Lilo e il Mistero dei Gatti Neri: Amici e Famigli

🐈‍⬛ Carissimi scrittori del mistero, bentrovati. Spesso nel nostro blog esploriamo misteri antichi, leggende e codici segreti. Ma esiste un mistero che entra in casa nostra ogni giorno, muovendosi con una grazia regale e silenziosa: la presenza magica di un amico a quattro zampe.

La domanda è semplice: cosa c’è di così bello e importante nell’avere un animale domestico? La risposta va oltre la compagnia; è un ponte con l’inconscio, con la saggezza antica e, nel mio caso, con la pura oscurità felina.

Fin da piccola, desideravo un gatto. Non un semplice animale, ma un famiglio, un custode dei segreti. Ho trovato il mio: si chiama Lilo, ed è un gatto nero, ovviamente.

La nostra storia non è nata in un negozio, ma in un luogo dimenticato. Lo trovai in una vecchia stalla, un batuffolo di pelo malato, troppo debole per fuggire come avevano fatto gli altri. Da quel giorno, Lilo non mi ha più lasciato.

Lui è l’incarnazione della promessa non scritta che solo gli animali sanno mantenere: la compagnia incondizionata. Mi accompagna in ogni attività quotidiana, dalle lunghe ore dedicate alla scrittura, quando la sua ombra si allunga sul testo misterioso, ai momenti di riposo. È un giocherellone instancabile, che adora rincorrere i suoi piccoli tesori sul pavimento. Certo, non manca di fare i suoi dispetti e capricci, tipici di un vero re felino che esige il suo trono.

I gatti neri sono sempre stati meravigliosi e misteriosi. Il loro manto, che assorbe la luce, li ha resi un simbolo ambivalente: se nel Medioevo furono ingiustamente associati al demonio e alla stregoneria (si credeva che le streghe si trasformassero in felini), questa fama non ha mai cancellato la loro vera potenza esoterica: nell’Antico Egitto, i gatti neri erano sacri alla dea Bastet, considerati così potenti da allontanare gli spiriti maligni dalla casa. In molte tradizioni (come in Scozia, Inghilterra e Giappone), un gatto nero che arriva in casa è visto come un vero e proprio talismano di prosperità, portando con sé fortuna, amore e benessere economico.

Secondo la tradizione esoterica il loro colore li rende esseri della soglia, che vigilano senza essere visti, l’animale più caro alle divinità notturne. La loro presenza ci insegna a fidarci dell’istinto e a proteggere i nostri confini energetici. In alcune culture, sono visti come messaggeri che ci portano protezione e intuizione.

Lilo, con il suo mantello di mezzanotte e il suo sguardo penetrante, è più di un animale domestico: è un angelo custode ctonio, un frammento di mistero vivo che si è installato sulla mia scrivania.

Cosa significa, dunque, avere un animale domestico? Significa ospitare la magia quotidiana. Lilo non solo mi tiene compagnia; è il mio ancoraggio alla realtà, la prova che la bellezza e l’affetto esistono anche nelle forme più fragili e oscure. Lui mi ricorda la mia forza: quella stessa forza che, dopo averlo trovato malato, mi ha spinta a non arrendermi, proprio come non mi arrendo nel portare avanti il mio sogno di scrittura.

L’orgoglio più grande nella vita? Non sono i libri venduti o gli articoli più letti. È aver salvato un’ombra, e aver scoperto che quell’ombra è in realtà una luce indomita, un complice peloso che mi supporta in ogni sfida. La scrittura è la mia arma, la lettura la mia mappa, e Lilo è il mio famiglio. Finché avrò lui al mio fianco, con le sue fusa misteriose, le mie armi rimarranno affilate, pronta a dare voce a chi non ce l’ha e a condividere con voi la passione per la vita, in tutte le sue sfumature di luce e ombra.

E ora ditemelo voi: qual’è il vostro famiglio (peloso, piumato o squamoso)? Che custodisce i vostri segreti e vi da la forza di non arrendervi mai? Fatemi sapere nei commenti, ci sentiamo presto. 👋🏻🐈‍⬛

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Scopri i Misteri di Eleusi: Magia e Sacralità #1

Lettori del mistero il nostro viaggio alle radici della magia ci ha portato in una piccola città della Grecia semi sconosciuta ma molto misteriosa e affascinante, seguitemi.

Eleusi (in greco antico Elefsis), oggi, è poco più di un nome sbiadito su una mappa. Una piccola città che si affaccia sulla strada principale che collega Atene a Corinto, e viene rapidamente sorpassata. Gli autobus che sfrecciano dal Peloponneso e dal nord della Grecia non si fermano, e i passeggeri, distratti per un istante, notano solo le colonne infuocate di gas naturale, i fumi minacciosi delle grandi raffinerie che ne segnano il profilo. Chi arriva ad Atene in aereo non riesce a distinguerla nella cappa di smog che l’avvolge, giorno e notte.

Sono pochi i turisti che si avventurano in questa desolazione moderna, eppure, noi lettori del mistero, saremo tra quei pochi. Perché dietro la cortina di fumo e l’indifferenza, si nasconde un passato di inestimabile valore, e noi non vogliamo perdercelo.

Quando il mondo guardava alla Grecia per trovare cultura, saggezza e ispirazione, questo piccolo luogo, oggi senza rilievo, fu il simbolo più alto di civiltà. Il suo segreto era custodito gelosamente: un pozzo di conoscenza a cui tutti potevano accedere, ma a cui erano ammessi solo pochi, veri eletti. Non certo i ricchi o i potenti, ma solo i saggi erano iniziati ai famigerati Misteri Eleusini. E quella saggezza, allora come oggi, trascendeva la classe sociale e la nazionalità, promettendo ai suoi devoti una comprensione della vita e della morte che faceva impallidire ogni altra filosofia.

Felice il mortale che ha visto nell’oscuro regno delle ombre, perché il fato degli iniziati e quello dei profani non è lo stesso. Quei misteri dei quali nessuna lingua può dire; beato è solo colui che ha visto con i suoi occhi, perché dopo la vita il suo destino è diverso da quello degli altri. Omero

Quali che fossero i segreti impartiti a Eleusi, una cosa è certa: erano potenti, e chiunque osasse rivelarli era punito con la morte. Questo terrore sacro non faceva che accrescere il loro fascino e la loro autorità nel mondo antico, plasmando l’etica e la visione della vita di intere generazioni di Greci e Romani. Ventisei secoli dopo il tempo di Omero, persino il padre della psicologia analitica, Carl Gustav Jung, si chinò su questi misteri, arrivando a una conclusione illuminante: «L’uomo normale in qualche modo viene liberato dai suoi personali limiti e temporaneamente fornito di qualità soprannaturali. Tutto ciò può essere retto per un periodo di tempo abbastanza lungo e dare uno stile particolare alla vita intera; e un certo tono a tutta la società.»

