Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1

Lettori amanti dell’ignoto, aggrappatevi con forza al precario equilibrio della nostra nave. L’oscurità liquida ci avvolge, onde spettrali percuotono il legno con gemiti sordi, scuotendo la nostra fragile dimora sull’acqua in un’altalena sinistra. La vela silente pende inerte, mentre un vento gelido ulula litanie tra le sartie, spruzzando il nostro volto di un’umida essenza marina. Poi, un sussulto brutale, uno stridio agghiacciante, e la nostra prigione galleggiante si incaglia con un tonfo su una riva di sabbia che brilla di una luce innaturale. Avvolti nei nostri mantelli come in sudari, ci gettiamo nel silenzio denso, correndo a piedi nudi sulla sabbia che attutisce ogni suono. La nebbia, un sudario opaco, cela forme indistinte, sagome di dimore che appaiono e scompaiono come spettri. Senza esitazione, cerchiamo rifugio sotto le fronde di un albero che incombe, ignorando la sensazione di occhi invisibili che ci osservano nel buio. Ci guardiamo tra noi con sguardo smarrito. «Dove siamo?» Una donna avvolta in un mantello blu appare dalla nebbia. «Benvenuti ad Atlantide.»

L’eco di un’antica civiltà perduta, un’isola avvolta nel mito, risuona inquietante attraverso le ere, un’ombra romantica che infesta l’inconscio di molte culture. Si narra di una fioritura prodigiosa, un’esistenza idilliaca spezzata di netto dall’abbraccio insondabile dell’oceano. Sussurri ancestrali parlano di una terra intessuta di incantesimi e arcane dottrine, un isola i cui segreti esoterici giacciono ora inabissati, irrecuperabili. I suoi abitanti, un tempo baciati dalla fortuna, si dice fossero custodi di ricchezze inimmaginabili, di un potere arcano, di una saggezza che trascendeva la comprensione mortale, e di una felicità perfetta, in simbiosi inquietante con le forze primordiali. Il loro unico desiderio, una preghiera sussurrata al vento e alle onde, era di preservare quell’effimero paradiso, ignari delle oscure correnti che già serpeggiavano sotto la superficie del mare.

Ah, il sogno rincorso nei secoli di un’isola incantata, un rifugio dove la magia della natura danza senza la necessità di ingombranti marchingegni tecnologici, un luogo di eterna quiete… non è forse il custode dei nostri sogni più audaci e delle nostre fantasie più sfrenate? Questa leggenda si veste di nuovi nomi ad ogni sussurro del tempo: Shangri-La, Bali-hai, Brigadoon… ognuna di queste terre apre una finestra letteraria su quell’antico desiderio di pura gioia. In fondo, è un mito amico, un po’ dispettoso forse, che ci invita a curiosare tra le pieghe dei nostri limiti, a soppesare le nostre forze e debolezze di fronte a un’immagine di perfezione che, chissà, potrebbe non essere poi così irraggiungibile.

Questa storia di un’isola magica è davvero affascinante! Spunta da ogni angolo del mondo, dall’Atlantico al Pacifico, sussurrata tra le onde dell’Egeo e le misteriose correnti del Mar dei Sargassi… quasi ti fa venire il sospetto che un luogo del genere, o magari più d’uno, sia davvero esistito. Un paese avvolto in un’aura speciale, una civiltà svanita all’improvviso, lasciando dietro di sé non solo un vuoto, ma anche quel ricordo un po’ strano, quella sensazione di un posto meraviglioso e incantato che aleggia ancora nell’aria.

Un frammento di questa antica credenza serpeggia tra le pagine di un papiro egizio, gelosamente custodito a Leningrado. Narra la storia di un viaggiatore sfortunato, il cui cammino verso le miniere del faraone fu interrotto dalla furia del mare. Si ritrovò esule su una riva ignota, lambita da acque silenziose. Lì, una visione abbagliante lo attese: un drago dalle squame d’oro zecchino, la cui voce risuonò con un eco primordiale: «Questa è la dimora degli uomini beati, dove ogni anelito del cuore si materializza». La promessa di salvezza, di un ritorno al suo mondo, gli fu sussurrata come una dolce illusione. Ma l’ombra del drago si allungò sulle sue speranze con una rivelazione inquietante: quell’isola, scrigno di felicità, era votata all’oblio, destinata a sprofondare negli abissi marini, per non essere mai più rivista da occhi umani.

