Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️

Lettori del mistero bentrovati. Oggi terminiamo la nostra passeggiata per l’isola di Samo, discorrendo di magia, musica e numeri, per farci una idea delle antiche radici della creatività e del misticismo legato all’arte che nei tempi antichi era considerata sacra. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1

Siamo già stati a Efeso, dove abbiamo visto una delle meraviglie architettoniche del mondo antico Viaggiate con me a Efeso: nascita di una città misteriosa tra culti mistici, magie e leggende. #1, – Viaggio nella Storia di Efeso: Dai Templi agli Scavi #2 abbiamo assistito alla nascita e alla morte di una delle città più importanti e misteriose dei tempi antichi, dove la magia d’Oriente e d’Occidente si incontrarono e il misticismo si respirava ad ogni passo La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell’impero romano. #3.

Torniamo quindi al nostro Pitagora e alla sua scuola di magia. Le fonti dell’epoca ci raccontano che di tanto in tanto Pitagora si recava al tempio per lunghi periodi a meditare. In queste occasioni il cibo che si portava appresso consisteva in semi di papavero e di sesamo, pelle di cipolla marina senza liquidi, che riteneva ricca di proprietà curative, fiore di narciso selvatico, foglie di malva e un impasto di orzo, piselli e miele selvatico. Gli piaceva anche un miscuglio di semi di cetriolo, uva passa, fiori di coriandolo, semi di malva e di porcellana, formaggio grattato, farina, crema e miele selvatico. Se tutto questo a noi non suona molto appetitoso è certo che Pitagora mangiando così arrivò ai cent’anni.

Gran parte del bagaglio di conoscenza che trasmise ai suoi discepoli lo aveva acquisito durante i suoi lunghi viaggi. Lo storico romano Porfirio (233 – 304) e il filosofo siriano Giamblico (250 – 330) scrivono entrambi che il maestro aveva appreso la geometria e l’astronomia in Egitto, l’astrologia e la numerologia in Babilonia e in Fenicia. Il suo rifiuto di consumare i fagioli ha qualche parallelo con ciò che viene prescritto nei testi indiani, ma anche gli egizi avevano la proibizione di mangiarne perchè i loro sacerdoti, secondo Erodoto, li consideravano cibo impuro. Alcuni sostengono che Pitagora avesse accettato la dottrina della metempsicosi (o della reincarnazione) dal suo primo maestro Ferecide. Altri rimandano all’India, ma sembra meno probabile. Ralph Linton, nel suo libro L’albero della cultura sottolinea che la credenza nella reincarnazione non ha origine in India perché non ne esiste alcuna menzione negli antichi Veda (i libri sacri indiani), nè tale credenza è parte culturale indoeuropea in generale, nonostante ci sia qualche riferimento alla metempsicosi nella tradizione celtica. A questo proposito è interessante notare che il biografo dei filosofi greci Diogene Laerzio nel III secolo d.C scrive che Pitagora avrebbe studiato con i sacerdoti druidi presso i celti. Ci dice ancora Giamblico, biografo di Pitagora:

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Egli viaggiò ovunque, affrontò rischi e pericoli di ogni tipo, avendo scelto di lasciare la sua terra e di vivere con popoli a lui stranieri. Liberò uomini da tirannie, diede indirizzi chiari la dove erano politiche confuse e aiutò città a emanciparsi. Riuscì anche a debellare illegalità e a impedire cattive azioni di uomini protervi e tirannici.

Abbiamo già visto nello scorso articolo la tendenza a dipingere attorno alla figura di Pitagora una aura mistica, quasi eroica ma non è in discussione il fatto che fosse un viaggiatore instancabile. Nonostante abbia visitato quasi tutto il mondo allora conosciuto (Siria, Arabia, Caldea, Fenicia, Egitto e probabilmente anche India e la Gallia), sempre dicendo che i viaggiatori devono imparare a lasciare i loro pregiudizi a casa, Pitagora restava comunque innamorato della sua Samo che era, e resta, una delle più belle e lussurreggianti isole della Grecia. Si tratta di un luogo unico perché piena di boschi, tanto che nell’antichità la definivano “isola delle foglie” o “coperta di querce”. Un altra caratteristica sono le sue montagne, infatti l’isola fu battezzata dai primi fenici che vi si insediarono “samos” cioè “l’alta” o “la nobile”. Le montagne sono, si pensa, dei vulcani spenti e questa teoria è rafforzata dalla presenza di moltissime caverne, una delle quali è chiamata “la candela” perché la leggenda dice che nelle notti oscure dal suo interno sembra emanare una misteriosa luce visibile. Samo è inoltre la terra natale di Era o Giunone, la moglie di Zeus o Giove. Un famoso tempio a lei dedicato fu costruito nel periodo più antico, purtroppo ora ne rimane una sola colonna. Il luogo di nascita del filosofo, un minuscolo porto che attualmente si chiama Pithagorio, sorge sul lato sud dell’isola, e un tempo ne fu la capitale. Li vicino si trova un tunnel scavato nella montagna lungo più di 400 metri che serve a incanalare l’acqua. Si dice che sia stato Pitagora stesso a fare i calcoli necessari alla sua realizzazione. Fu costruito da Policrate, uomo pubblico famoso per aver tentato incessantemente di ingraziarsi il popolo, distribuendo soldi ai poveri e donando alla città grandi opere pubbliche.

