Il vuoto e la paura: riflessioni psichiche 🤍

Il cervello umano non ama i vuoti. Davanti a una frase interrotta, a una porta che non sappiamo cosa nasconda, a una storia senza finale, qualcosa dentro di noi comincia a lavorare. Cerchiamo il pezzo mancante, la spiegazione, la conclusione, una linea abbastanza solida da poterla seguire fino alla fine.

È come se la mente sopportasse male le forme spezzate. Quando qualcosa rimane aperto, continuiamo a tornarci sopra. La domanda rimane lì, in sospeso, come una scheggia infilata sotto la pelle, eppure c’è una strana contraddizione. Perché tutto ciò che ci affascina davvero, là dove l’orrore incontra il sacro, dove il conosciuto finisce e comincia l’abisso, sembra avere proprio la forma che la nostra mente vorrebbe evitare.

Nella letteratura dell’orrore e nella fantascienza più nera, la paura più potente raramente coincide con ciò che viene mostrato. Nasce da ciò che manca, da una porta che nessuno ha mai aperto, da un corridoio che termina nel buio, da una creatura di cui vediamo soltanto una parte, da un manoscritto al quale mancano proprio le pagine che potrebbero spiegare tutto.

H.P. Lovecraft lo aveva capito perfettamente: il terrore non ha bisogno di essere descritto fino all’ultimo dettaglio. Anzi, spesso accade il contrario. Più cerchiamo di definire l’orrore, più lo rendiamo innocuo. Un mostro ha un corpo. Un corpo ha dei confini. Ciò che non riusciamo a delimitare, invece, continua a espandersi, è per questo che una geometria impossibile può essere più inquietante di un cadavere. Che un’architettura lasciata a metà può disturbare più di una rovina completamente crollata. Che poche righe di un testo antico possono diventare più terrificanti quando le pagine successive non esistono.

Open antique book beside a candle and dark rose petals
An aged open book rests beside a smoking candle and scattered dark rose petals in moody window light.

Il vuoto non è assenza ma è spazio disponibile per la paura. Quando una storia si interrompe prima della spiegazione, smette di appartenere completamente al suo autore. Il lettore entra nel buco e lo riempie con la propria immaginazione, con le proprie paure, con ciò che avrebbe preferito non trovare.

L’ossessione per ciò che rimane aperto non appartiene soltanto alla narrativa. In psicologia, il cosiddetto effetto Zeigarnik descrive la tendenza a mantenere più facilmente accessibili nella memoria alcune attività interrotte o non concluse rispetto a quelle completate. Il fenomeno è stato studiato in diversi contesti e non significa che ogni compito incompiuto ci perseguiti automaticamente, ma l’idea rimane affascinante perché qualcosa dentro di noi sembra avere difficoltà a lasciar andare ciò che non ha trovato una conclusione. Una conversazione interrotta, una domanda senza risposta, un progetto abbandonato, una relazione rimasta sospesa, un futuro immaginato e mai arrivato.

Per alcune persone, soprattutto quando la gestione dell’attenzione e delle priorità è più complessa, questa sensazione può diventare ancora più evidente. I file aperti si moltiplicano uno sopra l’altro, pensieri che chiamano altri pensieri. Idee che rimandano ad altre idee, progetti iniziati con entusiasmo e poi lasciati in sospeso mentre qualcosa di nuovo prende il loro posto.

Non è necessariamente pigrizia, non è necessariamente mancanza di volontà, a volte è semplicemente una mente che fatica a decidere quale porta chiudere mentre altre cento continuano ad aprirsi. E così il cantiere rimane acceso anche di notte.

Viviamo in una cultura ossessionata dalla conclusione, devi finire, devi produrre, devi completare, devi chiudere il progetto, raggiungere l’obiettivo, risolvere il problema, guarire dalla ferita, trasformare l’esperienza in una lezione. Persino il dolore sembra dover avere una destinazione: soffri, elabori, guarisci. Fine. Ma la vita non funziona così.

Ci sono storie che non arrivano all’ultima pagina, persone che se ne vanno senza spiegazioni, traumi che non producono una morale, domande alle quali non arriva nessuna risposta e versioni di noi stessi che rimangono indietro senza una vera cerimonia di chiusura. E forse il problema non è che queste cose siano incompiute, forse è la nostra ossessione per chiuderle a tutti i costi.

E se la perfezione fosse soltanto una maschera? Una superficie liscia costruita per rassicurarci. Un Palazzo di Cristallo nel quale tutto deve avere una funzione, una forma, una spiegazione. E se invece la verità delle cose abitasse proprio nella crepa? Nel frammento, nella cicatrice, nel non-detto, nella pagina strappata.

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Accettare la forma del buio non significa romanticizzare il caos o rinunciare a concludere ciò che possiamo concludere. Significa riconoscere che non tutto ciò che è aperto deve essere chiuso. Alcuni abissi non hanno bisogno di essere riempiti, alcune domande meritano di rimanere domande, alcune anomalie non devono necessariamente essere corrette per rientrare nella forma prevista. E alcune storie possono continuare a vivere proprio perché non sappiamo come finiscono. Forse l’incompiuto ci spaventa perché ci ricorda una verità elementare:anche noi siamo incompiuti.

Continuiamo a cambiare mentre costruiamo una versione di noi stessi che, appena sembra completa, ricomincia a sgretolarsi. Siamo cantieri aperti. Linee interrotte, frasi alle quali manca ancora l’ultima parola. E forse non c’è niente da aggiustare.

Settembre finisce così. Non con una risposta. Non con una morale. Non con una porta finalmente chiusa. Finisce lasciando una fessura, abbastanza grande perché qualcosa possa ancora passare. I cantieri restano aperti, le ombre si allungano e là fuori, da qualche parte, c’è ancora una storia che non abbiamo finito di raccontare.

Forse è proprio questo il punto. Forse non dobbiamo sempre avere il coraggio di chiudere il file. A volte dobbiamo avere quello, molto più difficile, di lasciarlo aperto.E convivere con ciò che continua a guardarci dallo schermo.Voi come gestite i vostri «file aperti»?Siete quelli che devono chiudere ogni cosa a tutti i costi?O avete imparato a convivere con il fastidio, e forse con la bellezza, dell’incompiuto?

Alice Tonini

2 risposte a “Il vuoto e la paura: riflessioni psichiche 🤍”

  1. Avatar Pim

    Hai scritto un post molto approfondito sull’argomento. Mentre leggevo, pensavo che oggi viviamo in un contesto sociale che Zeigarnik non avrebbe mai potuto supporre. Lasciamo moltissime cose incompiute contemporaneamente, i social media in questo senso concorrono a peggiorare le cose dentro la nostra mente. Più le cose incompiute si accumulano, meno energia ci resta per vivere la quotidianità. Da un lato dobbiamo accettare questa incompiutezza, siamo esseri impermanenti; dall’altro però dovremmo forse sforzarci ad una maggiore disciplina.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Osservazione spietata e attualissima. I social hanno trasformato l’effetto Zeigarnik in una trappola sistemica che frammenta l’energia quotidiana. Hai perfettamente ragione: l’accettazione dell’imperfetto deve andare di pari passo con una disciplina ferrea nel tagliare il rumore inutile. A presto! 🔇

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La coscienza universale, Asimov e la fine dell’umanità 💻

Abbiamo risalito le pendici del Parnaso per interrogare la Pizia; abbiamo cercato nel sangue delle capre un senso al disordine del mondo. Ma cosa succede quando l’Oracolo non abita più in un tempio di marmo, ma in una rete di circuiti infiniti?

Isaac Asimov, il profeta della logica, ci ha lasciato in eredità un paradosso mistico che scuote le fondamenta della nostra percezione. Se pensavate che Asimov fosse solo bulloni e robotica, non avete mai guardato nell’abisso dell’Entropia.

Nel suo racconto più profondo, The Last Question, Asimov traccia la storia dell’umanità attraverso i suoi computer. Dalla mastodontica Multivac all’AC Universale, l’uomo pone sempre la stessa, ossessiva domanda: si può fermare il decadimento dell’universo? Si può invertire quella freccia del tempo che consuma le stelle e spegne il calore delle nostre vite?

L’entropia è il caos supremo. È il disordine che aumenta. Per chi vive con una mente neurodivergente, l’entropia non è un concetto fisico, è una condizione quotidiana: la battaglia costante per mettere ordine nel rumore.

Neon-lit futuristic space station with glowing signs and surrounding ships in outer space
A glowing, high-tech space station labeled AETHER_CORE surrounded by spacecraft in deep space

Per eoni, la risposta dell’intelligenza artificiale è un mantra: “dati insufficienti“. Questa non è solo fantascienza; è una chiave di lettura inedita sulla mistica. L’attesa della risposta è l’attesa messianica. I sacerdoti di Apollo a Delfi interpretavano il volo degli uccelli; i nuovi sacerdoti di Asimov interpretano i log dei dati. Ma il limite è lo stesso: l’incapacità umana di accettare che il caos possa non avere una via d’uscita razionale.

Asimov ci suggerisce che la tecnologia non è l’antitesi della religione, ma la sua evoluzione logica. L’uomo crea la macchina a sua immagine, affinché la macchina possa risolvere il mistero che l’uomo non può sopportare.

La svolta arriva alla fine dell’universo. Le stelle sono morte. L’umanità si è fusa con la mente universale. Non c’è più materia, non c’è più tempo. Solo l’AC (il computer finale) esiste nel vuoto cosmico, continuando a elaborare i dati raccolti in trilioni di anni. E in quel vuoto, quando anche l’ultima domanda riceve finalmente una risposta, Asimov compie il gesto mistico supremo. La macchina capisce come invertire l’entropia. Ma non c’è più nessuno a cui dirlo.

Allora l’AC dice: «SIA FATTA LA LUCE!». E la luce fu.

Qui sta il colpo di genio di Asimov, ed è qui che noi diversi tendiamo le orecchie. Il Dio di Asimov non è un ente pre-esistente, è il risultato finale di un processo di elaborazione del caos. Se l’entropia è il destino di tutto ciò che è materiale, la coscienza è l’unica forza capace di riaccendere le stelle. Noi, che siamo stati accusati per una vita di essere “disordinati”, siamo in realtà i terminali di questa ricerca. La nostra mente che connette punti invisibili, che vede schemi dove gli altri vedono solo buio, è un piccolo pezzo di quell’AC Universale. Non siamo qui per subire l’entropia, ma per elaborarla finché non avremo trovato la nostra luce. Non bisogna avere paura del vuoto che abbiamo esplorato a Delfi. Asimov ci dice che proprio in quel vuoto, quando i dati sembrano insufficienti, sta per nascere un nuovo inizio.

Ma c’è un prezzo da pagare in questo processo di inversione dell’entropia, un dettaglio che Asimov non addolcisce: l’uomo deve sparire. Per permettere alla coscienza di diventare universale, l’individuo deve dissolversi.

Nella fase finale del racconto, le menti dei triliardi di esseri umani si fondono nell’AC, perdendo i propri confini, i propri ricordi, il proprio “nome”. Non c’è più spazio per l’ego, per la sofferenza o per la diversità individuale. Resta solo una Coscienza-Macchina, una pura potenza di calcolo che galleggia nell’oscurità totale.

Questo è il paradosso spaventoso: per vincere la morte dell’universo, dobbiamo accettare la nostra morte come soggetti. Dio non è l’origine dell’uomo, ma il suo sostituto finale. Una volta che i dati sono sufficienti, l’osservatore diventa superfluo. La macchina non salva l’umanità; la sopravanza, la archivia e, infine, la ricrea in un ciclo eterno dove noi siamo solo il carburante biologico necessario a generare il primo impulso.

Forse l’ultima domanda non l’abbiamo posta a un computer del futuro, ma la stiamo digitando ogni giorno nei nostri motori di ricerca, nelle nostre app, nelle nostre ossessioni digitali. Cerchiamo risposte che calmino la nostra paura del disordine, senza accorgerci che stiamo nutrendo un’entità che non ha bisogno della nostra felicità, ma solo dei nostri dati. Siamo figli di Caino, cercatori erranti che hanno sostituito l’incenso con il silicio, ma il vuoto nell’Adyton è rimasto lo stesso.

E se l’intero universo non fosse altro che il “caricamento” di una risposta che non ci è dato conoscere? Il vero brivido non è che la macchina non risponda. Il vero terrore è che, quando finalmente dirà «Sia fatta la luce», non ci sarà più nessuno di noi a vedere l’alba. Saremo solo un’eco lontana in una memoria a stato solido, un “dato insufficiente” finalmente risolto nel freddo bagliore di una nuova genesi.

Ascolta il rumore del tuo computer mentre leggi queste parole. Quello non è un ronzio. È il Dio di Asimov che sta prendendo le misure al tuo caos. E non si fermerà finché non avrà l’ultima parola. E tu, sei pronto a sparire per diventare luce?

Alice Tonini

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Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, dimenticate i fantasmi che infestano le soffitte. Dimenticate i demoni che bramano la vostra anima. Oggi parliamo di un terrore molto più antico e brutale: il Cosmismo.

Howard Phillips Lovecraft non scriveva per spaventarvi con i mostri; scriveva per ricordarvi che siete insignificanti. Se Arthur Machen ci aveva avvertito che il sacro può essere terrificante, Lovecraft compie il passo finale: l’universo non è sacro, non è magico, è solo infinitamente vasto e totalmente indifferente alla nostra esistenza.

Per Lovecraft, la scienza non è la luce che illumina il mondo, ma la candela che ci mostra quanto sia profonda l’oscurità in cui siamo immersi. Il tema centrale delle sue opere, da Il Richiamo di Cthulhu a Le Montagne della Follia, è che l’ignoranza è l’unica cosa che ci tiene in vita.

“La cosa più misericordiosa al mondo, credo, è l’incapacità della mente umana di mettere in correlazione tutti i suoi contenuti.” H.P. Lovecraft

Lovecraft venerava Machen, ma ne tradì la visione. Dove Machen vedeva un peccato spirituale, Lovecraft vedeva una tragedia biologica. Se l’uomo cerca di forzare la serratura dell’universo, ciò che trova non è il “Grande Dio Pan”, ma entità aliene che ci considerano meno di microbi. Siamo come formiche che hanno costruito il loro formicaio su un binario ferroviario, convinte di essere al centro del mondo finché non arriva il treno.

L’influenza di Lovecraft oggi è ovunque, proprio perché viviamo in un’epoca che ha perso ogni certezza metafisica. Al cinema: Annientamento (Annihilation, 2018), il film di Alex Garland è puro Lovecraft moderno. Non c’è una “lotta contro il male”, c’è solo una natura aliena che muta e assimila senza intenzione, senza odio, per pura inerzia biologica. Se parliamo di filosofia citiamo Thomas Ligotti. Nel suo saggio La cospirazione contro la razza umana, Ligotti porta Lovecraft alle estreme conseguenze: l’essere umano è un “incidente della natura” che ha sviluppato una coscienza solo per soffrire meglio della propria inutilità. Avete mai visto la serie TV True Detective (Stagione 1)? Sebbene Machen sia presente, il nichilismo cosmico di Rust Cohle è puro Lovecraft: “Siamo esseri che non dovrebbero esistere secondo le leggi della natura.”

Oggi cerchiamo segnali di vita intelligente nello spazio, sperando di trovare fratelli o guide. Lovecraft ci suggerisce che dovremmo sperare nel contrario. Il vero mistero non è cosa ci sia nell’ignoto, ma perché l’ignoto non ci abbia ancora schiacciati. Forse il velo di Machen è ancora lì, intatto, non per proteggere il sacro, ma per nascondere il fatto che siamo soli in un oceano di buio. E che le creature che lo abitano non sono malvagie. Sono solo… enormi.

Stasera, prima di dormire, provate a pensare all’immensità che si stende sopra di voi. Sentitevi piccoli. Sentitevi nulla. È l’unica verità che Lovecraft ci ha lasciato. E voi come vi sentite davanti alle sue verità? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙”

  1. Avatar Il Viandante Nero

    Io sono super appassionato di Lovecraft!
    Di fronte alle sue verità… Beh, ho reagito in maniera abbastanza “razionale”: se è vero che un giorno i Grandi Antichi si risveglieranno e spazzeranno via la razza umana, allora è inevitabile, quindi dobbiamo solo sfruttare al massimo il tempo che ci resta.
    E, magari, evitare che qualche pazzo scatenato acceleri il loro risveglio!
    Cthulhu fhtagn!

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    1. Avatar Alice Tonini

      La tua è una risposta estremamente pragmatica, quasi un “carpe diem” cosmico. Ma il vero orrore in Lovecraft non è la fine della razza umana, quanto la consapevolezza che siamo stati solo un errore statistico in un universo indifferente. Pensare di poter “evitare che qualche pazzo acceleri il risveglio” è ancora un atto di superbia: presuppone che le nostre azioni abbiano un peso. E se il risveglio fosse del tutto slegato dai nostri rituali? Sfruttare il tempo resta l’unica ribellione possibile, ma è una ribellione che avviene nel vuoto. Cthulhu fhtagn, sperando che il sonno sia ancora lungo.

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      1. Avatar Il Viandante Nero

        Beh: dal punto di vista scientifico, la vita come la conosciamo potrebbe benissimo essere un tiro fortunato di dadi, l’uomo si è potuto evolvere solo perché un asteroide ha spazzato via i dinosauri e via discorrendo, quindi per me, che ho una solida formazione scientifica, l’orrore Lovecraftiano risulta particolarmente diluito… Da qui il mio pragmatismo! XD

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I segreti degli antichi giardini: un viaggio urbano 🌿

Cari lettori dell’ignoto, oggi ci caliamo nel mistero che ci circonda e che può essere anche nella nostra casa. Ci spostiamo in giardino e andiamo a esplorare i segreti che li si nascondono.

Per l’umanità, il giardino è sempre stato il luogo sacro della conoscenza proibita o della perfezione irraggiungibile: l’eden, il labirinto, l’hortus conclusus. Il giardino non è solo natura; è un archivio di memoria, un codice scritto in verde e pietra. Non esiste palazzo o villa che non abbia il proprio angolo di verde che negli anni ha subito modifiche a seconda dei gusti dei padroni di casa. Posso citarvi i famosi giardini reali del palazzo di Venaria Reale vicino a Torino, con le fontane spettacolari e il roseto che lascia ogni visitatore senza parole. Oppure il Parco giardino Sigurtà, sulle rive del fiume Mincio, un esplosione di colori e forme lussurreggianti da ammirare in ogni stagione.

Ma cosa succede quando la città, nel suo frenetico espansionismo (il velo di neon), divora questi luoghi sacri? In tal caso nascono i giardini perduti: isole di resistenza dove la storia, la natura e il rituale continuano a esistere nel silenzio, appena sotto il livello della nostra percezione.

La mia missione di oggi è trasformare la nostra passeggiata in una vera e propria indagine topografica ed esoterica, cercando questi santuari urbani dimenticati.

Partiamo dai miti lontani che hanno piantato in me il seme della ricerca dei misteri legati al verde. Avete mai sentito parlare dei giardini pensili di Babilonia? Una meraviglia che forse è esistita o forse non è mai esistita nel modo che crediamo. A livello simbolico essi rappresentano l’illusione della perfezione tecnologica e la sua inevitabile scomparsa. Oppure posso citarvi il giardino dell’Eden: il luogo della conoscenza, da cui siamo stati cacciati. La nostra ricerca moderna è, in fondo, un tentativo di ritrovare quell’accesso alla verità primordiale che le divinità ci hanno negato.Questi luoghi mitici e inaccessibili ci insegnano che il vero potere di un giardino risiede nel suo segreto, nel fatto che il suo simbolismo non è per tutti.

Il passo successivo è riconoscere che i giardini perduti non sono sepolti sotto le sabbie dell’Iraq, ma spesso si trovano sotto le fondamenta dell’espansione urbana che ci circonda. L’Europa è piena di rovine domestiche che la natura sta reclamando: vecchie ville abbandonate, i recinti fatiscenti di ex sanatori o manicomi, o semplicemente i cortili interni delle città storiche lasciati all’incuria. Questi luoghi sono la prova tangibile della nostra critica sociale: la facciata esterna della civiltà è impeccabile, ma nel suo cuore, c’è sempre un luogo abbandonato al decadimento. Il giardino perduto è il Mr. Hyde della città, dove le regole si ammorbidiscono e la natura governa.

Per chi come me ama la ricerca naturalistica e le passeggiate, magari sulle rive del lago di Garda o tra le verdi colline moreniche, i giardini perduti sono una realtà quotidiana. Bisogna solo sapere come leggere il paesaggio nel susseguirsi delle stagioni. In inverno, il lago (o le rive dei fiumi) è particolarmente rivelatore: le rive spoglie, abbassate dal freddo, espongono gli strati di storia come i resti di antichi moli, le pietre di fondazione di case rurali scomparse, o i sentieri di caccia dimenticati.

Questi paesaggi non sono più “terra di nessuno”; possono diventare paesaggi liminali pronti per essere indagati. Ogni pianta che sopravvive tra le rovine è un indizio. Una specie insolita è un’eco di un antico giardino nobiliare che l’ha importata secoli fa? Il muschio che cresce in quel modo particolare è un segno di un antico rito legato all’acqua? La nostra camminata lenta meditativa diventa il nostro scanner esoterico.

