Facciamo un viaggio in Giappone alla scoperta della storia di Genji

La rubrica degli inviti alla lettura torna anche questo mese con una nuova opera dai profumi esotici.

 E’ estate, tempo di viaggi, oggi ci spostiamo in oriente alla scoperta di un’opera che sono certa molti di voi non conosceranno.

Nel 1010 d.C. l’imperatore Guglielmo I, duca di Normandia, detto anche “il conquistatore” invade l’Inghilterra, nello stesso periodo un’autrice lontanissima da
quegli eventi stava per completare un romanzo oggi considerato punto
di riferimento mondiale della letteratura orientale. 

Il romanzo era lunghissimo, il libro era circa due
volte più spesso di una opera moderna come Guerra e pace, capolavoro considerato all’unanimità un malloppone. L’opera diventò subito ampiamente popolare. Già un secolo dopo la morte dell’autrice, in Giappone, La storia di Genji era considerato un classico. Novecento anni dopo quando Arthur Waley produsse il primo volume della sua traduzione, la folla di lettori si gonfiò e di Murasaki comparve una recensione su Vogue firmata dalla sua ammiratrice Virginia Woolf.

L’autrice di una simile opera incredibilmente era una donna oggi ricordata come “Lady Murasaki”
o nome completo Murasaki Shikibu. Come i suoi personaggi femminili, lei non ebbe un proprio nome reale: “Shikibu” si riferisce
ad uno dei titoli onorifici del padre, e “Murasaki” letteralmente è un fiore usato per fare un colorante viola e fu il nome della sua
protagonista femminile che l’autrice si utilizzò durante tutta
la sua vita. Di lei sappiamo che fu anche poetessa e che servì come dama di corte l’imperatrice giapponese in epoca Heian. Si suppone fosse figlia di un maestro cerimoniere estremamente influente che le riservò una educazione erudita che comprendeva conoscenze riservate tradizionalmente solo ai figli maschi. Fu una donna privilegiata, con una personalità forte che le permise di accedere ad ambienti per soli uomini.

La prospettiva di leggere La storia di Genji può scoraggiare. Già solo la sua lunghezza lo rende un
lavoro per persone con molto tempo libero o con la pazienza di affrontare
una lettura protratta nel tempo, o entrambe le cose. In caso dovessi stancarti datti la
licenza provvisoria di chiudere la lettura con la morte di Genji;
l’ultimo terzo del libro si dice sia stato scritto dalla figlia di Murasaki.

Il mondo che raffigura è lontano anni luce dal nostro. Le cerimonie di corte, i rapporti tra le persone, gli ambienti dove abitavano sono a noi totalmente alieni. Fortunatamente alcune versioni moderne danno sempre una introduzione
adeguata che aiuta la comprensione, riportano disegni deliziosi, una
cronologia dettagliata e riferimenti per i quasi ottocento poemi, un
glossario che racconta, ad esempio, le posizioni dei gomiti che erano
prescritte dai rituali e una guida separata alla miriade di
costumi utilizzati.

Il filo lineare della vita di Genji è
un modello audace nel variegato mondo che ci viene narrato, e le
molte donne che navigano l’opera aggiungono fiammate di intrigo e passione che rendono tutto più vivace. 

Le parole di apertura Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, … annunciano
il racconto di una storia del passato, di un centinaio di anni prima
della nascita dell’autrice. 

Il bambino che verrà conosciuto con il
nome di Genji nasce dall’imperatore, si pensa da una delle sue
consorti favorite. Il ragazzo è esteticamente molto bello e con il passare
degli anni anche la sua personalità si dimostra essere attraente. Ma a volte si comporta in modo egoista, si rattrista, in fondo lui non è Mr Darcy, e
lungo il romanzo vengono evocati di frequente gli otto principi buddisti che il protagonista deve sforzarsi di incarnare come quelli del corretto agire o della corretta consapevolezza. Il suo mondo brulica di rivali e
complotti, le donne non fanno eccezione, sfruttate come uteri in affitto sono profondamente coinvolte nell’avanzamento della loro prole sulla scala del potere.


La madre di Genji
muore quando lui ha tre anni. Il protagonista passerà gran parte della sua
vita cercando di mantenere la sua posizione privilegiata ed evocando l’immagine della madre perduta nelle altre donne. Si sposerà molte volte come si conviene al suo alto rango
(incluso un matrimonio disastroso con la figlia di un suo mezzo
fratello). 

