Gridiamo più forte con Baldwin e gli afro-americani del secolo scorso

Bentornato, oggi torna la rubrica degli inviti alla lettura con la prima opera del nuovo genere che vi propongo.

 

 

 

Abbandoniamo il genere biografico e le autobiografie più famose e vendute al mondo per approcciare dei romanzi che ci portano in viaggio, più precisamente nei prossimi mesi parleremo di libri i cui protagonisti affrontano un viaggio di formazione per crescere sia all’interno che all’esterno e noi impareremo tramite il loro viaggio dell’ eroe.

Iniziamo da un’opera semi-autobiografica. Il titolo in italiano è Gridalo forte ma il titolo originale è Go Tell It on the Mountain che deriva da una canzone del genere “Negro Spiritual” o spiritualista negra (assolutamente intesa in modo spergiativo) perchè risale alle canzoni che gli schiavi cantavano nelle piantagioni di cotone per darsi forza e coraggio durante le massacranti ore che trascorrevano sotto il sole. Il ritornello dice “Go tell it on the mountain that Jesus Christ is born“. 

 

 

E’ un titolo molto evocativo per un libro. Il primo che Baldwin considerò fu In My Father’s House che allude a versi biblici “In my Father’s House are many Mansions “, una sola frase che cattura i conflitti principali dell’intera opera: la relazione turbolenta del protagonista con entrambi i padri sia quello naturale che quello celeste. Un conflitto religioso e di identità che accompagnano il protagonista per tutto l’arco narrativo.

Alcuni ipotizzano che Baldwin scelse il titolo Go Tell it on the Mountain in onore dell’improbabile villaggio Loeche les Bains sulle alpi svizzere dove scrisse la maggior parte del romanzo. In questo paesaggio di alabastro (frase di Baldwin) lui fu il primo nero in assoluto ad essere visto da molti dei residenti locali e rimase tappato in casa con la sua macchina da scrivere per mesi. Compose la storia di tre generazioni di afro americani nell’Harlem del 1935 e nei primi anni del ventesimo secolo nel sud degli Stati Uniti. Lucien Happersburger, suo amico e amante la cui famiglia possedeva una casa nel piccolo paese, persuase Baldwin ad essere accompagnato solo dalla sua Remington e le sue registrazioni della cantante Bessie Smith. Proprio come Edith Wharton sedette in rue de Rivoli a Parigi per scrivere di villaggi ricoperti dalla neve in Ethan Frome, così qui Baldwin utilizzò la distanza geografica per catalizzare e invocare la brillantezza semantica.

 

 

Come già vi ho anticipato si tratta di un opera parzialmente autobiografica, il passato dell’autore fu quindi un elemento nattativo fondamentale. Come Baldwin stesso, il personaggio principale John Grimes affronta il senso di alienazione dalla sua famiglia, la sua distanza dalla comunità religiosa ( la chiese pentecostale) e dalle aspettative familiari. La prima riga del libro porta subito conflitto: “Tutti hanno sempre detto che John sarebbe stato un prete una volta cresciuto, proprio come suo padre”. 

La struttura del romanzo rende gli sforzi di John con il suo senso di differenza e i suoi problemi con la questione della salvezza religiosa l’alpha e l’omega del libro (Baldwin tratta in modo innovativo i passi che portano alla conversione ispirandosi a Sant’Agostino e a Jonathan Edwards). Tra questi due conflitti c’è una sezione di tre parti incredibile chiamata Le preghiere dei santi dove il lettore entra nei pensieri e nelle memorie della zia apostata di John, del suo odioso padre e della sua sensibile madre le cui memorie di Richard, il suo primo tragico amore, sono per me la parte più emozionante del libro.

Preparatevi a questo romanzo con la lettura della raccolta di saggi Notes of a Native Son, dove ritroverete gli stessi temi trattati in modo più diretto. Qualsiasi cosa Baldwin abbia provato come adulto riguardo la sua discendenza e la sua gioventù, raggiunge tono e cadenza paragonabili alla traduzione della bibbia di re James. La dura vita in campagna e il bellissimo linguaggio da cittadino, sono due aspetti del romanzo che si completano l’un l’altro in modo magnifico. Troverete piacevole anche la descrizione di Langston Hughes che racconta storiacce di basso livello con una borsa di velluto.

E anche per questo invito alla lettura è tutto. 

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Gli scienziati pazzi al cinema: ma esistono ancora?

 Bentrovato, mi scuso per il ritardo ma in questi giorni ho parecchio da fare e trovare il tempo per editare il testo per l’articolo di oggi è stato difficile. Ma noi non ci arrendiamo e torniamo a noi e ai nostri articoli sui sottogeneri del cinema. 

