Delo: L’Isola Sacra Tra Mito e Storia 🏛️ #1

La sirena del battello risuona per la via, seduto al tavolino di un bar un turista biondo con ai piedi delle Birkenstock spalma il miele sul pane e sorseggia un caffè con aria indifferente. «Muoviamoci lettori dell’ignoto, non possiamo perdere anche questo battello o per oggi non avremo altre possibilità di andare a Delo.» Stringo tra le mani i biglietti e faccio lo slalom tra una signora in ciabatte e costume da bagno in attesa davanti al molo e un papà che spinge un passeggino carico di borse. Corro a bordo, il rumore del ponte di metallo sotto ai miei piedi mi da le vertigini. Mi siedo su di una panchina e tiro il fiato. «Ce l’abbiamo fatta, ora che siete a bordo con me posso raccontarvi qualcosa dell’isola: dovete sapere che Delo non è una isoletta arida e sperduta piena di ruderi.»

Delo non accoglie visitatori casuali; li attira. Solo chi è divorato da un’insaziabile fame di conoscenza, chi percepisce il richiamo di epoche sepolte, osa avventurarsi sulle sue rive. Quest’isola spoglia, apparentemente priva di risorse, fu in realtà il cuore pulsante di un impero invisibile, un crocevia mistico dove il sussurro dell’antica Grecia si fondeva con l’eco maestoso di Roma. La sua posizione, enigmaticamente centrale nell’arcipelago, non era un mero dettaglio geografico, ma un sigillo del suo potere, una porta che univa mondi e destini. Cosa si cela ancora sotto le sue pietre millenarie? Quali segreti attendono di essere svelati dal vento che accarezza le sue rovine?

La leggenda narra che la disposizione stessa delle isole Cicladi attorno a Delo non fu un capriccio della natura, bensì un atto divino. Si narra che Delo fosse il sacro luogo di nascita di due tra le più potenti divinità dell’Olimpo: Apollo, il dio del sole splendente, e Artemide, la misteriosa dea della luna. Le isole si sarebbero disposte in cerchio, in un gesto di reverenza, per proteggere e onorare il luogo dove la luce e l’ombra vennero al mondo.

Ma la leggenda di Delo affonda le sue radici ancora più in profondità, in un’epoca in cui gli dei camminavano sulla terra. È nell’Inno ad Apollo di Omero, un testo che risale all’800 a.C. circa, che troviamo il mito di Leto, una mortale di straordinaria bellezza. Incinta di Zeus, la sua condizione la rese una fuggitiva: nessun luogo osava darle asilo, temendo la terribile ira di Era, la gelosa moglie del re degli dei. Fu una piccola isola, fino a quel momento errante tra le onde, a mostrare pietà. Accettò di ospitare Leto nel suo momento più vulnerabile. In segno di gratitudine e per assicurare un luogo sacro alla nascita dei suoi figli, Zeus la stabilizzò per sempre. Creò quattro possenti pilastri che, emergendo dalle profondità marine, ancorarono saldamente l’isola al suo posto. Questa terra, destinata a un fato glorioso, era proprio Delo. Fu qui, su un minuscolo promontorio noto come Monte Cinto (da cui deriva il nome “Cinzia” per Artemide, la dea della luna piena), che Leto diede alla luce i due gemelli divini.

Dalla cima del Monte Cinto, la vista è mozzafiato. Da lì, il tuo sguardo spazia sull’intera isola di Delo e abbraccia l’intero circolo delle Cicladi, inclusa la vivace Mykonos, che sembra quasi a portata di mano, a meno di quattro chilometri di distanza. Eppure, al di là della sua bellezza storica, la Delo di oggi custodisce un’atmosfera sottile e inquietante. Nonostante la sua apparente tranquillità, l’isola sembra popolata da presenze silenziose e invisibili che paiono seguire ogni passo del visitatore. Non è raro, infatti, che coloro che scelgono di pernottare sull’isola riportino di aver vissuto sogni strani e vividi, quasi che le antiche energie del luogo si manifestino ancora, sussurrando storie di un tempo dimenticato.

C’è un’ironia silenziosa nel destino di Delo e Mykonos. In tempi antichi, i loro ruoli erano invertiti: era Delo il fulcro vibrante di attività civili e religiose, mentre Mykonos, la sua vicina oggi così celebre, le forniva i servizi di supporto necessari. Per molto tempo, una grotta-tempio celata sotto il Monte Cinto è stata venerata come il sacro luogo di nascita dei gemelli divini. Ma la storia, con la sua inesorabile ricerca della verità, ha svelato un altro segreto: ricerche storiche più recenti hanno dimostrato che quel santuario era in realtà un tempio di epoca ellenistica, dedicato al dio-eroe Ercole. Eppure, il mistero non si esaurisce. Il sentiero che si inerpica verso la cima del Monte Cinto è una via che ha tremila anni, un cammino battuto da innumerevoli passi e preghiere. La sommità stessa del monte è un crogiolo di fede antica, punteggiata da una serie di tempietti e altari consacrati a un pantheon eclettico: dalle divinità siriane agli dei egizi Serapide e Thot (identificato con il greco Ermes), al già menzionato Ercole, e persino alla temibile e gelosa Era (la Giunone romana). Tra le molte rovine che testimoniano storie di un tempo che fu, si trova anche un teatro, costruito per dare voce e forma ai drammi religiosi che animavano l’isola.

Già tra il X e l’VIII secolo a.C., gli Ioni, greci provenienti dalle colonie dell’Asia Minore, guardavano a Delo come a un sacro epicentro di culto, un luogo dove la dea Artemide (la romana Diana) era profondamente venerata. Ma il destino dell’isola era legato a una promessa ancora più grande. È nell’Iliade di Omero che ritroviamo la leggenda di Leto e il suo solenne giuramento. Una volta accolta e salvata dall’isola errante, Leto, per gratitudine, fece una promessa destinata a plasmare il futuro di Delo. Giurò che avrebbe fatto di essa il centro di culto per suo figlio Apollo, un luogo dove il mondo intero avrebbe portato offerte al suo altare. E così fu. Sotto il segno di quella divina promessa, l’isola fiorì, non solo di vegetazione ma anche di ricchezza, come se sbocciasse in un’esplosione di “fiori e d’oro”. Consacrata ad Apollo, Delo divenne il più importante e influente centro di culto dell’intera Grecia, un faro spirituale la cui eco e il cui potente magnetismo si percepiscono ancora oggi tra le sue rovine silenziose.

Gli scavi a Delo, iniziati nel lontano 1873 da archeologi francesi, continuano ancora oggi, rivelando strato dopo strato i segreti di quest’isola misteriosa. Questi meticolosi lavori hanno portato alla luce non solo templi e santuari, ma anche le imponenti rovine di una città cosmopolita brillante, un centro urbano di incredibile completezza. A parte Pompei, non esiste un altro sito archeologico antico che offra una panoramica così esaustiva della vita quotidiana e della struttura di una città del passato.

