Horror Vacui: trovare voce nel silenzio 🫢

Cari lettori, ormai lo sapete, la postmodernità soffre di una patologia silente ma pervasiva: l’horror vacui. Abbiamo saturato ogni intercapedine dell’esistenza con il rumore. Se abbiamo cinque minuti di attesa, tiriamo fuori lo smartphone per fagocitare informazioni rassicuranti; se il calendario ci impone due settimane di pausa ad agosto, avvertiamo l’obbligo sociale di riempirle di spostamenti, cene, intrattenimento, istantanee da esibire. Chi non produce, non consuma o non si diverte visibilmente viene percepito come un elemento disfunzionale, un’anomalia da correggere.

Eppure, la storia della cultura umana ci sussurra una verità opposta e sovversiva: le più grandi rivoluzioni dell’intelletto, dello spirito e della scienza non sono nate nel tumulto della presenza, ma nella ferocia dell’assenza. Sono nate quando qualcuno ha sbarrato la porta, ha accettato l’isolamento e ha deciso di abitare il vuoto.

Rolled scrolls and clay pots on shelves inside a cave with stone walls and natural light
A collection of rolled scrolls stored inside a rocky cave with natural light

Per comprendere questa dinamica, dobbiamo evocare due figure lontane nei secoli, ma unite dallo stesso identico schema di ascesi e potenza. Due autentici guardiani del vuoto.

Isaac Newton. Nell’estate del 1665, la grande peste piegò Londra, costringendo l’Università di Cambridge a chiudere i battenti. Gli studenti furono rimandati a casa per evitare il contagio. Tra di loro c’era un ventiduenne schivo e tormentato: Isaac Newton.

Newton si ritirò nella fattoria di famiglia a Woolsthorpe, nel Lincolnshire. Lì, per quasi due anni, visse in uno stato di isolamento pressoché totale. Quello che il mondo esterno considerava un “tempo morto”, un esilio forzato e una tragica battuta d’arresto per la società, divenne quello che la storia della scienza ricorda come l’Annuus Mirabilis.

Lontano dalle distrazioni accademiche, dalle dispute di potere e dal cicaleccio dei contemporanei, Newton fu costretto a fare i conti solo con lo spazio vuoto della propria mente. Nel silenzio di quella campagna, mentre l’Europa contava i suoi morti, lui sviluppò i fondamenti del calcolo infinitesimale, formulò le teorie sull’ottica e intuì la legge di gravitazione universale guardando una mela cadere nel giardino. Il vuoto sociale non ha spento la sua mente; ha rimosso le interferenze, permettendogli di sintonizzarsi sulle frequenze matematiche dell’universo.

San Girolamo. Spostiamoci indietro nel tempo, nel IV secolo. Girolamo era un intellettuale raffinato, un uomo di lettere ossessionato dai classici ciceroniani e profondamente immerso nelle dinamiche politiche ed ecclesiastiche di una Roma tardo-imperiale caotica e corrotta. Consumato dai conflitti interni e dall’ipocrisia dei salotti romani, Girolamo prese una decisione radicale: fuggire. Si ritirò nel deserto di Calcide, a sud-ovest di Antiochia, un territorio brullo, inospitale, spaventoso.

Nell’iconografia classica, San Girolamo viene quasi sempre dipinto in due modi: o nel suo studio, circondato da libri, o nel deserto, con un leone accucciato ai suoi piedi e un teschio sulla scrivania di roccia.

Sociologicamente, quel deserto e quel teschio rappresentano la riduzione dell’esistenza ai minimi termini. Via i superflui orpelli sociali, via le maschere che la civiltà impone. Nel silenzio feroce del deserto siriano, Girolamo non andò in vacanza e non cercò l’anestesia. Affrontò i suoi demoni interiori: la rabbia, l’orgoglio, l’impulso a rispondere al mondo, e li addomesticò (la splendida metafora del leone a cui toglie la spina dalla zampa). Solo dopo aver fatto il deserto dentro di sé, fu in grado di compiere l’opera che avrebbe cambiato per sempre la cultura occidentale: la traduzione della Bibbia in latino, la Vulgata. Per scrivere qualcosa che durasse nei secoli, dovette prima eliminare il rumore del suo tempo.