Purtroppo questi articoli stanno per finire per ora, in scaletta ho ancora un articolo su uno dei miei generi preferiti e poi si parlerà di altro: torneremo ancora a Efeso, ci saranno degli articoli dedicati alla scrittura di libri horror, inviti alla lettura interessanti. Insomma restate sintonizzati e avrete parecchio da leggere.

 

 

 

Ora vediamo come nel tempo gli scienziati pazzi dei film si sono evoluti fino a diventare oggi degli incompresi, faremo anche un breve ritorno al body horror.

Oh, in the name of God! Now I know what it feels like to be God! 

Frankenstein (James Whale, 1931)

Con questa citazione tratta dal classico della Universal del 1931 Frankenstein, il regista esprime la paura di una intera generazione, vissuta a cavallo tra i due secoli e che ha fatto esperienza di cambiamenti che hanno rivoluzionato il mondo. 

 

 

 

La paura del cambiamento e della novità è sempre esistita, dalla preistoria fino ai giorni nostri. La rivoluzione industriale in Gran Bretagna fu accompagnata dal movimento sindacale le cui richieste si infransero contro gli interessi economici delle grandi fabbriche nelle periferie, a quell’epoca molti vedevano nel progresso la benzina da buttare sul fuoco delle richieste degli scioperanti. Ma quella fu anche l’epoca della medicina vittoriana, delle prime operazioni chirurgiche che nella maggior parte dei casi uccidevano il paziente, dei dottori in competizione tra loro sulla velocità con cui potevano rimuovere un arto. Pensate che i più bravi in tre minuti netti vi segavano una gamba. 

Arrivò poi la prima guerra mondiale che portò la meccanizzazione della morte su larga scala; furono gli scienziati che crearono il gas mostarda che massacrò tutti quegli uomini nelle trincee; e più tardi ancora arrivarono i veleni utilizzati nella seconda guerra mondiale nei campi di concentramento per sterminare gli ebrei. Fu la scienza che ci portò la bomba atomica che distrusse Hiroshima e Nagasaki, ma anche la fissione nucleare che oggi da energia e potere ai governi del mondo. 

 

 

 

Fu proprio l’uso della bomba atomica nel 1944 che irrevocabilmente cambiò la percezione comune della scienza e dello scienziato, cosa che si riflettè nei film fantascientifici e horror prodotti a partire dagli anni ’50. Secondo questo nuovo filone cinematografico uno scienziato non sarà mai più degno di fiducia totale, perchè senza morale, e da allora gli scienziati verranno sempre messi a lavorare in qualche agenzia supersegreta su qualche sinistro piano per conquistare il mondo o in qualche reparto governativo per creare una nuova arma letale. 

Una volta che l’iconografia di Frankenstein fu messa a letto dalla cinematografia moderna la versione dello scienziato pazzo anni ’50 venne raggiunta da infinite varianti originali. Abbiamo il dottor Richard Marlow (interpretato da Bela Lugosi) che aveva l’abitudine di usare la magia nera e le anime delle ragazze che rapiva per fare rivivere la moglie defunta (Voodoo Man di Hook, 1944), abbiamo poi il dottor Peter Blood, che esumava i corpi e vi metteva dei cuori pulsanti per riportarli in vita (Dr, Blood’s Coffin di Sidney J. Furie, 1961) e la chirugia plastica del dottor Genessier, che sfigurò sua figlia con esperimenti fallimentari di ricostruzione facciale (Eyes without a face di Franju, 1960) riadattato in una ottima versione con l’opera The Skin I live in (Almodovar, 2011).

 

Il 1980 vede il proliferare dei media vecchi e nuovi: pornografia, campagne di marketing, video e Tv via cavo (poi rimpiazzate dalla TV satellitare) con i nuovi spettacoli di cabaret che sostituiscono quelli radiofonici. Si forma una nuova visione idealizzata del corpo umano che deve rispettare nuovi canoni estetici. La critica Naomi Wolf chiama la visione che nasce in quest’epoca “il mito della bellezza”. Nelle sue opere sostiene che “questo stato impossibile non può essere creato senza l’intervento della chirurgia plastica o della liposuzione.”

 Alla medicina e al mito della bellezza si affianca l’idea delle trasformazioni di genere, cinematograficamente figlie del lavoro di Cronenberg che guarda in questa direzione molto presto rispetto ad altri registi. L’avversione verso Photoshop spazza via l’ideale e il mito manifestandosi nell’esplosione delle modificazioni corporee: tatuaggi, piercing e scarificazione in rivolta contro il corpo perfetto. 