Con una larghezza che a malapena sfiora i due chilometri, Delo è un vero e proprio museo a cielo aperto. Ogni passo conduce a un’antica vestigia, un frammento di storia che riemerge dal passato. Tra le rovine, spiccano fiori dai colori vivacissimi che sembrano richiamare le tinte brillanti dei mosaici, straordinariamente ben conservati, che adornavano i pavimenti di alcune case private. In questo crogiolo di storia e bellezza, giungevano artigiani e artisti da ogni angolo del mondo antico allora conosciuto. Venivano qui per rendere omaggio ad Apollo, il più greco di tutti gli dei. Venerato come patrono della poesia, della musica e dell’arte, Apollo era anche il Signore della verità e della luce, una divinità guaritrice che diede vita a Esculapio, il dio della medicina. Era anche il dio della ragione, il cui celebre motto, “Non esagerare mai”, adornava l’oracolo di Delfi. Le commemorazioni in onore di Apollo erano occasioni di gioia e celebrazione. I poeti che riuscivano a cantare le sue lodi con particolare successo venivano premiati con una ghirlanda di alloro, l’albero sacro al dio, simbolo eterno di gloria e riconoscimento.

Il legame profondo tra la poesia e l’alloro, come ci svela Robert Graves nel suo affascinante libro La Dea Bianca, va ben oltre la semplice immortalità simboleggiata dal suo essere sempreverde. Questa pianta nasconde un potere più antico e inebriante. Graves spiega che le donne celebranti la tripla luna masticavano foglie di alloro per raggiungere uno stato di eccitazione poetica ed erotica, un canale per connettersi con energie primordiali. E quando Apollo, il dio della poesia e della luce, prese possesso dell’oracolo di Delfi, la sacerdotessa Pizia, che mantenne il suo ruolo, apprese anch’essa a masticare l’alloro. Da questa pratica traeva l’ispirazione necessaria per le sue divinazioni, le sue parole cariche di mistero e premonizione che risuonavano attraverso i secoli.

Delo, un’isola intrisa di spiritualità, non solo mantenne la sua fama in epoca precristiana grazie alla sua profonda importanza religiosa, ma forse proprio per essa, emerse come un cruciale centro di potere politico e militare. Fu dapprima il quartier generale di un influente consiglio ionico, un nodo di incontro per le città-stato greche dell’Asia Minore. In seguito, la sua rilevanza crebbe ulteriormente quando divenne la guida di una lega di città-stato e isole, unite contro la minaccia persiana e altri potenziali nemici. Ogni membro di questa alleanza contribuiva con navi e una somma di denaro, che inizialmente veniva custodita nel sacro tempio di Apollo sull’isola, a testimonianza di come il divino e il temporale si intrecciassero indissolubilmente.

L’importanza dell’isola non sfuggì neanche ad Atene che, verso la metà del VI secolo a.C., cominciò a volgere il suo sguardo su questa piccola terra intrisa di sacralità. Nel 540 a.C., Pisistrato, tiranno di Atene, ordinò la purificazione di Delo, stabilendo che tutti i cadaveri dovessero essere rimossi dal terreno visibile dal santuario. Con il passare degli anni, le proibizioni di natura religiosa si fecero sempre più stringenti. Si arrivò al punto in cui tutte le tombe furono rimosse e fu persino vietato nascere e morire sull’isola. La vicina isola di Renea divenne il nuovo, designato cimitero, un’appendice necessaria per preservare la purezza sacra.

Plutarco ci tramanda vividi dettagli delle spettacolari cerimonie organizzate da Nicia, il governatore ateniese. Queste non erano semplici atti di devozione, ma vere e proprie dimostrazioni di grandiosa generosità pubblica.In almeno un’occasione memorabile, Nicia fece costruire un ponte di barche tra le due isole, separate solo da uno stretto canale. Questo ponte non era un semplice collegamento, ma una struttura “magnificamente decorata e abbellita con ghirlande e arazzi”, trasformandosi nel sontuoso teatro di una processione che si svolgeva all’alba, al sorgere del sole. Un evento che univa il sacro al profano, la bellezza all’ostentazione, lasciando un’impronta indelebile nella storia di Delo.

La storia di Delo si intreccia anche con figure potenti e controverse come Policrate, il tiranno di Samo. A un certo punto, il suo dominio si estese anche sulle Cicladi, e per dimostrare la sua fervente devozione ad Apollo, Policrate compì un gesto di grandiosa simbolicità: dedicò al dio anche la vicina Renea, congiungendo le due isole con una grossa catena. Un atto che non solo mostrava la sua fede, ma che univa fisicamente due terre, rendendole un unico, maestoso tributo al dio del sole.

I regolari pellegrinaggi verso Delo, conosciuti come “teorie”, non erano semplici viaggi devozionali; assunsero il rango di vere e proprie ragioni di stato. Questi cortei sacri erano accompagnati da cori solenni e da speciali tesorieri, incaricati di portare offerte preziose e una corona d’oro in omaggio ad Apollo. L’isola stessa vantava un suo coro distintivo, le celebri Vergini di Delo. Questo gruppo divenne assai famoso non solo per la sua abilità nell’imitare tutti i dialetti, ma anche per le sue complesse e affascinanti danze ritmiche, che aggiungevano un ulteriore livello di misticismo e spettacolo alle cerimonie dedicate al dio.

Il legame tra Atene e Delo era talmente profondo da influenzare persino la giustizia della polis. Platone ci racconta che ogni volta che si svolgeva un pellegrinaggio sacro verso Delo – le cosiddette “teorie” – Atene doveva mantenersi in uno stato di purezza. Una tradizione ferrea decretava che nessuna esecuzione capitale potesse aver luogo finché la nave sacra non avesse raggiunto Delo e, soprattutto, non fosse ritornata ad Atene.” La qual cosa a volte, in periodi di bonaccia,” scrive Platone, “poteva durare anche parecchio.” Un’affermazione che risuona vera ancora oggi: il viaggio in battello richiede dalle quattro alle cinque ore. Per gli antichi, che disponevano solo di vele e remi, un tale viaggio doveva essere considerato una vera e propria impresa, quasi un azzardo.Questa singolare moratoria ebbe un’eco persino in uno degli eventi più tragici della storia ateniese: si narra che l’esecuzione di Socrate, nel 399 a.C., fu ritardata proprio a causa di un pellegrinaggio in corso a Delo. Un ritardo dettato non dalla pietà umana, ma dal rispetto per una tradizione sacra che legava indissolubilmente la giustizia terrena alla purezza divina dell’isola di Apollo.

