Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1

Lettori amanti dell’ignoto, aggrappatevi con forza al precario equilibrio della nostra nave. L’oscurità liquida ci avvolge, onde spettrali percuotono il legno con gemiti sordi, scuotendo la nostra fragile dimora sull’acqua in un’altalena sinistra. La vela silente pende inerte, mentre un vento gelido ulula litanie tra le sartie, spruzzando il nostro volto di un’umida essenza marina. Poi, un sussulto brutale, uno stridio agghiacciante, e la nostra prigione galleggiante si incaglia con un tonfo su una riva di sabbia che brilla di una luce innaturale. Avvolti nei nostri mantelli come in sudari, ci gettiamo nel silenzio denso, correndo a piedi nudi sulla sabbia che attutisce ogni suono. La nebbia, un sudario opaco, cela forme indistinte, sagome di dimore che appaiono e scompaiono come spettri. Senza esitazione, cerchiamo rifugio sotto le fronde di un albero che incombe, ignorando la sensazione di occhi invisibili che ci osservano nel buio. Ci guardiamo tra noi con sguardo smarrito. «Dove siamo?» Una donna avvolta in un mantello blu appare dalla nebbia. «Benvenuti ad Atlantide.»

L’eco di un’antica civiltà perduta, un’isola avvolta nel mito, risuona inquietante attraverso le ere, un’ombra romantica che infesta l’inconscio di molte culture. Si narra di una fioritura prodigiosa, un’esistenza idilliaca spezzata di netto dall’abbraccio insondabile dell’oceano. Sussurri ancestrali parlano di una terra intessuta di incantesimi e arcane dottrine, un isola i cui segreti esoterici giacciono ora inabissati, irrecuperabili. I suoi abitanti, un tempo baciati dalla fortuna, si dice fossero custodi di ricchezze inimmaginabili, di un potere arcano, di una saggezza che trascendeva la comprensione mortale, e di una felicità perfetta, in simbiosi inquietante con le forze primordiali. Il loro unico desiderio, una preghiera sussurrata al vento e alle onde, era di preservare quell’effimero paradiso, ignari delle oscure correnti che già serpeggiavano sotto la superficie del mare.

Ah, il sogno rincorso nei secoli di un’isola incantata, un rifugio dove la magia della natura danza senza la necessità di ingombranti marchingegni tecnologici, un luogo di eterna quiete… non è forse il custode dei nostri sogni più audaci e delle nostre fantasie più sfrenate? Questa leggenda si veste di nuovi nomi ad ogni sussurro del tempo: Shangri-La, Bali-hai, Brigadoon… ognuna di queste terre apre una finestra letteraria su quell’antico desiderio di pura gioia. In fondo, è un mito amico, un po’ dispettoso forse, che ci invita a curiosare tra le pieghe dei nostri limiti, a soppesare le nostre forze e debolezze di fronte a un’immagine di perfezione che, chissà, potrebbe non essere poi così irraggiungibile.

Questa storia di un’isola magica è davvero affascinante! Spunta da ogni angolo del mondo, dall’Atlantico al Pacifico, sussurrata tra le onde dell’Egeo e le misteriose correnti del Mar dei Sargassi… quasi ti fa venire il sospetto che un luogo del genere, o magari più d’uno, sia davvero esistito. Un paese avvolto in un’aura speciale, una civiltà svanita all’improvviso, lasciando dietro di sé non solo un vuoto, ma anche quel ricordo un po’ strano, quella sensazione di un posto meraviglioso e incantato che aleggia ancora nell’aria.

Un frammento di questa antica credenza serpeggia tra le pagine di un papiro egizio, gelosamente custodito a Leningrado. Narra la storia di un viaggiatore sfortunato, il cui cammino verso le miniere del faraone fu interrotto dalla furia del mare. Si ritrovò esule su una riva ignota, lambita da acque silenziose. Lì, una visione abbagliante lo attese: un drago dalle squame d’oro zecchino, la cui voce risuonò con un eco primordiale: «Questa è la dimora degli uomini beati, dove ogni anelito del cuore si materializza». La promessa di salvezza, di un ritorno al suo mondo, gli fu sussurrata come una dolce illusione. Ma l’ombra del drago si allungò sulle sue speranze con una rivelazione inquietante: quell’isola, scrigno di felicità, era votata all’oblio, destinata a sprofondare negli abissi marini, per non essere mai più rivista da occhi umani.

Un centinaio d’anni dopo, sempre lì in Egitto, circola un’altra storia affascinante, quella di Atlantide, raccontata dal saggio Platone. Verso il 335 avanti Cristo, egli mise nero su bianco una chiacchierata tra amici, Socrate, Crizia e Timeo. Lì si parlava di questo regno di Atlantide, a quei tempi sparito già da un pezzo. Solo che… c’è un piccolo dettaglio un po’ strano. Il protagonista di questo racconto non è uno qualsiasi, ma Solone, un antenato di Crizia, un tipo leggendario che era stato in Egitto più di un secolo prima. Quindi, è come ascoltare un’eco lontana, una storia raccontata da qualcuno che l’ha sentita in prima persona una testimonianza che ti fa venire la pelle d’oca, non trovi?

Immagina la scena: il saggio Solone chiacchiera amabilmente con i sacerdoti di Sais, una città antichissima sulle rive del Nilo. La conversazione scivola indietro nel tempo, ma ecco che i sacerdoti, con un sorriso un po’ enigmatico, prendono in giro Solone! Pare che la sua conoscenza della storia greca fosse un po’ lacunosa ai loro occhi. Loro, invece, con un velo di mistero nella voce, gli raccontano di una storia di Sais che affondava le radici in un passato lontanissimo, ben ottomila anni! E poi, la parte più intrigante: quei vecchi manoscritti di Sais conservavano il ricordo di una guerra remota, una battaglia tra gli antichi ateniesi e una civiltà potente che dimorava su un’isola nell’immensità dell’Atlantico.

«C’erano altre isole vicino a questa, » dicono i sacerdoti, «e al di la, oltre l’oceano, un grande continente. Questa isola, chiamata Poseidone o Atlantide, era governata da re, i quali, regnavano anche sulle terre vicine e possedevano la Libia, e alcune isole del mar Tirreno. Quando l’Europa fu invasa dalle armate di Atlantide, il coraggio di Atene, che era a capo della coalizione greca , salva la Grecia dal giogo degli invasori. Questi eventi precedettero di poco una terrificante catastrofe, un potente terremoto scosse la terra e violente pioggie incessanti la allagarono. Le truppe greche morirono, e Atlantide fu inghiottita dalle acque dell’ oceano.»

Questo è il passo tratto da Timeo, ma è nel ‘Crizia‘ che il velo si fa ancora più sottile, rivelando dettagli che agghiacciano l’anima. Si sussurra di un cataclisma, avvenuto ben 9600 anni prima che Platone narrasse la sua storia, che inghiottì Atlantide negli abissi. La descrizione di quel regno è un canto ammaliatore e sinistro: terre fertili che ora giacciono sotto onde oscure, foreste di alberi dalle forme aliene che ondeggiano nel silenzio del mare profondo, miniere sigillate per sempre, custodi di metalli e gemme scintillanti. E poi un metallo misterioso, descritto con un’ammirazione quasi sacrilega, lucente come oro ma intriso di proprietà arcane, che ora dorme disperso per sempre negli abissi, un ricordo inquietante di una magia perduta.