È questa la chiave di lettura che interessa, a noi amanti della magia e del mistero. Eleusi non offriva solo un rito, ma un’esperienza trasformativa che andava oltre la semplice filosofia. Era una vera e propria iniziazione che prometteva di sbloccare il potenziale nascosto dell’individuo, elevandolo al di sopra della sua ordinaria esistenza. Un’energia, una “qualità soprannaturale,” che non solo influenzava la vita dell’iniziato, ma che si irradiava, dando un tono etico e spirituale a tutta la civiltà circostante.

I Misteri Eleusini fiorirono con maestosa potenza a partire dal VI secolo a.C., resistendo attraverso i secoli fino alla brutale distruzione del santuario, avvenuta per mano di invasori nel 395 d.C. e completata nel VII secolo dell’era cristiana. Come ogni grande culto che si rispetti, la sua origine affonda le radici in una leggenda primordiale, un racconto che l’oscurità della preistoria ha reso quasi indecifrabile.

Eleusi era onorata perché era il luogo dell’incontro, il punto di svolta, la terra in cui Demetra, la potente Dea dell’agricoltura, della fertilità e del matrimonio, simbolo della Terra stessa, si ricongiunse con la sua figlia perduta, Persefone (chiamata affettuosamente Kore, “la vergine,” dai Greci). Questa storia, narrata in uno dei più antichi Canti Omerici, è il cuore pulsante di Eleusi. Persefone, figlia di Demetra e del potente Zeus, attrasse lo sguardo bramoso dell’oscuro dio degli inferi, Ade, che la rapì, trascinandola nel suo gelido regno sotterraneo. Nessuno, nemmeno gli dei, osarono rivelare a Demetra l’orribile destino toccato alla sua unica figlia. Schiacciata dal dolore e dalla disperazione, Demetra non diede più alla terra i frutti che erano sua prerogativa: i campi divennero sterili, il mondo cadde in una carestia inarrestabile. Lasciò l’Olimpo, assumendo le umili sembianze di una vecchia, ed errò senza sosta, digiuna, per nove giorni e nove notti, cercando la sua Kore. Fu proprio presso Eleusi che l’oscura verità venne a galla. Elio, il dio del Sole che tutto vede, la informò del fato di Persefone.

Distrutta dalla notizia, Demetra si fermò a riposare, stanca e afflitta, presso un pozzo sacro. Lì, le figlie di una nobile famiglia di Eleusi la trovarono e, mosse a pietà, tentarono di consolarla, invitandola nella loro casa. La Dea acconsentì, e fu in quell’ospitalità umana che il suo dolore, benché immenso, fu mitigato. Furono l’ospitalità e le allegre facezie dei servi della famiglia a spezzare momentaneamente l’incantesimo del lutto della Dea. Questo luogo, questo pozzo, questo momento di tregua, divenne il seme da cui sarebbe fiorito il più grande dei misteri.

Il dolore di Demetra non le permise di accettare il vino offertole. Ruppe il suo sacro digiuno solo bevendo un’umile e potente pozione: l’acqua d’orzo aromatizzata con menta romana, la bevanda dei mietitori, nota come Ciceone. Questa bevanda, semplice ma rituale, sarebbe diventata il cuore dei Misteri Eleusini. Accettata nella casa, la Dea prese il ruolo di nutrice per il figlio maschio della famiglia. Notti intere, l’anziana Demetra compiva un rito oscuro e meraviglioso: ungeva il bambino con la divina ambrosia e, celandolo nel buio, lo poneva al centro del focolare ardente per tentare di renderlo immortale. Alla scoperta di questo rituale notturno, la madre del piccolo rimase orripilata. Non comprendendo il dono che le veniva offerto, rimproverò la vecchia. Demetra, furiosa per l’interruzione della sua magia e per l’affronto, rivelò la sua vera, maestosa identità. Per riconquistare il suo favore, ordinò alla famiglia di costruire immediatamente un grande tempio.

Intanto, a causa del suo lutto e della negligenza divina, le messi erano misere e la carestia mortale imperversava sul mondo. La disperazione sulla Terra costrinse Zeus a intervenire. Il re degli dei fu costretto a cedere all’ira di Demetra e persuase Ade a restituire la giovane che aveva rapito. Persefone fu finalmente libera di risalire nel mondo della luce, ma il suo destino era ormai segnato. In un momento di distrazione o forse per un involontario sortilegio, mangiò i semi del melograno, il frutto tradizionalmente associato al cibo dei morti e al patto con il regno sotterraneo. Fu così che, per l’eternità, Persefone fu obbligata a fare ritorno nel regno delle tenebre per un terzo di ogni anno. Demetra e Persefone, sebbene felicemente riunite, si rassegnarono all’inevitabile distacco annuale. In segno di perdono e gratitudine, e per dare conforto all’umanità di fronte alla caducità della vita, insegnarono i loro Misteri alla gente di Eleusi.

Il mito, nella sua essenza più pura, è una chiara allegoria delle stagioni e del ciclo di rinascita primaverile che segue i tre mesi invernali. Demetra è la terra fertile in lutto, Persefone il seme che scompare sotto terra per poi risorgere. Ma per gli iniziati, l’insegnamento di Eleusi andava oltre la semplice agronomia. Rivelava la promessa che, come il seme scende nell’oscurità per risorgere a nuova vita, così l’anima dell’uomo, dopo la morte, era destinata a una felice esistenza ultraterrena. Era la chiave per guardare il buio senza paura, sapendo che l’ultima parola non era la fine, ma la rinascita.

Come accade per i miti più antichi e potenti, la storia di Demetra e Persefone non è una storia unica, ma un caleidoscopio di significati, interpretata in modi sorprendenti, a volte inquietanti. Questa è la vera ricchezza dei Misteri: la loro capacità di parlare a diverse epoche. Alcuni studiosi riportano la storia alle sue radici più antiche. Patrick Anderson, nel suo Sorriso di Apollo, cita l’ipotesi di Robert Graves, che vede Demetra nascere direttamente dal rito della fertilità stessa, un’incarnazione primordiale della potenza generatrice della Terra. Questa relazione unica tra Madre Terra e Figlia Vergine non poteva non affascinare chi scandaglia l’animo umano. Lo psichiatra Carl Jung si interessò profondamente a questa dinamica, vedendo nel legame e nel distacco tra le due Dee un archetipo potente, forse la chiave per comprendere la psiche femminile e il ciclo di perdita e rigenerazione interiore. Ma vi sono interpretazioni che conducono il mito in territori molto più oscuro e inquietante.