Nonostante la sua aura divina e il suo ruolo di centro di culto, Delo non fu immune alle critiche e al cinismo. Anche in tempi antichi, esistevano scettici, miscredenti e malcontenti pronti a gettare un’ombra sulle sue pretese sacre. Il poeta Critone non esitò a descrivere gli abitanti di Delo come “parassiti di Apollo”, suggerendo che la loro prosperità fosse dovuta più alla devozione altrui che al proprio lavoro. E Plinio rincarò la dose, scrivendo che l’isola divenne famosa come “ingrassatrice di galline e inventrice di salsine”, un’espressione che sottolinea sarcasticamente l’ozio dei suoi residenti.Le attività di Delo subirono una trasformazione radicale nel corso dei secoli. Verso il III secolo a.C., l’isola era conosciuta principalmente per il suo mercato del grano, un fulcro per il commercio di una risorsa vitale. Ma un secolo dopo, la sua reputazione prese una piega ben più oscura: Delo era diventata un famigerato centro per il mercato degli schiavi, un luogo ben noto ai pirati del Mediterraneo. I loro clienti erano i ricchi latifondisti romani, costantemente bisognosi di manodopera per le loro vaste proprietà. Così, l’isola sacra di Apollo si trovò ad essere il cuore di un commercio tanto lucroso quanto disumano, un’inquietante contraddizione che continua a sfidare la nostra comprensione.

Oggi, attraversando le rovine silenziose di Delo, è impossibile non percepire la sua aura. Nonostante il tempo e la storia l’abbiano plasmata, l’isola rimane un luogo di potente magnetismo. Ogni pietra, ogni frammento di mosaico, ogni alito di vento sembra sussurrare storie di dei, di giuramenti e di sacrifici. Forse è per questo che, mentre il sole tramonta sulle Cicladi, Delo non si limita a essere un sito archeologico. Diventa un’entità viva, un enigma sospeso tra il mito e la realtà, un luogo dove le presenze invisibili sembrano ancora vegliare. Tutto questo non è solo storia, è un mistero che continua a respirare.

Il nostro viaggio continua, ⛵

Alice Tonini

Una risposta a “Delo: L’Isola Sacra Tra Mito e Storia 🏛️ #1”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Come, sempre, complimenti per queste belle ricerche; sicuramente molto impegnative. Se solo fossi più “spavalda” già domani partirei per Delo, intanto che ancora ho ben in mente quel che hai scritto. Ma invece mi limiterò ad aspettare la seconda parte del tuo scritto qui, al sicuro, in casa mia. Ciao!

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La Magia della Medicina Antica a Kos #2

Lettori dell’ ignoto riprendiamo la nostra passeggiata a Kos, alla ricerca della magia che nell’antichità si nascondeva nella medicina.

Il maestro, che si dice sia vissuto fino a 109 anni, nella prefazione alla sua maggiore opera sull’arte medica scrisse: « Nessuno può raggiungere la perfezione in quest’ arte, perché la nostra vita è troppo breve, mentre l’arte medica è lunga da appendere e piena di difficoltà.»

I suoi consigli avevano la forma di brevi aforismi che denotavano non solo molto buon senso, ma anche una notevole conoscenza della psicologia; prima, ovviamente, che lo stesso concetto di psicologia venisse formulato. I suoi aforismi, con annotazioni e aggiunte successive di medici greci e romani come Discoride, un medico militare greco del I secolo a.C., e Galeno che visse nel II secolo d.C., furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, nel 1708, dal dottore C.J.Sprengell, che nell’introduzione scrive: «Questo libro mi è costato molto sia di lavoro, sia di spese, ma tutto questo sarà insignificante in considerazione della soddisfazione che ne trarrò se il lettore ne otterrà vantaggio.»

Il libro, un bel volume con le effe al posto delle esse, come si faceva a quei tempi, cita parecchi argomenti trattati da Ippocrate, dal latte (“non si dovrebbe dare latte a chi ha problemi di mal di testa o ha la febbre”), alla tristezza e i suoi effetti: «Ci sono persone che sono tristi e piene di paure, ma per un breve periodo di tempo e per determinati motivi. Quelli che invece, lo sono senza una ragione apparente possiedono sangue denso e pesante, non sudano e hanno le loro funzioni animali in disordine. Per loro, il solo intervento possibile è una lobotomia al momento giusto, o un vomito ben preparato».

Ippocrate credeva profondamente nell’equilibrio del corpo. Se una persona stava male per avere mangiato troppo bisognava che liberasse l’intestino. «Qualunque malattia causata dalla sazietà, va curata con l’evaquazione.» Come molti medici del suo tempo, era favorevole alle purghe e agli emetici che liberassero il corpo dal cibo avariato o in eccesso. Ma raccomandava anche: «I corpi che non riescono a purgarsi devono, prima di prendere dell’elleboro, prepararsi a quest’erba con una dieta abbondante, liquido e con molto riposo. Perchè se l’elleboro, o un altro forte emetico, viene assunto a stomaco vuoto, o con il corpo riscaldato da qualche esercizio o altro, può provocare forte irritazione, causare convulsioni o addirittura la morte. Casi del genere se ne sono verificati e non pochi!»

Sono esigue, purtroppo, le annotazioni lasciate dal filosofo che fanno riferimento a erbe medicinali specifiche, come l’elleboro, il cui fiore bianco, velenoso, viene usato sia come sedativo che come tranquillante. Dagli scritti dei suoi colleghi però possiamo fare qualche seria ipotesi, almeno su alcune delle erbe che era solito usare.

L’erbario di Discoride tradotto in inglese da John Goodyear nel XVII secolo, è una guida completa alle erbe medicinali che sono tuttora in uso. Mentre un libro contemporaneo: Erbe di Grecia di Alto Dodds Niebuhr riporta numerose citazioni di Discoride, come per esempio nel caso dell’ortica romana (Urtica pilulifera), una pianta erbacea a stelo lungo che può raggiungere anche l’altezza di un metro. Il suo nome greco è tsuknes e Discoride dice di lei:«Le foglie macerate con piccoli crostacei ammorbidiscono la pancia, eliminano l’aria interna e smuovono l’urina.»

Un’altra pianta molto utilizzata nei tempi antichi, e quasi certamente anche al tempo di Ippocrate, era la pianta verde gialla della ruta (Ruta graveolens) quella a cui Shakespeare faceva riferimento come “erba della grazia.” Può diventare alta anche mezzo metro e si raccoglie prevalentemente nei mesi di maggio e giugno e nonostante la sua puzza veniva usata nelle insalate. Per gli antichi era valida soprattutto perchè il suo odore teneva lontani gli insetti di ogni tipo e la si metteva a fasci nei cortili delle case. Il suo nome greco è apigheros ed è con quel nome che Discoride la cita come erba che: «se masticata fa sparire i cattivi odori che vengono dalla cipolla e dall’ aglio.» La raccomanda inoltre per «causare lo scorrere del mestruo.»