Cosa unisce lo scienziato eretico e il santo asceta? La consapevolezza che l’isolamento non è una fuga vigliacca dalla realtà, ma l’unico modo per dominarla. Abbandonare temporaneamente il palcoscenico non significa sparire: significa scendere nel golfo mistico, dietro le quinte, a riprogettare le scene e affilare le armi.

Il vuoto non è assenza di vita; è lo spazio in cui le cose prendono forma prima di manifestarsi. È l’incubatore della potenza. Nelle prossime settimane, mentre il mondo celebrerà il suo rito collettivo fatto di rumore estivo, questo spazio rallenterà i suoi battiti. Le luci del blog si abbasseranno. Non per pigrizia, ma per necessità strategica. Mi ritirerò nel mio deserto personale per dare l’ultima, decisiva forma a ciò che arriverà a settembre: i nuovi racconti e le pagine del prossimo libro. Vado ad addomesticare i miei leoni.

E voi, che rapporto avete con il vuoto? Quando il rumore intorno a voi si spegne, avvertite il panico dell’horror vacui o riuscite, come Newton o Girolamo, a trasformare quel silenzio in uno spazio di creazione e lucidità? Ci leggiamo nei commenti, prima del grande silenzio.

Alice Tonini

9 risposte a “Horror Vacui: trovare voce nel silenzio 🫢”

  1. Avatar Celia

    Ti dico solo che ho pensato spesso a farmi monaca… più da giovane, a ben vedere.
    Poi, in anni più recenti, ho cercato modalità di vita che integrassero le caratteristiche monacali nel mio quotidiano laico ed individuale.
    Il ritiro, il silenzio, il deserto mi sono congeniali e necessari per produrre oasi lussureggianti.
    Buon silenzio, sorella.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Capisco ogni singola parola. Per chi ha questa natura, il ritiro non è una rinuncia, ma l’unico modo per proteggere la propria fonte. Il deserto e il silenzio sono il laboratorio dove l’oscuro si fa forma e la solitudine diventa feconda. Riconoscere questa vocazione laica è un atto di grande salvaguardia. Buon silenzio a te, con profonda gratitudine. 🕯

      Piace a 1 persona

    2. Avatar batoxy

      io scrivo molto e dalla mio finestra guardo il parco, alcuni giorni ascolto musica o il silenzio, come quando in Italia facevo lunghi trekking in bici o a piedi in montagna o nei boschi. Lo smartphone lo uso per scrivere appunti quando sono in giro, o per studiare inglese 👻

      Piace a 1 persona

      1. Avatar Alice Tonini

        Guardare fuori, camminare e ridurre il telefono a strumento intenzionale: è la ricetta classica per non farsi prosciugare dall’iper-presenza. Felice di vedere che la ricerca del silenzio trova declinazioni così concrete. A presto sul blog! ⏳️

        Piace a 1 persona

  2. Avatar ancestralememoria
    ancestralememoria

    È stato un piacere leggere questo post. Bellissimo e condivido. L’horror vacui è una paura antica, c’è chi abbraccia i silenzi e i tempi cadenzati e nel vuoto trova risorse per la mente e per l’anima.

    Piace a 2 people

    1. Avatar Alice Tonini

      Trasformare il vuoto da minaccia a risorsa è la grande sfida di chi cerca la propria voce nel rumore. Grazie davvero per le tue parole e per aver condiviso questo passaggio! 📣

      Piace a 1 persona

  3. Avatar jewelsbook
    jewelsbook

    Caspita!!!
    Un articolo spettacolare!
    Complimenti per averci ricordato di quanto sia
    Importante il ritiro nel propio mondo introspettivo!
    Per quanto mi riguarda il vuoto, il silenzio e l isolamento sono i miei migliori amici quando ho voglia di creare o dar voce ai miei pensieri….