Eric Whelpton, in Grecia e le Isole, avanza una suggestiva e controversa ipotesi: i Misteri Eleusini sarebbero stati l’origine dei culti satanici. La ragione? Gli dèi venerati non erano solo Demetra e Persefone, ma anche Ade (Plutone per i Romani), il dio del mondo sotterraneo. Per Whelpton, il culto segreto onorava in realtà le divinità ctonie, le forze oscure e abissali che governavano la morte. Infine, c’è chi eleva il mito a una complessa allegoria spirituale. Philip Sherrard, ne La ricerca della Grecia, offre una lettura profonda: Demetra non è solo la terra, ma l’Intelletto puro; Persefone è l’Anima; e Plutone (Ade) rappresenta la Materialità, il corpo e il mondo fisico con il quale l’Anima deve inevitabilmente fondersi, scendendo nell’oscurità prima di poter risalire. Queste interpretazioni ci dicono che, qualunque fosse il segreto sussurrato a Eleusi, non riguardava solo i raccolti. Riguardava la vita, la morte e la resurrezione dell’anima umana, il viaggio che tutti noi intraprendiamo quando ci avventuriamo nel nostro “mondo sotterraneo” personale.

Qualunque sia la verità esoterica celata, Demetra – il cui nome deriva dai termini antichi De (terra) e Meter (madre) – rimaneva la dea più “simpatica” e popolare dell’Olimpo, capace di conquistare i cuori delle persone comuni. Il suo culto non era elitario in senso stretto, ma essenziale per la società. Nel II secolo d.C., lo scrittore e geografo Pausania riassumeva l’importanza del culto in modo inequivocabile: esistevano solo due cose in tutta la Grecia «Che facevano classe a sé: i giochi di Olimpia e i Misteri Eleusini.»

Questo culto aveva un impatto che trascendeva la religione. Il grande oratore romano Cicerone (106-43 a.C.) commentò: «Niente è più alto di questi misteri. Loro hanno addolcito i nostri caratteri e addomesticato i nostri costumi, portandoci dalla condizione selvaggia a una situazione di vera umanità. Insegnandoci non solo a vivere gioiosamente ma anche a morire con speranza.»

La morte è il tema che ha preoccupato ogni individuo e ogni società nel corso della storia. Gli antichi Greci credevano che fosse essenziale venire a patti con essa, trovando il modo di non averne paura. Non temere la morte era uno stato di grazia, una garanzia da raggiungere. Chi ci arrivava faceva parte di una vera e propria élite: era sicuro di sé, non assorbito da preoccupazioni banali e, di conseguenza, veramente libero. Il compito principale dei Misteri Eleusini era proprio quello di far raggiungere questo felice stato. Aristotele capì il meccanismo profondo del culto: disse che non si andava ad Eleusi per imparare (dottrine) ma per sperimentare alcune emozioni e per trovare una forma mentale aperta. Aristofane aggiungeva, con un tocco di orgoglio per gli iniziati: «È solo a noi uomini iniziati, che ci comportiamo correttamente con l’amico e con lo straniero, che il sole continua a brillare anche dopo la morte.»

All’inizio, i Misteri erano un culto puramente locale, ma con il crescente potere di Atene (che si trovava a soli 25 km a sud), Eleusi si fuse con la potenza della città stato, evolvendo in un culto panellenico.Il percorso di iniziazione era diviso in due fasi distinte: I piccoli misteri: Avevano luogo in primavera, nel santuario secondario di Agra, lungo il fiume Ilisso. Simbolicamente, rappresentavano la purificazione e la preparazione. Degli oggetti sacri venivano portati in questo paese annualmente, per poi essere ricondotti a Eleusi con una processione solenne. I grandi misteri: La fase culminante, tenuta in autunno.

Nonostante l’enorme influenza ateniese, gli incarichi più importanti e più vicini al segreto, come quello di Sommo Sacerdote, portatore di torcia e messaggero, erano sempre svolti dagli Eleusini stessi, a garanzia che il potere mistico e la conoscenza restassero ancorati alla loro terra sacra.

L’influenza dei Misteri Eleusini era così vasta che, nel II secolo a.C., in un atto di straordinaria deferenza, per la prima volta furono ammessi i Romani. Fu un riconoscimento non di forza, ma di civiltà: dopo che Roma ebbe sconfitto i pirati, gli Elleni, in segno di gratitudine, si offrirono di iniziare chiunque lo desiderasse.

Col tempo, anche il culto estatico e orgiastico di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, si fuse con l’austera Demetra, celebrando i suoi riti nel tempio della Dea. Si mescolarono temi orfici e pitagorici, ma il cuore dei Misteri mantenne le sue caratteristiche essenziali: un rituale simbolico destinato ad aprire l’occhio interiore dell’uomo, esaltando le sue doti percettive per fargli conquistare un livello più alto e più profondo di realtà.

Gli studiosi concordano: sul nucleo dei misteri si sa ben poco. Gli iniziati giuravano di non rivelare i segreti e si dice che le loro labbra fossero sigillate da una chiave d’oro in segno della promessa infrangibile. Persino Socrate si dice abbia rifiutato l’iniziazione perché non avrebbe potuto parlarne, sottraendosi al peso del segreto.Tuttavia, brandelli di verità possono essere ricostruiti come tessere di un mosaico mistico: dalla poesia, dai frammenti di canti, dai bassorilievi e dalle pitture su vasi (molti dei quali si credeva fossero la riproduzione di scene viste all’interno del tempio), in un’epoca in cui Eleusi era celebrata come il santuario del mondo intero.

I grandi misteri si celebravano tra la metà di settembre e la fine di ottobre, il momento sacro che precede la semina, approssimativamente nel segno zodiacale della Vergine, di cui Persefone (la vergine che porta il grano) è la personificazione divina. Le guide, gli spondofori, offrivano un salvacondotto a chiunque volesse partecipare, ignorando le guerre in corso. Ma non tutti potevano entrare: Barbari, assassini e donne immorali erano banditi. Tuttavia, come nota Francois Lenormant in Magia Caldea (senza citare le fonti) bastava la compiacenza di un mistagogo non troppo scrupoloso per introdurli, una falla che rivela quanto il desiderio di iniziazione fosse forte. Anche i maghi erano esclusi, così come molti aspiranti nobili, come l’imperatore Nerone, che pure aveva acquisito fama in altri campi. La ragione di queste esclusioni la troviamo in una frase di Platone, che ci riporta al vero cuore del mistero: “Colui che non è ispirato, e che non ha un tocco di follia nella sua anima, arriva alla porta e pensa che sarà ammesso al tempio per merito della sua arte, ebbene, lui e la sua arte, non saranno accettati.”

