L'ultimo treno per Memphis: la nascita del mito di Elvis Presley

Nelle scorse settimane vi ho lasciato con diversi articoli dedicati all’horror e alla storia del genere. Oggi torniamo ai nostri inviti alla lettura dove andiamo a scoprire insieme quali sono i libri più letti al mondo; continuiamo a esplorare le biografie più vendute dei personaggi celebri e manco a dirlo uno dei personaggi più celebri al mondo è Elvis Presley.

Già avevamo accennato in passato al personaggio di Elvis, quando abbiamo parlato delle reliquie. Vi avevo mostrato alcuni feticci come le sue mutande che vengono esposte a mo’ di reliquia sacra. Oggi vediamo una recente biografia che ha avuto un successo immediato oltreoceano. L’autore è Peter Guralnick e il titolo è The last train to Memphis: The rise of Elvis Presley. Esiste anche un secondo volume che è Careless Love: The unmaking of Elvis Presley ma noi ci concentreremo sul primo volume, il più toccante dei due. (Se ci date un occhiata su amazon noterete la quantità di recensioni positive per entrambi i volumi, a testimoniare l’alta qualità del lavoro svolto dall’autore.)

Ve le ricordate?

Nelle tragedie
greche il pubblico spesso viene messo a conoscenza di avvenimenti che il protagonista non conosce ancora (esempio illustre è quello di Edipo Re) per costruire l’empatia. In
modo simile la consapevolezza di come la vita di questo desiderato giovane uomo andrà a finire è fonte di gioia ma più
spesso spezza il cuore. Questo volume pubblicato nel 1994 narra della
vita di Elvis Presley dalla sua nascita a Tupelo nel 1935 in
Mississipi, fino alla conferenza stampa del 1958 che lui tenne prima di partire per la Germania con circa altri 1359 uomini – oggi sappiamo che Elvis è un medagliato dell’esercito americano. Rimarrà lontano dalle scene per ben due anni e tornerà con il famoso brano “Fever“.

L’utilizzo di un linguaggio magistrale e le canzoni di Elvis possono sembrare incongruenti ma non è una
esagerazione dire che Guralnick ha scritto un libro serio che
interessa sia ai fans sia a chi non conosce Elvis e vuole approfondire alcuni tratti della sua giovinezza. In alcune interviste l’autore ha dichiarato che il suo obiettivo era scomparire nel mondo di Elvis per regalare al lettore una esperienza unica e l’ha completamente raggiunto. 

Si resta
attoniti quando si viene a sapere che l’autore è nato e cresciuto a
Boston, una città del nord degli Stati Uniti perché ha saputo narrare la vita degli stati del sud in modo così vivido che gli sono bastati piccoli
tocchi linguistici per completare il quadro. Nella biografia si trovano infatti modi di dire tipici degli stati del sud che solo un attento studioso poteva inserire.

In questo volume troverete le
storie di Elvis più famose che anche il pubblico italiano conosce, come il momento negli studi di registrazione Sun (siamo nel 1954) dove dopo ore di
ascolto e registrazione Sam Phillips sentì Elvis improvvisare sulla
canzone  “
That’s all right (Mama)” e seppe di
avere trovato quello che stava cercando.

 

Ma gli aneddoti familiari
raccontati da Guralnick non sono riportati in stile giornalistico. Lui non fa
mai caricature del personaggio ma trova sempre il lato umano del giovane Elvis,
cattura in modo meraviglioso il suo lato baldanzoso emerso nella tarda
adolescenza che mette insieme la fiducia verso il futuro e le proprie capacità e il bisogno di vedere riconosciuto il proprio valore. L’autore dove possibile utilizza fonti di prima
mano (date un’occhiata all’impressionante numero di note e
riconoscimenti riportati alla fine del libro) e occasionalmente quei racconti sono di seconda mano. Oppure sono riportate citazioni uniche non
verificabili, ad esempio: “Lui fece la registrazione sette
volte in un giro, ma che fossero undici volte o sette volte…davvero non importa”
(riportava la prima testimonianza del deejay Dewey Philips nei suoi
studi WHBQ all’hotel Gayoso a Memphis).