L’occultista inglese Anthony Roberts, nel suo inquietante saggio I giganti della terra, evoca passaggi da antichi testi, ombre che danzano su una verità proibita. Egli insinua che gli atlantidei, lungi dall’essere i saggi sovrani di un’utopia perduta, si abbandonarono a pratiche nefaste, cadendo in una spirale di magia nera così potente da condurli alla rovina. «E così furono distrutti dalla loro obbedienza ai poteri oscuri dello spirito del male», ammonisce Roberts, le cui parole risuonano come un presagio. Per lui, la leggenda di Atlantide non è un mero racconto per bambini, ma l’eco distante di una civiltà che realmente prosperò in un’era remota che precede di millenni la nascita di Cristo. Ma qui il velo si fa più fitto, il mistero più denso. «Quel che realmente fu non ha niente a che vedere con quello che gli studiosi classici intendono o capiscono.» Le loro ricostruzioni, Roberts suggerisce con un tono carico di sottintesi, sono solo deboli e tremolanti riflessi di una grandezza oscura e inimmaginabile. Cosa celavano realmente le immense città di Atlantide? Quali segreti giacciono sul fondo del mare protetti da abissi insondabili? La verità, secondo Roberts, è molto più inquietante di quanto osiamo immaginare.

Quasi tutti coloro che hanno osato interrogare l’enigma di Atlantide – da Platone fino agli oltre duemila volumi odierni che tentano di strappare il velo al suo ricordo – hanno affrontato l’incertezza: il racconto del filosofo greco era una finestra su un’era perduta, o solo un miraggio della mente? Figure avvolte nella penombra della storia, come Giamblico, Porfirio e Origine, si sono avvicinate al mistero, offrendo interpretazioni che, pur divergenti, sembrano convergere su un punto inquietante: un nucleo di verità sommersa giace sotto la superficie del mito. Ma poi, il confine si fa sfocato, le acque si intorbidano. Coloro che giunsero in epoche successive, parlarono attingendo solo ai labirinti della propria immaginazione, o scrutando riflessi distorti nello specchio dei desideri umani e delle leggende sedimentate come oscure alghe su una storia già di per sé ammaliante? Cosa si cela realmente dietro il fascino persistente di Atlantide? Forse, la verità è un’ombra sfuggente proveniente da profondità insondabili, che si beffa di ogni tentativo di essere afferrata.

Il problema serpeggia nell’ombra della stessa reputazione di Platone. La sua mente feconda diede alla luce verità cristalline e chimere effimere, intrecciandole con tale maestria da rendere labile il confine tra realtà e finzione. Non è forse inquietante immaginare che un intelletto così potente abbia potuto tessere una favola allegorica, un inganno elegante celato sotto la veste di un racconto antico? Forse, il nucleo originario della storia di Atlantide, intriso di verità dimenticate, fu plasmato dalle sue mani come cera fredda, modellato per servire una sua visione, un suo σκοπός oscuro. E se fosse così, quali verità inquietanti potrebbero celarsi dietro le modifiche del filosofo?

L.Sprague de Camp, nel suo libro Continenti perduti: Il tema di Atlantide nella storia, tra scienza e letteratura, arriva alla conclusione che: «Platone ha scritto si una storia affascinante, che ha avuto una grande e durevole influenza nella letteratura e nel pensiero occidentali, ma che ha poco a che spartire con la geologia, l’antropologia o la storia, delle quali sapeva poco o nulla.»

Per quasi un millennio, un lungo sonno avvolse la leggenda di Atlantide, quasi fosse un segreto sussurrato e poi dimenticato con il fruscio delle pagine del tempo. Ma poi, come un’antica eco che risuona inaspettatamente, il suo nome tornò a farsi strada, con una forza sorprendente, dopo la scoperta di nuove terre oltre l’oceano. Immagina, l’enigmatico John Dee, astrologo della potente regina Elisabetta I, un uomo che scrutava le stelle in cerca di risposte nascoste. Con un gesto audace che sfidava la logica e persino le parole di Platone, osò tracciare Atlantide là dove le mappe indicavano il Nuovo Mondo! Che visione misteriosa lo guidava? Quale segreto percepiva oltre l’orizzonte conosciuto? E non fu il solo a rimanere affascinato. Anche un pensatore del calibro di Francesco Bacone si immerse in queste speculazioni nascenti. Cosa avrà stuzzicato la sua mente brillante? Quali nuove domande si affacciavano sull’antica storia, ora che il mondo sembrava essere molto più vasto e pieno di possibilità di quanto si fosse mai immaginato? È come se la scoperta dell’America avesse riaperto un antico libro di misteri, invitando nuove generazioni a leggerne le righe nascoste. Non trovi anche tu che sia un risvolto davvero affascinante?

Tra i più appassionati cultori moderni della leggenda annoveriamo il deputato americano Ignatius Donnelly (1831-1901) che scrisse Atlantide: il mondo antidiluviano, un testo fortunatissimo che annovera più di cinquanta ristampe; Paul Schliemann, il nipote del leggendario archeologo, che si vantava di possedere oggetti provenienti da Atlantide ma non li mostrò mai a nessuno; James Curchward che scrisse non solo di Atlantide ma anche di altre due civiltà scomparse, Lemuria e Mu; Madame Helena Blavatsky che sostenne di avere esaminato, in una delle sue famose trance, un documento manoscritto su foglie di palma, proveniente da Atlantide; e infine, il filosofo esoterico Rudolf Steiner, che spiegò come gli abitanti di Atlantide avessero posseduto sia il potere magico delle parole, sia la forza vitale che permetteva loro di realizzare qualunque cosa.

Scrutando tra le pagine ingiallite del volume Continenti perduti di de Camp, si cela una verità tanto meticolosa quanto inquietante. In una delle sue appendici, come in un catalogo di un sapere proibito, vengono elencati ben 215 nomi. Duecentoquindici menti che, nel corso dei secoli, hanno fissato il vuoto lasciato da Atlantide, tentando di riempirlo con le proprie teorie. Accanto a ciascun nome, una data, un riferimento ad un’epoca in cui l’enigma tormentava la coscienza umana. Ma è proprio questa precisione a incutere un brivido. Cosa ha spinto de Camp a compilare un simile elenco, quasi un necrologio di speranze perdute? E cosa si cela dietro questa moltitudine di interpretazioni, questa febbrile ricerca di un’isola fantasma? Non è forse inquietante pensare a così tante menti, attraverso i secoli, sono state attratte da questo abisso di mistero, ognuna convinta di averne carpito il segreto, indicando un punto diverso sulla mappa del mondo? Sembra quasi che Atlantide non sia solo un luogo perduto, ma un’ossessione contagiosa, un fantasma che infesta la mente di chiunque osi avvicinarsi troppo al suo ricordo.

«Forse», suggerisce de Camp, «l’improbabilità di Atlantide è la ragione stessa del suo fascino. È una forma di escapismo; la vaghezza della leggenda permette al commentatore di giocare con le supposizioni come un bimbo gioca con il Lego.»

