La Biblioteca Infinita: filosofia nei racconti di Borges ⏳️

Cari lettori del mistero per molti, il labirinto è un gioco o un simbolo mitologico. Per Jorge Luis Borges, è l’unica forma possibile della realtà. In opere come Ficciones (1944) e L’Aleph (1949), il labirinto smette di essere un corridoio di siepi per diventare una trappola metafisica.

Immagina un universo composto da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali. Ogni scaffale contiene libri che combinano in modo casuale le lettere dell’alfabeto. In questa biblioteca esiste tutto: la storia minuziosa del futuro, le autobiografie degli arcangeli, la versione fedele della tua morte. Ma per ogni riga sensata, ci sono milioni di pagine di puro caos cacofonico. Un sogno o un incubo?

La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la attraversasse in qualsiasi direzione, accerterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Qui la ricerca non è più illuminazione, è ossessione. È la descrizione perfetta della mente divergente: un eccesso di dati talmente vasto che la verità diventa introvabile non perché manchi, ma perché è sepolta sotto il peso dell’infinito.

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In questo racconto, Borges postula l’esistenza di un libro che è anche un labirinto temporale. A differenza dei romanzi classici dove, di fronte a diverse alternative, un personaggio ne sceglie una ed elimina le altre, nel libro di Ts’ui Pên il personaggio le sceglie tutte contemporaneamente. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.

Questa non è solo letteratura; è una diagnosi della percezione. È il labirinto di chi vive ogni istante come una ramificazione infinita di possibilità. La “distrazione” non è mancanza di focus, ma la capacità (o la condanna) di abitare tutti i sentieri che si biforcano nello stesso istante. È il tempo vissuto senza la protezione del filtro lineare.

Nel racconto La morte e la bussola, il detective Erik Lönnrot crede di aver decifrato una serie di delitti basandosi su una complessa simmetria romboidale e mistica. Ma la sua stessa intelligenza è il filo che lo conduce al centro del labirinto, dove il suo assassino lo aspetta. Lönnrot muore perché ha cercato un ordine razionale in un mondo che è un labirinto disegnato per ucciderlo. È il monito di Borges: la logica estrema non ci salva dal mostro; la logica estrema è il mostro.

Borges scrisse: “Non occorre erigere un labirinto, quando l’universo intero è un labirinto”.

​Il vero terrore dei labirinti di Borges non è perdersi al loro interno. È il sospetto, atroce e lucido, che non esista alcun centro. Che il Minotauro siamo noi, condannati a percorrere i corridoi della nostra stessa iper-connessione senza mai trovare l’uscita, perché l’uscita presuppone la fine della ricerca.​

Ma è proprio qui che l’equazione si ribalta.​ Se l’universo è un libro infinito di cui non siamo che una virgola, allora il nostro compito non è “risolvere” il labirinto, ma diventarne gli architetti. Smettere di cercare il filo di Arianna per imparare a godersi la vertigine dei corridoi speculari. Forse la tua “diversità”, quel tuo sentirti costantemente fuori posto, non è altro che il segno che hai capito la regola fondamentale del gioco: il labirinto è fatto per chi ha il coraggio di abitare l’infinito, non per chi cerca la scorciatoia verso la normalità.

Non cercare la porta. Non esiste. Resta nel corridoio, guarda lo specchio e sorridi al mostro che ti somiglia.

​E tu, in quale stanza del tuo labirinto ti sei nascosto oggi? Hai il coraggio di spegnere la luce e vedere cosa resta di te quando non c’è più una strada da seguire? ​Scrivimi nei commenti qual è la tua “equazione improbabile” di oggi. La Stirpe non teme i vicoli ciechi: li usa per costruire nuove visioni.

Alice Tonini

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