L’accesso non era per i calcolatori, ma per coloro che erano toccati da un soffio di follia divina. Prima di accedere al sacro, era necessaria una purificazione profonda. I candidati dovevano rinunciare al pesce (simbolo di fecondità) ed evitare anche galline, fagioli, melograni e mele. I sacerdoti, custodi del segreto, avevano l’obbligo di castità e dovevano evitare il contatto con i morti e con animali impuri come le donnole. Il sacerdote, scelto a sorte, indossava un manto viola di dignità regale. Se sposato, doveva rimanere casto, una condizione facilitata dall’assunzione di una piccola dose di cicuta, nota per inibire il desiderio. Al momento dell’investitura, il sacerdote assumeva un nuovo nome e scriveva il vecchio su una tavoletta di piombo che veniva gettata nella baia vicina: un atto simbolico di rinuncia al proprio sé mondano.

A emulazione del girovagare senza meta di Demetra, le cerimonie preliminari duravano nove giorni e iniziavano ad Atene, fuori dalla casa della dea: l’Eleusinium. I partecipanti si riunivano e venivano letti i nomi degli iniziati. Il giorno seguente, ogni iniziato prendeva in custodia un piccolo maiale. Al grido “Al mare, oh mistici!” partivano per un viaggio verso la spiaggia, dove lavavano ritualmente sé stessi e l’animale. W. A. Wigram, in Viaggi Ellenici, racconta che non si trattava di una processione ordinata, teorizzando che questo viaggio fosse un momento piacevole e di evasione prima delle esperienze più forti. I maiali venivano poi sacrificati e i loro guardiani cosparsi del sangue purificatore.

Il mattino seguente, all’alba, iniziava la marcia di dodici chilometri verso Eleusi: la processione era detta Iacco, dal grido che i partecipanti facevano ripetutamente. Nonostante la fatica, la marcia era un’esplosione di gioia e libertà. C’erano soste nei templi lungo la Via Sacra dove si cantava, si ballava e si consacravano oggetti di culto. I pellegrini si lanciavano in scherzi grevi e motteggi grossolani, in una sorta di liberazione catartica, sulla falsa riga delle facezie della servitù che avevano alleviato il dolore della Dea. A Rethoi si fermavano a casa della famiglia Krokonidai, che aveva il privilegio sacro di mettere fasce color zafferano contro il malocchio al polso e alla caviglia destra di tutti i pellegrini. Infine, sul ponte del fiume Kepisso, bizzarri giochi e motteggi eseguiti da una donna e un uomo travestito da donna fornivano un ultimo, divertente diversivo. Il sipario era pronto per alzarsi. I pellegrini erano giunti a Eleusi, purificati e aperti alla Follia Ispirata. Tutto era pronto per l’esperienza che avrebbe infranto la paura della morte.

Quando i pellegrini giungevano finalmente a Eleusi, le tenebre erano già calate, avvolgendo il santuario in un manto di mistero. Qui iniziava la Notte delle Torce, un rito che trasformava la spiaggia in uno scenario arcano. Sotto la luna, gli iniziandi si impegnavano in danze frenetiche e turbinose attorno al pozzo sacro, accompagnati dal suono penetrante dell’aulos (un oboe primitivo) e dal tintinnio dei cembali. Emulando nuovamente il girovagare disperato di Demetra alla ricerca di sua figlia, gli iniziandi vagavano incessantemente lungo la spiaggia. Le loro torce illuminavano l’oscurità come mille lucciole impazzite, un’allucinazione luminosa che durava l’intera notte.

Il digiuno, simbolo del lutto della Dea, si chiudeva in modo rituale. Lo storico romano Clemente di Alessandria ci dice che il momento era segnato dalla bevanda di Demetra, il Ciceone (acqua d’orzo), e da un sontuoso pasto di focacce, pasticci e torte bitorzolute con sale, melograni, germogli di fico, grandi finocchi, torte di formaggio e mele cotogne. Era un banchetto che celebrava la fertilità, la fine del dolore e la promessa di abbondanza.

Dopo una notte tanto carica di baldoria, misticismo e digiuno, la folla si radunava con una tensione palpabile davanti all’immensa sala interna, l’unica struttura che poteva ospitare migliaia di persone. A questo punto, il destino si manifestava: la folla si divideva in due gruppi. C’era chi doveva attendere un altro anno per l’iniziazione e chi riceveva la parola d’ordine per l’ammissione immediata. I criteri di questa scelta non sono chiari: chi erano gli eletti e chi i rimandati? Gli studiosi concordano sull’importanza cruciale della parola d’ordine. In almeno un caso documentato, chi tentò di entrare senza di essa fu messo a morte, il segreto era un affare di vita o di morte.

E delle cerimonie che seguivano, cosa sappiamo? Quasi nulla. Clemente di Alessandria, tendendo a vedere i misteri come una forma di ateismo pagano, non offre dettagli. In questo risiede la vera magia: il cuore dell’iniziazione era un segreto custodito gelosamente. Molti studiosi concordano che l’esperienza non fosse basata sull’insegnamento di dottrine rigide, bensì su un’intensa esperienza soggettiva e sensoriale, probabilmente unica per ciascun individuo. Un momento di illuminazione, una visione che si apriva nell’oscurità interiore, promettendo di dissolvere per sempre la paura della morte.

Il mistero di Eleusi non è in ciò che è stato scritto, ma in ciò che è stato visto e sentito, un segreto che ancora oggi pulsa, in attesa di essere riscoperto nel silenzio delle rovine.

Qui cessa l’insegnamento, e viene il momento delle cose, della natura. Clemente di Alessandria

Alice Tonini

Una risposta a “Scopri i Misteri di Eleusi: Magia e Sacralità #1”

  1. Avatar Passeggiate Autunnali tra Storia e Natura | Alice Tonini

    […] Perché questa ricerca è così profonda per me? Ci sono molti motivi, ma in questo momento adoro passeggiare e andarmene a zonzo senza meta perché camminare ha il colore della mia stagione preferita: l’Autunno. È in questo periodo che la natura celebra la sua trasformazione più spettacolare. Gli alberi non muoiono, ma si vestono d’oro, di rame e di scarlatto, in un ultimo, glorioso rituale cromatico. La luce si abbassa, le nebbie si alzano dai laghi e le giovani ombre della sera si allungano. È la stagione che ci ricorda che l’oscurità è necessaria per la rinascita, un tema che risuona con ogni mito di morte e resurrezione, da Demetra a Persefone. Non vi siete dimenticati dei misteri eleusini, vero? Scopri i Misteri di Eleusi: Magia e Sacralità #1 […]

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Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità

Lettori dell’ignoto, la nostra barca è appena approdata al porto del Pireo. Ci riposeremo un paio di giorni prima di riprendere il viaggio verso la nostra prossima tappa. Andiamo a sederci su di una panchina e ricapitoliamo alcune tappe del viaggio che ci ha portato fino a qui.

C’è un momento, prima che le divinità avessero nomi definitivi e prima che i filosofi stabilissero le loro leggi, in cui il confine tra la parola e l’azione, tra il mondo fisico e l’invisibile, era sottile come la polvere.Vogliamo iniziare un viaggio a ritroso. Non attraverso continenti o epoche, ma attraverso la memoria scritta dell’umanità. Con il nostro viaggio vogliamo trovare il punto esatto in cui l’uomo ha provato a forzare la realtà usando solo le parole. In altre parole: dove inizia la Magia nei testi che ci sono giunti?