Un centinaio d’anni dopo, sempre lì in Egitto, circola un’altra storia affascinante, quella di Atlantide, raccontata dal saggio Platone. Verso il 335 avanti Cristo, egli mise nero su bianco una chiacchierata tra amici, Socrate, Crizia e Timeo. Lì si parlava di questo regno di Atlantide, a quei tempi sparito già da un pezzo. Solo che… c’è un piccolo dettaglio un po’ strano. Il protagonista di questo racconto non è uno qualsiasi, ma Solone, un antenato di Crizia, un tipo leggendario che era stato in Egitto più di un secolo prima. Quindi, è come ascoltare un’eco lontana, una storia raccontata da qualcuno che l’ha sentita in prima persona una testimonianza che ti fa venire la pelle d’oca, non trovi?

Immagina la scena: il saggio Solone chiacchiera amabilmente con i sacerdoti di Sais, una città antichissima sulle rive del Nilo. La conversazione scivola indietro nel tempo, ma ecco che i sacerdoti, con un sorriso un po’ enigmatico, prendono in giro Solone! Pare che la sua conoscenza della storia greca fosse un po’ lacunosa ai loro occhi. Loro, invece, con un velo di mistero nella voce, gli raccontano di una storia di Sais che affondava le radici in un passato lontanissimo, ben ottomila anni! E poi, la parte più intrigante: quei vecchi manoscritti di Sais conservavano il ricordo di una guerra remota, una battaglia tra gli antichi ateniesi e una civiltà potente che dimorava su un’isola nell’immensità dell’Atlantico.

«C’erano altre isole vicino a questa, » dicono i sacerdoti, «e al di la, oltre l’oceano, un grande continente. Questa isola, chiamata Poseidone o Atlantide, era governata da re, i quali, regnavano anche sulle terre vicine e possedevano la Libia, e alcune isole del mar Tirreno. Quando l’Europa fu invasa dalle armate di Atlantide, il coraggio di Atene, che era a capo della coalizione greca , salva la Grecia dal giogo degli invasori. Questi eventi precedettero di poco una terrificante catastrofe, un potente terremoto scosse la terra e violente pioggie incessanti la allagarono. Le truppe greche morirono, e Atlantide fu inghiottita dalle acque dell’ oceano.»

Questo è il passo tratto da Timeo, ma è nel ‘Crizia‘ che il velo si fa ancora più sottile, rivelando dettagli che agghiacciano l’anima. Si sussurra di un cataclisma, avvenuto ben 9600 anni prima che Platone narrasse la sua storia, che inghiottì Atlantide negli abissi. La descrizione di quel regno è un canto ammaliatore e sinistro: terre fertili che ora giacciono sotto onde oscure, foreste di alberi dalle forme aliene che ondeggiano nel silenzio del mare profondo, miniere sigillate per sempre, custodi di metalli e gemme scintillanti. E poi un metallo misterioso, descritto con un’ammirazione quasi sacrilega, lucente come oro ma intriso di proprietà arcane, che ora dorme disperso per sempre negli abissi, un ricordo inquietante di una magia perduta.

L’occultista inglese Anthony Roberts, nel suo inquietante saggio I giganti della terra, evoca passaggi da antichi testi, ombre che danzano su una verità proibita. Egli insinua che gli atlantidei, lungi dall’essere i saggi sovrani di un’utopia perduta, si abbandonarono a pratiche nefaste, cadendo in una spirale di magia nera così potente da condurli alla rovina. «E così furono distrutti dalla loro obbedienza ai poteri oscuri dello spirito del male», ammonisce Roberts, le cui parole risuonano come un presagio. Per lui, la leggenda di Atlantide non è un mero racconto per bambini, ma l’eco distante di una civiltà che realmente prosperò in un’era remota che precede di millenni la nascita di Cristo. Ma qui il velo si fa più fitto, il mistero più denso. «Quel che realmente fu non ha niente a che vedere con quello che gli studiosi classici intendono o capiscono.» Le loro ricostruzioni, Roberts suggerisce con un tono carico di sottintesi, sono solo deboli e tremolanti riflessi di una grandezza oscura e inimmaginabile. Cosa celavano realmente le immense città di Atlantide? Quali segreti giacciono sul fondo del mare protetti da abissi insondabili? La verità, secondo Roberts, è molto più inquietante di quanto osiamo immaginare.