L’erba più conosciuta, naturalmente era quella che i romani chiamavano Conium maculatum, i greci amaranghas e noi cicuta. È una pianta biennale, con radici e fiori bianchi, e macchie viola sul gambo vuoto. È il veleno che uccise Socrate.

Nel corso della sua vita Ippocrate fece molti viaggi all’ estero per accrescere le sue conoscenze, ma poi ritornava a Kos dove una volta, dei rivali gelosi tentarono di bruciargli l’ospedale, incolpandolo. Ma lui era troppo stimato nella sua isola.

Nel secolo scorso, gli archeologi hanno scoperto a Kos i resti di un ospedale antecendene l’Asclepieon che risalgono al 336 a.C., ma l’ultimo rudere conservatosi venne distrutto da un terremoto molti secoli più tardi, nel 554 d.C. Oggi il luogo è circondato da bellissimi cipressi e da quello che doveva essere un parco sacro con sorgenti che portano tracce di zolfo e di calcio, sostanze già allora usate per molte cure.

Forse il monumento più bello al padre della medicina è l’immenso platano che porta il suo nome e che si estende con i suoi rami sopra la piccola piazza chiamata Plateia Platanos. L’albero che in inverno sembra senza vita domina l’antica sorgente le cui fresche acque rinnovano ogni anno il suo vigore, permettendogli così di formare con le sue foglie una cupola d’ombra sull’area circostante. Si dice che proprio sotto questo antico albero Ippocrate sedesse ed esponesse a quanti erano disposti ad ascoltarlo le sue teorie sulla medicina.

Proprio sotto questo platano termina la nostra passeggiata. Il nostro viaggio tra il mistero e l’ignoto però è appena iniziato quindi ci troviamo al porto e prendiamo la prima nave per……..il luogo più misterioso e ignoto per antonomasia. Restate connessi, ci leggiamo prestissimo.

Alice Tonini

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Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑

Lettori del mistero e dell’ ignoto finalmente il nostro traghetto è approdato nel porto di Kos, splendida isola dal mare cristallino e dalle spiagge sabbiose. E voi mi chiederete: cosa siamo venuti qui a fare? Semplice, non tutti sanno che a Kos affonda le sua antiche radici la moderna medicina.

La natura cura tutte le malattie.” Non so se l’avete riconosciuta ma questa era la massima di Ippocrate, padre della medicina moderna che dopo un secolo praticava ancora l’arte di Pitagora e poneva le basi di una nuova filosofia che come la precedente durerà molto a lungo. Questo avveniva a Kos, a pochi chilometri dall’ isola di Samo.

Ippocrate fu il primo uomo a portare avanti lo studio completo del corpo umano come sistema, definì molte delle regole scientifiche basilari che tutt’ora governano la medicina e formulò quello che oggi è conosciuto come Giuramento di Ippocrate che ancora oggi è accettato dai medici di tutto il mondo. Diceva:

Io giuro in nome di Apollo il curatore, di Esculapio dio che risana, in nome della Salute, della Panacea e di tutti gli dei e le dee, e faccio loro miei testimoni, di quanto io farò, secondo le mie capacità e il mio giudizio. […]

Ippocrate

Kos è una delle più belle isole delle Grecia e al pari di Samo mi permette di offrirvi un ottimo calice di vino locale. A differenza di Samo dove Pitagora passa inosservato, Ippocrate a Kos è ricordato e l’Asclepieon, l’ospedale dove praticava, può ancora essere visitato; si trova in cima a una collina a meno di quattro chilometri a est dalla città. Ovviamente possiamo passeggiare solamente tra le rovine ma visto che Ippocrate sosteneva che quello che ci circonda, l’ambiente, è importante quanto la cura del corpo sono sicura che la salita verso la collina e la vista del meraviglioso paesaggio per noi saranno un vero toccasana.

Secondo la testimonianza di Pausania nell’Asclepieon era proibito morire e partorire, e il luogo è reso ancora più sacro dalla presenza di un tempio dedicato al dio Apollo, i cui resti sono datati in epoca romana. Comunque Kos possiede numerosissime rovine romane, la maggior parte situate nel bosco che circonda la città portuale e sono così belle da meritare un giorno in più di permanenza solo per visitarle. Volendo da Kos si può raggiungere anche la Turchia con i traghetti e se proprio non volete farvi mancare le comodità dell’era moderna c’è anche un aeroporto.

Ma facciamo un passo indietro. Prima di Ippocrate, nato a Kos nel 460 a.C., anno dell’ottantesima Olimpiade, la pratica della medicina era un misto di tentativi, azzardi, superstizioni e preghiere. Quando fortunatamente si riusciva a guarire, secondo le credenze popolari il medico aveva operato una magia; dopo Ippocrate agli incantesimi si aggiunsero formule codificate ed esperienza documentata. A ciò si deve la sua fama: pratica medica e scrupolosa documentazione di lavoro ed esperimenti. Tutti i più grandi autori dell’ antica Grecia Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele e lo stesso Socrate hanno omaggiato la sua opera in quanto lo ritenevano loro pari.

Come Pitagora, per dodici anni viaggiò per il mondo e visitò Europa, Asia e Africa incontrando chiunque fosse in grado di accrescere la sua conoscenza dell’ arte medica. A Mileto discusse con il filosofo Anassagora (500-428 a.C.) di sostanza e infinito e riuscì a correlare i cicli della salute dell’ uomo con l’ambiente naturale che lo circondava. Tramite lo studio dei papiri lasciati da Eraclito nel VI secolo a.C., impara che:

Nulla in questo mondo resta uguale a sè stesso, nemmeno per un attimo.
Tutto si modifica, tutto si dissolve, si mescola con altri elementi, per assumere un aspetto, diverso dal precedente.

Ippocrate

Ma fu durante il suo viaggio a Samo che ebbe la conferma della sua teoria più profonda: non è possibile ignorare la condizione psichica di un paziente quando si cura il corpo, perché il corpo e l’anima sono una cosa sola e come tali vanno curati. Prima dell’avvento di Ippocrate, la pratica della medicina era per la maggiore una primitiva forma di magia, una combinazione di parole e incantesimi per esorcizzare gli spiriti maligni che si pensava causassero la malattia. Alcuni disturbi erano considerati sacri e Ippocrate commentò : non credo che la Malattia Sacra sia più sacra, o più divina di altre malattie. Al contrario ha una causa precisa e caratteristiche specifiche.

https://youtu.be/TxohVBPvt9c (Qui trovate il porto di Kos in diretta live, fatemi sapere nei commenti se la Webcam non dovesse essere più in funzione)

Anche in quei tempi esistevano medici con lo scopo di estorcere soldi ai pazienti, in un trattato del periodo post aristotelico si suggerisce ai dottori di non parlare di compensi con i malati perché ciò avrebbe causato ansia e peggiorato la condizione. Forse è per questo motivo che oggi l’ansia è tanto diffusa…

Nel 430 a.C. Ippocrate arriva ad Atene nel bel mezzo di una carestia e di una epidemia causate dalla guerra nel Peloponneso contro gli spartiani iniziata l’anno precedente. Qui studia gli effetti dell’affollamento urbano che affliggono la città e che facilitano l’espandersi delle malattie: i corpi infettati lasciati senza cura e l’ acqua inquinata bevuta da tutti. Riuscì a debellare l’ epidemia con misure severe come la segregazione degli ammalati, i corpi dei morti bruciati su pire, acqua bollita prima di essere bevuta. Non riuscì purtroppo a salvare Pericle, il grande statista ateniese che lo aveva chiamato in aiuto.