Se pensate alla magia, quella vera, come a globi di luce e bacchette, vi sbagliate. Harry Potter ci ha portato parecchio fuori strada. Le prime manifestazioni scritte della magia sono molto più inquietanti e pratiche. Dobbiamo scendere nelle terre fangose e polverose della Mesopotamia, circa quattromila anni fa.

Qui, sulle tavolette d’argilla cuneiforme, troviamo la prima forma di quello che potremmo definire “un incantesimo”. I testi sumeri e accadici, spesso catalogati come esortazioni medico-magiche, erano tentativi di invocare l’aiuto delle divinità o, più spesso, di allontanare le forze negative. Ve lo ricordate l’articolo? La medicina nell’antica mesopotamia: tra unguenti, magia, streghe e stregoni., Carpire i segreti del futuro: l’antica Mesopotamia e la divinazione..

Non erano fantasie. Erano istruzioni. Immaginate: la notte cala sulla città, qualcuno è malato, e l’unica difesa è un testo recitato, un rituale preciso. La malattia non era un virus, ma un demone o uno spirito ostile da scacciare. L’incantesimo era un processo legale e cosmico: stabilire chi ha la colpa, invocare l’autorità superiore e costringere la forza maligna ad andarsene. La formula scritta diventava un’arma legale contro il caos. Il potere del testo era assoluto. Se vi siete persi qualcosa vi lascio il link. Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell’antica mesopotamia, Facciamo la conoscenza dei primi maghi della storia tra esorcismi, magie curative e stregoneria.

Il nostro viaggio ci ha portato poi lungo il Nilo, in Egitto. Se la magia mesopotamica era di protezione e guarigione, quella egizia era di trasformazione e viaggio. Il Libro dei Morti (in realtà, il Libro per uscire al giorno) non è un’unica opera, ma una raccolta di formule e incantesimi che venivano posti nelle tombe. Il loro scopo era dare al defunto le “chiavi” per navigare i pericoli dell’Aldilà.Questi rotoli sono l’apice della letteratura magica antica.

Contengono istruzioni precise su come: • Pronunciare il nome segreto di una divinità (e così ottenere potere su di essa). • Trasformarsi in animali sacri (un falco, un serpente). • Superare il Giudizio di Osiride negando di aver commesso peccati specifici (la “Confessione Negativa”).

Il fascino inquietante sta nel fatto che la parola scritta non era solo un ricordo, ma una funzione. Il rotolo, una volta posizionato, funzionava. Era una polizza assicurativa magica per l’eternità. Qui vi lascio i link agli articoli. Sfogliamo i segreti del Libro dei morti degli antichi Egizi, La magia nell’antico Egitto: tra incantesimi di magia nera, legamenti d’amore e religione.

Con la civiltà greco-romana, il concetto di magia inizia a dividersi in modo più netto. Nasce la distinzione tra: • Magia Alta (Theurgia): l’interazione con gli spiriti superiori per raggiungere la conoscenza divina (pensate a Platone, che accenna a pratiche rituali). • Magia Bassa (Goetia): l’uso di incantesimi per scopi materiali, spesso per amore, vendetta o guadagno.

Per trovare le prove di questa “magia bassa” dobbiamo cercare documenti proibiti: i Papiri Magici Greci (PGM). Scoperti in Egitto (che è stato un crocevia culturale perenne), questi papiri sono ricettari veri e propri, pieni di istruzioni dettagliate per: • Creare filtri d’amore (spesso macabri). • Invocare demoni per consultare gli oracoli. • Lanciare maledizioni (i defixiones). La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀

Questi testi, a differenza delle solenni formule egizie, sono sporchi, frettolosi e pieni di un potere immediato e pericoloso. Sono la prima vera documentazione del mistero del male minore che l’uomo desidera compiere.

E il nostro viaggio continua…Queste prime tappe – la Mesopotamia della protezione, l’Egitto della trasformazione e la Grecia/Roma della coercizione – ci mostrano che la magia, prima di essere un genere letterario, era la letteratura stessa: il tentativo più audace e primordiale di usare il linguaggio per manipolare la realtà. Gli scritti non erano storie sulla magia, ma erano oggetti magici essi stessi.

Mentre chiudiamo gli occhi su queste antiche tavolette e papiri, una domanda inquietante permane: quanto del nostro moderno linguaggio — le nostre preghiere, i nostri giuramenti, i nostri meme di auto-aiuto — conserva ancora quel potere magico primordiale?

Una risposta a “Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Come sempre brava. Questo mi è piaciuto particolarmente perché riassuntivo. Si, io leggo i tuoi articoli da cima a fondo ma un po’ “mi sfuggono”per cui un riassunto ben fatto è per me prezioso. Grazie! Ciao!

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Delo: L’Isola Sacra Tra Mito e Storia 🏛️ #1

La sirena del battello risuona per la via, seduto al tavolino di un bar un turista biondo con ai piedi delle Birkenstock spalma il miele sul pane e sorseggia un caffè con aria indifferente. «Muoviamoci lettori dell’ignoto, non possiamo perdere anche questo battello o per oggi non avremo altre possibilità di andare a Delo.» Stringo tra le mani i biglietti e faccio lo slalom tra una signora in ciabatte e costume da bagno in attesa davanti al molo e un papà che spinge un passeggino carico di borse. Corro a bordo, il rumore del ponte di metallo sotto ai miei piedi mi da le vertigini. Mi siedo su di una panchina e tiro il fiato. «Ce l’abbiamo fatta, ora che siete a bordo con me posso raccontarvi qualcosa dell’isola: dovete sapere che Delo non è una isoletta arida e sperduta piena di ruderi.»

Delo non accoglie visitatori casuali; li attira. Solo chi è divorato da un’insaziabile fame di conoscenza, chi percepisce il richiamo di epoche sepolte, osa avventurarsi sulle sue rive. Quest’isola spoglia, apparentemente priva di risorse, fu in realtà il cuore pulsante di un impero invisibile, un crocevia mistico dove il sussurro dell’antica Grecia si fondeva con l’eco maestoso di Roma. La sua posizione, enigmaticamente centrale nell’arcipelago, non era un mero dettaglio geografico, ma un sigillo del suo potere, una porta che univa mondi e destini. Cosa si cela ancora sotto le sue pietre millenarie? Quali segreti attendono di essere svelati dal vento che accarezza le sue rovine?