    Saper stare sola con me stessa è la più grande conquista che abbia mai fatto e sono grata a chi, nel bene e nel male, mi abbia indotto a isolarmi, prima
    Come strategia protettiva e in seguito come ricerca di me stessa e auto consapevolezza del mio potenziale.

    In un mondo dove è considerato fondamentale apparire, la propria assenza è un modo per distinguersi e far sentire la
    Propria voce.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Hai descritto perfettamente la parabola più importante: trasformare la solitudine da scudo protettivo a laboratorio di consapevolezza. Passare dalla difesa alla creazione è il vero salto di livello. E la tua conclusione sull’assenza come forma di presenza e distinzione è una perla assoluta. Grazie di cuore per questo contributo così denso! 🕯

      Piace a 1 persona

      1. Avatar jewelsbook
        jewelsbook

        Grazie Alice!
        È un piacere leggere e confrontarmi con persone come
        Te, che sanno distinguersi e portare un contributo unico in questo universo conformista!🥰

        Piace a 1 persona

Lascia un commento

Il caos è ordine: ci guida alla trasformazione personale 🕯

Impulso di scrittura giornaliero
Hai una citazione sulla base della quale vivi la tua vita o a cui pensi spesso?

La domanda di oggi è semplice: hai una citazione in base alla quale vivi o alla quale pensi spesso?

Nel frastuono di un mondo che corre verso l’entropia, le parole non sono tutte uguali. Alcune scivolano via come pioggia sul marmo; altre, invece, agiscono come un acido che incide il metallo: una volta sentite, non puoi più far finta che non esistano. Diventano il tuo Adyton portatile.

Spesso mi chiedete quale sia il perno attorno al quale ruota la mia visione. Se dovessi scegliere un’unica frequenza, un unico comando che ispira il quotidiano, tornerei a un concetto che affronteremo parlando del Dio Obliquo di Delfi e della logica estrema di Asimov.

La citazione: «Il caos è un ordine non decifrato.» (Attribuita a José Saramago)

Warrior woman in armor meditating cross-legged under a tree in a forest
A warrior in armor meditates peacefully beneath a large mossy tree in a dense forest.

Perché questa frase? Perché è il manifesto della nostra natura disordinata. Per il mondo, noi siamo “caotici”, “eccessivi”, “fuori schema”. Ma la verità è che chi si sente diverso non soffre di caos: soffre di un eccesso di ordine che gli altri non riescono ancora a vedere. Vivere secondo questa citazione significa cambiare radicalmente il modo in cui affronti la tua giornata.

Quando entri in quella trance profonda che abbiamo chiamato iperfocus, non stai solo lavorando. Stai decifrando il caos. Stai prendendo i dati insufficienti di Asimov e stai forzando la realtà a rivelare la sua struttura nascosta. Se il caos è solo ordine non ancora compreso, allora l’ombra non è un nemico. È solo una parte della mappa che non hai ancora illuminato. La Pizia di Delfi non temeva l’oscurità del tempio, perché sapeva che lì dentro risiedeva la risposta più lucida.

Come Lugh, il Dio dalle molte arti, non dobbiamo temere la nostra poliedricità. Se ti dicono che “fai troppe cose”, rispondi che stai solo esplorando una geometria più vasta. Il loro “caos” è la tua architettura. Cosa significa per te? Vivere secondo una citazione non significa scriverla su un post-it. Significa usarla come filtro per le tue decisioni. Significa non spaventarti quando la tua vita sembra un groviglio, ma chiederti: “Quale schema sto costruendo che gli altri non vedono ancora?“. Significa avere il coraggio di restare nel vuoto finché il Verbo non si fa carne, finché il “Sia fatta la luce” non diventa azione concreta.

Sia chiaro: non vi parlo da una cattedra di marmo. Vivere secondo questa citazione non è un esercizio intellettuale, è una strategia di sopravvivenza che ho dovuto imparare sulla mia pelle. Ci sono stati momenti in cui il caos ha smesso di essere un concetto astratto ed è diventato il rumore assordante di una vita che andava in pezzi.