Poi tornò a Kos per occuparsi del suo centro medico, l’Asclepieon che diventò uno dei migliori ospedali dell’ epoca e alle cure mistiche si aggiunsero misure più pratiche.

Caro lettore dell’ignoto per ora ti devo salutare, ti lascio continuare la passeggiata per Kos da solo ma ci rivedremo molto presto. Alla prossima e buona lettura.

Alice Tonini

3 risposte a “Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Bello! Bello! Grazie!

    Piace a 1 persona

  2. Avatar luisa zambrotta

    Grazie per questo post affascinante!

    Piace a 1 persona

  3. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] Ci siamo quindi aggirati per l’isola alla ricerca delle tracce di questa antica sapienza. Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑, La Magia della Medicina Antica a Kos #2. Lascio giudicare a voi quello che abbiamo trovato, io mi […]

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La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀

Lettori del mistero e dell’ignoto oggi tutto ha inizio da questa parola: Magia. Da sola evoca incantesimi affascinanti, malie e mondi fantastici immateriali pieni di seduzioni di ogni genere. Basta buttare questa parola dentro una conversazione, un articolo o un post per accorgersi che tutti credono in qualche forma di magia o cercano di non crederci aggrappandosi alla razionalità e alle evidenze scientifiche.

La definizione di magia è difficilissima. La migliore è quella meno dettagliata: magia o magie sono le forze che non rientrano nelle nostre strette categorie e definizioni. Vi basta?

Probabilmente no. Forse per trovare le vera definizione di magia bisogna saper guardare dentro sè stessi e non fuori. E non andare a caccia di certezze o di verità definitive.

Credere nella magia vuole dire accettare divinità di epoche pagane, quando l’ uomo adorava ancora la natura, i suoi simboli, le sue differenti manifestazioni. L’elemento che ha maggiormente attirato l’attenzione nei secoli è stato il sole, fonte di calore, luce, vita, la cui sconfinata energia utilizziamo anche per risolvere parecchie delle nostre necessità. Tutte le epoche, tutte le culture hanno fatto del sole un dio, adorato con molti nomi e diversi riti, tutti legati al fuoco, alle eterne battaglie tra giorno e notte e tra luce e buio.

Per gli uomini preistorici bisognava pagare un tributo a chi garantiva la loro vita. Ma c’erano anche invocazioni per ottenere risposte dalle divinità? Noi ora utilizziamo l’energia solare per i nostri scopi ma forse gli antichi con le loro invocazioni intendevano raggiungere scopi che per noi oggi sono intellegibili? Non lo sapremo mai.

Anche la luna è sempre stata adorata come dea, la versione femminile del sole e il fatto che gli uomini ci siano sbarcati decenni fa non ha cambiato nulla. La luna influenza le maree e il flusso del sangue nel corpo, ormai è assodato anche dalla scienza. Gli antichi almanacchi ricordavano anche l’importanza di scegliere le fasi giuste per seminare, piantare e fare incantesimi. E se le prime due influenze oggi sono universalmente e scientificamente riconosciute e non sono più considerate magiche, la modernità ci fa dubitare della veridicità della terza che rimane roba da “appassionati di giardinaggio” e che consideriamo parte del folklore ma chi può sapere se tra cent’anni la penseremo ancora così.

Il viaggio che vi propongo parte proprio da qui, prenderemo in mano testi che parlano di occulto e di storia e visiteremo i luoghi antichi del mito e del mistero, quelli di cui si parla nelle leggende e dove la presenza del divino era data per certa. È un viaggio avventuroso nello spazio ma anche nel tempo, limitato da quello che oggi ci resta di alcuni di questi posti, ma noi siamo degli avventurieri e partiamo ugualmente.

●Iniziamo dalle radici della nostra cultura, dalla magia dei greci che incontra quella orientale, unione che sta alla base della filosofia occidentale. Approdiamo quindi a Efeso in Turchia. Luogo in cui oggi vedremo solo una manciata di resti archeologici ma che in passato fu la culla del misticismo e della magia. Qui si trovava una della meraviglie del mondo antico, qui si trovavano studiosi e studenti delle arti magiche provenienti da ogni parte del mediterraneo, qui Giuliano l’apostata morì nel IV secolo e il cristianesimo divenne la religione di stato in una società apparentemente cristianizzata dove però le conoscenze occulte, gli antichi riti, e i miti trovarono un nascondiglio tra le pieghe della cultura popolare. Viaggiate con me a Efeso: nascita di una città misteriosa tra culti mistici, magie e leggende. #1, Viaggio nella Storia di Efeso: Dai Templi agli Scavi #2, La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell’impero romano. #3.

●Proseguiamo il nostro viaggio tra le isole dell’ Egeo alla ricerca di fatti e notizie tra le leggende che riguardano Pitagora, Ippocrate, Platone e Atlantide, terra del mito per eccellenza. Ci siamo quindi fermati sull’isola di Samo, la partia dei numeri e della musica dove nacque e visse una parte della sua vita il maestro Pitagora. Con lui abbiamo approfondito le influenze della matematica e della musica sul misticismo, abbiamo visto come veniva utilizzata la magia della musica per curare le malattie e costruire le città. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1, Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️.

●La nostra barca ha proseguito il viaggio verso l’isola di Kos, patria di Ippocrate e luogo dove la tradizione vuole che sia stato fondato uno dei primi ospedali. Il corpo e l’anima erano considerati una cosa sola e la medicina era considerata una forma di magia. Ci siamo quindi aggirati per l’isola alla ricerca delle tracce di questa antica sapienza. Kos: Il Luogo di Nascita della Medicina Moderna #1🚑, La Magia della Medicina Antica a Kos #2. Lascio giudicare a voi quello che abbiamo trovato, io mi sento solo di aggiungere che si tratta di un luogo davvero stupendo.