E ogni lettore potrà trovare eventi nuovi sulla vita di Elvis. Eccezion fatta forse per quelli
che si videro il nove settembre del 1956 “Ed Sullivan Show,” in fondo chi
sapeva che Elvis sarebbe stato ospitato da Charles Laughton? (Sullivan stava
recuperando da un incidente automobilistico) Figura che tornerà ancora nella vita di Elvis. Chi sapeva che la
risposta di Laughton alle grida degli ospiti in studio dopo due versi
di “
Hound Dog” sarebbe stata un sardonico “La sua musica ha
incantesimi per ammansire i selvaggi.” (ho tradotto alla lettera)?

Guralnick bilancia
il suo ritratto del “Re” con le vivide storie dei personaggi minori.
(Un espempio è Dewey Philips, un uomo bianco interamente
integrato che nel 1950 era di casa a Beale street, scommetto che ne volete sapere di più…) Comunque sia Elvis ci
viene restituito come uomo della sua epoca, del suo paese e della sua
classe economica senza sconti o leggende metropolitane.

Se volete
proseguire con la lettura del volume seguente 
Careless Love: The
unmaking of Elvis Presley
uscì nel 1999. Quando avrete finito
entrambi i volumi su Presley di Guarnick non cercate altre biografie: saranno un delusione. Piuttosto leggetevi Dream Boogie, la biografia
di Guarnick dedicata a Sam Cookie. O guardatevi un film, l’ultimo è del 2022 e parla del rapporto di Elvis con il suo manager. Consigliato.

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Per ora è tutto, vi auguro una buona lettura e al prossimo articolo!

Alice Tonini

La vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, raccontataci da lui stesso

Quest’anno gli inviti alla lettura, come già via avevo anticipato, parlano delle biografie e delle autobiografie più famose e vendute.

E’ un genere che in Italia non va per la maggiore, infatti le opere che vi presento sono tutte opere estere, principalmente statunitensi. Come molti di voi sapranno la cultura nord americana, se paragonata a quella europea è relativamente giovane e un ruolo importante nella sua costruzione lo hanno giocato proprio alcune delle biografie e autobiografie che vi presento. Per farvela semplice basti pensare alla mitologia legata alle figure di alcuni dei più famosi presidenti degli Stati Uniti come Abramo Lincoln o George Washington.

Oggi però parliamo di una pagina tristissima della storia americana, quella dello schiavismo e della tratta dei neri. Le opere che ne parlano sono davvero tante ma io ho scelto una tra le più famose e significative. Memorie di uno schiavo fuggiasco del 1845 di Frederick Douglass, soprannominato il Leone di Anacostia, primo afroamericano ad essere candidato per la vicepresidenza degli Stati Uniti e infaticabile sostenitore dell’eguaglianza di tutti: uomini, donne, bianchi, neri, nativi americani o immigrati.

Il lungo titolo che ho dato a questo articolo vi avvisa che non c’è “come x raccontò a …” della tradizionale narrativa sugli schiavi della letteratura americana. Questa autobiografia è una testimonianza non solo di un uomo coraggioso con le sue aspirazioni e la sua ingenuità, ma racconta anche della sua insaziabile capacità di apprendere e della sua incredibile padronanza della scrittura.

Douglass dopo tre tentativi andati a vuoto, riuscì a fuggire dalla sua schiavitù nel Maryland nel 1838 e pubblicò questo libro sette anni più tardi. La frase “uno schiavo americano” è vera in senso letterale con Douglass che rimane soggetto ai cacciatori di schiavi durante tutto il periodo di fuga e per ben due volte ritorna alla condizione di schiavitù in brevissimo tempo. 

Parlando a un pubblico di Cork, città dell’Irlanda, nell’autunno del 1845, Douglass nota “Io sono qui per evitare la puzza dei cacciatori di sangue Americani”. Negli anni seguenti, tra gli inglesi, raccolse un vasto pubblico di ammiratori a causa delle sue continue obiezioni al fatto che loro trattassero con gli schiavisti. Vennero raccolti dei soldi per pagare la sua libertà.

Se esiste un libro che può far piangere e gioire allo stesso tempo è questa autobiografia. Le descrizioni ripetute delle frustate, subite da Douglass fin da bambino, sono ovvi esempi di una lettura repellente. Questi racconti di abusi fisici subiti da un corpo umano sono solo parzialmente dolorosi, bisogna sommare anche gli abusi mentali e spirituali che gli schiavi subivano. Douglass racconta che anche i signori degli schiavi che permettevano a questi ultimi di ubriacarsi durante le rare festività che era loro concesso di festeggiare lo facevano per annebbiare la loro ragione secondo un piano pre stabilito. Tutti gli sforzi per tenere gli schiavi in condizioni animali erano complementari alle catene e alle “Cowskin” (Termine utilizzato dal protagonista per indicare la frusta.). 