Quasi tutti coloro che hanno osato interrogare l’enigma di Atlantide – da Platone fino agli oltre duemila volumi odierni che tentano di strappare il velo al suo ricordo – hanno affrontato l’incertezza: il racconto del filosofo greco era una finestra su un’era perduta, o solo un miraggio della mente? Figure avvolte nella penombra della storia, come Giamblico, Porfirio e Origine, si sono avvicinate al mistero, offrendo interpretazioni che, pur divergenti, sembrano convergere su un punto inquietante: un nucleo di verità sommersa giace sotto la superficie del mito. Ma poi, il confine si fa sfocato, le acque si intorbidano. Coloro che giunsero in epoche successive, parlarono attingendo solo ai labirinti della propria immaginazione, o scrutando riflessi distorti nello specchio dei desideri umani e delle leggende sedimentate come oscure alghe su una storia già di per sé ammaliante? Cosa si cela realmente dietro il fascino persistente di Atlantide? Forse, la verità è un’ombra sfuggente proveniente da profondità insondabili, che si beffa di ogni tentativo di essere afferrata.

Il problema serpeggia nell’ombra della stessa reputazione di Platone. La sua mente feconda diede alla luce verità cristalline e chimere effimere, intrecciandole con tale maestria da rendere labile il confine tra realtà e finzione. Non è forse inquietante immaginare che un intelletto così potente abbia potuto tessere una favola allegorica, un inganno elegante celato sotto la veste di un racconto antico? Forse, il nucleo originario della storia di Atlantide, intriso di verità dimenticate, fu plasmato dalle sue mani come cera fredda, modellato per servire una sua visione, un suo σκοπός oscuro. E se fosse così, quali verità inquietanti potrebbero celarsi dietro le modifiche del filosofo?

L.Sprague de Camp, nel suo libro Continenti perduti: Il tema di Atlantide nella storia, tra scienza e letteratura, arriva alla conclusione che: «Platone ha scritto si una storia affascinante, che ha avuto una grande e durevole influenza nella letteratura e nel pensiero occidentali, ma che ha poco a che spartire con la geologia, l’antropologia o la storia, delle quali sapeva poco o nulla.»

Per quasi un millennio, un lungo sonno avvolse la leggenda di Atlantide, quasi fosse un segreto sussurrato e poi dimenticato con il fruscio delle pagine del tempo. Ma poi, come un’antica eco che risuona inaspettatamente, il suo nome tornò a farsi strada, con una forza sorprendente, dopo la scoperta di nuove terre oltre l’oceano. Immagina, l’enigmatico John Dee, astrologo della potente regina Elisabetta I, un uomo che scrutava le stelle in cerca di risposte nascoste. Con un gesto audace che sfidava la logica e persino le parole di Platone, osò tracciare Atlantide là dove le mappe indicavano il Nuovo Mondo! Che visione misteriosa lo guidava? Quale segreto percepiva oltre l’orizzonte conosciuto? E non fu il solo a rimanere affascinato. Anche un pensatore del calibro di Francesco Bacone si immerse in queste speculazioni nascenti. Cosa avrà stuzzicato la sua mente brillante? Quali nuove domande si affacciavano sull’antica storia, ora che il mondo sembrava essere molto più vasto e pieno di possibilità di quanto si fosse mai immaginato? È come se la scoperta dell’America avesse riaperto un antico libro di misteri, invitando nuove generazioni a leggerne le righe nascoste. Non trovi anche tu che sia un risvolto davvero affascinante?

Tra i più appassionati cultori moderni della leggenda annoveriamo il deputato americano Ignatius Donnelly (1831-1901) che scrisse Atlantide: il mondo antidiluviano, un testo fortunatissimo che annovera più di cinquanta ristampe; Paul Schliemann, il nipote del leggendario archeologo, che si vantava di possedere oggetti provenienti da Atlantide ma non li mostrò mai a nessuno; James Curchward che scrisse non solo di Atlantide ma anche di altre due civiltà scomparse, Lemuria e Mu; Madame Helena Blavatsky che sostenne di avere esaminato, in una delle sue famose trance, un documento manoscritto su foglie di palma, proveniente da Atlantide; e infine, il filosofo esoterico Rudolf Steiner, che spiegò come gli abitanti di Atlantide avessero posseduto sia il potere magico delle parole, sia la forza vitale che permetteva loro di realizzare qualunque cosa.

Scrutando tra le pagine ingiallite del volume Continenti perduti di de Camp, si cela una verità tanto meticolosa quanto inquietante. In una delle sue appendici, come in un catalogo di un sapere proibito, vengono elencati ben 215 nomi. Duecentoquindici menti che, nel corso dei secoli, hanno fissato il vuoto lasciato da Atlantide, tentando di riempirlo con le proprie teorie. Accanto a ciascun nome, una data, un riferimento ad un’epoca in cui l’enigma tormentava la coscienza umana. Ma è proprio questa precisione a incutere un brivido. Cosa ha spinto de Camp a compilare un simile elenco, quasi un necrologio di speranze perdute? E cosa si cela dietro questa moltitudine di interpretazioni, questa febbrile ricerca di un’isola fantasma? Non è forse inquietante pensare a così tante menti, attraverso i secoli, sono state attratte da questo abisso di mistero, ognuna convinta di averne carpito il segreto, indicando un punto diverso sulla mappa del mondo? Sembra quasi che Atlantide non sia solo un luogo perduto, ma un’ossessione contagiosa, un fantasma che infesta la mente di chiunque osi avvicinarsi troppo al suo ricordo.