●Ci siamo persi, la navigazione è stata particolarmente difficile e siamo finiti sulle spiagge di Atlantide. Isola perduta tra le nebbie del tempo abbiamo provato a capire dove si trovasse e chi fossero gli abitanti. Purtroppo trovare una risposta è stato difficile, abbiamo potuto fare solo ipotesi ma siamo ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2

Il viaggio continua…⛵

3 risposte a “La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bel modo per aiutarmi a ricordare i precedenti argomenti. Brava!

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  2. Avatar Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità | Alice Tonini

    […] Per trovare le prove di questa “magia bassa” dobbiamo cercare documenti proibiti: i Papiri Magici Greci (PGM). Scoperti in Egitto (che è stato un crocevia culturale perenne), questi papiri sono ricettari veri e propri, pieni di istruzioni dettagliate per: • Creare filtri d’amore (spesso macabri). • Invocare demoni per consultare gli oracoli. • Lanciare maledizioni (i defixiones). La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 […]

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  3. Avatar sottoilcielo

    le foto sono meravigliose mi fa invidia. complimenti davvero

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Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️

Lettori del mistero bentrovati. Oggi terminiamo la nostra passeggiata per l’isola di Samo, discorrendo di magia, musica e numeri, per farci una idea delle antiche radici della creatività e del misticismo legato all’arte che nei tempi antichi era considerata sacra. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1

Siamo già stati a Efeso, dove abbiamo visto una delle meraviglie architettoniche del mondo antico Viaggiate con me a Efeso: nascita di una città misteriosa tra culti mistici, magie e leggende. #1, – Viaggio nella Storia di Efeso: Dai Templi agli Scavi #2 abbiamo assistito alla nascita e alla morte di una delle città più importanti e misteriose dei tempi antichi, dove la magia d’Oriente e d’Occidente si incontrarono e il misticismo si respirava ad ogni passo La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell’impero romano. #3.

Torniamo quindi al nostro Pitagora e alla sua scuola di magia. Le fonti dell’epoca ci raccontano che di tanto in tanto Pitagora si recava al tempio per lunghi periodi a meditare. In queste occasioni il cibo che si portava appresso consisteva in semi di papavero e di sesamo, pelle di cipolla marina senza liquidi, che riteneva ricca di proprietà curative, fiore di narciso selvatico, foglie di malva e un impasto di orzo, piselli e miele selvatico. Gli piaceva anche un miscuglio di semi di cetriolo, uva passa, fiori di coriandolo, semi di malva e di porcellana, formaggio grattato, farina, crema e miele selvatico. Se tutto questo a noi non suona molto appetitoso è certo che Pitagora mangiando così arrivò ai cent’anni.

Gran parte del bagaglio di conoscenza che trasmise ai suoi discepoli lo aveva acquisito durante i suoi lunghi viaggi. Lo storico romano Porfirio (233 – 304) e il filosofo siriano Giamblico (250 – 330) scrivono entrambi che il maestro aveva appreso la geometria e l’astronomia in Egitto, l’astrologia e la numerologia in Babilonia e in Fenicia. Il suo rifiuto di consumare i fagioli ha qualche parallelo con ciò che viene prescritto nei testi indiani, ma anche gli egizi avevano la proibizione di mangiarne perchè i loro sacerdoti, secondo Erodoto, li consideravano cibo impuro. Alcuni sostengono che Pitagora avesse accettato la dottrina della metempsicosi (o della reincarnazione) dal suo primo maestro Ferecide. Altri rimandano all’India, ma sembra meno probabile. Ralph Linton, nel suo libro L’albero della cultura sottolinea che la credenza nella reincarnazione non ha origine in India perché non ne esiste alcuna menzione negli antichi Veda (i libri sacri indiani), nè tale credenza è parte culturale indoeuropea in generale, nonostante ci sia qualche riferimento alla metempsicosi nella tradizione celtica. A questo proposito è interessante notare che il biografo dei filosofi greci Diogene Laerzio nel III secolo d.C scrive che Pitagora avrebbe studiato con i sacerdoti druidi presso i celti. Ci dice ancora Giamblico, biografo di Pitagora:

https://karlovasi-square1.click2stream.com/ (Questa è la piazza di Karlovasi in live, nel caso la Webcam non fosse più in funzione fatemelo sapere con un messaggio o un commento, grazie mille.)

Egli viaggiò ovunque, affrontò rischi e pericoli di ogni tipo, avendo scelto di lasciare la sua terra e di vivere con popoli a lui stranieri. Liberò uomini da tirannie, diede indirizzi chiari la dove erano politiche confuse e aiutò città a emanciparsi. Riuscì anche a debellare illegalità e a impedire cattive azioni di uomini protervi e tirannici.

Abbiamo già visto nello scorso articolo la tendenza a dipingere attorno alla figura di Pitagora una aura mistica, quasi eroica ma non è in discussione il fatto che fosse un viaggiatore instancabile. Nonostante abbia visitato quasi tutto il mondo allora conosciuto (Siria, Arabia, Caldea, Fenicia, Egitto e probabilmente anche India e la Gallia), sempre dicendo che i viaggiatori devono imparare a lasciare i loro pregiudizi a casa, Pitagora restava comunque innamorato della sua Samo che era, e resta, una delle più belle e lussurreggianti isole della Grecia. Si tratta di un luogo unico perché piena di boschi, tanto che nell’antichità la definivano “isola delle foglie” o “coperta di querce”. Un altra caratteristica sono le sue montagne, infatti l’isola fu battezzata dai primi fenici che vi si insediarono “samos” cioè “l’alta” o “la nobile”. Le montagne sono, si pensa, dei vulcani spenti e questa teoria è rafforzata dalla presenza di moltissime caverne, una delle quali è chiamata “la candela” perché la leggenda dice che nelle notti oscure dal suo interno sembra emanare una misteriosa luce visibile. Samo è inoltre la terra natale di Era o Giunone, la moglie di Zeus o Giove. Un famoso tempio a lei dedicato fu costruito nel periodo più antico, purtroppo ora ne rimane una sola colonna. Il luogo di nascita del filosofo, un minuscolo porto che attualmente si chiama Pithagorio, sorge sul lato sud dell’isola, e un tempo ne fu la capitale. Li vicino si trova un tunnel scavato nella montagna lungo più di 400 metri che serve a incanalare l’acqua. Si dice che sia stato Pitagora stesso a fare i calcoli necessari alla sua realizzazione. Fu costruito da Policrate, uomo pubblico famoso per aver tentato incessantemente di ingraziarsi il popolo, distribuendo soldi ai poveri e donando alla città grandi opere pubbliche.