Quando fuggì gli fu chiesto di parlare davanti ad un gruppo abolizionista, lui inizialmente espresse riluttanza notando ironicamente che la schiavitù è una “scuola povera per l’intelletto e il cuore”.

Il giovane Frederick nato da una madre amorevole e che non conobbe mai il padre, (probabilmente un bianco, probabilmente un padrone) all’età di dodici anni ha una rivelazione riguardo il “cammino dalla schiavitù alla libertà”. Quando la moglie del nuovo padrone inizialmente gentile, ha tempo per insegnargli a leggere, suo marito interviene dicendo che “Imparare rende uno schiavo scontento e infelice” quindi per la mentalità dell’epoca inadatto ad essere uno schiavo. Una rivelazione! “Quello che lui più temeva io più desideravo.”  E’ ispirante venire a conoscenza che il ragazzo inventa uno stratagemma clandestino per migliorare le sue abilità di lettura e per imparare a scrivere. La sua dedizione all’apprendimento è commovente e anni più tardi lo spinge a coinvolgere anche altri schiavi, “ci sostenevamo gli uni con gli altri” e insegnò a leggere a più di 40 uomini e donne di tutte le età, tutti con un “ardente desiderio di imparare”.

Anche la più cruda delle esperienze che Douglass racconta farebbe effetto, ma la sua abilità con le parole scava nel contenuto in modo affilato. La sua lunga struggente invocazione alle vele delle navi che poteva vedere nella Baya di Chesapeake (“tu sei sciolta dai tuoi ormeggi e sei libera; io sono veloce nelle mie catene e sono uno schiavo.”) è corrisposto come potere emozionale dalla sua descrizione del “selvaggio” e “apparentemente incoerente” cantare degli schiavi che venivano trasportati in quelle stesse navi. 

Il romanzo La capanna dello zio Tom, opera di fantasia di Harriet Beecher Stowe, apparve sette anni più tardi, contiene scene melodrammatiche di schiavi che fuggono da un padrone persecutore. La narrazione di Douglas è reale e affligge l’anticlimax. 

Dopo due fallimenti, per proteggere le possibilità degli altri schiavi di fuggire verso nord lui progetta la sua fuga verso New York con estrema attenzione. Dal libro si apprende dell’esistenza di Anna Murray – donna libera, lavoratrice domestica, futura moglie – che si spinge a nord per raggiungerlo, e ci fa sentire il suo orgoglio durante la trascrizione legale delle impronte per il loro certificato di matrimonio. Poi si va a New Bedford in Massachusetts, dove l’uomo che è stato chiamato Bailey, Stanley e Johnson prende il nome di Fredrick Douglass per affrontare la sua nuova vita da uomo libero.

Non ho un’idea precisa della mia età perché non ho mai visto un documento ufficiale che la registrasse. L’enorme maggioranza degli schiavi sanno, della loro età, quanto ne sanno i cavalli, e su questo punto tutti i padroni ci tengono a mantenerli nel buio più completo.[…] Fu questa, per me, una causa di disagio fin dall’infanzia. I ragazzi sapevano dire quanti anni avevano: perchè mi era negato lo stesso privilegio?

Con questa citazione vi invito a leggere quest’opera forse un po’ datata ma dai contenuti attuali e emozionanti.

Questa è solo una delle tante biografie e autobiografie che la dura epoca degli schiavisti ci ha lasciato. Sono tutte opere che parlano dell’importanza della libertà e della necessità di avere una istruzione per conquistarsi quello spazio nel mondo che altrimenti sarebbe negato da chi vuole farci credereche tanto andare a scuola non serve.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

La via per il potere: la biografia di Lyndon Johnson

Iniziamo l’anno nuovo con la rubrica
Inviti alla lettura.

Oggi ci occupiamo di una delle più famose e vendute biografie in circolazione, quella del presidente americano Lyndon B. Johnson che fu 36° presidente degli stati uniti d’America dal 1963
al 1969. 