Egli governò l’isola dal 535 al 515 a.c., arrivando al potere con l’aiuto dei suoi due fratelli approfittando di una festa dedicata a Era. In seguito tolti di mezzo i fratelli si costruì una flotta di 100 navi pirata con cui terrorizzerà l’Egeo, alleandosi con Amasi d’Egitto contro i persiani. Aveva fama di essere fortunatissimo: un giorno buttò di proposito un anello di smeraldi in mare e tre giorni dopo se lo ritrova nella pancia del pesce che gli è servito per pranzo. Dagli storici viene ricordato come Policrate il Tiranno e per qualche tempo in pochi gli tennero testa. I suoi nemici a Samo si allearono con gli spartani, i corinzi e i persiani per batterlo, ma egli riuscì a resistere all’assedio e venne catturato solo quando il governatore della Lidia gli offrì dell’oro e lo convinse a recarsi sulla terraferma. Erodoto ricorda che i modi della sua tortura e della sua uccisione furono così orribili da non potersi nemmeno narrare.

Fu proprio a causa di Policrate che Pitagora abbandona Samo per trasferirsi a Crotone. Ma al tempo della partenza era già un uomo famoso, uno dei suoi motti preferiti era “I numeri prendono gli uomini per mano e li conducono, senza errori, sul cammino della ragione.” Pithagorio oggi è una delle città più tranquille della Grecia e non reca segni del grande filosofo e matematico. L’unica statua della città commemora Licurgo Logothetis, leader di una rivolta contro i turchi nel 1821.

Samo è anche città natale di altri illustri greci: Esopo autore di favole, il filosofo Epicuro, l’astronomo e scienziato Aristarco e Calistrato che per primo organizza l’alfabeto greco in 24 lettere. Oggi l’isola è conosciuta anche per il suo ottimo vino, il preferito di Lord Byron e anche dei molti turisti che la affollano. Gli abitanti godono di ottima salute e sono longevi. Inoltre sono anche famosi per essere intelligenti e per saper prevedere eventi futuri con inquietante bravura. Insomma tutto sommato non sarebbe un brutto posto dove vivere.

Ma torniamo al maestro. Pitagora fonda la sua accademia a Crotone, scegliendo quella che all’epoca era una piccola città con un buon porto naturale, inoltre il suo nome significa “oracolo di Pizia”, un riferimento diretto all’oracolo di Delfi, dal quale deriva anche il nome di Pitagora. Abbiamo già visto che alcuni dei pitagorici consideravano il loro maestro una reincarnazione del dio Apollo. Egli aveva cinquanta anni quando diede vita alla sua accademia a Crotone, una scuola alla quale i discepoli davano tutto quello che possedevano riservandosi il diritto di riprendersi tutto se avessero scelto di andarsene. Quando questo succedeva gli altri discepoli erigevano una tomba con il nome di chi se ne era andato e di lui non si doveva più parlare.

Il maestro che considerava i due sessi alla pari, accettava sia uomini che donne ma richiedeva indistintamente a tutti di vestirsi con semplicità e comportarsi con sobrietà: “Senza abbandonarsi al riso, ma senza nemmeno essere troppo severi.” Così riferisce Will Durante nel suo libro Vita della Grecia. Ai suoi studenti era proibito praticare sacrifici, uccidere animali non pericolosi all’uomo e abbattere alberi. Non dovevano mangiare carne, uova o fagioli. La proibizione di questi ultimi era interpretata in molti modi. Cicerone pensa che fosse per il fatto che questi disturbano la mente durante il sonno, Aristotele dice che i fagioli sono simbolo di dissolutezza e che il loro divieto significa anche richiesta di castità. Il fagiolo è il simbolo arcaico della donna e poteva quindi anche essere una richiesta velata di astenersi dal sesso. A quel tempo si usavano i fagioli anche per le votazioni, e qualcuno ha teorizzato che il veto che li colpiva fosse una allegoria della proibizione al far politica e all’assumere cariche pubbliche. Lui diceva solamente che i fagioli erano l’anima dei morti. Sul mangiare carne Pitagora era meno ambiguo. Diceva che questa ottundeva le facoltà mentali e le capacità di ragionamento dell’uomo. Suggeriva quindi ai giudici di astenersi dal mangiare carne prima di un processo se volevano dare un verdetto onesto e intelligente.

Allorchè i suoi studenti erano pronti per gli studi più avanzati, le fonti dell’ epoca raccontano che erano già arrivati al punto che la percezione extrasensoriale e la chiaroveggenza, doti interiori profonde, erano pronte a manifestarsi, specialmente visto che gli insegnamenti più alti venivano impartiti sempre di notte, sul mare o nelle cripte dei templi illuminate dalle fiamme della nafta.

Le condizioni per arrivare all’iniziazione erano dure e molte a noi suonano arbitrarie, anche perché non conosciamo il ragionamento che le sottendeva. Perché per esempio metteva in guardia contro il guardare in uno specchio vicino a una fonte di luce o il raccogliere quel che era caduto? Quale superstizione sconsigliava di toccare un gallo bianco o di stare sotto lo stesso tetto delle rondini? Forse alcune di queste credenze erano gli ultimi frammenti di riti religiosi più antichi? Comunque sia Pitagora voleva che queste proibizioni venissero assolutamente rispettate e alla fine fu proprio questo a portarlo alla morte. Alla veneranda età di cento anni, dopo aver sposato a sessanta anni una delle sue allieve e aver avuto sette figli purtroppo morì. Un certo Silone, un ricco e importante cittadino di Crotone, al quale fu rifiutata l’ammissione all’accademia, imbestialito da tale diniego raduna un banda di assassini e fece dar fuoco alla scuola e uccidere il maestro.

Dopo la dipartita altre scuole pitagoriche furono saccheggiate e bruciate, forse perché la loro influenza venne considerata un pericolo per i poteri politici dominanti. In questo modo però molti dei segreti matematici che non erano mai stati messi per iscritto andarono perduti, anche se per secoli una scuola di natura quasi mistica sparsa nelle città di quella che allora era la Magna Grecia continuò a diffondere una parte degli insegnamenti.