 

Cronenberg rivoluziona gli ideali della società. Una placca sul muro del dottor Hobbes in Shivers (Il demone sotto la pelle di Cronenberg, 1975) dice che “Il sesso è l’invenzione di una malattia venerea intelligente”. Ma il ruolo degli scienziati non è solo quello di alimentare gli istinti primordiali dell’umanità con esperimenti che ovviamente sfuggono al controllo.

Il regista di L’esperimento del dottor K. (The Fly di Kurt Neumann, 1958) fa dire allo scienziato Andre Delambre che: “l’umanità non ha più bisogno di provare desiderio o paura”; ma l’interesse dello scienziato è quello di infilare qualcuno nella macchina del teletrasportatore per soddisfare la sua sete di conoscenza. Forse in questo film si può ritrovare un mix con le idee di Cronenberg in VideoDrome: la trasformazione, la combinazione dei sessi e il corpo che si deforma. 

Ma comunque anche Cronenberg ebbe la sua versione della mosca (Cronenberg, 1986). La trasformazione del corpo, nella visione di Cronenberg, riguarda non solo la sessualità ma anche l’invecchiamento o una relazione amorosa che brucia le tappe per dirigersi verso la tragedia, in questo caso abbiamo il pene del protagonista Brundle tenuto in un vaso trasparente dalla compagna Veronica che alla fine continua la sua vita disillusa. Lei che nel film avrà bisogno di essere salvata da Brundle-mosca che la vuole moschizzare e si rivolta contro il suo ex fidanzato poliziotto colpendolo con il vomito acido. La trasformazione di Brundle-mosca si completerà ma la creatura nè umana nè animale non avrà nessun posto dove ascendere o discendere dalla sua mutazione e resta condannato nel suo limbo di solitudine. La mosca umana, emersa con il teletrasporto, in un ultimo atto di follia finale diventa essa stessa la macchina per il teletrasporto. La creatura patetica uomo-macchina-insetto che emerge da quest’ultima mutazione implora solo di essere liberata con la morte. E la follia dello scienziato u il compimento finale.

 

 

La visione dell’uomo macchina comparsa in questo film si interfaccia con altre opere del regista anticipando lavori più tardi di Cronenberg come Ballad Crash (Cronenberg, 1996), di altri film ne abbiamo parlato lo scorso articolo, e si può notare la sua influenza per Shin’ya Tetsuo (Tsukamoto, 1986) e Tetsuo II (Bodyhammer Tsukamoto, 1992).

La scienza malvagia è qui per rimanere. Gli scienziati pazzi non vedono l’ora di conquistare il mondo. E i film non aspettano altro se non l’ennesimo fallimento scientifico per alimentare le nostre paure. Dai disastri come quello di Bhopal o gli incidenti nucleari come quello di Chernobil (Chernobil Diaries di Parker, 2012), l’incidente nucleare all’isola Three Mile solo per citarne un paio da cui sono tratti decine di film. L’effetto dell’epidemia di SARS a Hong kong nel 2002 o quello del Covid lo possiamo ritrovare in Contagion di Stevan Soderbergh (Soderbergh, 2011). Le epidemie ci vedono affrontare nemici invisibili creati dalla scienza, come il gas Sarin, arma chimica senza odore, colore, e consistenza, cui furono esposti 5000 giapponesi nel 1995 o gli attacchi con l’antrace negli US.

La scienza cattiva e il complottismo sono parte integrate delle sceneggiature ancora oggi. Le corporazioni farmaceutiche ci nascondono le cure in attesa di vantaggi economici. Gli scienziati sono consapevoli che i fondi della ricerca possono essere loro tolti in ogni momento e sono obbligati a fare la parte dei cattivi per il bene supremo dell’umanità. Sono presenti in decine di opere.

 

E il Padrone in tutto ciò cosa c’entra?

 

In 28 days after (Boyle, 2002) il virus Rage è stato testato sugli animali e ha fatto venire un infarto a tutti gli scienziati quando ha trasformato gli infetti in animali feroci assetati di sangue. Una cosa simile può essere stata sviluppata solo per divenire una pericolosa arma chimica. Poi il film non è granché ma è per farvi un esempio di come la tecnologia diventa nanotecnologia nucleare al servizio degli eserciti, la cybernetica diventa più sofisticata e crea ibridi macchina-uomo, la chirurgia e la medicina sradicano le malattie e ne creano di nuove, e noi non siamo mai a corto di scienziati pazzi. 