Mi sono trovata smarrita, sola, a dover guardare negli occhi il vuoto lasciato dalla perdita di un lavoro o, peggio, dallo strappo lancinante della perdita di una persona cara. In quei momenti, la solitudine del diverso pesa come piombo. Ti senti schiacciata da situazioni che sembrano non avere né senso né pietà. È lì, nel centro esatto del ciclone, che la tentazione di cedere all’entropia è più forte. Ma è anche lì che quella frase — “Il caos è un ordine non decifrato” — è diventata il mio unico appiglio.

Sapere, o meglio, decidere che in tutto quel dolore si stesse comunque tessendo una trama più grande, mi ha dato il coraggio di restare in piedi. Non è ottimismo superficiale; è fede nella struttura. Guardare oltre le macerie del presente per intravedere la cattedrale che quelle stesse macerie andranno a formare. Restare ferma mentre tutto trema, non perché io sia insensibile, ma perché so che il mio compito è decifrare il disegno, anche quando l’inchiostro è fatto di lacrime.

Per la Stirpe, restare in piedi non significa essere invincibili. Significa accettare che la distruzione è spesso il primo atto di una nuova creazione. Se oggi ti senti confusa, se il lutto o la sconfitta ti tolgono il fiato, ricorda: non sei nel caos. Sei dentro una trasformazione che i tuoi occhi umani non possono ancora mappare del tutto.

Ora tocca a te. La Stirpe dei diversi non è fatta di seguaci, ma di ricercatori. Qual è la parola, il verso o il frammento di codice che porti inciso sulla fronte? Quella frase che, quando tutto intorno sembra cedere all’entropia, ti ricorda che tu sei qui per rimettere in ordine le stelle. Scrivila nei commenti. Non per me, ma per testimoniare la tua presenza qui, nell’Adyton che stiamo costruendo insieme.

Alice Tonini

Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una domanda che rimbalza spesso nei salotti della psicologia da bancone e nei post motivazionali: “Come fai a scrivere così se stai male?“. Oppure: “La terapia non rischia di spegnere la tua scintilla?“. Oggi voglio usare il prompt di WordPress uscito in questi giorni per affrontare questi pregiudizi.

La risposta alle domande di sopra è semplice, ed è scomoda: la maggior parte delle persone non capisce che la salute mentale non è un traguardo di “normalità”, ma una negoziazione continua con il proprio caos. E che la scrittura non è il premio, ma il bisturi con cui eseguiamo l’operazione. La diagnosi deve essere vista come una bussola, non come una gabbia in cui rinchiudere il proprio sè.

Per anni ho vissuto con un rumore di fondo che non sapevo nominare. Poi è arrivata la parola: ADHD.La maggior parte delle persone pensa che ricevere una diagnosi di questo tipo sia un limite, una scusa per l’inconcludenza. Per me è stata la decodifica di un linguaggio alieno. Ho passato due anni in terapia non per “guarire”, perché non c’è nulla da guarire in un cervello che funziona in modo diverso, ma per accettare il mio mondo emotivo.

La mia paura più grande? Che l’ADHD rendesse la mia immersione nei personaggi “sporca”, frammentata, non abbastanza buona. Temevo che la mia mente, incapace di stare ferma, non potesse offrire ai lettori quella qualità millimetrica che cerco. Ma ecco cosa per i più è incomprensibile: la perfezione non esiste, esiste solo la verità. Ho imparato che la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica. È ciò che mi permette di dare ai miei personaggi una carne che scotta. La mia scrittura non è buona nonostante l’ADHD, ma grazie a esso. È il mio punto di partenza per capirmi, per rielaborare i punti di forza e trasformare i punti deboli in pilastri narrativi.

Essere entrata in contatto con la sofferenza legata alla salute mentale mi ha reso allergica alle “iniziative carine”. Vedo progetti, campagne di sensibilizzazione e slogan che sono gusci vuoti. Sono fatti da chi non ha mai guardato nell’abisso e pensa che basti un nastro colorato o una frase gentile per “aiutare”. Io so cosa non mi avrebbe aiutato. Non mi avrebbe aiutato la pietà. Non mi avrebbe aiutato la semplificazione. Mi ha aiutato la consapevolezza. Mi ha aiutato la scrittura che non fa sconti.