Ma quali erano questi misteriosi insegnamenti? Una parte l’abbiamo già vista nello scorso articolo dove abbiamo parlato dell’importanza della numerologia e della musica. I pitagorici credevano che tutto ciò che esiste ha una voce e che tutte le creature, secondo le parole di Emil Neumann, «cantano eternamente le lodi del creatore.» Platone che fu molto attivo come neopitagorico, 150 anni dopo la morte del maestro credeva fermamente nell’efficacia della musica e pensava che non fosse solo utile a dare buone emozioni, ma anche «a imprimere l’amore in tutto ciò che è nobile e l’odio in tutto ciò che è malvagio.» Nella sua opera Storia della musica Neumann dice inoltre che sia Platone, sia Damone di Atene, il maestro di musica di Socrate, erano d’accordo nel pensare che l’introduzione di una scala poco armonica potesse danneggiare un paese e che alterare una chiave musicale potesse scuotere una nazione dalle fondamenta.

Le sette sacre vocali: alfa, epsilon, eta, iota, omicron, ipsilon e omega si credeva avessero una importante relazione con i sette pianeti; e i nomi di Dio si pensava fossero formati dalle combinazioni di queste sette armonie planetarie. I primi strumenti musicali avevano sette corde e gli antichi egizi usavano solo i sette suoni primari per i loro canti sacri proibendo nei loro templi ogni altro suono. Platone scrisse che i greci avevano appreso gli aspetti filosofici e terapeutici della musica dagli egizi i quali a loro volta consideravano Thot, il greco Ermes, fondatore dell’ arte. Alcuni poemi e canti esistevano nell’ antico Egitto da almeno 10.000 anni, diceva ancora Platone ed erano di una bellezza tale da essere ritenuti opere divine. Ci fu un momento storico nell’antica Grecia nel quale la dissonanza era proibita per legge e un musicista che componeva un brano considerato dannoso veniva messo al bando, avendo commesso un crimine contro il bene comune.

Lo stesso valeva anche per un architetto che avesse costruito un edificio in maniera asimmetrica. Pitagora credeva che nei tempi più antichi quando un architetto disegnava un grande edificio, un tempio o un altare, lo doveva immaginare come un magnifico accordo sinfonico e lo doveva sviluppare in armonia con questa specifica vibrazione. Egli spiegava ai discepoli che avrebbero potuto camminare per le strade di una città qualsiasi con un liuto tra le mani e trovare la nota fondamentale che si riferisse a un qualsiasi edificio anche una nota distruttiva che trovata poteva addirittura radere al suolo l’ edificio stesso. «Ci rendiamo anche conto,» continuava «che ogni suono, come ogni colore, ha un certo effetto sulla mente, sia sull’immaginazione, sia su un edificio.»

Il termine medicina musicale è un concetto pitagorico. Difatti il maestro usava la musica per calmare i suoi studenti prima del sonno e per rendere i loro sogni profetici. Si dice che abbia placato la frenesia di un giovane mentre stava raccogliendo della legna per bruciare la casa della sua fidanzata convincendo un suonatore di flauto che si trovava nelle vicinanze a cambiare la musica. Scriveva Giamblico: «Ci sono delle melodie pensate come rimedi contro le passioni dell’ anima, o contro lo sconforto, studiate appositamente da Pitagora, perché fossero d’aiuto in queste difficili circostanze. Egli compose delle altre melodie, contro l’ira, il furore e diverse aberrazioni dell’animo umano. Esiste inoltre una particolare modulazione inventata come rimedio contro i desideri.»

È sempre Giamblico che nel suo libro Vita di Pitagora riporta alcuni dei più famosi aforismi del maestro, la cui brevità racchiude una saggezza non rilevabile a prima vista, ma soltanto dopo una lunga meditazione.

Controlla la tua lingua, prima di ogni cosa, seguendo gli dei. Del vento che soffia, adora il suono. Non offrire la tua mano destra al primo che capita. Fai sacrifici, e adora, a piedi nudi. Se perdi il pubblico favore, cammina lungo sentieri nascosti. Non tagliare il fuoco con la spada. Togliti da dosso ogni bottiglia d’aceto. Non fare un passo oltre la trave che equilibra. Lasciata la tua casa, non voltarti indietro che le furie saranno alle tue calcagna. Non mangiare il cuore.

Il pentacolo, uno dei grandi simboli della magia, era il segno di riconoscimento dei pitagorici che lo chiamavano Salute. Uno dei simboli pitagorici meno conosciuti invece era la T, la cui barra superiore stava a indicare le due vie: le strade che si dividono, la sinistra verso la conoscenza terrena, la destra verso quella divina. In molti paesi questa lettera è il simbolo della vita e nel deserto segnala la presenza dell’ acqua.Vale la pena ricordare che recenti scoperte nel campo della fisica quantistica, della meccanica delle onde, oltre naturalmente alle teoria della relatività, hanno portato alcuni scienziati contemporanei a definirsi neopitagorici. Pitagora e Confucio (550- 478 a.C.) erano contemporanei e il grande libro cinese dello I-Ching (Il libro dei mutamenti) tenuto in alta considerazione da Confucio, e ancora oggi molto consultato come libro di divinazione, contiene, secondo l’Enciclopedia Britannica, elementi di numerologia, mescolati a elementi di realtà vicini al pensiero pitagorico.