Le ipotesi che oggi serpeggiano attorno al destino di Atlantide sembrano danzare attorno alle parole di Platone. La sua lapidaria affermazione di una catastrofe avvenuta diecimila anni prima della sua venuta al mondo viene liquidata come un “malinteso”, un “errore di trascrizione”. Gli studiosi contemporanei, con una sicurezza che a tratti inquieta, suggeriscono una data ben più vicina, un’eco di soli milleduecento anni che li separa dal grande filosofo. Ma in questo tentativo di razionalizzare l’abisso temporale, non si cela forse un mistero ancora più profondo? Un’ombra di anacronismo sembra effettivamente allungarsi sui diecimila anni di Platone: le nazioni più antiche d’Europa, Grecia inclusa, non riescono a dipanare la trama della loro storia oltre un orizzonte di tremilacinquecento anni. Perfino le memorie incise nella pietra degli egizi e dei sumeri, se si ignorano gli enigmatici annali dei sacerdoti di Sais, si perdono in un passato di poco più di cinquemila anni. Allora, da dove emerge questa cifra vertiginosa, questi diecimila anni che sfidano la cronologia conosciuta? È forse un indizio di un’antichità ancora più remota, un’eco di civiltà dimenticate che precedono persino le prime luci della storia che conosciamo? O Platone, depositario di segreti ancora più antichi, ci ha lasciato un enigma temporale la cui vera portata ci sfugge ancora? Questa discrepanza, lungi dall’essere un semplice errore, potrebbe celare la chiave per svelare misteri ancora più oscuri sulle origini di Atlantide e sul suo vero posto nel flusso del tempo.

Amici lettori, mentre ci congediamo per ora, lasciate che un brivido di mistero vi accarezzi la mente. Questo che avete letto è solo il primo sguardo nell’abisso del mito di Atlantide. Abbiamo sondato le incerte profondità del tempo, cercando di ancorare questa leggendaria civiltà in un’epoca precisa. Ma ora, una nuova domanda emerge dalle nebbie del passato, un interrogativo che ci spinge ancora più nel cuore dell’enigma: il luogo. Dove giacevano le sue magnifiche coste? Quali segreti custodiscono gli abissi che un tempo la videro prosperare? Il nostro viaggio, cari esploratori dell’ignoto, è tutt’altro che concluso. Non temete, insieme ci immergeremo ancora più a fondo, scrutando le mappe antiche e le speculazioni moderne per tentare di localizzare quel paradiso perduto, quel regno sommerso che continua ad affascinare e inquietare la nostra immaginazione. Rimanete con noi, perché il mistero di dove Atlantide si celasse è un’avventura che non vediamo l’ora di condividere con voi. E chissà quali oscure meraviglie attendono di essere rivelate?

Alice Tonini

2 risposte a “Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bellissimo viaggio alla ricerca della verità su Atlantide. Io rimango convinta si trattasse di astronavi e uomini venuti dallo spazio. Vedremo cosa dice il tuo prossimo articolo. Ciao! Brava!

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  2. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di […]

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Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑

Lettori del mistero e dell’ ignoto finalmente il nostro traghetto è approdato nel porto di Kos, splendida isola dal mare cristallino e dalle spiagge sabbiose. E voi mi chiederete: cosa siamo venuti qui a fare? Semplice, non tutti sanno che a Kos affonda le sua antiche radici la moderna medicina.

La natura cura tutte le malattie.” Non so se l’avete riconosciuta ma questa era la massima di Ippocrate, padre della medicina moderna che dopo un secolo praticava ancora l’arte di Pitagora e poneva le basi di una nuova filosofia che come la precedente durerà molto a lungo. Questo avveniva a Kos, a pochi chilometri dall’ isola di Samo.

Ippocrate fu il primo uomo a portare avanti lo studio completo del corpo umano come sistema, definì molte delle regole scientifiche basilari che tutt’ora governano la medicina e formulò quello che oggi è conosciuto come Giuramento di Ippocrate che ancora oggi è accettato dai medici di tutto il mondo. Diceva:

Io giuro in nome di Apollo il curatore, di Esculapio dio che risana, in nome della Salute, della Panacea e di tutti gli dei e le dee, e faccio loro miei testimoni, di quanto io farò, secondo le mie capacità e il mio giudizio. […]

Ippocrate

Kos è una delle più belle isole delle Grecia e al pari di Samo mi permette di offrirvi un ottimo calice di vino locale. A differenza di Samo dove Pitagora passa inosservato, Ippocrate a Kos è ricordato e l’Asclepieon, l’ospedale dove praticava, può ancora essere visitato; si trova in cima a una collina a meno di quattro chilometri a est dalla città. Ovviamente possiamo passeggiare solamente tra le rovine ma visto che Ippocrate sosteneva che quello che ci circonda, l’ambiente, è importante quanto la cura del corpo sono sicura che la salita verso la collina e la vista del meraviglioso paesaggio per noi saranno un vero toccasana.

Secondo la testimonianza di Pausania nell’Asclepieon era proibito morire e partorire, e il luogo è reso ancora più sacro dalla presenza di un tempio dedicato al dio Apollo, i cui resti sono datati in epoca romana. Comunque Kos possiede numerosissime rovine romane, la maggior parte situate nel bosco che circonda la città portuale e sono così belle da meritare un giorno in più di permanenza solo per visitarle. Volendo da Kos si può raggiungere anche la Turchia con i traghetti e se proprio non volete farvi mancare le comodità dell’era moderna c’è anche un aeroporto.

Ma facciamo un passo indietro. Prima di Ippocrate, nato a Kos nel 460 a.C., anno dell’ottantesima Olimpiade, la pratica della medicina era un misto di tentativi, azzardi, superstizioni e preghiere. Quando fortunatamente si riusciva a guarire, secondo le credenze popolari il medico aveva operato una magia; dopo Ippocrate agli incantesimi si aggiunsero formule codificate ed esperienza documentata. A ciò si deve la sua fama: pratica medica e scrupolosa documentazione di lavoro ed esperimenti. Tutti i più grandi autori dell’ antica Grecia Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele e lo stesso Socrate hanno omaggiato la sua opera in quanto lo ritenevano loro pari.

Come Pitagora, per dodici anni viaggiò per il mondo e visitò Europa, Asia e Africa incontrando chiunque fosse in grado di accrescere la sua conoscenza dell’ arte medica. A Mileto discusse con il filosofo Anassagora (500-428 a.C.) di sostanza e infinito e riuscì a correlare i cicli della salute dell’ uomo con l’ambiente naturale che lo circondava. Tramite lo studio dei papiri lasciati da Eraclito nel VI secolo a.C., impara che:

Nulla in questo mondo resta uguale a sè stesso, nemmeno per un attimo.
Tutto si modifica, tutto si dissolve, si mescola con altri elementi, per assumere un aspetto, diverso dal precedente.

