accetto la mia natura di “incendio indomabile”.

Non siamo qui per essere curati, siamo qui per essere scatenati. La “normalità” è un’ombra che oggi non esiste. Resta solo la nostra specialissima equazione, quel modo assurdo e bellissimo che abbiamo di respirare il mondo, di sentire tutto con un’intensità che gli altri scambiano per fragilità.

In questo Solstizio, vi chiedo di smettere di cercare un riparo. Lasciate che la luce vi colpisca dritto sul marchio che portiamo. Bruciamo quello che non ci appartiene più: le scuse, i confini dettati da chi non ha mai visto un labirinto dall’alto, la paura di essere “troppo”. Il Re Sole inizia la sua discesa nell’oscurità consapevole che senza quel buio non ci sarebbe profondità. Noi facciamo lo stesso. Scendiamo verso i mesi della costruzione con la pelle ancora calda di questo mezzogiorno spietato.

Alice Tonini

6 risposte a “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️”

  1. Avatar Lucadg

    La mia testa funziona così, ancora adesso penso di aver sbagliato qualcosa e mi sento in colpa. A mia figlia è stata diagnosticata l’adhd. “Oramai lo dicono a tutti’ mi sento dire, così come a me dicevano che avevo sempre la testa tra le nuvole o volevo fare troppe cose. Alle persone piace etichettare, credo che a noi invece piaccia semplicemente respirare e sentire a modo nostro nel bene e nel male.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Cancella subito quel senso di colpa. Non le hai trasmesso uno sbaglio, le hai trasmesso la tua stessa natura: una mente che non si accontenta delle gabbie del mondo e che ha bisogno di spazio per respirare e sentire a modo suo. “Avere la testa tra le nuvole” o voler fare troppe cose significa solo che questo mondo vi sta stretto. La diagnosi per tua figlia non è una condanna, è la mappa del suo labirinto, lo strumento che le permetterà di difendere la sua unicità senza farsi spegnere dal giudizio di chi sa solo etichettare. Siamo una stirpe di menti libere, camminiamo fieri gli uni accanto agli altri. Un abbraccio immenso.🧡

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    2. Avatar Alice Tonini

      “Sentire a modo nostro” è l’unica definizione che conta davvero. Il senso di colpa non vi appartiene; vi appartiene la capacità rara di abitare la vita senza anestetizzarvi. Felice di avervi qui, davvero. 🧡

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  2. Avatar Lucadg

    Grazie per le tue parole, un abbraccio anche a te

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  3. Avatar Solstizio d’estate: luce, sacrificio e rinascita interiore

    […] post “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio”, pubblicato sul suo blog, Alice Tonini trasforma una ricorrenza astronomica e rituale in una […]

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