Pitagora stesso non ha lasciato scritti nè religiosi né mistici, ma nella sua lunga vita ha istruito moltissimi discepoli e i suoi insegnamenti sono stati seguiti per secoli dopo la sua morte. Le ferree regole di segretezza imposte ai suoi seguaci hanno fatto si che gli scrittori in seguito attribuissero alla sua figura troppa importanza facendolo diventare una specie di divinità. Benjamin Farrington nel suo libro Scienza e politica del mondo antico racconta che Pitagora credeva nella divinazione per mezzo delle stelle, dei sogni, delle allucinazioni e del delirio, del volo degli uccelli, delle viscere degli animali sacrificati, e anche di alcune piante e verdure. «Il filosofo Epicuro», osserva lo scrittore, «al contrario fu l’unico a rifiutare queste false Scienze e ad attaccare i seguaci». Duecento anni dopo la morte di Pitagora, Epicuro fu il primo, nella sua scuola di Atene a «organizzare un movimento per la liberazione dell’ umanità dalla superstizione.» Ma a parte questa critica sono ben pochi quelli che non hanno parole di ammirazione per il filosofo, da tutti considerato uno degli uomini più illuminati della sua epoca.

Pitagora fu il primo maestro a tenere una scuola dove gli allievi si aiutavano a vicenda, dove si imparava ad avere dimestichezza con la matematica, la musica e l’astronomia. La prima regola che insegnò ai suoi discepoli fu il silenzio, condizione essenziale per la concentrazione. «Era Pitagora», dice Manly P. Hall, «la personificazione del potere, della maestà al cospetto del quale tutti si sentivano umili, soggiogati…» La sua influenza sulle persone che lo circondavano era enorme, e una lode di Pitagora riempiva i discepoli di estasi, addirittura un suo seguace si suicidò quando il maestro si era momentaneamente irritato per una sua manchevolezza. Pitagora fu così scosso da tale tragedia che non proferì più parole scortesi, ne critiche ad alcuno.

Che altro aggiungere, una visita a Samo, anche se breve, permette al visitatore di entrare in qualche modo in sintonia con Pitagora, uomo di grandi doti e saggezza il cui nome rimane sovrano negli annali del mistero e della magia.

E con questo possiamo terminare il nostro soggiorno a Samo e prepararci per un altra destinazione, vi prometto cari lettori del mistero che non sarà un viaggio lungo, giusto qualche ora…Nel frattempo buona lettura e alla prossima!

Una risposta a “Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️”

  1. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ●Proseguiamo il nostro viaggio tra le isole dell’ Egeo alla ricerca di fatti e notizie tra le leggende che riguardano Pitagora, Ippocrate, Platone e Atlantide, terra del mito per eccellenza. Ci siamo quindi fermati sull’isola di Samo, la partia dei numeri e della musica dove nacque e visse una parte della sua vita il maestro Pitagora. Con lui abbiamo approfondito le influenze della matematica e della musica sul misticismo, abbiamo visto come veniva utilizzata la magia della musica per curare le malattie e costruire le città. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1, Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️. […]

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Le profezie di Nostradamus: mito o realtà?

Lettore del mistero e dell’ignoto bentornato. Oggi ti dedico un articolo che racconta di un personaggio tra i più misteriosi al mondo. Ti avevo già scritto del mistero del libro di Urantia, e se ve lo siete persi tornate a rivedere anche il vecchio articolo sul manoscritto di Voynich.

Oggi ti parlo del profeta più famoso dei nostri tempi, anche se Nostradamus è morto parecchio tempo fa, nel 1566 per essere precisi. Ma torniamo indietro di qualche passo.

Quella di Nostradamus è una storia che mescola realtà e mito, fantasia e leggenda. In tutto quello che lo riguarda è difficile distinguere dove l’uomo diventa profeta e viceversa. Le storie giunte fino a noi raccontano che Nostradamus iniziò la stesura del suo misterioso libro di profezie nella notte del venerdì santo del 1554 e pubblicò il testo definitivo l’anno successivo nel 1555.

Partiamo dal principio o meglio, da quello che siamo riusciti a sapere dalle fonti storiche. Il nome di battesimo di Nostradamus è Michel de Nostredame, che divenne Nostre Dame o italianizzato Michele di Nostradama. A sua discolpa possiamo dire che all’ epoca era normale firmarsi (chi sapeva farlo, ovvio) in modo diverso a seconda della lingua che si parlava nella zona di residenza. Anche la data di nascita è incerta, si ritiene che sia venuto al mondo il 14 o il 21 dicembre 1503 in un paesino della Provenza. Oggi è considerato uno tra i più famosi profeti della storia grazie al suo libro Le Profezie. L’ opera raccoglie gruppi di cento quartine in rima che negli intenti dell’autore dovrebbero prevedere il futuro.

Della sua infanzia non si sa nulla, le voci sono discordanti e le fonti non chiare. Abbiamo sue notizie certe a partire dagli anni degli studi ad Avignone dove all’ epoca c’era una conosciuta università. Purtroppo a causa della peste riuscirà a completare gli studi solo nel 1532.

Fu un grande viaggiatore del suo tempo. Nonostante il pericolo costante della peste, le rivalità religiose e le guerre che al tempo flagellavano l’Europa, visitò tutta la Francia e l’Italia, e grazie ai suoi oroscopi e agli almanacchi vide aumentare a dismisura le sue entrate e la sua popolarità sia nelle corti reali che tra le persone comuni. Non brillava certo di modestia, amava paragonarsi ai grandi profeti biblici, diceva di essere in grado di predire il futuro e i suoi sostenitori sono certi che le sue profezie si sono avverate più e più volte.

Per prevedere il futuro le fonti ci dicono che utilizzava un catino colmo di acqua annerita con l’inchiostro, prendeva della noce moscata che ha effetti simili all’anfetamina e con un panno scuro sulla testa scrutava nel catino. E’ una pratica chiamata teurgia, evocava spiriti celesti tramite la medianità. Si racconta che anche Platone, Pitagora e Archimede la praticassero. Nostradamus diceva di udire una voce che lo penetrava e scuoteva le sue membra dal di dentro. Secondo le sue stesse parole non è possibile prevedere ogni cosa del futuro ma solo sporadici eventi che solo lui e altri tre profeti del passato erano stati in grado di vedere. Diceva di discendere dalla linea mistica di Issacaar, una tribù ebraica di rabbini con il dono della profezia scomparsi dagli annali della storia secoli fa e mescolava questa sua abilità profetica innata con le conoscenze astrologiche che aveva appreso in anni di studio.