«Forse», suggerisce de Camp, «l’improbabilità di Atlantide è la ragione stessa del suo fascino. È una forma di escapismo; la vaghezza della leggenda permette al commentatore di giocare con le supposizioni come un bimbo gioca con il Lego.»

Le ipotesi che oggi serpeggiano attorno al destino di Atlantide sembrano danzare attorno alle parole di Platone. La sua lapidaria affermazione di una catastrofe avvenuta diecimila anni prima della sua venuta al mondo viene liquidata come un “malinteso”, un “errore di trascrizione”. Gli studiosi contemporanei, con una sicurezza che a tratti inquieta, suggeriscono una data ben più vicina, un’eco di soli milleduecento anni che li separa dal grande filosofo. Ma in questo tentativo di razionalizzare l’abisso temporale, non si cela forse un mistero ancora più profondo? Un’ombra di anacronismo sembra effettivamente allungarsi sui diecimila anni di Platone: le nazioni più antiche d’Europa, Grecia inclusa, non riescono a dipanare la trama della loro storia oltre un orizzonte di tremilacinquecento anni. Perfino le memorie incise nella pietra degli egizi e dei sumeri, se si ignorano gli enigmatici annali dei sacerdoti di Sais, si perdono in un passato di poco più di cinquemila anni. Allora, da dove emerge questa cifra vertiginosa, questi diecimila anni che sfidano la cronologia conosciuta? È forse un indizio di un’antichità ancora più remota, un’eco di civiltà dimenticate che precedono persino le prime luci della storia che conosciamo? O Platone, depositario di segreti ancora più antichi, ci ha lasciato un enigma temporale la cui vera portata ci sfugge ancora? Questa discrepanza, lungi dall’essere un semplice errore, potrebbe celare la chiave per svelare misteri ancora più oscuri sulle origini di Atlantide e sul suo vero posto nel flusso del tempo.

Amici lettori, mentre ci congediamo per ora, lasciate che un brivido di mistero vi accarezzi la mente. Questo che avete letto è solo il primo sguardo nell’abisso del mito di Atlantide. Abbiamo sondato le incerte profondità del tempo, cercando di ancorare questa leggendaria civiltà in un’epoca precisa. Ma ora, una nuova domanda emerge dalle nebbie del passato, un interrogativo che ci spinge ancora più nel cuore dell’enigma: il luogo. Dove giacevano le sue magnifiche coste? Quali segreti custodiscono gli abissi che un tempo la videro prosperare? Il nostro viaggio, cari esploratori dell’ignoto, è tutt’altro che concluso. Non temete, insieme ci immergeremo ancora più a fondo, scrutando le mappe antiche e le speculazioni moderne per tentare di localizzare quel paradiso perduto, quel regno sommerso che continua ad affascinare e inquietare la nostra immaginazione. Rimanete con noi, perché il mistero di dove Atlantide si celasse è un’avventura che non vediamo l’ora di condividere con voi. E chissà quali oscure meraviglie attendono di essere rivelate?

Alice Tonini

2 risposte a “Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bellissimo viaggio alla ricerca della verità su Atlantide. Io rimango convinta si trattasse di astronavi e uomini venuti dallo spazio. Vedremo cosa dice il tuo prossimo articolo. Ciao! Brava!

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  2. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di […]

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La Magia della Medicina Antica a Kos #2

Lettori dell’ ignoto riprendiamo la nostra passeggiata a Kos, alla ricerca della magia che nell’antichità si nascondeva nella medicina.

Il maestro, che si dice sia vissuto fino a 109 anni, nella prefazione alla sua maggiore opera sull’arte medica scrisse: « Nessuno può raggiungere la perfezione in quest’ arte, perché la nostra vita è troppo breve, mentre l’arte medica è lunga da appendere e piena di difficoltà.»