Egli governò l’isola dal 535 al 515 a.c., arrivando al potere con l’aiuto dei suoi due fratelli approfittando di una festa dedicata a Era. In seguito tolti di mezzo i fratelli si costruì una flotta di 100 navi pirata con cui terrorizzerà l’Egeo, alleandosi con Amasi d’Egitto contro i persiani. Aveva fama di essere fortunatissimo: un giorno buttò di proposito un anello di smeraldi in mare e tre giorni dopo se lo ritrova nella pancia del pesce che gli è servito per pranzo. Dagli storici viene ricordato come Policrate il Tiranno e per qualche tempo in pochi gli tennero testa. I suoi nemici a Samo si allearono con gli spartani, i corinzi e i persiani per batterlo, ma egli riuscì a resistere all’assedio e venne catturato solo quando il governatore della Lidia gli offrì dell’oro e lo convinse a recarsi sulla terraferma. Erodoto ricorda che i modi della sua tortura e della sua uccisione furono così orribili da non potersi nemmeno narrare.

Fu proprio a causa di Policrate che Pitagora abbandona Samo per trasferirsi a Crotone. Ma al tempo della partenza era già un uomo famoso, uno dei suoi motti preferiti era “I numeri prendono gli uomini per mano e li conducono, senza errori, sul cammino della ragione.” Pithagorio oggi è una delle città più tranquille della Grecia e non reca segni del grande filosofo e matematico. L’unica statua della città commemora Licurgo Logothetis, leader di una rivolta contro i turchi nel 1821.

Samo è anche città natale di altri illustri greci: Esopo autore di favole, il filosofo Epicuro, l’astronomo e scienziato Aristarco e Calistrato che per primo organizza l’alfabeto greco in 24 lettere. Oggi l’isola è conosciuta anche per il suo ottimo vino, il preferito di Lord Byron e anche dei molti turisti che la affollano. Gli abitanti godono di ottima salute e sono longevi. Inoltre sono anche famosi per essere intelligenti e per saper prevedere eventi futuri con inquietante bravura. Insomma tutto sommato non sarebbe un brutto posto dove vivere.

Ma torniamo al maestro. Pitagora fonda la sua accademia a Crotone, scegliendo quella che all’epoca era una piccola città con un buon porto naturale, inoltre il suo nome significa “oracolo di Pizia”, un riferimento diretto all’oracolo di Delfi, dal quale deriva anche il nome di Pitagora. Abbiamo già visto che alcuni dei pitagorici consideravano il loro maestro una reincarnazione del dio Apollo. Egli aveva cinquanta anni quando diede vita alla sua accademia a Crotone, una scuola alla quale i discepoli davano tutto quello che possedevano riservandosi il diritto di riprendersi tutto se avessero scelto di andarsene. Quando questo succedeva gli altri discepoli erigevano una tomba con il nome di chi se ne era andato e di lui non si doveva più parlare.

Il maestro che considerava i due sessi alla pari, accettava sia uomini che donne ma richiedeva indistintamente a tutti di vestirsi con semplicità e comportarsi con sobrietà: “Senza abbandonarsi al riso, ma senza nemmeno essere troppo severi.” Così riferisce Will Durante nel suo libro Vita della Grecia. Ai suoi studenti era proibito praticare sacrifici, uccidere animali non pericolosi all’uomo e abbattere alberi. Non dovevano mangiare carne, uova o fagioli. La proibizione di questi ultimi era interpretata in molti modi. Cicerone pensa che fosse per il fatto che questi disturbano la mente durante il sonno, Aristotele dice che i fagioli sono simbolo di dissolutezza e che il loro divieto significa anche richiesta di castità. Il fagiolo è il simbolo arcaico della donna e poteva quindi anche essere una richiesta velata di astenersi dal sesso. A quel tempo si usavano i fagioli anche per le votazioni, e qualcuno ha teorizzato che il veto che li colpiva fosse una allegoria della proibizione al far politica e all’assumere cariche pubbliche. Lui diceva solamente che i fagioli erano l’anima dei morti. Sul mangiare carne Pitagora era meno ambiguo. Diceva che questa ottundeva le facoltà mentali e le capacità di ragionamento dell’uomo. Suggeriva quindi ai giudici di astenersi dal mangiare carne prima di un processo se volevano dare un verdetto onesto e intelligente.

Allorchè i suoi studenti erano pronti per gli studi più avanzati, le fonti dell’ epoca raccontano che erano già arrivati al punto che la percezione extrasensoriale e la chiaroveggenza, doti interiori profonde, erano pronte a manifestarsi, specialmente visto che gli insegnamenti più alti venivano impartiti sempre di notte, sul mare o nelle cripte dei templi illuminate dalle fiamme della nafta.

Le condizioni per arrivare all’iniziazione erano dure e molte a noi suonano arbitrarie, anche perché non conosciamo il ragionamento che le sottendeva. Perché per esempio metteva in guardia contro il guardare in uno specchio vicino a una fonte di luce o il raccogliere quel che era caduto? Quale superstizione sconsigliava di toccare un gallo bianco o di stare sotto lo stesso tetto delle rondini? Forse alcune di queste credenze erano gli ultimi frammenti di riti religiosi più antichi? Comunque sia Pitagora voleva che queste proibizioni venissero assolutamente rispettate e alla fine fu proprio questo a portarlo alla morte. Alla veneranda età di cento anni, dopo aver sposato a sessanta anni una delle sue allieve e aver avuto sette figli purtroppo morì. Un certo Silone, un ricco e importante cittadino di Crotone, al quale fu rifiutata l’ammissione all’accademia, imbestialito da tale diniego raduna un banda di assassini e fece dar fuoco alla scuola e uccidere il maestro.

Dopo la dipartita altre scuole pitagoriche furono saccheggiate e bruciate, forse perché la loro influenza venne considerata un pericolo per i poteri politici dominanti. In questo modo però molti dei segreti matematici che non erano mai stati messi per iscritto andarono perduti, anche se per secoli una scuola di natura quasi mistica sparsa nelle città di quella che allora era la Magna Grecia continuò a diffondere una parte degli insegnamenti.

Ma quali erano questi misteriosi insegnamenti? Una parte l’abbiamo già vista nello scorso articolo dove abbiamo parlato dell’importanza della numerologia e della musica. I pitagorici credevano che tutto ciò che esiste ha una voce e che tutte le creature, secondo le parole di Emil Neumann, «cantano eternamente le lodi del creatore.» Platone che fu molto attivo come neopitagorico, 150 anni dopo la morte del maestro credeva fermamente nell’efficacia della musica e pensava che non fosse solo utile a dare buone emozioni, ma anche «a imprimere l’amore in tutto ciò che è nobile e l’odio in tutto ciò che è malvagio.» Nella sua opera Storia della musica Neumann dice inoltre che sia Platone, sia Damone di Atene, il maestro di musica di Socrate, erano d’accordo nel pensare che l’introduzione di una scala poco armonica potesse danneggiare un paese e che alterare una chiave musicale potesse scuotere una nazione dalle fondamenta.