Lo studio dell’influenza di stelle e pianeti era molto popolare nel 1500 e fin da giovane Nostradamus si diletta nella pubblicazione di almanacchi contenenti le previsioni del tempo e l’oroscopo. Elenca dati riguardanti le maree, il tempo atmosferico e i cicli di semina e raccolto che all’epoca erano considerati eventi misteriosi e divini.

Purtroppo per lui nel 1552 pubblicherà un almanacco senza autorizzazione del vescovo. Per questo verrà imprigionato, lui stesso ci racconta che da quel momento deciderà di utilizzare un codice criptico per le sue opere proprio per impedire che chiunque le potesse decifrare. In quel periodo aveva già iniziato l’elaborazione di un libro “sul futuro del mondo” e aveva già deciso di chiamarlo Les phrophecies o Le profezie. Il libro verrà scritto contemporaneamente agli almanacchi che nel frattempo hanno sempre più successo e diventano sempre più popolari. Nostradamus beneficerà non solo di un vasto pubblico “regale” formato da nobili e aristocratici ma anche dell’invenzione della stampa. La sua opera facilmente riprodotta si diffuse in tutta Europa accrescendo a dismisura la sua fama di profeta. All’ epoca la tiratura delle sue opere fu seconda solo alla Bibbia.

Le profezie divennero subito famose perchè secondo l’interpretazione popolare si avveravano puntualmente. La profezia più famosa, che lo consegnerà alla storia come grande profeta sarà quella sulla morte di Enrico II re di Francia. In una quartina Nostradamus racconta di aver visto un giovane leone sfidarne uno più vecchio e quest’ ultimo morire. Alla morte del re Enrico II a seguito di un duello Nostradamus verrà indicato come colui che aveva predetto il fatto. Secondo la tradizione popolare Nostradamus predisse anche il grande incendio di Londra del 1666 con descrizioni straordinarie:

Centuria 2, quartina 51:

Il sangue del giusto sarà assente da Londra

Che brucerà di colpo per volere divino

nell’ anno che si conclude con 666.

L’antica dama cadrà dal suo piedistallo

e molte altre chiese protestanti saranno distrutte.

Ha predetto l’avvenuto del nazismo.

Centuria 2, quartina 24:

Guaderanno i fiumi con la voracità delle bestie selvagge.

Gran parte del paese si opporrà a Hipster.

Il grande uomo sarà fatto sfilare in una gabbia di ferro.

Nulla vedrai figlio germanico del Reno.

Si dice che i gerarchi nazisti fossero grandi ammiratori di Nostradamus e che Hitler avesse tratto grandi vantaggi dalle profezie, anche a livello strategico e militare. Durante i primi giorni di campagna militare contro la Francia Hitler fece lanciare sulle città centinaia di volantini con stampate le profezie di Nostradamus che prevedevano la fine della Francia per turbare l’ animo delle truppe inglesi e francesi.

Ma poteva davvero leggere la storia prima che accadesse? Ci sono studiosi che sostengono di avere decriptato il codice segreto che diceva di utilizzare nella composizione delle sue quartine e di sapere esattamente quando si avverranno le sue profezie. Ma potremmo impedire i disastri prima che avvengono? Le sue opere sono ancora oggi oggetto di studio con a speranza che possano aiutare a fare luce sul nostro futuro.

Le profezie diventarono un best-seller del suo tempo, ne vennero pubblicate diverse edizioni, alcune delle quali postume. Come ho già accennato in precedenza il libro è composto da centurie. Ogni centuria contiene cento quartine. Le quartine furono 942, solo una centuria non è di cento quartine ma qualcuna in meno. Quasi tutte le quartine descrivono eventi nefasti che coinvolgeranno l’umanità. Forse predice gli attacchi dell’ undici settembre 2001?

Centuria 6, Quartina 97:

A quarantacinque gradi i cieli divamperanno.

Il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova

e all’ improvviso si solleverà una densa muraglia di fiamme.

Quando ne renderanno conto agli uomini del nord.

Nella Francia dell’epoca di Nostradamus l’uso di codici segreti, delle macchine per la crittografia e di simbologie occulte erano d’uso comune, soprattutto nello spionaggio. Secondo gli studiosi delle profezie Nostradamus li usa per inserire indizi, ad esempio la cifratura di ogni quartina non sarebbe casuale ma conterrebbe una datazione indicizzata. Egli le avrebbe messe in un ordine specifico che riporterebbe all’anno in cui ad ogni data indicizzata corrisponderebbe una data reale. Individuando il numero della quartina si sarebbe in grado di ricostruire una cronologia dei fatti catastrofici indicati nel libro delle profezie.

Nostradamus aveva una originale visione spiralidale del ciclo del tempo. Su questa spirale passato e futuro occasionalmente si incontrano e l’umanità secondo lui è imprigionata in questo ciclo eterno che la condanna a ripetere gli stessi errori e a rivivere le stesse catastrofi ancora e ancora. Siccità, carestie, epidemie che nel tempo sono destinate a ripetersi all’ infinito. Ma le quartine sono criptiche ed è difficile individuare a quale evento storico facciano esattamente riferimento, a volte si ha l’ impressione che si tiri ad indovinare. Proprio perchè una stessa quartina può essere riferita a più eventi storici molti dubitano del reale potere profetico di Nostradamus. Si dice che i versi siano una dimostrazione di quella che viene chiamata “chiaroveggenza postuma”, cioè sono profezie in grado di avverarsi dopo che i fatti sono accaduti e quindi comprensibili solo a posteriori. Altri dicono che data la vaghezza di quanto scritto nel libro, si tratta solamente di frasi messe li a caso e che ognuno poi può interpretare a suo piacimento.