Il canone non è completo senza una menzione a Frank Henenlotter con Basket Case (Henenlotter, 1982) e FrankenHooker (Henenlotter, 1990) Stuart Gordon con Re-animator (Gordon, 1985) e Dragon (Gordon, 2001) o Brian Yuzuna con Society (Yuzna, 1989); oppure vogliamo parlare della visione maestosa e intricata di Clive Barker in Hellraiser (Barker, 1987) e Nightbreed (Barker 1990) e qualche consiglio di come usare lo scalpello da Lloyd Kauman , co fondatore della Troma Entertainment, casa di produzione indipendente di film e compagnia responsabile della distribuzione per Tromeo e Juliet (Kaufman e Gunn, 1996) e The Toxic Avenger (Herz e Kaufman, 1984).

 

Ultimo ma non meno importante è il Padrone, antagonista del mio romanzo La Falena uscito nel 2022. Ha creato una sostanza chimica che non si è fatto scrupoli a testare su animali e umani ma alla fine è impazzito. Mirco deve trovare la forza di affrontarlo prima di finire ucciso con i suoi amici. È disponibile su Amazon, dategli un’ occhiata se anche voi amate la scienza cattiva.

E anche per oggi vi ho detto tutto. Mi raccomando di leggere qualche buon libro e di restare connesso per le ultime novità. Alla prossima.

Alice Tonini 

 

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Il mistero del libro di Urantia: esseri interplanetari o essere truffati?

Buongiorno lettori e lettrici e bentornati al nostro appuntamento dei libri misteriosi.

Questa volta parliamo del Libro di Urantia. Io ne avevo già sentito parlare in passato per i suoi contenuti mistici però facendo qualche domanda in giro mi sono resa conto che molti di voi non sanno di cosa si tratta e non lo hanno mai sentito nominare quindi oggi vi darò qualche info in più per capire che cosa è.

Viene chiamato anche Fascicoli di Urantia o Quinta rivelazione Epocale e fu diffuso a Chicago tra il 1925 e il 1977. Parla principalmente di filosofia, di religione, di destino e di cosmologia; insomma diciamo che tratta tematiche legate alla scienza mistica dell’uomo e ci indirizza verso il futuro del nostro pianeta.

I capitoli che lo compongono sono 196 e ognuno è intitolato a una entità celeste diversa come l’angelo protettore del cosmo, il capo degli arcangeli, l’astro della sera e molti altri

Il libro inizialmente doveva essere distribuito gratuitamente dalla Fondazione Urantia, organizzazione senza scopo di lucro, che avrebbe dovuto diffondersi in tutto il mondo ma, come sappiamo tutti, quando ci sono di mezzo diritti editoriali e soldi i “gratuitamente” finiscono sempre in tribunale. Infatti ancora oggi la Fondazione Urania frequenta i tribunali statunitensi citando in causa questa o quella pubblicazione degli estratti dell’opera non autorizzata. Nonostante ciò continuano a circolare nelle librerie opere sulla vita di Gesù o libri sui misteri dell’universo scritti da sedicenti guru e presi passo passo dai capitoli del libro di Urantia. E ovviamente venduti a prezzo pieno.

E fino a qui tutto abbastanza normale se non fosse che i reali autori del Libro di Urantia sono ignoti e si autodefiniscono entità sovrannaturali e sovrumane. Nei loro intenti ci avrebbero consegnato il libro per rivelarci il nostro futuro e metterci in guardia dai pericoli che si nascondono nell’universo. Una specie di “Dottor Who” per intenderci. 

Adesso si fa strano eh? Ma non è tutto qui.

Il mistero dell’identità dell’autore o degli autori ha però una pista molto terrena. Sappiamo infatti che l’indice fu composto da tale Bill Sadler Jr. e sono arrivate sino a noi dal 1911 le dichiarazioni di due medici di Chicago William S.Sadler e della moglie Lena Sadler che avrebbero fatto da tramite tra noi e il canale umano utilizzato per la comunicazione.

Fino all’incontro con il vicino dal sonno pesante che avrebbe fatto da tramite tra le entità e l’umanità terrestre, i coniugi Sadler erano noti e stimati membri della comunità medica cittadina di Chicago e il signor Sadler fu psichiatra, avventista e demistificatore dei fenomeni paranormali tanto da essere conosciuto per essere un convinto non credente del soprannaturale. Nel 1929 pubblicò un libro: The Mind at Mischief in cui svela i trucchi dei medium che allora andavano molto di moda e di come l’auto inganno porta la nostra mente a trarre rivendicazioni psichiche fantasiose da fatti ritenuti inspiegabili ad un occhio inesperto. 

Torniamo al nostro libro. Nel 1911 il medico e la moglie raccontano di essere stati contattati da una vicina preoccupata dagli stati di trans del marito. I due presero a osservare lo strano fenomeno alla ricerca di una eventuale cura. Nel tempo però quest’uomo produsse delle comunicazioni verbali che sosteneva fossero provenienti da un essere spirituale identificato come “visitatore studente”. 