La leggenda narra che la disposizione stessa delle isole Cicladi attorno a Delo non fu un capriccio della natura, bensì un atto divino. Si narra che Delo fosse il sacro luogo di nascita di due tra le più potenti divinità dell’Olimpo: Apollo, il dio del sole splendente, e Artemide, la misteriosa dea della luna. Le isole si sarebbero disposte in cerchio, in un gesto di reverenza, per proteggere e onorare il luogo dove la luce e l’ombra vennero al mondo.

Ma la leggenda di Delo affonda le sue radici ancora più in profondità, in un’epoca in cui gli dei camminavano sulla terra. È nell’Inno ad Apollo di Omero, un testo che risale all’800 a.C. circa, che troviamo il mito di Leto, una mortale di straordinaria bellezza. Incinta di Zeus, la sua condizione la rese una fuggitiva: nessun luogo osava darle asilo, temendo la terribile ira di Era, la gelosa moglie del re degli dei. Fu una piccola isola, fino a quel momento errante tra le onde, a mostrare pietà. Accettò di ospitare Leto nel suo momento più vulnerabile. In segno di gratitudine e per assicurare un luogo sacro alla nascita dei suoi figli, Zeus la stabilizzò per sempre. Creò quattro possenti pilastri che, emergendo dalle profondità marine, ancorarono saldamente l’isola al suo posto. Questa terra, destinata a un fato glorioso, era proprio Delo. Fu qui, su un minuscolo promontorio noto come Monte Cinto (da cui deriva il nome “Cinzia” per Artemide, la dea della luna piena), che Leto diede alla luce i due gemelli divini.

Dalla cima del Monte Cinto, la vista è mozzafiato. Da lì, il tuo sguardo spazia sull’intera isola di Delo e abbraccia l’intero circolo delle Cicladi, inclusa la vivace Mykonos, che sembra quasi a portata di mano, a meno di quattro chilometri di distanza. Eppure, al di là della sua bellezza storica, la Delo di oggi custodisce un’atmosfera sottile e inquietante. Nonostante la sua apparente tranquillità, l’isola sembra popolata da presenze silenziose e invisibili che paiono seguire ogni passo del visitatore. Non è raro, infatti, che coloro che scelgono di pernottare sull’isola riportino di aver vissuto sogni strani e vividi, quasi che le antiche energie del luogo si manifestino ancora, sussurrando storie di un tempo dimenticato.

C’è un’ironia silenziosa nel destino di Delo e Mykonos. In tempi antichi, i loro ruoli erano invertiti: era Delo il fulcro vibrante di attività civili e religiose, mentre Mykonos, la sua vicina oggi così celebre, le forniva i servizi di supporto necessari. Per molto tempo, una grotta-tempio celata sotto il Monte Cinto è stata venerata come il sacro luogo di nascita dei gemelli divini. Ma la storia, con la sua inesorabile ricerca della verità, ha svelato un altro segreto: ricerche storiche più recenti hanno dimostrato che quel santuario era in realtà un tempio di epoca ellenistica, dedicato al dio-eroe Ercole. Eppure, il mistero non si esaurisce. Il sentiero che si inerpica verso la cima del Monte Cinto è una via che ha tremila anni, un cammino battuto da innumerevoli passi e preghiere. La sommità stessa del monte è un crogiolo di fede antica, punteggiata da una serie di tempietti e altari consacrati a un pantheon eclettico: dalle divinità siriane agli dei egizi Serapide e Thot (identificato con il greco Ermes), al già menzionato Ercole, e persino alla temibile e gelosa Era (la Giunone romana). Tra le molte rovine che testimoniano storie di un tempo che fu, si trova anche un teatro, costruito per dare voce e forma ai drammi religiosi che animavano l’isola.

Già tra il X e l’VIII secolo a.C., gli Ioni, greci provenienti dalle colonie dell’Asia Minore, guardavano a Delo come a un sacro epicentro di culto, un luogo dove la dea Artemide (la romana Diana) era profondamente venerata. Ma il destino dell’isola era legato a una promessa ancora più grande. È nell’Iliade di Omero che ritroviamo la leggenda di Leto e il suo solenne giuramento. Una volta accolta e salvata dall’isola errante, Leto, per gratitudine, fece una promessa destinata a plasmare il futuro di Delo. Giurò che avrebbe fatto di essa il centro di culto per suo figlio Apollo, un luogo dove il mondo intero avrebbe portato offerte al suo altare. E così fu. Sotto il segno di quella divina promessa, l’isola fiorì, non solo di vegetazione ma anche di ricchezza, come se sbocciasse in un’esplosione di “fiori e d’oro”. Consacrata ad Apollo, Delo divenne il più importante e influente centro di culto dell’intera Grecia, un faro spirituale la cui eco e il cui potente magnetismo si percepiscono ancora oggi tra le sue rovine silenziose.

Gli scavi a Delo, iniziati nel lontano 1873 da archeologi francesi, continuano ancora oggi, rivelando strato dopo strato i segreti di quest’isola misteriosa. Questi meticolosi lavori hanno portato alla luce non solo templi e santuari, ma anche le imponenti rovine di una città cosmopolita brillante, un centro urbano di incredibile completezza. A parte Pompei, non esiste un altro sito archeologico antico che offra una panoramica così esaustiva della vita quotidiana e della struttura di una città del passato.

Con una larghezza che a malapena sfiora i due chilometri, Delo è un vero e proprio museo a cielo aperto. Ogni passo conduce a un’antica vestigia, un frammento di storia che riemerge dal passato. Tra le rovine, spiccano fiori dai colori vivacissimi che sembrano richiamare le tinte brillanti dei mosaici, straordinariamente ben conservati, che adornavano i pavimenti di alcune case private. In questo crogiolo di storia e bellezza, giungevano artigiani e artisti da ogni angolo del mondo antico allora conosciuto. Venivano qui per rendere omaggio ad Apollo, il più greco di tutti gli dei. Venerato come patrono della poesia, della musica e dell’arte, Apollo era anche il Signore della verità e della luce, una divinità guaritrice che diede vita a Esculapio, il dio della medicina. Era anche il dio della ragione, il cui celebre motto, “Non esagerare mai”, adornava l’oracolo di Delfi. Le commemorazioni in onore di Apollo erano occasioni di gioia e celebrazione. I poeti che riuscivano a cantare le sue lodi con particolare successo venivano premiati con una ghirlanda di alloro, l’albero sacro al dio, simbolo eterno di gloria e riconoscimento.

Il legame profondo tra la poesia e l’alloro, come ci svela Robert Graves nel suo affascinante libro La Dea Bianca, va ben oltre la semplice immortalità simboleggiata dal suo essere sempreverde. Questa pianta nasconde un potere più antico e inebriante. Graves spiega che le donne celebranti la tripla luna masticavano foglie di alloro per raggiungere uno stato di eccitazione poetica ed erotica, un canale per connettersi con energie primordiali. E quando Apollo, il dio della poesia e della luce, prese possesso dell’oracolo di Delfi, la sacerdotessa Pizia, che mantenne il suo ruolo, apprese anch’essa a masticare l’alloro. Da questa pratica traeva l’ispirazione necessaria per le sue divinazioni, le sue parole cariche di mistero e premonizione che risuonavano attraverso i secoli.

Delo, un’isola intrisa di spiritualità, non solo mantenne la sua fama in epoca precristiana grazie alla sua profonda importanza religiosa, ma forse proprio per essa, emerse come un cruciale centro di potere politico e militare. Fu dapprima il quartier generale di un influente consiglio ionico, un nodo di incontro per le città-stato greche dell’Asia Minore. In seguito, la sua rilevanza crebbe ulteriormente quando divenne la guida di una lega di città-stato e isole, unite contro la minaccia persiana e altri potenziali nemici. Ogni membro di questa alleanza contribuiva con navi e una somma di denaro, che inizialmente veniva custodita nel sacro tempio di Apollo sull’isola, a testimonianza di come il divino e il temporale si intrecciassero indissolubilmente.

L’importanza dell’isola non sfuggì neanche ad Atene che, verso la metà del VI secolo a.C., cominciò a volgere il suo sguardo su questa piccola terra intrisa di sacralità. Nel 540 a.C., Pisistrato, tiranno di Atene, ordinò la purificazione di Delo, stabilendo che tutti i cadaveri dovessero essere rimossi dal terreno visibile dal santuario. Con il passare degli anni, le proibizioni di natura religiosa si fecero sempre più stringenti. Si arrivò al punto in cui tutte le tombe furono rimosse e fu persino vietato nascere e morire sull’isola. La vicina isola di Renea divenne il nuovo, designato cimitero, un’appendice necessaria per preservare la purezza sacra.

Plutarco ci tramanda vividi dettagli delle spettacolari cerimonie organizzate da Nicia, il governatore ateniese. Queste non erano semplici atti di devozione, ma vere e proprie dimostrazioni di grandiosa generosità pubblica.In almeno un’occasione memorabile, Nicia fece costruire un ponte di barche tra le due isole, separate solo da uno stretto canale. Questo ponte non era un semplice collegamento, ma una struttura “magnificamente decorata e abbellita con ghirlande e arazzi”, trasformandosi nel sontuoso teatro di una processione che si svolgeva all’alba, al sorgere del sole. Un evento che univa il sacro al profano, la bellezza all’ostentazione, lasciando un’impronta indelebile nella storia di Delo.

La storia di Delo si intreccia anche con figure potenti e controverse come Policrate, il tiranno di Samo. A un certo punto, il suo dominio si estese anche sulle Cicladi, e per dimostrare la sua fervente devozione ad Apollo, Policrate compì un gesto di grandiosa simbolicità: dedicò al dio anche la vicina Renea, congiungendo le due isole con una grossa catena. Un atto che non solo mostrava la sua fede, ma che univa fisicamente due terre, rendendole un unico, maestoso tributo al dio del sole.

I regolari pellegrinaggi verso Delo, conosciuti come “teorie”, non erano semplici viaggi devozionali; assunsero il rango di vere e proprie ragioni di stato. Questi cortei sacri erano accompagnati da cori solenni e da speciali tesorieri, incaricati di portare offerte preziose e una corona d’oro in omaggio ad Apollo. L’isola stessa vantava un suo coro distintivo, le celebri Vergini di Delo. Questo gruppo divenne assai famoso non solo per la sua abilità nell’imitare tutti i dialetti, ma anche per le sue complesse e affascinanti danze ritmiche, che aggiungevano un ulteriore livello di misticismo e spettacolo alle cerimonie dedicate al dio.

Il legame tra Atene e Delo era talmente profondo da influenzare persino la giustizia della polis. Platone ci racconta che ogni volta che si svolgeva un pellegrinaggio sacro verso Delo – le cosiddette “teorie” – Atene doveva mantenersi in uno stato di purezza. Una tradizione ferrea decretava che nessuna esecuzione capitale potesse aver luogo finché la nave sacra non avesse raggiunto Delo e, soprattutto, non fosse ritornata ad Atene.” La qual cosa a volte, in periodi di bonaccia,” scrive Platone, “poteva durare anche parecchio.” Un’affermazione che risuona vera ancora oggi: il viaggio in battello richiede dalle quattro alle cinque ore. Per gli antichi, che disponevano solo di vele e remi, un tale viaggio doveva essere considerato una vera e propria impresa, quasi un azzardo.Questa singolare moratoria ebbe un’eco persino in uno degli eventi più tragici della storia ateniese: si narra che l’esecuzione di Socrate, nel 399 a.C., fu ritardata proprio a causa di un pellegrinaggio in corso a Delo. Un ritardo dettato non dalla pietà umana, ma dal rispetto per una tradizione sacra che legava indissolubilmente la giustizia terrena alla purezza divina dell’isola di Apollo.

Nonostante la sua aura divina e il suo ruolo di centro di culto, Delo non fu immune alle critiche e al cinismo. Anche in tempi antichi, esistevano scettici, miscredenti e malcontenti pronti a gettare un’ombra sulle sue pretese sacre. Il poeta Critone non esitò a descrivere gli abitanti di Delo come “parassiti di Apollo”, suggerendo che la loro prosperità fosse dovuta più alla devozione altrui che al proprio lavoro. E Plinio rincarò la dose, scrivendo che l’isola divenne famosa come “ingrassatrice di galline e inventrice di salsine”, un’espressione che sottolinea sarcasticamente l’ozio dei suoi residenti.Le attività di Delo subirono una trasformazione radicale nel corso dei secoli. Verso il III secolo a.C., l’isola era conosciuta principalmente per il suo mercato del grano, un fulcro per il commercio di una risorsa vitale. Ma un secolo dopo, la sua reputazione prese una piega ben più oscura: Delo era diventata un famigerato centro per il mercato degli schiavi, un luogo ben noto ai pirati del Mediterraneo. I loro clienti erano i ricchi latifondisti romani, costantemente bisognosi di manodopera per le loro vaste proprietà. Così, l’isola sacra di Apollo si trovò ad essere il cuore di un commercio tanto lucroso quanto disumano, un’inquietante contraddizione che continua a sfidare la nostra comprensione.

Oggi, attraversando le rovine silenziose di Delo, è impossibile non percepire la sua aura. Nonostante il tempo e la storia l’abbiano plasmata, l’isola rimane un luogo di potente magnetismo. Ogni pietra, ogni frammento di mosaico, ogni alito di vento sembra sussurrare storie di dei, di giuramenti e di sacrifici. Forse è per questo che, mentre il sole tramonta sulle Cicladi, Delo non si limita a essere un sito archeologico. Diventa un’entità viva, un enigma sospeso tra il mito e la realtà, un luogo dove le presenze invisibili sembrano ancora vegliare. Tutto questo non è solo storia, è un mistero che continua a respirare.