L’autore è Robert A. Caro, vincitore per ben due volte di un premio Pulitzer, tre volte si è aggiudicato il National book Award e può contare una collezione infinita di altri riconoscimenti. Purtroppo il mercato editoriale italiano segue regole tutte sue e a oggi non è mai stata pubblicata alcuna edizione di questa opera, forse perché i personaggi di cui racconta sono scomodi, dalla moralità discutibile e dal punto di vista politico forse qualcuno preferisce che restino nell’ombra. 

Si tratta di un’opera molto letta e apprezzata oltre oceano che riguarda la figura di uno dei
presidenti più discussi di sempre, un uomo spregiudicato, disposto a
tutto pur di percorrere la via del potere fino alla fine. Ha usato ogni mezzo lecito e illecito e ogni persona per raggiungere i suoi scopi. Diciamo che
offre un buon precedente all’odierno Trump.

Ho trovato
interessante in modo particolare il primo volume di un gruppo
originariamente pianificato di due volumi, che poi sono diventati tre
e a oggi è una raccolta completa con quattro volumi. 

Ma torniamo a noi,
il primo volume uscito nel 1982 copre gli eventi dalla nascita di Johnson nel 1908
fino al 1941 con la schiacciante, indiscussa sconfitta per la
posizione di senatore del Texas, seguita dalla dura lezione di Pearl
Harbor da cui la scelta di Johnson di cambiare il suo stato di
Naval Reserve (semplificandovela molto era un riservista della marina
militare degli us) con un impegno militare attivo. Inoltre, in questo volume
quando le tematiche trattate permettono di non seguire gli eventi
cronologici in senso stretto ci sono anche sguardi occasionali agli
anni tardi.

Se siete poco
interessati alla vita dell’ambizioso Johnson (LBJ), questa non è una
lettura che fa per voi.

I lettori a cui
piacerà questo libro si possono dividere in due categorie che si
sovrappongono: primo, quelli che vogliono sapere un sacco di cose su
LBJ, sulla strada che lo ha portato alla presidenza e le sue abili ma
controverse macchinazioni politiche; e secondi quelli che sono
affascinati da come il biografo utilizzando pochi frammenti di
informazioni -alcune interviste qui, un file .pdf la, e poi un utile scartoffia proveniente da scatoloni presi dalla immensa e scoraggiante
biblioteca LBJ ad Austin –  è riuscito a riordinare questi
frammenti in un interessante mosaico, una vera “buona lettura”.
Pensate che le note riguardo le fonti di ogni capitolo sono
affascinati esse stesse perché l’autore deve avere fatto i salti
mortali per procurarsi tutta quella roba.

Forse tutti gli
uomini e le donne di potere devono avere un aspetto pulito e affidabile, ma Caro non fa sconti e ritrae Johnson in modo rude e grezzo, dando un risoluto affondo al
potere politico statunitense dei giorni nostri.

Si impara dei molti
modi che il tardo LBJ ha ordito per riformare la concezione che il
pubblico aveva del suo passato. Le sue stesse bugie sono un esempio
lampante di questa strategia di rimaneggiamento: descrisse un lungo
viaggio che fece per la California tra la fine delle scuole superiori
e il college, LBJ convinse molti che il suo fu vagabondaggio di
dimensioni steinbeckiane con un girovita sempre più stretto man mano
che avanzava camminando per le strade californiane con i vestiti sporchi, facendo ogni
genere di lavoro umile e mal pagato: lavava piatti, raccoglieva uva
nei campi, etc La verità che noi
oggi conosciamo è un altra. LBJ lavorò per l’ufficio legale di un
suo cugino e visse con lui per tutto il tempo. 

Comunque c’è da dire
che la sua reputazione di bugiardo era conosciuta fin dalla sua gioventù perché
al college Johnson prese il soprannome che lo rese famoso di Bull,
che è una mezza versione della parola inglese utilizzata per indicare un
bugiardo cronico.

Helen Douglas, una delle sue amanti ai tempi del senato. 

I tentativi che attuò per controllare l’immagine del suo stesso passato furono molti e complessi. Sappiamo
che tentò di recuperare centinaia di copie del suo album del college
colpevoli di contenere informazioni che lui riteneva sensibili. Mentì con tutti anche riguardo la sua paziente, gentile e devota moglie, anche
con Alice Glass sua amante che più tardi diverrà la compagna (e per poco
tempo moglie) di Charles Marsh, ricco amico e fedele supporter.