I suoi consigli avevano la forma di brevi aforismi che denotavano non solo molto buon senso, ma anche una notevole conoscenza della psicologia; prima, ovviamente, che lo stesso concetto di psicologia venisse formulato. I suoi aforismi, con annotazioni e aggiunte successive di medici greci e romani come Discoride, un medico militare greco del I secolo a.C., e Galeno che visse nel II secolo d.C., furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, nel 1708, dal dottore C.J.Sprengell, che nell’introduzione scrive: «Questo libro mi è costato molto sia di lavoro, sia di spese, ma tutto questo sarà insignificante in considerazione della soddisfazione che ne trarrò se il lettore ne otterrà vantaggio.»

Il libro, un bel volume con le effe al posto delle esse, come si faceva a quei tempi, cita parecchi argomenti trattati da Ippocrate, dal latte (“non si dovrebbe dare latte a chi ha problemi di mal di testa o ha la febbre”), alla tristezza e i suoi effetti: «Ci sono persone che sono tristi e piene di paure, ma per un breve periodo di tempo e per determinati motivi. Quelli che invece, lo sono senza una ragione apparente possiedono sangue denso e pesante, non sudano e hanno le loro funzioni animali in disordine. Per loro, il solo intervento possibile è una lobotomia al momento giusto, o un vomito ben preparato».

Ippocrate credeva profondamente nell’equilibrio del corpo. Se una persona stava male per avere mangiato troppo bisognava che liberasse l’intestino. «Qualunque malattia causata dalla sazietà, va curata con l’evaquazione.» Come molti medici del suo tempo, era favorevole alle purghe e agli emetici che liberassero il corpo dal cibo avariato o in eccesso. Ma raccomandava anche: «I corpi che non riescono a purgarsi devono, prima di prendere dell’elleboro, prepararsi a quest’erba con una dieta abbondante, liquido e con molto riposo. Perchè se l’elleboro, o un altro forte emetico, viene assunto a stomaco vuoto, o con il corpo riscaldato da qualche esercizio o altro, può provocare forte irritazione, causare convulsioni o addirittura la morte. Casi del genere se ne sono verificati e non pochi!»

Sono esigue, purtroppo, le annotazioni lasciate dal filosofo che fanno riferimento a erbe medicinali specifiche, come l’elleboro, il cui fiore bianco, velenoso, viene usato sia come sedativo che come tranquillante. Dagli scritti dei suoi colleghi però possiamo fare qualche seria ipotesi, almeno su alcune delle erbe che era solito usare.

L’erbario di Discoride tradotto in inglese da John Goodyear nel XVII secolo, è una guida completa alle erbe medicinali che sono tuttora in uso. Mentre un libro contemporaneo: Erbe di Grecia di Alto Dodds Niebuhr riporta numerose citazioni di Discoride, come per esempio nel caso dell’ortica romana (Urtica pilulifera), una pianta erbacea a stelo lungo che può raggiungere anche l’altezza di un metro. Il suo nome greco è tsuknes e Discoride dice di lei:«Le foglie macerate con piccoli crostacei ammorbidiscono la pancia, eliminano l’aria interna e smuovono l’urina.»

Un’altra pianta molto utilizzata nei tempi antichi, e quasi certamente anche al tempo di Ippocrate, era la pianta verde gialla della ruta (Ruta graveolens) quella a cui Shakespeare faceva riferimento come “erba della grazia.” Può diventare alta anche mezzo metro e si raccoglie prevalentemente nei mesi di maggio e giugno e nonostante la sua puzza veniva usata nelle insalate. Per gli antichi era valida soprattutto perchè il suo odore teneva lontani gli insetti di ogni tipo e la si metteva a fasci nei cortili delle case. Il suo nome greco è apigheros ed è con quel nome che Discoride la cita come erba che: «se masticata fa sparire i cattivi odori che vengono dalla cipolla e dall’ aglio.» La raccomanda inoltre per «causare lo scorrere del mestruo.»

L’erba più conosciuta, naturalmente era quella che i romani chiamavano Conium maculatum, i greci amaranghas e noi cicuta. È una pianta biennale, con radici e fiori bianchi, e macchie viola sul gambo vuoto. È il veleno che uccise Socrate.

Nel corso della sua vita Ippocrate fece molti viaggi all’ estero per accrescere le sue conoscenze, ma poi ritornava a Kos dove una volta, dei rivali gelosi tentarono di bruciargli l’ospedale, incolpandolo. Ma lui era troppo stimato nella sua isola.

Nel secolo scorso, gli archeologi hanno scoperto a Kos i resti di un ospedale antecendene l’Asclepieon che risalgono al 336 a.C., ma l’ultimo rudere conservatosi venne distrutto da un terremoto molti secoli più tardi, nel 554 d.C. Oggi il luogo è circondato da bellissimi cipressi e da quello che doveva essere un parco sacro con sorgenti che portano tracce di zolfo e di calcio, sostanze già allora usate per molte cure.