Insomma sia come si voglia i misteri legati al libro delle profezie di Nostradamus sono molti e probabilmente non ne verremo mai a capo. Possiamo credere o meno al suo potere profetico ma questo non significa che il suo messaggio di ammonimento per l’umanità sia vano, egli ci mette in guardia dai pericoli che stiamo correndo e ci dice che siamo ancora in tempo per porvi rimedio e per sopravvivere alle minacce e ai disastri che ci attendono.

2 risposte a “Le profezie di Nostradamus: mito o realtà?”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Interessante! Bella spiegazione. Io trovo sempre incomprensibili questi scritti antichi in quartine o terzine o altro che sia e ci sono diversi libri e poemi e miti raccontati così che io fatico a leggere per cui grazie dei chiarimenti su questa opera e delle altre già pubblicate. Grazie mille!

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  2. Avatar Russell1981

    Articolo molto interessante, così come il soggetto di cui ne è il fulcro.

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Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia

Lettori dell’ ignoto ecco una esperienza che non potete perdervi. Avete mai visitato un museo delle Torture?

Tra le mura di un borgo incantato si nasconde un segreto inquietante. Al museo delle Torture di Grazzano Visconti è esposto un mondo fatto di dolore e sofferenza. Una esperienza forte, che difficilmente dimenticherò. Non avevo mai visitato un museo di questo genere ed ero curiosa perché nonostante le mie ricerche precedenti, volevo vedere con i miei occhi alcuni dei terribili oggetti di cui avevo sentito parlare. Ho visitato la struttura in autonomia e mi sono fermata all’ interno per circa quaranta minuti.

L’atmosfera era davvero inquietante, ma visto l’ argomento non poteva essere altrimenti. Il percorso tematico è ricco e ben documentato, sono messi in mostra diversi strumenti di tortura con una descrizione dettagliata e una stampa storica che cala il visitatore nella realtà dell’ epoca.

Le pareti del museo raccontavano storie di tormenti e disperazione. Ogni strumento era una testimonianza unica, muta, di una umanità in grado di infliggere sofferenze indicibili. Nella prima parte del percorso espositivo c’erano gli strumenti più conosciuti. La gogna con il suo collare in ferro che stringeva il collo mi ha fatto sentire la vergogna e l’ umiliazione inflitte a chi veniva condannato. Immagino le folle che si accalcavano per assistere a queste scene di pubblico ludibrio; uomini, donne e bambini che si divertivano al passaggio del barile della vergogna che con la sua scura concavità e le sue borchie di ferro era un simbolo vivente dell’ umiliazione e dell’ isolamento sociale, un corpo indifeso rinchiuso in una prigione mobile. Oppure le maschere dell’ infamia dalle forme grottesche e le aperture che deformavano i volti; indossarne una voleva dire essere privato della propria identità e marchiato a vita dall’ ordine costituito.

Impressionante è anche la sezione dell’ Inquisizione che mi ha particolarmente colpito. Immaginare donne e uomini accusati di stregoneria, sottoposti a interrogatori crudeli e dolorose torture è stato terribile. La verga, la sedia della strega, gli strumenti per la ricerca del marchio del diavolo. Ogni oggetto raccontava una storia di sospetto, paura e intolleranza. Ho sentito sulla pelle il freddo dell’ acciaio e ho provato una angoscia profonda al pensiero delle sofferenze inflitte a queste donne innocenti.

Tra le ombre del passato si nascondono anche delle sorprese. Oltre a farci conoscere gli orrori della tortura il museo ci insegna a distinguere la realtà dalla finzione. Attraverso esempi come la Vergine di Ferro, comprendiamo come i falsi miti possano influenzare la nostra percezione della storia medievale.

Il percorso espositivo si conclude con una riflessione profonda sulla sofferenza umana e sulla forza della fede. La sezione dedicata al martirio dei santi ci trasporta in un mondo di dolore e di sacrificio, dove donne e uomini hanno affrontato la morte con coraggio e dignità. Attraverso stampe e riproduzioni degli strumenti di tortura, siamo invitati a comprendere il valore di queste azioni e a riflettere sul significato della vita. È una esposizione che ci commuove e lascia senza parole, ricordandoci che la storia è fatta anche di gesti eroici e di sacrifici.

Il museo delle Torture di Grazzano Visconti è un luogo che lascia il visitatore con molte domande. Com’è possibile che l’uomo sia capace di tanta crudeltà? Quali sono le radici umane di queste pratiche? Ognuno di noi dovrà trovare le proprie risposte.

E anche per oggi è tutto. Vi aspetto al prossimo articolo, buona lettura a tutti voi.

Alice Tonini

Una risposta a “Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Perfettamente d’accordo col tuo punto di vista. Non sarei mai in grado di torturare, tanto meno di subire torture di alcun tipo. Il museo mi pare ben organizzato, ma avendo visto alcuni musei su strumenti di guerra, la tristezza e angoscia che mettono… credo non andrò. Grazie del articolo sempre interessante. Al prossimo.

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Viaggio nella Storia di Efeso: Dai Templi agli Scavi #2

Benvenuto lettore dell’ignoto, oggi continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei misteri di Efeso, una delle più antiche città costruite dall’uomo. Punto d’incontro tra le tradizioni magiche d’oriente e d’occidente nei secoli ha attirato a sè centinaia di migliaia di fedeli e studiosi di esoterismo grazie al tempio dedicato ad Artemide e alla sua biblioteca. 