Ippocrate

Ma fu durante il suo viaggio a Samo che ebbe la conferma della sua teoria più profonda: non è possibile ignorare la condizione psichica di un paziente quando si cura il corpo, perché il corpo e l’anima sono una cosa sola e come tali vanno curati. Prima dell’avvento di Ippocrate, la pratica della medicina era per la maggiore una primitiva forma di magia, una combinazione di parole e incantesimi per esorcizzare gli spiriti maligni che si pensava causassero la malattia. Alcuni disturbi erano considerati sacri e Ippocrate commentò : non credo che la Malattia Sacra sia più sacra, o più divina di altre malattie. Al contrario ha una causa precisa e caratteristiche specifiche.

https://youtu.be/TxohVBPvt9c (Qui trovate il porto di Kos in diretta live, fatemi sapere nei commenti se la Webcam non dovesse essere più in funzione)

Anche in quei tempi esistevano medici con lo scopo di estorcere soldi ai pazienti, in un trattato del periodo post aristotelico si suggerisce ai dottori di non parlare di compensi con i malati perché ciò avrebbe causato ansia e peggiorato la condizione. Forse è per questo motivo che oggi l’ansia è tanto diffusa…

Nel 430 a.C. Ippocrate arriva ad Atene nel bel mezzo di una carestia e di una epidemia causate dalla guerra nel Peloponneso contro gli spartiani iniziata l’anno precedente. Qui studia gli effetti dell’affollamento urbano che affliggono la città e che facilitano l’espandersi delle malattie: i corpi infettati lasciati senza cura e l’ acqua inquinata bevuta da tutti. Riuscì a debellare l’ epidemia con misure severe come la segregazione degli ammalati, i corpi dei morti bruciati su pire, acqua bollita prima di essere bevuta. Non riuscì purtroppo a salvare Pericle, il grande statista ateniese che lo aveva chiamato in aiuto.

Poi tornò a Kos per occuparsi del suo centro medico, l’Asclepieon che diventò uno dei migliori ospedali dell’ epoca e alle cure mistiche si aggiunsero misure più pratiche.

Caro lettore dell’ignoto per ora ti devo salutare, ti lascio continuare la passeggiata per Kos da solo ma ci rivedremo molto presto. Alla prossima e buona lettura.

Alice Tonini

3 risposte a “Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Bello! Bello! Grazie!

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  2. Avatar luisa zambrotta

    Grazie per questo post affascinante!

    Piace a 1 persona

  3. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] Ci siamo quindi aggirati per l’isola alla ricerca delle tracce di questa antica sapienza. Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑, La Magia della Medicina Antica a Kos #2. Lascio giudicare a voi quello che abbiamo trovato, io mi […]

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Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️

Lettori del mistero bentrovati. Oggi terminiamo la nostra passeggiata per l’isola di Samo, discorrendo di magia, musica e numeri, per farci una idea delle antiche radici della creatività e del misticismo legato all’arte che nei tempi antichi era considerata sacra. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1

Siamo già stati a Efeso, dove abbiamo visto una delle meraviglie architettoniche del mondo antico Viaggiate con me a Efeso: nascita di una città misteriosa tra culti mistici, magie e leggende. #1, – Viaggio nella Storia di Efeso: Dai Templi agli Scavi #2 abbiamo assistito alla nascita e alla morte di una delle città più importanti e misteriose dei tempi antichi, dove la magia d’Oriente e d’Occidente si incontrarono e il misticismo si respirava ad ogni passo La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell’impero romano. #3.

Torniamo quindi al nostro Pitagora e alla sua scuola di magia. Le fonti dell’epoca ci raccontano che di tanto in tanto Pitagora si recava al tempio per lunghi periodi a meditare. In queste occasioni il cibo che si portava appresso consisteva in semi di papavero e di sesamo, pelle di cipolla marina senza liquidi, che riteneva ricca di proprietà curative, fiore di narciso selvatico, foglie di malva e un impasto di orzo, piselli e miele selvatico. Gli piaceva anche un miscuglio di semi di cetriolo, uva passa, fiori di coriandolo, semi di malva e di porcellana, formaggio grattato, farina, crema e miele selvatico. Se tutto questo a noi non suona molto appetitoso è certo che Pitagora mangiando così arrivò ai cent’anni.

Gran parte del bagaglio di conoscenza che trasmise ai suoi discepoli lo aveva acquisito durante i suoi lunghi viaggi. Lo storico romano Porfirio (233 – 304) e il filosofo siriano Giamblico (250 – 330) scrivono entrambi che il maestro aveva appreso la geometria e l’astronomia in Egitto, l’astrologia e la numerologia in Babilonia e in Fenicia. Il suo rifiuto di consumare i fagioli ha qualche parallelo con ciò che viene prescritto nei testi indiani, ma anche gli egizi avevano la proibizione di mangiarne perchè i loro sacerdoti, secondo Erodoto, li consideravano cibo impuro. Alcuni sostengono che Pitagora avesse accettato la dottrina della metempsicosi (o della reincarnazione) dal suo primo maestro Ferecide. Altri rimandano all’India, ma sembra meno probabile. Ralph Linton, nel suo libro L’albero della cultura sottolinea che la credenza nella reincarnazione non ha origine in India perché non ne esiste alcuna menzione negli antichi Veda (i libri sacri indiani), nè tale credenza è parte culturale indoeuropea in generale, nonostante ci sia qualche riferimento alla metempsicosi nella tradizione celtica. A questo proposito è interessante notare che il biografo dei filosofi greci Diogene Laerzio nel III secolo d.C scrive che Pitagora avrebbe studiato con i sacerdoti druidi presso i celti. Ci dice ancora Giamblico, biografo di Pitagora:

https://karlovasi-square1.click2stream.com/ (Questa è la piazza di Karlovasi in live, nel caso la Webcam non fosse più in funzione fatemelo sapere con un messaggio o un commento, grazie mille.)

Egli viaggiò ovunque, affrontò rischi e pericoli di ogni tipo, avendo scelto di lasciare la sua terra e di vivere con popoli a lui stranieri. Liberò uomini da tirannie, diede indirizzi chiari la dove erano politiche confuse e aiutò città a emanciparsi. Riuscì anche a debellare illegalità e a impedire cattive azioni di uomini protervi e tirannici.

Abbiamo già visto nello scorso articolo la tendenza a dipingere attorno alla figura di Pitagora una aura mistica, quasi eroica ma non è in discussione il fatto che fosse un viaggiatore instancabile. Nonostante abbia visitato quasi tutto il mondo allora conosciuto (Siria, Arabia, Caldea, Fenicia, Egitto e probabilmente anche India e la Gallia), sempre dicendo che i viaggiatori devono imparare a lasciare i loro pregiudizi a casa, Pitagora restava comunque innamorato della sua Samo che era, e resta, una delle più belle e lussurreggianti isole della Grecia. Si tratta di un luogo unico perché piena di boschi, tanto che nell’antichità la definivano “isola delle foglie” o “coperta di querce”. Un altra caratteristica sono le sue montagne, infatti l’isola fu battezzata dai primi fenici che vi si insediarono “samos” cioè “l’alta” o “la nobile”. Le montagne sono, si pensa, dei vulcani spenti e questa teoria è rafforzata dalla presenza di moltissime caverne, una delle quali è chiamata “la candela” perché la leggenda dice che nelle notti oscure dal suo interno sembra emanare una misteriosa luce visibile. Samo è inoltre la terra natale di Era o Giunone, la moglie di Zeus o Giove. Un famoso tempio a lei dedicato fu costruito nel periodo più antico, purtroppo ora ne rimane una sola colonna. Il luogo di nascita del filosofo, un minuscolo porto che attualmente si chiama Pithagorio, sorge sul lato sud dell’isola, e un tempo ne fu la capitale. Li vicino si trova un tunnel scavato nella montagna lungo più di 400 metri che serve a incanalare l’acqua. Si dice che sia stato Pitagora stesso a fare i calcoli necessari alla sua realizzazione. Fu costruito da Policrate, uomo pubblico famoso per aver tentato incessantemente di ingraziarsi il popolo, distribuendo soldi ai poveri e donando alla città grandi opere pubbliche.