La scrittura è stata la mia terra promessa. Se oggi posso offrirvi storie che vi trascinano sotto la superficie, è perché ho smesso di cercare di essere “a posto”. La prossima volta che sentite parlare di salute mentale, ricordatevi questo: non si cerca di aggiustare quello che non si capisce. A volte, dietro quello che i neurotipici chiamano “problema”, si nasconde l’unica verità che vale la pena di essere scritta. Qual’è la vostra verità? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

11 risposte a “Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤”

  1. Avatar La Manu

    chiara, quello che hai scritto me lo tatuo sul corpo, tutto, che non ho diagnosi, ma quello che dici lo sento tutto TUTTO forte e chiaro. Grazie per il post, che dai forma nuova a un contenuto antico❤️❤️❤️

    Piace a 2 people

    1. Avatar Alice Tonini

      Le tue parole mi arrivano dritte al cuore. A volte non serve un certificato per sapere chi siamo, basta qualcuno che dia un nome a quel rumore di fondo che ci accompagna da sempre. Sono felice che il mio post ti abbia fatto sentire meno sola e più “giusta”. La scrittura serve a questo: a ricordarci che la nostra diversità non è un guasto, ma il nostro tratto distintivo. Grazie per essere parte di questo viaggio! 💪🏻

      "Mi piace"

      1. Avatar La Manu

        Che poi da bestia che sono ti ho citato con il nome di chiara, che lo la faccenda del nome e della ross

        Piace a 1 persona

  2. Avatar La Manu

    Della rosa, che non perde il suo profumo, però… Va beh l attenzione e la concentrazione sono luoghi lontani…cmq si, alice nel bel paese delle meraviglie, mi hai proprio letta dentro ma con i tuoi occhi, sei preziosa

    Piace a 1 persona

  3. Avatar Celia

    Posso piangere?
    Certo che posso.
    Grazie.
    (Non ho una diagnosi, ma so chi sono).

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Non serve un pezzo di carta per sapere chi sei. Se le mie parole ti hanno toccato così nel profondo, è perché quella verità ti appartiene già. Grazie a te per il coraggio di sentirla.💪🏻

      Piace a 1 persona

  4. Avatar Pim

    La particolare sensibilità che possiedi ti permette di essere estremamente reattiva al mondo. Ti dà la possibilità di elaborare gli stimoli in maniera profonda, del tutto originale. E ti dona quindi una creatività dinamica, fuori dagli schemi convenzionali.

    Piace a 2 people

    1. Avatar Alice Tonini

      Parole bellissime che accolgo con gratitudine. Spesso ci insegnano a vedere questa sensibilità come una fragilità, mentre è il nucleo di ogni nostra creazione dinamica. Riconoscersi in questa “originalità” è il primo passo per smettere di scusarsi e iniziare a costruire. Grazie per essere parte di questa riflessione.

      Piace a 1 persona

  5. Avatar Emi Carmagnini
    Emi Carmagnini

    ” (…) la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica.” Non solo non è un difetto di fabbrica ma è la cifra di ciò che ciascuno è. Per anni mi sono detta che nella mia testa c’era un criceto impazzito, che ero sbagliata perchè per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano 1000 altre “che era davvero un peccato lasciar perdere”. Che ogni fatto della mia vita era seriamente ustionante (nel bene e nel male) con cicatrici e conseguenze ineluttabili…. Ho sempre messo insieme principi, elementi, fondamenti e fattori distanti in equazioni improbabili. E alla fine penso che molti di noi ( se non tutti) sono un pò ADHD e un pò molto altro, perchè non c’è normalità o non normalità, non c’è confine: ci sono individui che sentono, vivono, respirano, sognano, ciascuno secondo la propria specialissima equazione. Leggerti è stata davvero una bellissima esperienza!