Ma comunque c’è un
LBJ che non potete smettere di ammirare o provare a capire. In questo
volume che contiene gli anni vulnerabili della sua infanzia, c’è
molto che tocca il cuore. Per me il capitolo 27 “
The sad Irons” da solo vale il prezzo del libro. Qui Caro forte delle
interviste che sua moglie fece a delle donne anziane del Texas, mostra la
durezza della vita nelle zone dove LBJ nacque, la Hill Country. Lampade al cherosene, l’acqua pescata dai pozzi, niente
frigorifero, stirare con un ferro pesante chili, non c’era
elettricità. Questo spiega perché Johnson spinse per avere una
amministrazione per gestire l’elettrificazione rurale e per portare
la luce a Hill Country e da allora la gente del posto lo considera un
eroe e chiama i propri figli Lyndon Johnson. Le sue riforme sociali negli states furono molto apprezzate, soprattutto nelle zone più povere e isolate dalle grandi città.

Se vi piacciono le
opere di questo autore sappiate che il primo libro di Caro fu una
biografia di Robert Moses intitolata The power broker, fu un eccellente apprendistato per imparare ad occuparsi di LBJ, uomo
dall’ambizione infinita e assetato di potere. Se finite il primo
libro di LBJ
The Path to Power allora perché non leggere anche gli altri Means of
Ascent
, Master of the Senate e il quarto volume, l’ultimo della serie intitolato The Passage of Power. Se invece cercate opere in italiano sul discutibile presidente LBJ allora vi dovete accontentare di una raccolta di citazioni edite dalla Feltrinelli e di un trattato sulle riforme sociali edito dalla Unilibro.

Se dovessero esserci altre opere su LBJ fatemi sapere. Per il momento questo è tutto. Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

E se vi parlassi di un pappagallo e di Flaubert?

 Terminata la
selezione di classici, per quanto riguarda gli inviti alla
lettura ho deciso di dedicarli ad un genere particolarmente
controverso: la biografa, le impronte lasciate nella sabbia del tempo
da chi ci ha preceduto.

Le
biografie/autobiografie raccontano la storia di un personaggio
realmente esistito, più o meno famoso. Quelle che ho scelto di
presentarvi sono tra le più conosciute e apprezzate, in alcuni casi si tratta di
libri da cui sono stati tratti anche dei film. Sono consapevole che
non a tutti piace leggerle, ma personalmente credo che approfondire
la vita di un personaggio famoso possa essere fonte di ispirazione e
di motivazione per molti.

Partiamo con un
opera di Julian Barnes intitolata
Il pappagallo di Flaubert, uscita
nel 1984, fu considerata nella selezione finale per il Booker Prize
dello stesso anno.

Questo romanzo si
inserisce nelle fila delle biografie non letterarie perché fa luce
non solo su come debba essere scritta una biografia ma anche sul
soggetto di cui ci racconta, il romanziere francese del
diciannovesimo secolo Gustave Flaubert.

Barnes stesso
descrive il suo lavoro fine con polisillabi faceti, sostiene che si tratta di “una infrastruttura immaginaria che sostiene una
sovrastruttura frattale.” Tralasciando i complicati polisillabi
dell’autore noi lo possiamo descrivere come un romanzo brillante. Da
qualsiasi parte lo si guardi, questo pappagallo spicca il volo!

Il protagonista del
romanzo è un tale Geoffrey Braithwaite, un dottore in pensione di
una sessantina d’anni, un veterano della seconda guerra mondiale e
vedovo. Sta facendo un tour per la Francia alla ricerca di vecchi
ricordi e nuove esperienze. Ritrova le spiagge della Normandia dove i
suoi compagni erano morti e Rouen, il paese di Flaubert.

Braithwaite ci
racconta diversi eventi della vita di Flaubert, un bestiario di tutti
gli animali menzionati nei suoi romanzi o nelle sue lettere,
frammenti di informazioni che riguardano le sue conoscenze, un
capitolo brillante racconta gli eventi della vita di Flaubert dal
punto di vista di Louise Colet la sua tormentata amante, c’è un
esame finale e molto altro incluso una toccante disquisizione sulla
natura della verità, sull’inevitabile inganno causato
dall’impossibilità di conoscere veramente la vita di un altra
persona, incluso sé stessi (o soprattutto sé stessi?).