Egli governò l’isola dal 535 al 515 a.c., arrivando al potere con l’aiuto dei suoi due fratelli approfittando di una festa dedicata a Era. In seguito tolti di mezzo i fratelli si costruì una flotta di 100 navi pirata con cui terrorizzerà l’Egeo, alleandosi con Amasi d’Egitto contro i persiani. Aveva fama di essere fortunatissimo: un giorno buttò di proposito un anello di smeraldi in mare e tre giorni dopo se lo ritrova nella pancia del pesce che gli è servito per pranzo. Dagli storici viene ricordato come Policrate il Tiranno e per qualche tempo in pochi gli tennero testa. I suoi nemici a Samo si allearono con gli spartani, i corinzi e i persiani per batterlo, ma egli riuscì a resistere all’assedio e venne catturato solo quando il governatore della Lidia gli offrì dell’oro e lo convinse a recarsi sulla terraferma. Erodoto ricorda che i modi della sua tortura e della sua uccisione furono così orribili da non potersi nemmeno narrare.

Fu proprio a causa di Policrate che Pitagora abbandona Samo per trasferirsi a Crotone. Ma al tempo della partenza era già un uomo famoso, uno dei suoi motti preferiti era “I numeri prendono gli uomini per mano e li conducono, senza errori, sul cammino della ragione.” Pithagorio oggi è una delle città più tranquille della Grecia e non reca segni del grande filosofo e matematico. L’unica statua della città commemora Licurgo Logothetis, leader di una rivolta contro i turchi nel 1821.

Samo è anche città natale di altri illustri greci: Esopo autore di favole, il filosofo Epicuro, l’astronomo e scienziato Aristarco e Calistrato che per primo organizza l’alfabeto greco in 24 lettere. Oggi l’isola è conosciuta anche per il suo ottimo vino, il preferito di Lord Byron e anche dei molti turisti che la affollano. Gli abitanti godono di ottima salute e sono longevi. Inoltre sono anche famosi per essere intelligenti e per saper prevedere eventi futuri con inquietante bravura. Insomma tutto sommato non sarebbe un brutto posto dove vivere.

Ma torniamo al maestro. Pitagora fonda la sua accademia a Crotone, scegliendo quella che all’epoca era una piccola città con un buon porto naturale, inoltre il suo nome significa “oracolo di Pizia”, un riferimento diretto all’oracolo di Delfi, dal quale deriva anche il nome di Pitagora. Abbiamo già visto che alcuni dei pitagorici consideravano il loro maestro una reincarnazione del dio Apollo. Egli aveva cinquanta anni quando diede vita alla sua accademia a Crotone, una scuola alla quale i discepoli davano tutto quello che possedevano riservandosi il diritto di riprendersi tutto se avessero scelto di andarsene. Quando questo succedeva gli altri discepoli erigevano una tomba con il nome di chi se ne era andato e di lui non si doveva più parlare.

Il maestro che considerava i due sessi alla pari, accettava sia uomini che donne ma richiedeva indistintamente a tutti di vestirsi con semplicità e comportarsi con sobrietà: “Senza abbandonarsi al riso, ma senza nemmeno essere troppo severi.” Così riferisce Will Durante nel suo libro Vita della Grecia. Ai suoi studenti era proibito praticare sacrifici, uccidere animali non pericolosi all’uomo e abbattere alberi. Non dovevano mangiare carne, uova o fagioli. La proibizione di questi ultimi era interpretata in molti modi. Cicerone pensa che fosse per il fatto che questi disturbano la mente durante il sonno, Aristotele dice che i fagioli sono simbolo di dissolutezza e che il loro divieto significa anche richiesta di castità. Il fagiolo è il simbolo arcaico della donna e poteva quindi anche essere una richiesta velata di astenersi dal sesso. A quel tempo si usavano i fagioli anche per le votazioni, e qualcuno ha teorizzato che il veto che li colpiva fosse una allegoria della proibizione al far politica e all’assumere cariche pubbliche. Lui diceva solamente che i fagioli erano l’anima dei morti. Sul mangiare carne Pitagora era meno ambiguo. Diceva che questa ottundeva le facoltà mentali e le capacità di ragionamento dell’uomo. Suggeriva quindi ai giudici di astenersi dal mangiare carne prima di un processo se volevano dare un verdetto onesto e intelligente.

Allorchè i suoi studenti erano pronti per gli studi più avanzati, le fonti dell’ epoca raccontano che erano già arrivati al punto che la percezione extrasensoriale e la chiaroveggenza, doti interiori profonde, erano pronte a manifestarsi, specialmente visto che gli insegnamenti più alti venivano impartiti sempre di notte, sul mare o nelle cripte dei templi illuminate dalle fiamme della nafta.

Le condizioni per arrivare all’iniziazione erano dure e molte a noi suonano arbitrarie, anche perché non conosciamo il ragionamento che le sottendeva. Perché per esempio metteva in guardia contro il guardare in uno specchio vicino a una fonte di luce o il raccogliere quel che era caduto? Quale superstizione sconsigliava di toccare un gallo bianco o di stare sotto lo stesso tetto delle rondini? Forse alcune di queste credenze erano gli ultimi frammenti di riti religiosi più antichi? Comunque sia Pitagora voleva che queste proibizioni venissero assolutamente rispettate e alla fine fu proprio questo a portarlo alla morte. Alla veneranda età di cento anni, dopo aver sposato a sessanta anni una delle sue allieve e aver avuto sette figli purtroppo morì. Un certo Silone, un ricco e importante cittadino di Crotone, al quale fu rifiutata l’ammissione all’accademia, imbestialito da tale diniego raduna un banda di assassini e fece dar fuoco alla scuola e uccidere il maestro.

Dopo la dipartita altre scuole pitagoriche furono saccheggiate e bruciate, forse perché la loro influenza venne considerata un pericolo per i poteri politici dominanti. In questo modo però molti dei segreti matematici che non erano mai stati messi per iscritto andarono perduti, anche se per secoli una scuola di natura quasi mistica sparsa nelle città di quella che allora era la Magna Grecia continuò a diffondere una parte degli insegnamenti.

Ma quali erano questi misteriosi insegnamenti? Una parte l’abbiamo già vista nello scorso articolo dove abbiamo parlato dell’importanza della numerologia e della musica. I pitagorici credevano che tutto ciò che esiste ha una voce e che tutte le creature, secondo le parole di Emil Neumann, «cantano eternamente le lodi del creatore.» Platone che fu molto attivo come neopitagorico, 150 anni dopo la morte del maestro credeva fermamente nell’efficacia della musica e pensava che non fosse solo utile a dare buone emozioni, ma anche «a imprimere l’amore in tutto ciò che è nobile e l’odio in tutto ciò che è malvagio.» Nella sua opera Storia della musica Neumann dice inoltre che sia Platone, sia Damone di Atene, il maestro di musica di Socrate, erano d’accordo nel pensare che l’introduzione di una scala poco armonica potesse danneggiare un paese e che alterare una chiave musicale potesse scuotere una nazione dalle fondamenta.