Nel 1924 Sadler con alcuni colleghi e dei pazienti inizia a tenere degli incontri domenicali con quest’uomo per discutere gli strani messaggi che venivano registrati durante il contatto. Questo gruppo di uomini pose all’entità delle domande a cui l’uomo iniziò a dare risposte scritte, in questo modo dal 1925 il gruppo iniziò la redazione di un voluminoso documento manoscritto e questa trascrizione divenne il metodo regolare delle presunta comunicazione tra gli uomini e le entità sovrumane.

Il gruppo si auto-nominò “Forum di Contatto” e furono gli unici testimoni degli incontri; stando alle loro testimonianze il libro si materializzò fisicamente solo a partire dal 1935, dieci anni dopo l’inizio delle comunicazioni scritte. Strane coincidenze?

Quanto a stranezze anche il contenuto del libro è decisamente insolito.

Per esempio abbiamo Lazzaro che dopo essere stato resuscitato da Gesù parte e se ne va a Filadelfia a capo di una congrega cristiana (avrà camminato sulle acque dell’oceano atlantico?). I progenitori di tutta l’umanità non sono più i discendenti di Sem, Cam e Iafet o degli ominidi ma sarebbero i figli di una coppia indiana che si  ritrovò con diciannove figli, bambini tutti dalla pelle e dalle caratteristiche somatiche diverse che poi si sono sparsi in tutto il mondo per dare vita alla razza umana. Invece di Adamo ed Eva abbiamo due gemelli Andon e Fonta, nati nel 991.000 a.C. Al momento della nostra morte finiamo a Jerusem con un corpo semi materiale e li il nostro scopo è quello di imparare come sopravvivere nella nuova dimensione. L’intero universo sarebbe abitato da miliardi di esseri umanoidi (gli sceneggiatori di Guerre Stellari e Star Trek hanno avuto più fantasia) tutti in costante evoluzione.

Ovviamente il libro ha subito critiche feroci da decine di studiosi, ricercatori, religiosi etc., nessuna delle teorie contenute nei 196 capitoli ha alcun fondamento scientifico, teologico o filosofico. Ciò nonostante attorno alle rivelazioni dell’opera si è creato un movimento di sostenitori che però non ha mai superato il migliaio di aderenti ufficiali. Non sono mai nate chiese o movimenti pseudo religiosi basati sulle rivelazioni mistiche del Libro di Urantia.

E dopo quest’ultima rivelazione Luke è pronto ad affrontarvi.

Possiamo tranquillamente sostenere che il 90% delle persone che hanno letto l’opera o se ne sono in qualche modo interessati la vede come una raccolta di fantasiose invenzioni scaturite da una mente influenzabile. Lo si può paragonare a un romanzo di fantascienza. 

Ci resta il mistero sull’identità di questi autori alieni o alienati di cui non conosceremo mai le reali intenzioni.

Cari lettori, anche per oggi è tutto!

Come al solito vi auguro una buona lettura e al prossimo libro misterioso.

Alice Tonini

Biografie di Eminenti vittoriani che vi faranno sdegnare.

 Eccoci all’ultimo articolo dedicato alle biografie e autobiografie più vendute e premiate nella storia della letteratura dell’ultimo secolo, almeno secondo Goodreads.

Questo però sarà un articolo diverso dal solito. Diverso perchè come avrete già intuito dal titolo si parla di più personaggi. Diverso perchè siamo nella mia epoca preferita, quella vittoriana. Diverso perchè uno dei personaggi è stato d’ispirazione per alcune ricerche storiche che sto facendo da un paio d’anni a questa parte.

Per approfondire questa biografia dobbiamo partire da una rivista o più precisamente dalla copertina annuale di una rivista: quella del New Yorker disegnata da Eustace Tilley nel 1925. Notate l’uomo con il cappello a cilindro, un gentiluomo dal collo ascot che scruta una farfalla dal suo monocolo, con sguardo annoiato. Questa immagine vi da il tono esatto di questo libro: Eminenti Vittoriani, pubblicato nel 1918.

Lytton Strachey autore del libro e membro della cricca di Bloomsbury a Londra, è deciso a disfare le tradizionali biografie di stampo vittoriano scrivendone una per lui più moderna: una suzione di “vita e lettere” per cercare di illuminare il personaggio della sua personale luce eroica. Strachey desiderò che la sua biografia fosse concisa e artistica, producendo quattro sketches ognuno dei quali occupa circa dalle 25 alle 100 pagine. L’obiettivo dell’autore era quello di ribaltare lo stile immediatamente precedente; al nostro Strachey non importò di rivisitare le tradizionali immagini dei quattro vittoriani che dipinse nel suo volume del 1918. (In questo momento dovete arricciare le labbra e mostrare sdegno vittoriano per farmi capire che secondo voi questi personaggi non meritano di essere chiamati “Eminenti”.)