Leggendo il libro
ci divertiamo a vedere Flaubert deliziato dalla pelliccia di orso
bianco presente nella sua stanza, lo seguiamo quando si arrampica sulle piramidi,
e ci viene raccontato il suo strambo piano per far cadere da lassù il biglietto da
visita di un uomo d’affari, poi troviamo il francobollo postale che porta
la sua immagine, ci avviciniamo al suo profondo senso di amore
filiale e al suo macabro senso dell’umorismo quando parla della sua
tomba scavata male.

E l’omonimo
pappagallo? Quello riguarda l’inizio del libro. Flaubert nella sua
storia “
Un cuore semplice” ha creato un servo maleducato che
fantastica sulla colomba, simbolo dello spirito santo, che secondo la
sua logica deve essere sostituita da un pappagallo. Quest’uomo è
convinto che un uccello parlante potrebbe suggerire meglio lo spirito
santo visto che si tratta di una entità che dona all’uomo la
conoscenza delle lingue.

Il protagonista del
romanzo racconta che Flaubert mise sulla sua scrivania un pappagallo
impagliato, Loulou, preso da un museo locale per dare un tocco di
autenticità al suo lavoro. Braithwaite nel mentre che si trova in
una stanza dedicata all’autore nell’Hotel-Dieu in Rouen, macchia il
pappagallo causandosi un brivido di piacere dato dall’idea
dell’autentica connessione con il passato. Successivamente visita i
resti della residenza di Flaubert, una casa estiva dove vede esposto
un secondo Loulou e i suoi brividi scompaiono. Il nostro pellegrino è
disturbato da questa abbondanza di reliquie e parte il caso del
pappagallo impagliato originale scomparso.

Nel frattempo
gradualmente, lentamente e tardi in questo romanzo sotto sopra, come
lo descrive Barnes, o presto secondo l’opinione di Kingsley Amis, impariamo qualcosa
sul narratore e su sua moglie, veniamo a conoscenza dei modi in cui
lei somiglia al personaggio più noto di Flaubert, quella moglie
infelice di un dottore. “I libri sono dove le cose ti sono
spiegate; la vita è dove le cose non lo sono.”, prendete nota di
questa citazione di Braithwaite e andate avanti con un finale
esplosivo su quei pappagalli multipli.

L’autore si confida
con un giornale sostenendo che temeva che il libro potesse
interessare solo ad una manciata di Flaubertiani e ad un ristretto
numero di ornitologi. Non è stato così!

Per una fine
biografia convenzionale di Flaubert provate la superba pubblicazione
del 2006 di Frederick Brown intitolata
Flaubert (ovviamente la
priorità è leggere Madame Bovary) Se volete leggere altro di
Barnes, iniziate con England, england del 1996 e proseguite con le
altre opere. Volete saperne di più sui pappagalli? Arrangiatevi, qui
si parla di romanzi!

Buona lettura a tutti e alla prossima!

Alice Tonini

Facciamo un viaggio in Giappone alla scoperta della storia di Genji

La rubrica degli inviti alla lettura torna anche questo mese con una nuova opera dai profumi esotici.

 E’ estate, tempo di viaggi, oggi ci spostiamo in oriente alla scoperta di un’opera che sono certa molti di voi non conosceranno.

Nel 1010 d.C. l’imperatore Guglielmo I, duca di Normandia, detto anche “il conquistatore” invade l’Inghilterra, nello stesso periodo un’autrice lontanissima da
quegli eventi stava per completare un romanzo oggi considerato punto
di riferimento mondiale della letteratura orientale. 

Il romanzo era lunghissimo, il libro era circa due
volte più spesso di una opera moderna come Guerra e pace, capolavoro considerato all’unanimità un malloppone. L’opera diventò subito ampiamente popolare. Già un secolo dopo la morte dell’autrice, in Giappone, La storia di Genji era considerato un classico. Novecento anni dopo quando Arthur Waley produsse il primo volume della sua traduzione, la folla di lettori si gonfiò e di Murasaki comparve una recensione su Vogue firmata dalla sua ammiratrice Virginia Woolf.