Le sette sacre vocali: alfa, epsilon, eta, iota, omicron, ipsilon e omega si credeva avessero una importante relazione con i sette pianeti; e i nomi di Dio si pensava fossero formati dalle combinazioni di queste sette armonie planetarie. I primi strumenti musicali avevano sette corde e gli antichi egizi usavano solo i sette suoni primari per i loro canti sacri proibendo nei loro templi ogni altro suono. Platone scrisse che i greci avevano appreso gli aspetti filosofici e terapeutici della musica dagli egizi i quali a loro volta consideravano Thot, il greco Ermes, fondatore dell’ arte. Alcuni poemi e canti esistevano nell’ antico Egitto da almeno 10.000 anni, diceva ancora Platone ed erano di una bellezza tale da essere ritenuti opere divine. Ci fu un momento storico nell’antica Grecia nel quale la dissonanza era proibita per legge e un musicista che componeva un brano considerato dannoso veniva messo al bando, avendo commesso un crimine contro il bene comune.

Lo stesso valeva anche per un architetto che avesse costruito un edificio in maniera asimmetrica. Pitagora credeva che nei tempi più antichi quando un architetto disegnava un grande edificio, un tempio o un altare, lo doveva immaginare come un magnifico accordo sinfonico e lo doveva sviluppare in armonia con questa specifica vibrazione. Egli spiegava ai discepoli che avrebbero potuto camminare per le strade di una città qualsiasi con un liuto tra le mani e trovare la nota fondamentale che si riferisse a un qualsiasi edificio anche una nota distruttiva che trovata poteva addirittura radere al suolo l’ edificio stesso. «Ci rendiamo anche conto,» continuava «che ogni suono, come ogni colore, ha un certo effetto sulla mente, sia sull’immaginazione, sia su un edificio.»

Il termine medicina musicale è un concetto pitagorico. Difatti il maestro usava la musica per calmare i suoi studenti prima del sonno e per rendere i loro sogni profetici. Si dice che abbia placato la frenesia di un giovane mentre stava raccogliendo della legna per bruciare la casa della sua fidanzata convincendo un suonatore di flauto che si trovava nelle vicinanze a cambiare la musica. Scriveva Giamblico: «Ci sono delle melodie pensate come rimedi contro le passioni dell’ anima, o contro lo sconforto, studiate appositamente da Pitagora, perché fossero d’aiuto in queste difficili circostanze. Egli compose delle altre melodie, contro l’ira, il furore e diverse aberrazioni dell’animo umano. Esiste inoltre una particolare modulazione inventata come rimedio contro i desideri.»

È sempre Giamblico che nel suo libro Vita di Pitagora riporta alcuni dei più famosi aforismi del maestro, la cui brevità racchiude una saggezza non rilevabile a prima vista, ma soltanto dopo una lunga meditazione.

Controlla la tua lingua, prima di ogni cosa, seguendo gli dei. Del vento che soffia, adora il suono. Non offrire la tua mano destra al primo che capita. Fai sacrifici, e adora, a piedi nudi. Se perdi il pubblico favore, cammina lungo sentieri nascosti. Non tagliare il fuoco con la spada. Togliti da dosso ogni bottiglia d’aceto. Non fare un passo oltre la trave che equilibra. Lasciata la tua casa, non voltarti indietro che le furie saranno alle tue calcagna. Non mangiare il cuore.

Il pentacolo, uno dei grandi simboli della magia, era il segno di riconoscimento dei pitagorici che lo chiamavano Salute. Uno dei simboli pitagorici meno conosciuti invece era la T, la cui barra superiore stava a indicare le due vie: le strade che si dividono, la sinistra verso la conoscenza terrena, la destra verso quella divina. In molti paesi questa lettera è il simbolo della vita e nel deserto segnala la presenza dell’ acqua.Vale la pena ricordare che recenti scoperte nel campo della fisica quantistica, della meccanica delle onde, oltre naturalmente alle teoria della relatività, hanno portato alcuni scienziati contemporanei a definirsi neopitagorici. Pitagora e Confucio (550- 478 a.C.) erano contemporanei e il grande libro cinese dello I-Ching (Il libro dei mutamenti) tenuto in alta considerazione da Confucio, e ancora oggi molto consultato come libro di divinazione, contiene, secondo l’Enciclopedia Britannica, elementi di numerologia, mescolati a elementi di realtà vicini al pensiero pitagorico.

Pitagora stesso non ha lasciato scritti nè religiosi né mistici, ma nella sua lunga vita ha istruito moltissimi discepoli e i suoi insegnamenti sono stati seguiti per secoli dopo la sua morte. Le ferree regole di segretezza imposte ai suoi seguaci hanno fatto si che gli scrittori in seguito attribuissero alla sua figura troppa importanza facendolo diventare una specie di divinità. Benjamin Farrington nel suo libro Scienza e politica del mondo antico racconta che Pitagora credeva nella divinazione per mezzo delle stelle, dei sogni, delle allucinazioni e del delirio, del volo degli uccelli, delle viscere degli animali sacrificati, e anche di alcune piante e verdure. «Il filosofo Epicuro», osserva lo scrittore, «al contrario fu l’unico a rifiutare queste false Scienze e ad attaccare i seguaci». Duecento anni dopo la morte di Pitagora, Epicuro fu il primo, nella sua scuola di Atene a «organizzare un movimento per la liberazione dell’ umanità dalla superstizione.» Ma a parte questa critica sono ben pochi quelli che non hanno parole di ammirazione per il filosofo, da tutti considerato uno degli uomini più illuminati della sua epoca.

Pitagora fu il primo maestro a tenere una scuola dove gli allievi si aiutavano a vicenda, dove si imparava ad avere dimestichezza con la matematica, la musica e l’astronomia. La prima regola che insegnò ai suoi discepoli fu il silenzio, condizione essenziale per la concentrazione. «Era Pitagora», dice Manly P. Hall, «la personificazione del potere, della maestà al cospetto del quale tutti si sentivano umili, soggiogati…» La sua influenza sulle persone che lo circondavano era enorme, e una lode di Pitagora riempiva i discepoli di estasi, addirittura un suo seguace si suicidò quando il maestro si era momentaneamente irritato per una sua manchevolezza. Pitagora fu così scosso da tale tragedia che non proferì più parole scortesi, ne critiche ad alcuno.

Che altro aggiungere, una visita a Samo, anche se breve, permette al visitatore di entrare in qualche modo in sintonia con Pitagora, uomo di grandi doti e saggezza il cui nome rimane sovrano negli annali del mistero e della magia.

E con questo possiamo terminare il nostro soggiorno a Samo e prepararci per un altra destinazione, vi prometto cari lettori del mistero che non sarà un viaggio lungo, giusto qualche ora…Nel frattempo buona lettura e alla prossima!