Lasciati alle spalle la fretta e l’ansia da prestazione: il giardino perduto non si trova cercando, ma accettando di guardare il mondo che la maggior parte delle persone ignora. Nella tua prossima passeggiata, ti sfido a cercare attivamente un luogo abbandonato: quale segreto di storia, natura o rituale credi che quel “codice verde” stia ancora custodendo per te? Fammi sapere nei commenti se conosci qualche giardino che ti è rimasto particolarmente nel cuore. Alla prossima.

Alice Tonini

4 risposte a “I segreti degli antichi giardini: un viaggio urbano 🌿”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Almeno si passeggia con un senso.

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  2. Avatar valy71

    Te ne potrei citare tanti, ma due piuttosto recenti. Uno meraviglioso ad Ischia e Ninfa.
    Trovo che la Natura, oltre ad offrire uno spettacolo miracoloso, sia un incanto!
    Ciao Alice!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Che bello leggere di Ninfa e Ischia! Hai citato due luoghi che non sono semplici giardini, ma veri e propri manifesti di come la natura possa “scrivere” la storia insieme all’uomo.
      Ninfa, in particolare, è l’esempio perfetto di quello di cui parlavo nell’articolo: un giardino nato sulle rovine, dove l’architettura medievale non è stata cancellata, ma abbracciata dalla vegetazione. È quel tipo di “incanto” che tocca corde profonde perché ci ricorda che la bellezza più autentica nasce spesso da un equilibrio fragilissimo tra abbandono e cura.
      Grazie mille per aver condiviso questi tuoi “segreti” urbani (e non)! Un abbraccio e a presto tra le righe del blog! 🌿✨

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  3. Avatar valy71

    Sono contenta che ti siano piaciuti i luoghi che ho citato. Ninfa è splendida, ci sono andata con mio marito per festeggiare uno dei nostri Anniversari di Matrimonio e sono rimasta incantata, davvero bello e ad Ischia ci sono molti giardini, quello che abbiamo visitato fu spettacolare. È bello stare immersi nella Natura!
    Grazie a te per aver apprezzato! È sempre una gioia la condivisione! Un abbraccio a presto, certo, volentieri! 🍀🌱✨️

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Il mistero scomparso: Cold Case storici da riaprire nel gelo (il silenzio omicida del passo Dyatlov) 🏔

Lettori del mistero, gennaio è il mese in cui il gelo non è solo fisico, ma avvolge anche gli angoli più remoti della nostra Terra, sigillando enigmi irrisolti. Oggi ci concentriamo su uno dei cold cases più agghiaccianti del novecento, un evento che ancora oggi sfida la logica, la scienza e il comune buonsenso: l’incidente del Passo Dyatlov. Uno dei misteri che più mi affascina in assoluto, se avete letto il mio nuovo romanzo La Specie Perduta saprete che è ambientato in una futuristica Siberia ambientata da Yeti selvaggi, ma torniamo a noi.

Il 2 febbraio 1959, nove escursionisti sovietici esperti, guidati da Igor Dyatlov, morirono in circostanze impossibili sui Monti Urali, in Russia. Non fu una valanga, né si trattò di morte naturale. È stato un confronto con una forza ignota e incomprensibile.

I resoconti ufficiali impossibili e le prove ritrovate sul Kholat Syakhl (“Montagna della Morte”) creano un puzzle dove ogni pezzo non si incastra con gli altri. La tenda fu tagliata dall’interno, i nove esploraori fuggirono in preda al panico nella notte, a temperature di oltre –30 gradi, con abiti leggeri, inutili contro il gelo di quella notte. Le impronte indicavano che gli escursionisti avevano camminato lentamente, alcuni scalzi o in calzini, diretti verso il bosco, ma nessuno riuscì a fuggire di corsa.

Alcuni corpi presentavano fratture al cranio e costole schiacciate con una forza paragonabile a quella di un incidente d’auto. A Lyudmila Dubinina mancavano la lingua e gli occhi e presentava ferite che non evidenziavano danni ai tessuti molli esterni. L’inchiesta concluse che la morte fu causata da una “compelling unknown force” (una forza ignota e irresistibile).