L’autrice di una simile opera incredibilmente era una donna oggi ricordata come “Lady Murasaki”
o nome completo Murasaki Shikibu. Come i suoi personaggi femminili, lei non ebbe un proprio nome reale: “Shikibu” si riferisce
ad uno dei titoli onorifici del padre, e “Murasaki” letteralmente è un fiore usato per fare un colorante viola e fu il nome della sua
protagonista femminile che l’autrice si utilizzò durante tutta
la sua vita. Di lei sappiamo che fu anche poetessa e che servì come dama di corte l’imperatrice giapponese in epoca Heian. Si suppone fosse figlia di un maestro cerimoniere estremamente influente che le riservò una educazione erudita che comprendeva conoscenze riservate tradizionalmente solo ai figli maschi. Fu una donna privilegiata, con una personalità forte che le permise di accedere ad ambienti per soli uomini.

La prospettiva di leggere La storia di Genji può scoraggiare. Già solo la sua lunghezza lo rende un
lavoro per persone con molto tempo libero o con la pazienza di affrontare
una lettura protratta nel tempo, o entrambe le cose. In caso dovessi stancarti datti la
licenza provvisoria di chiudere la lettura con la morte di Genji;
l’ultimo terzo del libro si dice sia stato scritto dalla figlia di Murasaki.

Il mondo che raffigura è lontano anni luce dal nostro. Le cerimonie di corte, i rapporti tra le persone, gli ambienti dove abitavano sono a noi totalmente alieni. Fortunatamente alcune versioni moderne danno sempre una introduzione
adeguata che aiuta la comprensione, riportano disegni deliziosi, una
cronologia dettagliata e riferimenti per i quasi ottocento poemi, un
glossario che racconta, ad esempio, le posizioni dei gomiti che erano
prescritte dai rituali e una guida separata alla miriade di
costumi utilizzati.

Il filo lineare della vita di Genji è
un modello audace nel variegato mondo che ci viene narrato, e le
molte donne che navigano l’opera aggiungono fiammate di intrigo e passione che rendono tutto più vivace. 

Le parole di apertura Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, … annunciano
il racconto di una storia del passato, di un centinaio di anni prima
della nascita dell’autrice. 

Il bambino che verrà conosciuto con il
nome di Genji nasce dall’imperatore, si pensa da una delle sue
consorti favorite. Il ragazzo è esteticamente molto bello e con il passare
degli anni anche la sua personalità si dimostra essere attraente. Ma a volte si comporta in modo egoista, si rattrista, in fondo lui non è Mr Darcy, e
lungo il romanzo vengono evocati di frequente gli otto principi buddisti che il protagonista deve sforzarsi di incarnare come quelli del corretto agire o della corretta consapevolezza. Il suo mondo brulica di rivali e
complotti, le donne non fanno eccezione, sfruttate come uteri in affitto sono profondamente coinvolte nell’avanzamento della loro prole sulla scala del potere.


La madre di Genji
muore quando lui ha tre anni. Il protagonista passerà gran parte della sua
vita cercando di mantenere la sua posizione privilegiata ed evocando l’immagine della madre perduta nelle altre donne. Si sposerà molte volte come si conviene al suo alto rango
(incluso un matrimonio disastroso con la figlia di un suo mezzo
fratello). 

E’ Murasaki, una giovane ragazza orfana che somiglia alla
madre defunta, che lo ossessiona (in questa cultura l’amore romantico
non è considerato ideale). Quando un temporale permette al figlio di
Genji, nato fuori dal matrimonio, uno scorcio proibito di Murasaki, lui
immediatamente la paragona ad una “adorabile montagna di fiori di
ciliegio fioriti in modo perfetto.” ( In questo mondo era tabù per
una donna di stato elevato essere vista da un uomo fuori dalla sua
famiglia, ma potevano capitare incidenti più o meno graditi). Quando Murasaki si ammala
fa produrre centinaia di copie dell’importante
Lotus Sutra prima di morire. A causa della sua morte Genji si ritira dal mondo fino alla morte.

In quel lontano passato gli
uomini giapponesi educati scrivevano nella prestigiosa lingua cinese,
il giapponese era considerato una lingua privata, riservata all’uso domestico e alle donne.
Quest’autrice prese la sua disprezzata lingua madre, costruì un pezzo
di letteratura e tra tante donne dimenticate si diede un nome che è entrato nella storia della letteratura.

Non credo ti serva altro per capire l’importanza di questo libro e perché valga la pena conoscerlo.

Ti auguro buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini