Cosa ci aspetta: tecnologie invasive del 2040 ðŸ¤–

Impulso di scrittura giornaliero
Quale tecnologia sei convinto/a che esisterà tra 20 anni?

Prima di scendere nel Sottosuolo di oggi, una nota di servizio doverosa. Negli scorsi giorni, a causa di un bizzarro glitch tecnico del sistema, è andato online un articolo fantasma, un guscio vuoto privo di testo. Vi chiedo scusa per il disservizio e per la falsa partenza: i labirinti digitali a volte giocano brutti scherzi, o forse era solo un modo per ricordarci che il vuoto, a volte, pretende di essere ascoltato. Ora la stanza è di nuovo illuminata. Torniamo a noi.

C’è una domanda che è rimbalzata nei circuiti della rete: quale tecnologia sei convinto che esisterà tra vent’anni? La maggior parte delle persone risponderebbe immaginando macchine volanti, assistenti olografici o miracoli medici capaci di allungare la vita biologica. Risposte rassicuranti. Risposte da Palazzo di Cristallo, progettate per convincerci che il progresso sia una linea retta verso il comfort.

Person walking in an underground tunnel with glowing unknown symbols on stone walls and rusty pipes
A lone figure explores a dimly lit underground tunnel covered in glowing cryptic symbols.

Se mi fermo a riflettere, la mia risposta è decisamente più oscura. Tra vent’anni, la tecnologia non sarà qualcosa che useremo. Sarà qualcosa che ci abiterà. Sono convinta che l’ultimo confine rimasto inviolato, lo spazio sacro, caotico e inconfessabile del nostro mondo interiore, verrà definitivamente colonizzato. Parlo di interfacce neurali dirette, microscopiche e invisibili, capaci non solo di leggere i nostri impulsi cerebrali, ma di tradurre in dati i nostri pensieri più reconditi, le nostre derive psicologiche, le nostre paure originarie.

Tra vent’anni la privacy mentale sarà un lusso archeologico. Saremo sostanze trasparenti di fronte a un algoritmo che sa cosa desideriamo prima ancora che il desiderio si formi nella nostra coscienza. Questa mia personalissima certezza (che per molti è un incubo, per altri un’utopia) non nasce dal nulla. È un’ossessione che guido e sviscero da tempo attraverso la mia scrittura, in particolare nelle mie storie horror, dove il futuro non è mai una promessa, ma uno specchio deformante.

Nelle visioni di Horror 2030: Incubi da un futuro prossimo, la raccolta di racconti che ho autopubblicato, quel domani è già dietro l’angolo. Lì ho esplorato i primi cedimenti strutturali di un’umanità che si consegna alla gabbia digitale per paura di sentire il proprio vuoto. L’orrore non nasce da mostri ancestrali, ma dall’efficienza disumana di una tecnologia che promette di curare ogni anomalia, finendo per anestetizzare l’anima.

In L’eco della specie perduta questa colonizzazione interiore compie il suo passo definitivo. Lì la carne e il codice si fondono, e ciò che resta dell’essere umano è solo un’eco, un riflesso nostalgico che vaga dentro strutture che non controlla più. In quel romanzo ho cercato di dare una forma al terrore più grande della nostra epoca: il momento esatto in cui smettiamo di essere i costruttori della nostra cattedrale interiore e ne diventiamo i prigionieri, sorvegliati da un software che non dorme mai.

La tecnologia di dopodomani cercherà di fare questo: mappare l’inafferrabile. Ottimizzare l’ansia, catalogare la depressione tramite impulsi elettrici, eliminare la “testa tra le nuvole” considerandola un errore di sistema. Vorranno trasformare il nostro Sottosuolo in un ufficio moderno, funzionale, open space e retroilluminato.

Ma c’è qualcosa che gli ingegneri del futuro continuano a sottovalutare: la straordinaria, feroce resistenza della mente umana. Anche sotto la pressione di una tecnologia invasiva, le nostre infinite dimensioni personali troveranno sempre una crepa in cui nascondersi. Il nostro ADHD, i nostri vissuti neurologici complessi, le nostre visioni non sono anomalie da correggere con un aggiornamento firmware, ma la sostanza stessa di cui siamo fatti.

Tra vent’anni il vero atto di ribellione non sarà disconnettersi dalla rete. Sarà imparare a camminare nel proprio labirinto interiore tenendo una parte di sé totalmente segreta, inaccessibile, non quantificabile. Essere, fino alla fine, fieri delle proprie ferite e della propria oscurità.Voi cosa ne pensate? Quale tecnologia credete che ci osserverà tra vent’anni? Riusciremo a mantenere un angolo di buio tutto per noi?

Alice Tonini

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