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      L’idea dell’equazione speciale è la chiave di volta. Non siamo “un po’ ADHD”, siamo sistemi che processano la realtà ad alta frequenza. Quello che il mondo chiama “criceto impazzito” è in realtà un motore a reazione che viaggia a una velocità che la normalità non può permettersi. Quelle “cicatrici ustionanti” sono i gradi di temperatura necessari per creare qualcosa di unico. Grazie per aver condiviso la tua equazione: il caos non va ordinato, va cavalcato. 💪🏻👑

      Piace a 1 persona

      1. Avatar Emi Carmagnini
        Emi Carmagnini

        Esattamente! Ed è proprio questo il punto: c’è chi ha il coraggio di farlo, chi ci mette un pò per trovarlo (il coraggio) e chi non lo ha … E’ così che funziona l’umanità e la creatività! Grazie a te per il tuo coraggio e la tua lucidità!

        Piace a 1 persona

Lascia un commento

Il rito nomade: osservazioni e narrazione invernale 🚶

Carissimi lettori del mistero, la scrittura è il mio strumento più potente, la passeggiata è il mio rito più essenziale. Avete presente la meditazione in movimento? Non cammino per esercizio; cammino per fare ricerca, per aprire la mia mente e per trovare i segreti che le ore passate seduta alla scrivania non riescono a rivelare.

La passeggiata, soprattutto in questo Gennaio freddo e silenzioso, non è un hobby, ma una terapia del passo lento, un vero e proprio rito nomade che permette alla mia mente, spesso troppo veloce e caotica, di rallentare fino a raggiungere la frequenza della scoperta.

In un mondo frenetico sempre pronto a criticare il tempo “perso” in divagazioni, il passo lento è un atto radicale. È l’unica vera opportunità per la mia mente di liberarsi dall’ansia della performance e di attivare una forma di iperfocalizzazione differente. Quando il corpo è impegnato in un movimento ritmico e ripetitivo, il cervello può finalmente spostare l’attenzione dall’esterno all’interno. Le idee, i nodi della trama, o i collegamenti storici che sembravano bloccati emergono con una chiarezza improvvisa.

È un’antica forma di meditazione in movimento: il corpo si muove, ma la mente si ferma sui dettagli. Questo è il momento in cui l’osservazione si fonde con l’intuizione. E quale luogo migliore per questa fusione se non un paesaggio liminale?

Le mie passeggiate preferite, come sapete, sono lungo le rive del lago. Ma è l’inverno che le rende luoghi di ricerca perfetti: il paesaggio è spogliato, essenziale; la vegetazione è ridotta all’osso, esponendo le formazioni rocciose, le trame della terra e le tracce degli animali. Il naturalista che è in me può finalmente leggere la storia biologica del luogo senza la distrazione lussureggiante dell’estate.

Il livello dell’acqua è spesso basso in Gennaio, rivelando antichi segreti: i resti di un vecchio pontile, le fondazioni di un mulino dimenticato, una pietra con segni erosi dal tempo. Queste non sono solo rovine; sono talismani storici che innescano la trama. Chi viveva qui? Cosa è successo su questa riva? Il ricercatore storico trova le sue prove nel fango gelido.

La luce bassa e obliqua dell’inverno crea ombre lunghe e drammatiche, perfette per un’anima che ama il mistero. Un semplice tronco distorto diventa un’entità, un personaggio potenziale per un romanzo gotico. Il processo è diretto: l’osservazione fisica si traduce immediatamente in materiale narrativo. Vedo un ramo spezzato in modo innaturale, o una particolare specie di muschio che cresce solo su una certa pietra. Mi chiedo: quale rito richiede questo ramo? Quale segreto custodisce questa pietra?

Quell’anomalia diventa il MacGuffin della storia, l’indizio che il mio protagonista (o il mio lettore) deve decifrare. La passeggiata per me non è più solo una pausa dalla scrittura o un momento di meditazione e relax; è il laboratorio essenziale dove il caos delle idee viene distillato in trama solida. È il momento di onorare il corpo che, muovendosi lentamente, permette alla mente di correre verso i suoi orizzonti più misteriosi.