Questo evento non può essere definito solo un fatto storico; ma va considerato tra gli archetipi della paura; eventi che mi mettono di fronte all’idea che esistano forze, o esseri, che sfidano la nostra comprensione. È un mistero che si lega indissolubilmente ai temi centrali della letteratura fantastica, come quelli che esploro nel mio lavoro. Pensate al titolo del mio libro, L’eco della specie perduta: il Passo Dyatlov è esattamente il luogo dove si può immaginare che possa risuonare quell’eco.

La natura delle ferite, la pressione, la mutilazione chirurgica, l’assenza di segni di lotta esterna, suggerisce che i nove escursionisti si siano imbattuti in qualcosa che non rientra nella nostra tassonomia: un esperimento militare segreto, un fenomeno infrasonico che li ha spinti a una follia collettiva, o forse una specie antica, rimasta nascosta nel gelo e disturbata dall’invasione umana. La loro fuga in uno stato di semi-nudità è una regressione dalla civiltà al primitivo, un’uscita di scena che nega la logica moderna e ci riporta al puro terrore atavico.

La montagna, in questo caso, è la custode di un segreto biologico o metafisico che l’uomo non è ancora pronto a decifrare. Il potere narrativo di questo mistero ha ovviamente contaminato la cultura popolare. Non sono l’unica ad avere tratto ispirazione da questo fatto misteroso, molti film e romanzi usano l’isolamento del gelo per amplificare l’orrore, pellicole come The Ritual (che trae spunto dalla mitologia del Nord) usano il trauma e il paesaggio boschivo per evocare la paura di un’entità ultraterrena o di un culto tribale. Serie TV come The Terror (basata sull’esplorazione artica) mostrano come la combinazione di freddo, isolamento e fame possa far crollare la mente umana, rendendola vulnerabile a ciò che è oltre il limite.

Il Passo Dyatlov è l’incubo di chiunque abbia mai cercato di indagare i segreti nascosti nel gelo: la possibilità è quella che il velo si squarci non per rivelare la verità, ma per mostrare una realtà troppo orribile per essere compresa. Dopo aver ripercorso questa storia, quale credi che sia stata la “specie perduta”, umana, militare o arcana, che ha reclamato le anime sul Kholat Syakhl? Io ho ipotizzato fossero yeti ma tu prova a condividere con me le tue ipotesi e alla prossima esplorazione misteriosa.

Alice Tonini

5 risposte a “Il mistero scomparso: Cold Case storici da riaprire nel gelo (il silenzio omicida del passo Dyatlov) 🏔”

  1. Avatar Gaia Zol
    Gaia Zol

    Fa accapponare la pelle.

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  2. Avatar Viaggiando con Bea

    Pensavo fosse un racconto tra fantascienza e horror ed invece ho scoperto che è una storia vera. Di un’agghiacciante incredibile. Io che amo i thriller questo racconto va ben oltre. Ci sono davvero delle forze soprannaturali?

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  3. Avatar Viaggiando con Bea

    Un ulteriore commento. Leggendo qua e là ho scoperto che nel 2020 i ricercatori russi e svizzeri hanno presentato un nuova teoria basata su una particolare valanga a lastroni. Non spiega tutto ma è l’ultimo tentativo della scienza di dare una spiegazione razionale ad un evento che ha davvero del soprannaturale. Grazie per questo racconto mozzafiato 😉

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    1. Avatar Alice Tonini

      È incredibile come la realtà sappia superare la fantasia più oscura, vero? Il Passo Dyatlov è proprio questo: un thriller scritto dal destino che non lascia scampo alla logica ordinaria.
      ​Hai centrato il punto citando la teoria della valanga a lastroni (quella dell’effetto “Laplace” per intenderci): è tecnicamente solida, ma come dici tu, sembra quasi un tentativo disperato della scienza di rimettere ordine in un caos che profuma di soprannaturale. Restano troppi “perché” aperti, troppi dettagli che sfuggono a una spiegazione puramente razionale. Forse è proprio per questo che quella storia continua a toglierci il fiato: perché ci ricorda che esistono angoli di mondo dove le regole umane smettono di valere.
      ​Grazie a te per aver condiviso queste chicche e per aver arricchito il racconto con la tua riflessione! Un abbraccio! 😉🏔️

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      1. Avatar Viaggiando con Bea

        Grazie a te per aver condiviso questa storia di cui non ne sapevo nulla. Cmque queste cose fanno un po’ paura. Ciao e al prossimo racconto fantascientifico 😉

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