Una risposta a “Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️”

  1. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ●Proseguiamo il nostro viaggio tra le isole dell’ Egeo alla ricerca di fatti e notizie tra le leggende che riguardano Pitagora, Ippocrate, Platone e Atlantide, terra del mito per eccellenza. Ci siamo quindi fermati sull’isola di Samo, la partia dei numeri e della musica dove nacque e visse una parte della sua vita il maestro Pitagora. Con lui abbiamo approfondito le influenze della matematica e della musica sul misticismo, abbiamo visto come veniva utilizzata la magia della musica per curare le malattie e costruire le città. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1, Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️. […]

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Le profezie di Nostradamus: mito o realtà?

Lettore del mistero e dell’ignoto bentornato. Oggi ti dedico un articolo che racconta di un personaggio tra i più misteriosi al mondo. Ti avevo già scritto del mistero del libro di Urantia, e se ve lo siete persi tornate a rivedere anche il vecchio articolo sul manoscritto di Voynich.

Oggi ti parlo del profeta più famoso dei nostri tempi, anche se Nostradamus è morto parecchio tempo fa, nel 1566 per essere precisi. Ma torniamo indietro di qualche passo.

Quella di Nostradamus è una storia che mescola realtà e mito, fantasia e leggenda. In tutto quello che lo riguarda è difficile distinguere dove l’uomo diventa profeta e viceversa. Le storie giunte fino a noi raccontano che Nostradamus iniziò la stesura del suo misterioso libro di profezie nella notte del venerdì santo del 1554 e pubblicò il testo definitivo l’anno successivo nel 1555.

Partiamo dal principio o meglio, da quello che siamo riusciti a sapere dalle fonti storiche. Il nome di battesimo di Nostradamus è Michel de Nostredame, che divenne Nostre Dame o italianizzato Michele di Nostradama. A sua discolpa possiamo dire che all’ epoca era normale firmarsi (chi sapeva farlo, ovvio) in modo diverso a seconda della lingua che si parlava nella zona di residenza. Anche la data di nascita è incerta, si ritiene che sia venuto al mondo il 14 o il 21 dicembre 1503 in un paesino della Provenza. Oggi è considerato uno tra i più famosi profeti della storia grazie al suo libro Le Profezie. L’ opera raccoglie gruppi di cento quartine in rima che negli intenti dell’autore dovrebbero prevedere il futuro.

Della sua infanzia non si sa nulla, le voci sono discordanti e le fonti non chiare. Abbiamo sue notizie certe a partire dagli anni degli studi ad Avignone dove all’ epoca c’era una conosciuta università. Purtroppo a causa della peste riuscirà a completare gli studi solo nel 1532.

Fu un grande viaggiatore del suo tempo. Nonostante il pericolo costante della peste, le rivalità religiose e le guerre che al tempo flagellavano l’Europa, visitò tutta la Francia e l’Italia, e grazie ai suoi oroscopi e agli almanacchi vide aumentare a dismisura le sue entrate e la sua popolarità sia nelle corti reali che tra le persone comuni. Non brillava certo di modestia, amava paragonarsi ai grandi profeti biblici, diceva di essere in grado di predire il futuro e i suoi sostenitori sono certi che le sue profezie si sono avverate più e più volte.

Per prevedere il futuro le fonti ci dicono che utilizzava un catino colmo di acqua annerita con l’inchiostro, prendeva della noce moscata che ha effetti simili all’anfetamina e con un panno scuro sulla testa scrutava nel catino. E’ una pratica chiamata teurgia, evocava spiriti celesti tramite la medianità. Si racconta che anche Platone, Pitagora e Archimede la praticassero. Nostradamus diceva di udire una voce che lo penetrava e scuoteva le sue membra dal di dentro. Secondo le sue stesse parole non è possibile prevedere ogni cosa del futuro ma solo sporadici eventi che solo lui e altri tre profeti del passato erano stati in grado di vedere. Diceva di discendere dalla linea mistica di Issacaar, una tribù ebraica di rabbini con il dono della profezia scomparsi dagli annali della storia secoli fa e mescolava questa sua abilità profetica innata con le conoscenze astrologiche che aveva appreso in anni di studio.

Lo studio dell’influenza di stelle e pianeti era molto popolare nel 1500 e fin da giovane Nostradamus si diletta nella pubblicazione di almanacchi contenenti le previsioni del tempo e l’oroscopo. Elenca dati riguardanti le maree, il tempo atmosferico e i cicli di semina e raccolto che all’epoca erano considerati eventi misteriosi e divini.

Purtroppo per lui nel 1552 pubblicherà un almanacco senza autorizzazione del vescovo. Per questo verrà imprigionato, lui stesso ci racconta che da quel momento deciderà di utilizzare un codice criptico per le sue opere proprio per impedire che chiunque le potesse decifrare. In quel periodo aveva già iniziato l’elaborazione di un libro “sul futuro del mondo” e aveva già deciso di chiamarlo Les phrophecies o Le profezie. Il libro verrà scritto contemporaneamente agli almanacchi che nel frattempo hanno sempre più successo e diventano sempre più popolari. Nostradamus beneficerà non solo di un vasto pubblico “regale” formato da nobili e aristocratici ma anche dell’invenzione della stampa. La sua opera facilmente riprodotta si diffuse in tutta Europa accrescendo a dismisura la sua fama di profeta. All’ epoca la tiratura delle sue opere fu seconda solo alla Bibbia.

Le profezie divennero subito famose perchè secondo l’interpretazione popolare si avveravano puntualmente. La profezia più famosa, che lo consegnerà alla storia come grande profeta sarà quella sulla morte di Enrico II re di Francia. In una quartina Nostradamus racconta di aver visto un giovane leone sfidarne uno più vecchio e quest’ ultimo morire. Alla morte del re Enrico II a seguito di un duello Nostradamus verrà indicato come colui che aveva predetto il fatto. Secondo la tradizione popolare Nostradamus predisse anche il grande incendio di Londra del 1666 con descrizioni straordinarie:

Centuria 2, quartina 51:

Il sangue del giusto sarà assente da Londra

Che brucerà di colpo per volere divino

nell’ anno che si conclude con 666.

L’antica dama cadrà dal suo piedistallo

e molte altre chiese protestanti saranno distrutte.

Ha predetto l’avvenuto del nazismo.

Centuria 2, quartina 24:

Guaderanno i fiumi con la voracità delle bestie selvagge.

Gran parte del paese si opporrà a Hipster.

Il grande uomo sarà fatto sfilare in una gabbia di ferro.

Nulla vedrai figlio germanico del Reno.

Si dice che i gerarchi nazisti fossero grandi ammiratori di Nostradamus e che Hitler avesse tratto grandi vantaggi dalle profezie, anche a livello strategico e militare. Durante i primi giorni di campagna militare contro la Francia Hitler fece lanciare sulle città centinaia di volantini con stampate le profezie di Nostradamus che prevedevano la fine della Francia per turbare l’ animo delle truppe inglesi e francesi.

Ma poteva davvero leggere la storia prima che accadesse? Ci sono studiosi che sostengono di avere decriptato il codice segreto che diceva di utilizzare nella composizione delle sue quartine e di sapere esattamente quando si avverranno le sue profezie. Ma potremmo impedire i disastri prima che avvengono? Le sue opere sono ancora oggi oggetto di studio con a speranza che possano aiutare a fare luce sul nostro futuro.