E voi, avete un luogo o un rituale di movimento che usate per sbloccare i nodi della vostra creatività e trovare i segreti nascosti della vostra città? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

Lascia un commento

Scrittura creativa invernale: riti per mindfulness con ADHD ✍️

Cari lettori del mistero siamo a Venerdì 13. Una data carica di leggende oscure e di avvertimenti. Ma per chi, come noi, cerca la magia nelle ombre, il 13 non è sfortuna: è il numero che precede l’ordine, il numero dell’ignoto che ci spinge a osare.

E quale momento migliore di questo, quando il buio regna sovrano e il mondo sembra rallentare, per affrontare il rito più intimo e personale: quello della scrittura.

Oggi voglio condividere una riflessione sul mio processo creativo e sul potere dell’isolamento invernale, specialmente per una mente che funziona… diversamente.

Come ho accennato in precedenza, la mia mente vive a un ritmo veloce. Convivo con l’ADHD, una condizione che spesso viene vista come un deficit di attenzione. Ma io l’ho imparata a vedere come un motore Ferrari di idee, che necessita solo dei freni giusti e della pista giusta per correre.

L’Inverno, con il suo silenzio ovattato e le sue giornate brevi, mi offre proprio la pista perfetta. Quando il mondo fuori è sigillato dal gelo, la necessità di uscire diminuisce, e l’energia dispersiva della distrazione si concentra in un punto: l’Iperfocalizzazione.

È un momento quasi magico: la capacità di immergermi in un interesse con un’intensità totale, che per una mente neurodivergente è un superpotere raro e prezioso. Invemia, l’iperfocalizzazione diventa una vera e propria trance rituale. È in questo stato che nascono i mondi più complessi, i misteri più intricati e le connessioni narrative che altrimenti resterebbero nascoste.

La scrittura personale, specie quella di romanzi e saggi, richiede una dedizione che può sembrare impossibile da mantenere. Ma l’inverno ci offre un’opportunità unica per praticare il ritiro. Il buio e il freddo esterno riducono le distrazioni sensoriali. La mia mente, non più bombardata da stimoli estivi, può concentrarsi sul “fuoco interiore” della storia. L’ADHD porta spesso al caos delle idee. Ma sedersi per scrivere in un periodo di pausa sociale è un atto di disciplina magica. Ogni parola sulla pagina non è solo inchiostro, ma un passo verso la pacificazione del rumore interiore. Scrivere è dare ordine al caos che la mia mente genera.

L’inverno è la stagione di Saturno, del tempo che rallenta e si fa riflessivo. Accetto che alcune giornate siano improduttive, ma quando l’ispirazione mi colpisce, so che il periodo di buio mi darà la resilienza per cavalcare l’onda dell’iperfocalizzazione fino all’alba. La scrittura, per una mente come la mia, non è un lavoro; è un atto necessario di auto-bilanciamento.

Per me, la lettura e la scrittura sono la prova vivente della resilienza. Nonostante le sfide e il rumore, non ho mai mollato le mie armi (la penna e l’inchiostro). E il mio orgoglio più grande è di aver imparato a incanalare l’energia “disordinata” in storie che, spero, risuonino con voi.

Se la vostra mente tende a correre, prendete l’inverno non come un ostacolo, ma come un invito al raccoglimento. Trovate la vostra candela, il vostro Ciceone (la bevanda rituale che vi calma), e lasciate che il fuoco della vostra passione vi porti in uno stato di trance creativa.

E voi, cari lettori, avete un rituale invernale o una tecnica speciale che vi aiuta a domare il caos interiore e a dedicare tempo alla vostra arte?

Alice Tonini

3 risposte a “Scrittura creativa invernale: riti per mindfulness con ADHD ✍️”

    1. Avatar Alice Tonini

      Buon fine settimana anche a te 👋🏻

      Piace a 1 persona

      1. Avatar worldphoto12

        🙋‍♀️😉🤝😀

        "Mi piace"

Lascia un commento