Il nostro viaggio continua, ⛵

Alice Tonini

Una risposta a “Delo: L’Isola Sacra Tra Mito e Storia 🏛️ #1”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Come, sempre, complimenti per queste belle ricerche; sicuramente molto impegnative. Se solo fossi più “spavalda” già domani partirei per Delo, intanto che ancora ho ben in mente quel che hai scritto. Ma invece mi limiterò ad aspettare la seconda parte del tuo scritto qui, al sicuro, in casa mia. Ciao!

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La Magia della Medicina Antica a Kos #2

Lettori dell’ ignoto riprendiamo la nostra passeggiata a Kos, alla ricerca della magia che nell’antichità si nascondeva nella medicina.

Il maestro, che si dice sia vissuto fino a 109 anni, nella prefazione alla sua maggiore opera sull’arte medica scrisse: « Nessuno può raggiungere la perfezione in quest’ arte, perché la nostra vita è troppo breve, mentre l’arte medica è lunga da appendere e piena di difficoltà.»

I suoi consigli avevano la forma di brevi aforismi che denotavano non solo molto buon senso, ma anche una notevole conoscenza della psicologia; prima, ovviamente, che lo stesso concetto di psicologia venisse formulato. I suoi aforismi, con annotazioni e aggiunte successive di medici greci e romani come Discoride, un medico militare greco del I secolo a.C., e Galeno che visse nel II secolo d.C., furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, nel 1708, dal dottore C.J.Sprengell, che nell’introduzione scrive: «Questo libro mi è costato molto sia di lavoro, sia di spese, ma tutto questo sarà insignificante in considerazione della soddisfazione che ne trarrò se il lettore ne otterrà vantaggio.»

Il libro, un bel volume con le effe al posto delle esse, come si faceva a quei tempi, cita parecchi argomenti trattati da Ippocrate, dal latte (“non si dovrebbe dare latte a chi ha problemi di mal di testa o ha la febbre”), alla tristezza e i suoi effetti: «Ci sono persone che sono tristi e piene di paure, ma per un breve periodo di tempo e per determinati motivi. Quelli che invece, lo sono senza una ragione apparente possiedono sangue denso e pesante, non sudano e hanno le loro funzioni animali in disordine. Per loro, il solo intervento possibile è una lobotomia al momento giusto, o un vomito ben preparato».

Ippocrate credeva profondamente nell’equilibrio del corpo. Se una persona stava male per avere mangiato troppo bisognava che liberasse l’intestino. «Qualunque malattia causata dalla sazietà, va curata con l’evaquazione.» Come molti medici del suo tempo, era favorevole alle purghe e agli emetici che liberassero il corpo dal cibo avariato o in eccesso. Ma raccomandava anche: «I corpi che non riescono a purgarsi devono, prima di prendere dell’elleboro, prepararsi a quest’erba con una dieta abbondante, liquido e con molto riposo. Perchè se l’elleboro, o un altro forte emetico, viene assunto a stomaco vuoto, o con il corpo riscaldato da qualche esercizio o altro, può provocare forte irritazione, causare convulsioni o addirittura la morte. Casi del genere se ne sono verificati e non pochi!»

Sono esigue, purtroppo, le annotazioni lasciate dal filosofo che fanno riferimento a erbe medicinali specifiche, come l’elleboro, il cui fiore bianco, velenoso, viene usato sia come sedativo che come tranquillante. Dagli scritti dei suoi colleghi però possiamo fare qualche seria ipotesi, almeno su alcune delle erbe che era solito usare.

L’erbario di Discoride tradotto in inglese da John Goodyear nel XVII secolo, è una guida completa alle erbe medicinali che sono tuttora in uso. Mentre un libro contemporaneo: Erbe di Grecia di Alto Dodds Niebuhr riporta numerose citazioni di Discoride, come per esempio nel caso dell’ortica romana (Urtica pilulifera), una pianta erbacea a stelo lungo che può raggiungere anche l’altezza di un metro. Il suo nome greco è tsuknes e Discoride dice di lei:«Le foglie macerate con piccoli crostacei ammorbidiscono la pancia, eliminano l’aria interna e smuovono l’urina.»

Un’altra pianta molto utilizzata nei tempi antichi, e quasi certamente anche al tempo di Ippocrate, era la pianta verde gialla della ruta (Ruta graveolens) quella a cui Shakespeare faceva riferimento come “erba della grazia.” Può diventare alta anche mezzo metro e si raccoglie prevalentemente nei mesi di maggio e giugno e nonostante la sua puzza veniva usata nelle insalate. Per gli antichi era valida soprattutto perchè il suo odore teneva lontani gli insetti di ogni tipo e la si metteva a fasci nei cortili delle case. Il suo nome greco è apigheros ed è con quel nome che Discoride la cita come erba che: «se masticata fa sparire i cattivi odori che vengono dalla cipolla e dall’ aglio.» La raccomanda inoltre per «causare lo scorrere del mestruo.»

L’erba più conosciuta, naturalmente era quella che i romani chiamavano Conium maculatum, i greci amaranghas e noi cicuta. È una pianta biennale, con radici e fiori bianchi, e macchie viola sul gambo vuoto. È il veleno che uccise Socrate.

Nel corso della sua vita Ippocrate fece molti viaggi all’ estero per accrescere le sue conoscenze, ma poi ritornava a Kos dove una volta, dei rivali gelosi tentarono di bruciargli l’ospedale, incolpandolo. Ma lui era troppo stimato nella sua isola.

Nel secolo scorso, gli archeologi hanno scoperto a Kos i resti di un ospedale antecendene l’Asclepieon che risalgono al 336 a.C., ma l’ultimo rudere conservatosi venne distrutto da un terremoto molti secoli più tardi, nel 554 d.C. Oggi il luogo è circondato da bellissimi cipressi e da quello che doveva essere un parco sacro con sorgenti che portano tracce di zolfo e di calcio, sostanze già allora usate per molte cure.

Forse il monumento più bello al padre della medicina è l’immenso platano che porta il suo nome e che si estende con i suoi rami sopra la piccola piazza chiamata Plateia Platanos. L’albero che in inverno sembra senza vita domina l’antica sorgente le cui fresche acque rinnovano ogni anno il suo vigore, permettendogli così di formare con le sue foglie una cupola d’ombra sull’area circostante. Si dice che proprio sotto questo antico albero Ippocrate sedesse ed esponesse a quanti erano disposti ad ascoltarlo le sue teorie sulla medicina.

Proprio sotto questo platano termina la nostra passeggiata. Il nostro viaggio tra il mistero e l’ignoto però è appena iniziato quindi ci troviamo al porto e prendiamo la prima nave per……..il luogo più misterioso e ignoto per antonomasia. Restate connessi, ci leggiamo prestissimo.

Alice Tonini

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