Forse il monumento più bello al padre della medicina è l’immenso platano che porta il suo nome e che si estende con i suoi rami sopra la piccola piazza chiamata Plateia Platanos. L’albero che in inverno sembra senza vita domina l’antica sorgente le cui fresche acque rinnovano ogni anno il suo vigore, permettendogli così di formare con le sue foglie una cupola d’ombra sull’area circostante. Si dice che proprio sotto questo antico albero Ippocrate sedesse ed esponesse a quanti erano disposti ad ascoltarlo le sue teorie sulla medicina.

Proprio sotto questo platano termina la nostra passeggiata. Il nostro viaggio tra il mistero e l’ignoto però è appena iniziato quindi ci troviamo al porto e prendiamo la prima nave per……..il luogo più misterioso e ignoto per antonomasia. Restate connessi, ci leggiamo prestissimo.

Alice Tonini

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San Patrizio: Storia e Simbolismo☘️

Il 17 marzo il mondo si tinge di verde per celebrare San Patrizio 🥳, patrono d’ Irlanda. Ma questa festa apparentemente gioiosa e folkloristica nasconde un lato oscuro e misterioso, fatto di leggende millenarie, simboli esoterici e tradizioni pagane.

Quanti di voi conoscono la storia della vita di San Patrizio? Contrariamente a quanto potreste pensare San Patrizio, il cui nome alla nascita era Maewyin Succat, non era di origini irlandesi ma britanno-romane. Era membro di una famiglia nobile romana la cui esatta origine è ancora oggi sconsciuta. Della sua vita non sappiamo molto, per lo più leggende e folklore. All’età di sedici anni venne rapito e portato in Irlanda come schiavo. Dopo sei anni di prigionia riesce a fuggire e tornato dalla sua famiglia prende gli ordini sacri nel 407 d.C.. Tornerà in Irlanda come missionario, viaggerà per l’isola in lungo e in largo predicando, convertendo e aiutando i bisognosi. La leggenda racconta di lui che fu un viaggiatore instancabile: si recherà in Francia e a Roma quando spostarsi era pericoloso e faticoso. Gli storici segnano la data della sua morte il 17 marzo 461 e da allora le leggende che lo riguardano si sono moltiplicate.

Lo sapete che simbolo iconico di San Patrizio è il trifoglio? Viene spesso associato alla Trinità cristiana, la leggenda racconta che il santo si servisse di questa pianta per spiegare il concetto di Trinità divina a quanti lo ascoltavano. Un’altra leggenda racconta che il santo con un suo ordine scacciò tutti i 🐍serpenti dall’Irlanda. In realtà c’è da dire però che in Irlanda i serpenti non ci sarebbero stati neppure prima di San Patrizio ma la leggenda vorrebbe simboleggerebbe la fuga del male e dell’oscurità davanti alla luce e alla saggezza divina.

È famosa anche la leggenda che parla di un luogo chiamato il pozzo di San Patrizio dove si dice che il santo si recasse spesso a meditare e a pregare e viene considerato dalla tradizione una porta per l’ aldilà. Si dice che alcuni pellegrini vi abbiano visto dentro il purgatorio e l’inferno riflessi. Il pozzo senza fondo si trova a Luoghi Derg, un isolotto dove oggi si erge una chiesa meta di pellegrinaggi.

Durante la festa di San Patrizio che inizia il 17 marzo ma prosegue per tutto il week-end si beve birra, ci sono delle parate (ad esempio il St Patrick’ Festival a Dublino o l’ Home of St Patrick’s Festival a Armagh) con maschere, musica e balli tradizionali. Si indossa un indumento verde per auspicare buona sorte e si pranza con l’Irish Stew. Uno stufato di manzo o agnello accompagnato da verdure e sfumato con birra Guinness. Viene accompagnato da pane integrale e bruschette.

Nonostante oggi sia una festa cristiana rimane forte il simbolismo pagano. Ad esempio il colore verde rappresenta fin dall’antichità la rinascita e la fertilità, mentre il trifoglio era considerato un simbolo di buona fortuna già in epoca pre-cristiana. La croce celtica adottata dal santo per facilitare la comprensione del simbolismo religioso combinerebbe il simbolo cristiano con il sole celtico.