 

 

La scorsa volta abbiamo visto come è nata e abbiamo parlato della magnificenza del tempio, una delle meraviglie del mondo antico. Oggi parliamo degli scavi archeologici e dei vari templi che si sono succeduti nel tempo.

La comprensione della planimetria di una città che doveva avere più di 100.000 abitanti è stata resa più facile dalla scoperta di un sarcofago che conteneva una mappa della città risalente al V secolo, con la maggior parte delle strade e degli edifici bene in chiaro. Questo ha aiutato gli archeologi a indirizzare gli scavi.

 

 

Scavi che da più di un secolo ormai squassano la regione e continuano tutt’ora distrurbati solamente dai frequenti terremoti che colpiscono le montagne circostanti. Le scoperte più recenti comprendono un elegante villa con mosaici e pitture alle pareti dai colori così vivi che si vedono chiaramente ancora oggi le immagini di alberi e pavoni.

La maggior parte di quel che sappiamo del meraviglioso tempio di Artemide a Efeso ci viene dal lavoro di  J.T.Wood, un ingegnere inglese che ottenne il permesso di scavare nel 1863 e che continuò per oltre un decennio, tra difficoltà e frustrazioni continue dovute perlopiù alla scarsa collaborazione delle autorità locali. 

 

 

La sua descrizione del paesaggio che circonda i resti della città, e dei luoghi nei quali gli antichi efesini avevano costruito le strutture più sacre ci mostra come avessero veramente a cuore la maestà, la grandiosità naturale legata al sacro e alla divinità. Egli scrive:

La grande bellezza di Efeso non può certo essere esagerata da noi. La città è circondata da montagne, che, comunque le si guardino, formano sempre un orizzonte spezzato, mosso, variegato. In primavera l’angelica, con i suoi boccioli giallo acceso, copre il monte Coresso, dandogli un grande rilievo da qualsiasi parte lo guardiate. Nonostante io sia rimasto nella zona quasi sempre per undici anni, non mi sono mai stancato di quel panorama che mi circondava. Le montagne sulle quali l’occhio cadeva ogni giorno cambiavano di ora in ora mentre il sole faceva il suo corso, e la desolazione del posto non abitato era più che compensata dalla sua bellezza, che non veniva mai meno.

 

Parte di una colonna. 

La desolazione del luogo di cui Wood ci parla è solo una parte dell’esperienza esacerbante degli scavi condotti lassù. Nel suo lunghissimo libro Le scoperte di Efeso l’ingegnere ci racconta di solitudine, scorpioni, di ruberie perpetrate da lestofanti i quali poi nel villaggio vicino gli offrivano in vendita gli stessi pezzi che lui stesso aveva rinvenuto, e problemi continui e asfissianti con le autorità turche per ottenere i permessi e i rinnovi.

Nel suo primo anno a Efeso ci fu una grande siccità e Wood vide un giorno 2000 turchi tutti vestiti di bianco salire sul vicino monte Pago e pregare, braccia levate al cielo, per invocare la pioggia (che venne poco dopo). Negli anni seguenti si susseguirono temporali e piogge, senza interruzione. I problemi con la mano d’opera locale erano continui: un uomo morì soffocato dal crollo di una trincea appena scavata, altri furono imprigionati per il furto di un agnello. Aveva arabi, turchi e greci, più o meno in egual numero e che non smettevano di scontrarsi tra loro. I greci in particolare avevano un sacco di festività religiose, e in quei giorni indossavano gli abiti migliori e si mettevano a bere fino a diventare ubriachi e aggressivi. A un certo punto erano circa un centinaio gli uomini che lavoravano contemporaneamente per lui, e spesso gli domandavano 15 piastre al giorno invece di 10 (circa 21 centesimi). Queste richieste crearono grossi buchi al budget di 16.000 sterline che Wook aveva ottenuto dal British Museum di Londra.

 

Parte di una colonna. 

Un giorno un mercante di Smirne, città distante una ottantina di chilometri, si presentò allo scavo e gli disse di aver sognato un tesoro; convinse Wood a cedergli i suoi lavoranti per scavare e cercarlo. Non trovarono nulla ma il mercante tentò di scaricare il conto del lavoro sull’inglese il quale comprensibilmente fece obiezione. Il sogno del mercante si realizzò un paio di anni dopo quando venne ritrovato un vaso di coccio contenente 2.000 monete risalenti al periodo fra il 1285 e il 1315 a.C.. Le autorità locali snobbarono il ritrovamento ritenendolo di nessun valore e il reperto finì al British Museum.

Alla fine Wood ebbe il successo che la sua pazienza meritava. Da un’iscrizione frammentaria ritrovata non lontano dal vaso di coccio gli fu possibile stabilire che ogni volta che aveva luogo uno spettacolo nell’antico teatro, le immagini sacre esposte nel tempio di Artemide venivano portate al teatro ed esposte al pubblico, successivamente venivano restituite al termine degli spettacoli. Il percorso in processione delle immagini sacre passava per la porta detta della Magnesia. E infatti il nostro archeologo 15 metri sotto terra ritrovò la porta e la strada di marmo larga oltre 10 metri che da questa partiva e arrivava sino al tempio che risultò essere il quinto da quando la città era stata fondata e l’ultimo costruito.

 

Come vi ho mostrato nelle scorse immagini della struttura e dei fregi sono restati solo frammenti.  Questo che vedete è un monumento funebre. Questi si sono conservati perché chiunque li danneggiava era maledetto e multato.