Le profezie diventarono un best-seller del suo tempo, ne vennero pubblicate diverse edizioni, alcune delle quali postume. Come ho già accennato in precedenza il libro è composto da centurie. Ogni centuria contiene cento quartine. Le quartine furono 942, solo una centuria non è di cento quartine ma qualcuna in meno. Quasi tutte le quartine descrivono eventi nefasti che coinvolgeranno l’umanità. Forse predice gli attacchi dell’ undici settembre 2001?

Centuria 6, Quartina 97:

A quarantacinque gradi i cieli divamperanno.

Il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova

e all’ improvviso si solleverà una densa muraglia di fiamme.

Quando ne renderanno conto agli uomini del nord.

Nella Francia dell’epoca di Nostradamus l’uso di codici segreti, delle macchine per la crittografia e di simbologie occulte erano d’uso comune, soprattutto nello spionaggio. Secondo gli studiosi delle profezie Nostradamus li usa per inserire indizi, ad esempio la cifratura di ogni quartina non sarebbe casuale ma conterrebbe una datazione indicizzata. Egli le avrebbe messe in un ordine specifico che riporterebbe all’anno in cui ad ogni data indicizzata corrisponderebbe una data reale. Individuando il numero della quartina si sarebbe in grado di ricostruire una cronologia dei fatti catastrofici indicati nel libro delle profezie.

Nostradamus aveva una originale visione spiralidale del ciclo del tempo. Su questa spirale passato e futuro occasionalmente si incontrano e l’umanità secondo lui è imprigionata in questo ciclo eterno che la condanna a ripetere gli stessi errori e a rivivere le stesse catastrofi ancora e ancora. Siccità, carestie, epidemie che nel tempo sono destinate a ripetersi all’ infinito. Ma le quartine sono criptiche ed è difficile individuare a quale evento storico facciano esattamente riferimento, a volte si ha l’ impressione che si tiri ad indovinare. Proprio perchè una stessa quartina può essere riferita a più eventi storici molti dubitano del reale potere profetico di Nostradamus. Si dice che i versi siano una dimostrazione di quella che viene chiamata “chiaroveggenza postuma”, cioè sono profezie in grado di avverarsi dopo che i fatti sono accaduti e quindi comprensibili solo a posteriori. Altri dicono che data la vaghezza di quanto scritto nel libro, si tratta solamente di frasi messe li a caso e che ognuno poi può interpretare a suo piacimento.

Insomma sia come si voglia i misteri legati al libro delle profezie di Nostradamus sono molti e probabilmente non ne verremo mai a capo. Possiamo credere o meno al suo potere profetico ma questo non significa che il suo messaggio di ammonimento per l’umanità sia vano, egli ci mette in guardia dai pericoli che stiamo correndo e ci dice che siamo ancora in tempo per porvi rimedio e per sopravvivere alle minacce e ai disastri che ci attendono.

2 risposte a “Le profezie di Nostradamus: mito o realtà?”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Interessante! Bella spiegazione. Io trovo sempre incomprensibili questi scritti antichi in quartine o terzine o altro che sia e ci sono diversi libri e poemi e miti raccontati così che io fatico a leggere per cui grazie dei chiarimenti su questa opera e delle altre già pubblicate. Grazie mille!

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  2. Avatar Russell1981

    Articolo molto interessante, così come il soggetto di cui ne è il fulcro.

    Piace a 1 persona

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Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia

Lettori dell’ ignoto ecco una esperienza che non potete perdervi. Avete mai visitato un museo delle Torture?

Tra le mura di un borgo incantato si nasconde un segreto inquietante. Al museo delle Torture di Grazzano Visconti è esposto un mondo fatto di dolore e sofferenza. Una esperienza forte, che difficilmente dimenticherò. Non avevo mai visitato un museo di questo genere ed ero curiosa perché nonostante le mie ricerche precedenti, volevo vedere con i miei occhi alcuni dei terribili oggetti di cui avevo sentito parlare. Ho visitato la struttura in autonomia e mi sono fermata all’ interno per circa quaranta minuti.

L’atmosfera era davvero inquietante, ma visto l’ argomento non poteva essere altrimenti. Il percorso tematico è ricco e ben documentato, sono messi in mostra diversi strumenti di tortura con una descrizione dettagliata e una stampa storica che cala il visitatore nella realtà dell’ epoca.

Le pareti del museo raccontavano storie di tormenti e disperazione. Ogni strumento era una testimonianza unica, muta, di una umanità in grado di infliggere sofferenze indicibili. Nella prima parte del percorso espositivo c’erano gli strumenti più conosciuti. La gogna con il suo collare in ferro che stringeva il collo mi ha fatto sentire la vergogna e l’ umiliazione inflitte a chi veniva condannato. Immagino le folle che si accalcavano per assistere a queste scene di pubblico ludibrio; uomini, donne e bambini che si divertivano al passaggio del barile della vergogna che con la sua scura concavità e le sue borchie di ferro era un simbolo vivente dell’ umiliazione e dell’ isolamento sociale, un corpo indifeso rinchiuso in una prigione mobile. Oppure le maschere dell’ infamia dalle forme grottesche e le aperture che deformavano i volti; indossarne una voleva dire essere privato della propria identità e marchiato a vita dall’ ordine costituito.

Impressionante è anche la sezione dell’ Inquisizione che mi ha particolarmente colpito. Immaginare donne e uomini accusati di stregoneria, sottoposti a interrogatori crudeli e dolorose torture è stato terribile. La verga, la sedia della strega, gli strumenti per la ricerca del marchio del diavolo. Ogni oggetto raccontava una storia di sospetto, paura e intolleranza. Ho sentito sulla pelle il freddo dell’ acciaio e ho provato una angoscia profonda al pensiero delle sofferenze inflitte a queste donne innocenti.

Tra le ombre del passato si nascondono anche delle sorprese. Oltre a farci conoscere gli orrori della tortura il museo ci insegna a distinguere la realtà dalla finzione. Attraverso esempi come la Vergine di Ferro, comprendiamo come i falsi miti possano influenzare la nostra percezione della storia medievale.

Il percorso espositivo si conclude con una riflessione profonda sulla sofferenza umana e sulla forza della fede. La sezione dedicata al martirio dei santi ci trasporta in un mondo di dolore e di sacrificio, dove donne e uomini hanno affrontato la morte con coraggio e dignità. Attraverso stampe e riproduzioni degli strumenti di tortura, siamo invitati a comprendere il valore di queste azioni e a riflettere sul significato della vita. È una esposizione che ci commuove e lascia senza parole, ricordandoci che la storia è fatta anche di gesti eroici e di sacrifici.

Il museo delle Torture di Grazzano Visconti è un luogo che lascia il visitatore con molte domande. Com’è possibile che l’uomo sia capace di tanta crudeltà? Quali sono le radici umane di queste pratiche? Ognuno di noi dovrà trovare le proprie risposte.

E anche per oggi è tutto. Vi aspetto al prossimo articolo, buona lettura a tutti voi.

Alice Tonini

Una risposta a “Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Perfettamente d’accordo col tuo punto di vista. Non sarei mai in grado di torturare, tanto meno di subire torture di alcun tipo. Il museo mi pare ben organizzato, ma avendo visto alcuni musei su strumenti di guerra, la tristezza e angoscia che mettono… credo non andrò. Grazie del articolo sempre interessante. Al prossimo.

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