Esiste una espressione popolare irlandese che dice The Luck of the Irish (La fortuna degli Irlandesi) che viene utilizzata oggi per augurare buona fortuna in modo scherzoso o per descrivere una serie di eventi fortuiti accaduti a una persona che sembra avere una fortuna sfacciata. Il popolo irlandese viene tradizionalmente ritenuto molto fortunato ma in realtà non si conosce l’esatta origine della frase. The Luck of the Irish è anche una popolare filastrocca per bambini che celebra la fortuna e la magia associate al giorno di San Patrizio. Il testo che può variare in molte versioni viene recitato come augurio di pace e prosperità.

May the Road rise to meet you,
May the Wind be Always at your back,
May the sun Shine warm Upon your face,
The rains fallo soft Upon your fields,
And until we meet again,
May God hold you in the Palm of His hand.

Questa è una delle versioni di ”The Luck of The Irish”

L’opera Finnegans Wake di James Joyce è una celebrazione complessa e sperimentale della cultura e della mitologia irlandese. Una delle figure principali del romanzo è proprio San Patrizio che compare in un sogno e che secondo Joyce dovrebbe rappresentare la complessità dell’ identità irlandese. L’ opera è davvero molto interessante e qui mi limito a citarla senza avere la pretesa di una analisi esaustiva che in poche righe è impossibile.

Se invece preferite i film forse potrete apprezzare The Quiet Man di John Ford. Si tratta di una pellicola ispirata a un racconto di Maurice Walsh, è ambientato in Irlanda e celebra la cultura e le tradizioni irlandesi, compreso il giorno di San Patrizio.

Carissimi lettori del mistero anche per oggi è tutto. Fatemi sapere se avevate mai sentito parlare di questa festività e delle tradizioni ad essa legate e se conoscete qualche libro che ne parla. Un abbraccio.

Alice Tonini

Una risposta a “San Patrizio: Storia e Simbolismo☘️”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bella e interessante questa tua ricerca sulla storia e le leggende che spiegano le nostre, e non solo, tradizioni. Brava!

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Miti e Leggende dalle Foreste Nordiche ❄️

Benvenuto lettore del mistero, oggi parliamo di folklore e di miti e di come questi siano indissolubilmente legati alla natura. Da sempre le foreste hanno affascinato e terrorizzato l’ uomo. Avvolte da un area di mistero sono state considerate luoghi sacri, dimore di spiriti e creature fantastiche. In particolare l’inverno, con le sue lunghe notti e i suoi paesaggi innevati, ha amplificato questo senso di meraviglia e di paura.

Le antiche culture sparse in tutto il mondo hanno popolato i boschi invernali di creature leggendarie. Queste entità, spesso legate agli elementi naturali, proteggevano o minacciavano gli abitanti dei villaggi. Dalle profondità delle foreste nordiche, dove i troll e gli elfi oscuri regnavano sovrani, fino alla remota taiga siberiana, popolata da spiriti della natura, ogni cultura ha sviluppato i propri miti e le proprie leggende.

Ma perché proprio le foreste invernali? Il freddo, l’oscurità e l’isolamento tipici di questa stagione hanno favorito la nascita di miti e credenze popolari in cui la natura, spesso ostile e imprevedibile, viene animata da forze soprannaturali. Le creature leggendarie con i loro poteri misteriosi diventavano così una spiegazione per i fenomeni naturali incomprensibili, e un modo per affrontare le paure e le incertezze dell’ uomo di fronte alla natura.

La mitologia norrena è ricca di creature affascinanti e misteriose che popolano le foreste innevate. Tra queste i Troll sono senza dubbio i più noti. Esseri brutti e goffi, ma dotati di una forza straordinaria, si dice che abitino nelle grotte e nelle caverne più profonde. Un altra figura ricorrente è quella del Draugr, uno spirito maligno che si alza dalla tomba per seminare il terrore tra i vivi. Nelle notti più buie, si dice che i Nisser, piccoli spiriti domestici, escano dalle loro tane per compiere scherzi e proteggere le fattorie e non dimentichiamo le Valchirie, guerriere al servizio di Odino, che cavalcavano i loro destrieri alati nel cielo e sceglievano i valorosi guerrieri caduti in battaglia per portarli nel Valhalla.

Avevi mai sentito parlare di queste creature?

I Nisser, piccoli spiriti domestici della mitologia norrena, sono profondamente legati alla natura e all’ ambiente che li circonda. Si dice che abitino nelle fattorie, nelle stalle e nei boschi dove si prendono cura degli animali e delle colture. Nonostante le loro piccole dimensioni, sono dotati di forza straordinaria e sono in grado di compiere lavori incredibili durante la notte mentre gli uomini dormono. I Nisser sono particolarmente legati alla terra e alle sue risorse, e si dice che proteggano i raccolti e gli animali dai parassiti e dalle malattie. In cambio gli uomini devono offrire loro rispetto e piccoli doni come del latte fresco o del porridge. Tuttavia se vengono offesi o trascurati, possono diventare molto vendicativi, nascondendo oggetti, rovinando i raccolti o causando incidenti domestici.