Il quinto tempio era colossale, lungo più di 100 metri e largo 50, dipinto di colori vivaci e luccicante di ornamenti di bronzo, oro e argento. Wood individuò anche sezioni della struttura costruite da Creso ma incontrò delle grosse difficoltà legate al terreno paludoso e ai pochi resti rimasti. In ogni caso rinvenne 23 vasi e 63 blocchi di marmo che portò in inghilterra dove si possono ammirare ancora oggi al British Museum. Tra questi si trova un pezzo di colonna di marmo con le istruzioni in greco per la divinazione del volo degli uccelli. Eccovene un estratto:

Volando da destra a sinistra, se l’uccello così vien visto sparire dalla vista, allora è buon auspicio, ma se alza l’ala sinistra, e se la alza o la nasconde il segno è infausto; e se volando da sinistra a destra, sparisce in volo dritto, allora è segno infausto, ma se solleva l’ala destra

 

Uno splendido gioiello ritrovato nel sito. 

 

All’inizio del secolo scorso D.G. Hogarth, anch’egli sponsorizzato dal British Museum, continuò il lavoro iniziato da Wook, e scoprì i resti di templi precedenti all’ultimo, con una quantità incredibile di statuette in oro e avorio della dea Diana e dei suoi animali selvaggi.

La caratteristica principale della dea, e forse la ragione della sua deificazione nei tempi passati era la sua abilità nell’addomesticare le creature selvagge. Nel corso della storia e anche ai giorni nostri leggiamo di persone che sembrano avere questa capacità straordinaria: saper comunicare con gli uccelli e con gli altri animali. Si può facilmente immaginare quanto una simile dote fosse rispettata nei tempi antichi, quando il rapporto tra uomini e animali era molto più stretto, e l’esistenza nomade dipendeva dal successo della caccia. Anche oggi che la caccia è considerata solo uno sport, le persone che, misteriosamente, sanno mettersi nella pelle degli animali e intuirne i movimenti incontrano un grande rispetto presso i colleghi cacciatori. Il singolare rapporto tra cacciatore e preda è stato spesso studiato, nella realtà e in letteratura. La Diana cacciatrice che è anche la protettrice delle creature selvagge forse rappresenta il primissimo esempio di questa ambivalenza.

 

Una piastra d’oro. 

 

Il primo tempio, o altare d’albero, innalzato in suo onore fu distrutto dai cimmeri nel 650 a.C. Fu ricostruito due volte, ed entrambe saccheggiato. Il quarto tempio fu finanziato da Creso di Lidia e il suo splendore era pari alla sua fama. Ci vollero 120 anni per completarlo. Era di marmo bianco, circondato da colonne ioniche e abbellito da una serie di ornamenti non comuni per l’epoca. Quando Erodoto lo visitò nel 450 a.C. Ne fu estasiato. Ma un secolo dopo il tempio era distrutto un altra volta. In una notte di ottobre del 356 a.C. Notte in cui si dice sia nato Alessandro il Grande, un certo Erostrato, che evidentemente covava la strana ambizione di rendere il suo nome immortale, commise il grave crimine di dare fuoco ai recinti lignei.

Il suo nome, ironicamente, fu eternato proprio a causa dell’universale denuncia del suo delitto: il concilio pubblico d’asia aveva infatti decretato che egli fosse considerato il peggiore e più vile degli uomini, il più malvagio di tutti e quindi immeritevole d’esser ricordato, anzi “non doveva nemmeno esser menzionato”.

Questa volta una popolazione indignata si unì nella ricostruzione del tempio profanato. Vi furono donazioni da parte di ricchi e di poveri, e i re delle vicine regioni fecero a gara per avere l’onore di offrire tesori preziosi.

Alessandro il Grande passando da Efeso nella sua spedizione verso oriente, offrì una somma ingente a condizione che il tempio venisse dedicato al suo nome. Gli efesini se la cavarono con molto tatto e diplomazia: “Come può un dio dedicare un tempio a un altro dio?”, gli fecero sapere che declinavano l’offerta. 

 

Un altro monumento funebre.  Si vede che le maledizioni funzionavano….

 

Nel 323 a.C. Il tempio era finito. Si trattava del quinto, quello che Filone definì la più grande delle sette meraviglie del mondo. Le sue 127 colonne alte 20 metri si stagliavano verso il cielo e per Plinio il Vecchio era pieno del genio di Grecia: le staute le aveva scolpite Prassitele, e le pitture erano meravigliose. Plinio il cui trentesimo libro è dedicato alla magia e include una lista di negromanti che comincia con Mosè, spiega come le massicce colonne vennero innalzate in grandi cesti di sabbia, che furono poi gradualmente svuotati, così da permettere alle colonne di poggiarre sul fondo, L’architrave era così enorme che l’architetto Dinocrate disperava di poterla sistemare a dovere, ed era praticamente sull’orlo del suicidio quando Diana in persona gli apparve nel sonno assicurandogli che l’elemento era al suo posto, la dove doveva essere. E al suo risveglio Dinocrate la trova infatti al suo posto.

Magia? Mistero o forse fede?

Probabilmente tutte e tre.

Ma per la seconda parte del nostro viaggio è tutto

Caro lettore dell’ignoto la prossima volta, che sarà anche l’ultima dedicata a Efeso, parliamo della figura della dea Artemide e della sua rappresentazione, della fine del tempio e della morte della città.
Fino ad allora buona lettura a te, la compagnia di un buon libro è importante.
 
Alice Tonini
 
In collaborazione con Carla Broglia, autrice del blog “Più sai più sei” – La bancarella del libro.
 
Ps. Questa domenica ci sarà il mercatino dei libri a Castel Goffredo (mn). Purtroppo per impegni personali non sarò presente ma vi invito comunque a partecipare. Per chi di voi fosse interessato all’acquisto di un cartaceo dei miei romanzi raggiungetemi su instagram per una promozione interessante. 
Grazie 

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