Le sette sacre vocali: alfa, epsilon, eta, iota, omicron, ipsilon e omega si credeva avessero una importante relazione con i sette pianeti; e i nomi di Dio si pensava fossero formati dalle combinazioni di queste sette armonie planetarie. I primi strumenti musicali avevano sette corde e gli antichi egizi usavano solo i sette suoni primari per i loro canti sacri proibendo nei loro templi ogni altro suono. Platone scrisse che i greci avevano appreso gli aspetti filosofici e terapeutici della musica dagli egizi i quali a loro volta consideravano Thot, il greco Ermes, fondatore dell’ arte. Alcuni poemi e canti esistevano nell’ antico Egitto da almeno 10.000 anni, diceva ancora Platone ed erano di una bellezza tale da essere ritenuti opere divine. Ci fu un momento storico nell’antica Grecia nel quale la dissonanza era proibita per legge e un musicista che componeva un brano considerato dannoso veniva messo al bando, avendo commesso un crimine contro il bene comune.

Lo stesso valeva anche per un architetto che avesse costruito un edificio in maniera asimmetrica. Pitagora credeva che nei tempi più antichi quando un architetto disegnava un grande edificio, un tempio o un altare, lo doveva immaginare come un magnifico accordo sinfonico e lo doveva sviluppare in armonia con questa specifica vibrazione. Egli spiegava ai discepoli che avrebbero potuto camminare per le strade di una città qualsiasi con un liuto tra le mani e trovare la nota fondamentale che si riferisse a un qualsiasi edificio anche una nota distruttiva che trovata poteva addirittura radere al suolo l’ edificio stesso. «Ci rendiamo anche conto,» continuava «che ogni suono, come ogni colore, ha un certo effetto sulla mente, sia sull’immaginazione, sia su un edificio.»

Il termine medicina musicale è un concetto pitagorico. Difatti il maestro usava la musica per calmare i suoi studenti prima del sonno e per rendere i loro sogni profetici. Si dice che abbia placato la frenesia di un giovane mentre stava raccogliendo della legna per bruciare la casa della sua fidanzata convincendo un suonatore di flauto che si trovava nelle vicinanze a cambiare la musica. Scriveva Giamblico: «Ci sono delle melodie pensate come rimedi contro le passioni dell’ anima, o contro lo sconforto, studiate appositamente da Pitagora, perché fossero d’aiuto in queste difficili circostanze. Egli compose delle altre melodie, contro l’ira, il furore e diverse aberrazioni dell’animo umano. Esiste inoltre una particolare modulazione inventata come rimedio contro i desideri.»

È sempre Giamblico che nel suo libro Vita di Pitagora riporta alcuni dei più famosi aforismi del maestro, la cui brevità racchiude una saggezza non rilevabile a prima vista, ma soltanto dopo una lunga meditazione.

Controlla la tua lingua, prima di ogni cosa, seguendo gli dei. Del vento che soffia, adora il suono. Non offrire la tua mano destra al primo che capita. Fai sacrifici, e adora, a piedi nudi. Se perdi il pubblico favore, cammina lungo sentieri nascosti. Non tagliare il fuoco con la spada. Togliti da dosso ogni bottiglia d’aceto. Non fare un passo oltre la trave che equilibra. Lasciata la tua casa, non voltarti indietro che le furie saranno alle tue calcagna. Non mangiare il cuore.

Il pentacolo, uno dei grandi simboli della magia, era il segno di riconoscimento dei pitagorici che lo chiamavano Salute. Uno dei simboli pitagorici meno conosciuti invece era la T, la cui barra superiore stava a indicare le due vie: le strade che si dividono, la sinistra verso la conoscenza terrena, la destra verso quella divina. In molti paesi questa lettera è il simbolo della vita e nel deserto segnala la presenza dell’ acqua.Vale la pena ricordare che recenti scoperte nel campo della fisica quantistica, della meccanica delle onde, oltre naturalmente alle teoria della relatività, hanno portato alcuni scienziati contemporanei a definirsi neopitagorici. Pitagora e Confucio (550- 478 a.C.) erano contemporanei e il grande libro cinese dello I-Ching (Il libro dei mutamenti) tenuto in alta considerazione da Confucio, e ancora oggi molto consultato come libro di divinazione, contiene, secondo l’Enciclopedia Britannica, elementi di numerologia, mescolati a elementi di realtà vicini al pensiero pitagorico.

Pitagora stesso non ha lasciato scritti nè religiosi né mistici, ma nella sua lunga vita ha istruito moltissimi discepoli e i suoi insegnamenti sono stati seguiti per secoli dopo la sua morte. Le ferree regole di segretezza imposte ai suoi seguaci hanno fatto si che gli scrittori in seguito attribuissero alla sua figura troppa importanza facendolo diventare una specie di divinità. Benjamin Farrington nel suo libro Scienza e politica del mondo antico racconta che Pitagora credeva nella divinazione per mezzo delle stelle, dei sogni, delle allucinazioni e del delirio, del volo degli uccelli, delle viscere degli animali sacrificati, e anche di alcune piante e verdure. «Il filosofo Epicuro», osserva lo scrittore, «al contrario fu l’unico a rifiutare queste false Scienze e ad attaccare i seguaci». Duecento anni dopo la morte di Pitagora, Epicuro fu il primo, nella sua scuola di Atene a «organizzare un movimento per la liberazione dell’ umanità dalla superstizione.» Ma a parte questa critica sono ben pochi quelli che non hanno parole di ammirazione per il filosofo, da tutti considerato uno degli uomini più illuminati della sua epoca.

Pitagora fu il primo maestro a tenere una scuola dove gli allievi si aiutavano a vicenda, dove si imparava ad avere dimestichezza con la matematica, la musica e l’astronomia. La prima regola che insegnò ai suoi discepoli fu il silenzio, condizione essenziale per la concentrazione. «Era Pitagora», dice Manly P. Hall, «la personificazione del potere, della maestà al cospetto del quale tutti si sentivano umili, soggiogati…» La sua influenza sulle persone che lo circondavano era enorme, e una lode di Pitagora riempiva i discepoli di estasi, addirittura un suo seguace si suicidò quando il maestro si era momentaneamente irritato per una sua manchevolezza. Pitagora fu così scosso da tale tragedia che non proferì più parole scortesi, ne critiche ad alcuno.

Che altro aggiungere, una visita a Samo, anche se breve, permette al visitatore di entrare in qualche modo in sintonia con Pitagora, uomo di grandi doti e saggezza il cui nome rimane sovrano negli annali del mistero e della magia.

E con questo possiamo terminare il nostro soggiorno a Samo e prepararci per un altra destinazione, vi prometto cari lettori del mistero che non sarà un viaggio lungo, giusto qualche ora…Nel frattempo buona lettura e alla prossima!

Una risposta a “Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️”

  1. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

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