I Troll, creature massicce e rocciose, sono indissolubilmente legati alle montagne. Si dice abitino nelle caverne più profonde e nelle fessure delle rocce, mimetizzandosi perfettamente con l’ ambiente circostante grazie alla loro pelle dura e di colore grigio o marrone. La loro forza è leggendaria, tanto da permettergli di scavare tunnel tortuosi o di sollevare massi enormi. Si narra che i Troll abbiano un forte legame con la terra e le pietre e che siano in grado di comunicare con le rocce stesse. Tuttavia sono lenti e goffi e la luce del sole li tramuta in pietra. Per questo motivo preferiscono uscire di notte o durante le giornate più nuvolose, nascondendosi nelle montagne quando il sole sorge. I Troll spesso fungono da antagonisti per gli dei e gli eroi della mitologia norrena e compaiono in miti e leggende antichissimi.

I Draugr sono creature maligne e putrescenti che risiedono nelle tombe dei defunti. Questi esseri tornati dalla morte, sono legati indissolubilmente ai luoghi in cui sono stati sepolti. Le loro tombe situate in luoghi isolati e oscuri, diventano la loro prigione e allo stesso tempo il loro regno. I Draugr sono creature notturne che emergono dalle sepolture per seminare terrore e devastazione tra i vivi. Si dice che siano in grado di controllare il tempo, provocare tempeste e persino di fare risorgere i morti. La loro forza è sovrumana, le loro unghie e i denti sono affilati come rasoi. Si racconta che i Draugr siano in grado di allungare e contrarre il proprio corpo a piacimento, strisciando attraverso fessure e passaggi impossibili per gli umani.

Le Valkirie, guerriere alate al servizio di Odino, sono figure centrali nella mitologia norrena. Volano sui campi di battaglia vestite delle loro armature scintillanti e con i loro elmi cornuti. Osservano il combattimento con occhi vigili e scelgono i guerrieri più valorosi, destinati a cadere in battaglia, per condurli nel Valhalla, la magnifica sala banchetti di Odino. Le Valchirie toccano con le loro lance scintillanti le tempie dei guerrieri scelti, infondendo loro un sonno profondo e portandoli via sui loro destrieri alati. Nel Valhalla i guerrieri si preparano per il Ragnarok, la battaglia finale che porrà fine al mondo. Le Valchirie oltre a essere delle messaggere degli dei sono anche abili guerriere, pronte a combattere al fianco di Odino durante l’ ultima battaglia.

Le creature della mitologia norrena con la loro aura di mistero e potenza hanno lasciato un impronta indelebile sulla letteratura, il cinema e l’ arte contemporanea. Dai giganti e i troll che popolano le terre di Tolkien, alle Valchirie che ispirano le eroine dei fumetti fino ai draghi e alle creature marine che fanno la loro comparsa in innumerevoli film fantasy, l’immaginario nordico continua a stimolare la creatività degli artisti. È una mitologia che ispira con un ricco repertorio di archetipi, simboli e storie che risuonano nell’ animo umano, offrendo spunti di riflessione sulla vita, sulla morte, il destino e il potere della natura. In questo modo le antiche leggende si rivelano attuali e continuano ad affascinare un pubblico sempre più vasto.

I temi ricorrenti, sono elementi che hanno profondamente influenzato la cultura popolare. Il concetto del destino, incarnato dalle Norne, intreccia le vite degli dei e degli uomini in un complesso arazzo di eventi preordinati. L’ onore inteso come coraggio in battaglia e fedeltà agli dei è un valore centrale nella società Vichinga e continua a ispirare personaggio eroici nella letteratura e nel cinema. La forza della natura, personificata dai giganti e dai mostri marini, rappresenta sia una minaccia che una fonte di meraviglia, riflettendo la consapevolezza degli antichi riguardo la potenza degli elementi naturali.

Caro lettore dell’ ignoto, la natura in questi miti è una forza distruttrice e creatrice. Gli elementi personificati in giganti e divinità plasmano il mondo e influenzano il destino degli uomini. Questa profonda connessione con la natura, presente nelle antiche saghe, risuona ancora oggi, in un epoca in cui l’uomo cerca di ritrovare un equilibrio con l’ ambiente che lo circonda.

Ora caro lettore non ci resta che salutarci, al prossimo articolo e buona lettura.

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