Le osservazioni di Andy Warhol sulla brevità del successo nella vita delle persone sono retroattive e valgono anche per questi personaggi perchè la prima domanda che mi aspetto da molti di voi lettori di questo secolo è: ”chi diamine sono queste persone?” 

I quattro soggetti di Strachey sono: il cardinale Manning, Florence Nightingale, Thomas Arnold e il generale Gordon e sono quasi completamente sconosciuti alla maggioranza dei lettori, eccezione fatta forse per Nightingale. Cosi alcuni degli obiettivi letterari dell’autore purtroppo oggi sono sfumati: che divertimento c’è a infilare un ago in un palloncino già sgonfio? 

Comunque per soddisfare la vostra curiosità facciamo due parole sui personaggi. Il cardinale Manning divenne arcivescovo di Westminster, il capo della chiesa cattolica romana in Inghilterra. Il dott. Arnold fu a capo dell’associazione scuola di Rugby inglese (e padre del poeta Matthew Arnold). Il generale Gordon portò le truppe inglesi in posti come Sebastopoli, in Cina, e in Sudan. Morì a Khartoum dopo dieci mesi di assedio da parte delle truppe mussulmane guidate da Mahdi. 

Strachey in quest’opera mette religione, scuola pubblica e impero coloniale inglese tutto in un unico volume. E persino la riforma ospedaliera.

Dei quattro ritratti quello di Nightingale è il più efficace, l’autore non fa nessuno sforzo per smontare l’ eroica riforma delle cure ospedaliere e la nascita di concetti rivoluzionari come il riciclo di aria fresca nelle stanze d’ospedale. Quello che fa è smettere di dipingere la figura di Nightingale come quella di un angelo degli ospedali e trasformarlo in quello di una giovane donna privilegiata che diventa la riformatrice di ferro. La sua storia ci sbalordisce quando realizziamo che razza di capo doveva essere, siamo d’accordo con la regina Vittoria che dice di lei: “Che testa! La vorrei all’ufficio della guerra.” (Vittoria le conferì una delle sue medaglie, disegnate dal principe consorte, con il suo famoso motto Blessed are the Merciful).

Il cardinale Manning nell’opera viene descritto come un intrigante: addirittura rimane scioccato quando scopre che alcuni cristiani credono seriamente nella religione che professano in chiesa; Arnold viene dipinto come leggermente cieco nelle sue insistenze sull’introduzione dei valori cristiani e inglesi nelle scuole, e Gordon viene ingiustamente dipinto come un ipercritico ubriacone con “aperte una bibbia e una bottiglia di wishky” all’entrata della sua tenda nell’accampamento militare. Come dice Strachey “la discrezione non è la parte migliore di una biografia.”

L’autore può avere calcato un po’ la mano ma il tempo sistema le cose e in questo caso ci porta una vendetta letteraria appetitosa, e a noi queste cose piacciono assai. Nel 1967 e nel 1968 Michael Holroyd pubblicò una pesante (e eccellente) biografia in due volumi su Strachey. Con una edizione rivista del 1995. Quest’opera contiene molte rivelazioni piccanti riguardo le relazioni omosessuali di Strachey che ribaltano la visione che egli aveva costruito della sua figura di severo vittoriano letterato e che scioccarono i lettori degli anni novanta tanto quanto la biografia di cui abbiamo parlato scioccò i lettori di epoca vittoriana. 

Se vi piacciono le opere di Strachey provate a leggere Lives of the Caesars (Vita dei Cesari o Vita dei Dodici Cesari) scritto da Gaio Svetonio Tranquillo, che Strachey riteneva un modello culturale e intellettuale.

Ebbene lettori finalmente ci siamo! Questa era l’ultima delle biografie che vi propongo. Abbiamo fatto un viaggio avanti e indietro nel tempo per incontrare persone e avvenimenti tra i più diversi e disparati ma come sapete uno degli obiettivi del mio sito sin dalla sua nascita è quello di promuovere la lettura, possibilmente di buone opere, quindi le mie proposte non finiscono qui. 

Ci sono altri undici libri che vi aspettano, undici proposte letterarie e questa volta parleremo del viaggio dell’eroe. Provate ad immaginare di essere in una stanza con undici persone che vi raccontano della loro perigliosa avventura per trovare sé stessi. Avrete da divertirvi!

Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini

Cinema horror e stregoneria: da Aleister Crowley alle streghe di Eastwick

Oggi riprendiamo la nostra esplorazione dei sottogeneri del cinema horror e uno dei più diffusi è sicuramente quello delle streghe e dei loro patti con il male. 

Il demonio è protagonista da tempo della storia del cinema; dai
primi esperimenti di Georges Melies, alla versione de Lo studente di Praga di Poe interpretata da Paul Wegener (Rye and Wegener, 1913) fino al Faust di F.W.Murnau. Ne Il Gatto Nero (Ulmer, 1934) Boris Karloff recita la parte di un sacerdote in un culto satanico e più tardi Val Lewton produsse La
Settima Vittima
(Robson, 1943), che secondo la critica ha posto le radici per la figura del demonio
moderno che ha la missione di convertire gli scettici. Jaques Tourneur con il
suo eccellente Night of the Demon (Tourneur, 1957) porta sul grande schermo un
personaggio reale e dal nome familiare a tutti quelli che si sono interessati alla storia delle arti oscure almeno una volta: Aleister Crowley, conosciuto come “La grande
bestia” (1875-1974). Nessun lavoro sul satanismo o sulla stregoneria è
completo senza un riferimento a lui.

Nato nel 1875 e figlio di un facoltoso birraio, Crowley divenne un
membro influente di una delle società magiche più importanti della sua epoca: L’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata o Golden Dawn. Lui fu un poeta, un artista, uno sportivo e un
abusatore di droghe. Raccontò di essere stato contattato da un sacro
guardiano angelico durante i suoi viaggi in Egitto e che questi gli dettò il
libro della legge con il motto “Do what thou wilt, shall be the whole
of the law” (fai quello che vuoi, dovrebbe essere l’unica legge) una chiamata alle armi per i libertini di ogni dove, tra cui raccolse ampi consensi quando nel 1960 uscì la sua pubblicazione più conosciuta sulla magia e l’occultismo. Scrisse decine di libri sui temi più disparati: meditazioni, trattati, preghiere e saggi su occulto, arti esoteriche e alchimia.

Crowley fondò la sua personale filosofia e società dell’occulto, l’Oto (Ordine del Tempio Orientale) che fu pansessuale e coinvolse in
modo pesante l’uso di sostanze stupefacenti. Durante la sua vita divenne un personaggio famoso, conosciuto come il più importante stregone del mondo e nel 1932 portò in tribunale chi lo aveva definito mago nero (perse
la causa). Il giudice Mr Justice Swift disse “ io non ho mai udito
di cose più paurose, orribili, blasfeme e abominevoli come quelle dette da quest’uomo: mr Crowley”.

Verso la fine della sua vita dalla sua villa in Italia iniziò la vendita di un tonico chiamato “L’elisir del
Dr.Crowley” delle “pillole di vita“ che contenevano un mix di semi di chalk (una pianta succulenta). Cacciato dall’Italia dal regime fascista andò a morire a Londra.

La figura di Crowley fu molto influente e ispirò personaggi come Somerset Maugham, il mago Le Chiffre nel film Casinò Royale di
Iaan Fleming e The Magus di John Fowles nella letteratura. Nel film La Notte del Demonio (Tourneur, 1957) lo si vede interpretato come Karswell, e in The Devil Rides Out (Fisher, 1968), nella novella di Denis Wheatley lui è
Mocato. In Rosemary’s Baby (Polanski, 1968) lui appare come Adrian
Marcato. La sua più recente apparizione, che io mi ricordi, fu in A Chemical Wedding
(Doyle, 2009), scritto da Bruce Dickinson e ispirato alla band heavy metal dei
Judas Priest. Lui è il ragazzo che si occupa di magia nera.

Nei film sulla stregoneria il punto centrale, e compito del protagonista, è fare  accettare al pubblico l’esistenza della magia nera e della magia bianca. In The Night of the Demon lo scettico Dr
John Holden è a Londra per partecipare a un convegno dove Mr
Harrington vuole denunciare pubblicamente un culto. L’incontro con Karswell
cambierà poi le carte in tavola.

In Night of the Eagle (Hayers, 1961), è la moglie di un
professore universitario a usare la stregoneria per spingere la
carriera del marito, una idea inversa rispetto a quella di Rosemary’s Baby
(Polansky, 1968) dove Guy Woodhous permette a un culto satanico di
usare sua moglie come mezzo per ottenere lui stesso un avanzamento di
carriera. Rosemary’s Baby fu un grande successo, guadagnò altre 30
milioni di dollari e diventò uno dei primi block buster nella storia del cinema horror. Andare a
letto con il demonio è roba che vende, ma la storia è presentata in
modo che potrebbe essere tutto una fantasia di Rosemary che vede deteriorare la sua salute mentale durante la gravidanza. Le pozioni che le vengono
date sono l’aspetto più ovvio della stregoneria nel film, viene
evitato ogni aspetto ritualistico e non siamo resi partecipi del
patto diabolico fatto tra Guy e il demonio. 

Nei tardi anni 60′ crebbe
l’interesse nel demonio e nella stregoneria anche grazie alla musica. I Rolling Stones
rilasciano il loro album Satanic Majestic’s Request. Roman Polansky lesse le opere del professore R.L. Gregory “Eye and Brain” che parla della psicologia della vista e teorizzava il fatto che
noi vediamo meno di quello che pensiamo e che la nostra percezione
della realtà è piena di false memorie. Polanski scrive nella sua autobiografia del 1984 che l’intera storia vista attraverso
gli occhi di Rosemary può essere pensata come una catena di
coincidenze superficiali sinistre, un prodotto di fantasie fervide, ombre come quelle che Scrooge nega di vedere la notte di natale. Molti nel pubblico
sono convinti di vedere Cloven Hooves e la faccia del bambino alla
rivelazione finale del film, quando appaiono sullo schermo (superimposto dalla regia) due
occhi felini.

Witchfinder General (Reeves, 1968) fu incentrato sulla caccia alle
streghe e sui roghi come rituali sadici e il pezzo forte di Ken
Russel The Devils (Russel, 1970) fu un film di stampo politico riguardante i preti
piuttosto che un’accusa verso le attività diaboliche delle streghe. Il film di Robin Hardy
Wicker Man (Hardy, 1973) è ritenuto dalla critica il miglior film britannico folkloristico horror
sul paganesimo ed è una meravigliosa rivalsa delle credenze giudeo-cristiane su folklore e tradizioni. I sequel e i remake sono prodotti da ignorare.

Le Streghe di Eastwick (Miller, 1987) ispirato ad una storia di
John Updike, riguarda tre donne abbandonate dai mariti che formano un gruppo e invocano il demonio
(con la faccia di Jack Nicholson). Il film fu girato per ridere con
pochissimi ingredienti horror e un disgusto di media entità senza
preoccuparsi troppo dei contenuti horror. 

The Craft (Andrew Fleming, 1996) parla di un gruppo di
tre ragazze teenagers che scoprono che una loro nuova amica ha grandi
poteri magici, fa incantesimi sui loro compagni di classe e su ogni altra
persona che la infastidisce. Qui i riti della Wicca sfuggono di mano e la ragazza
cattiva di nome Nancy li porta oltre il semplice passatempo. Le altre del gruppo si rivoltano contro la cattiva e la protagonista Sarah invoca un potere superiore che
sconfigge Nancy e rimuove i
poteri alle amiche. Il messaggio di questo film riguarda più la
sociaizzazione tra i teenager che la vera stregoneria, con una premessa che dice che è ok essere diversi, ma non troppo. Il fatto che i personaggi principali fossero tutte ragazze bullizzzate o abusate è interessante ma il
motivo della vendetta avrebbe potuto essere più oscuro con forse un
po’ più di riempimenti stregoneschi.

Le streghe sono seguaci del demonio, di culti divenuti popolari dal 1960 circa e la strega moderna non ha
bisogno di un mentore maschile, ma forse detto così direttamente è troppo ovvio. Ira
Levin nel suo lavoro The Stepford Wives (Forbes, 1975) dice una frase
molto interessante sul supposto posto delle donne nella società: “ci sono molti paesi oggi che hanno ancora una
attitudine medievale verso le donne ed è a quelli che noi guardiamo
per trovare storie nuove”.

Sulle opere di Dario Argento ci vuole un post a parte

In termini di caccia alle streghe, oltre che il già citato
Witchfinder General (Reeves, 1966) è stato fatto poco riguardo la
purga europea della stregoneria. In America c’è la storia della caccia
alle streghe di Salem reinterpretata per il palco da The Crucible di
Arthur Miller (Miller, 1953) e portato su pellicola nel 1957 (Rouleau, 1957) e poi nel
1996 (Hytner, 1996) ma poco altro e non di buona qualità. 

Bene lettori e lettrici con le streghe e il cinema anche oggi è tutto. 

A presto per un nuovo appuntamento con il mistero e come al solito vi invito a leggere un buon libro o guardarvi un bel film, e se ancora non lo avete fatto iscrivetevi alla newletter per restare sempre aggiornati.

Alice Tonini