E’ Murasaki, una giovane ragazza orfana che somiglia alla
madre defunta, che lo ossessiona (in questa cultura l’amore romantico
non è considerato ideale). Quando un temporale permette al figlio di
Genji, nato fuori dal matrimonio, uno scorcio proibito di Murasaki, lui
immediatamente la paragona ad una “adorabile montagna di fiori di
ciliegio fioriti in modo perfetto.” ( In questo mondo era tabù per
una donna di stato elevato essere vista da un uomo fuori dalla sua
famiglia, ma potevano capitare incidenti più o meno graditi). Quando Murasaki si ammala
fa produrre centinaia di copie dell’importante
Lotus Sutra prima di morire. A causa della sua morte Genji si ritira dal mondo fino alla morte.

In quel lontano passato gli
uomini giapponesi educati scrivevano nella prestigiosa lingua cinese,
il giapponese era considerato una lingua privata, riservata all’uso domestico e alle donne.
Quest’autrice prese la sua disprezzata lingua madre, costruì un pezzo
di letteratura e tra tante donne dimenticate si diede un nome che è entrato nella storia della letteratura.

Non credo ti serva altro per capire l’importanza di questo libro e perché valga la pena conoscerlo.

Ti auguro buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Affrontiamo insieme una terribile metamorfosi con Franz Kafka

Benvenuti alla nostra rubrica degli inviti alla lettura.

Oggi mi occupo ancora una volta di
un racconto di Kafka che influenza tutt’oggi la narrativa fantastica:
La metamorfosi.

La frase di apertura arriva inaspettata
come uno squillo di trombe:

Gregor Samsa, svegliandosi una
mattia da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un
enorme insetto immondo.

In puro stile kafkiano nessuna
prefazione, nessuna costruzione, nessuna spiegazione: solo una
dichiarazione sorprendente e spoglia. Quanto diversa dalla
metamorfosi di Ovidio dove la trasformazione arriva alla fine e di
cui ci siamo occupati in questo post.

Ora alcuni lettori pensano: credevo che
lui diventasse uno scarafaggio. In realtà l’originale parola tedesca
che indica in cosa si è trasformato Gregor è “ungeheueren
Ungeziefer
”. Anche il suono stesso delle parole ripetute nella
lingua originale ci da il senso della durezza dell’accaduto: unguh,
unguh. Solo quelli di voi che
conoscono il tedesco conoscono il significato delle parole
utilizzate, nell’edizione italiana è una nota del traduttore che
ci dice che la seconda parola deriva da un termine antico che indica
un animale impuro non adatto a essere sacrificato. Uno scarafaggio,
un verme, una mosca, qualsiasi cosa sia deve essere cattiva, una
creatura repellente all’uomo e a dio. Kafka era ebreo ma la famiglia
di Samsa ci viene detto essere cristiana.

Una reazione normale a questo risveglio
potrebbe essere il terrore puro, un urlo come quello di Munch. Gregor
invece si preoccupa di non esser in grado di andare al lavoro in
tempo. Una volta era un luogotenente dell’esercito che incuteva
timore oggi è un commesso viaggiatore che vive con il sostegno dei
suoi genitori, che possiede i pochi soldi del suo impiego e di sua
sorella minore. 

La storia è stata scritta nel 1912 quando Kafka era
ventinovenne con solo ancora 11 anni da vivere ma già l’autore aveva
ben chiare le idee riguardo l’uomo moderno. La preoccupazione di
Gregor suona quanto mai contemporanea: lui sogna di parlare al suo
capo che ritiene un sadico, si preoccupa di darsi malato e si informa
sull’assicurazione sulla salute.

Con il procedere della storia le cose
vanno sempre peggio. Sua madre non riesce a guardarlo, suo padre lo
rinchiude nella sua stanza, la cameriera si dimette. All’inizio la
sorella sedicenne prova compassione e gli porta cibo che possa
piacere al suo nuovo corpo da coleottero, ma poi lei spinta dal
risentimento lo denuncia. Suo padre gli tira delle mele e una lo colpisce
nella schiena e lo ferisce. Solo la nuova donna delle pulizie lo
tratterà in modo amorevole ed equo e alla fine sarà lei a trovare
il cadavere e a gettare via il corpo essiccato.

Dopo la scomparsa di Gregor la famiglia
va avanti e si trasforma anch’essa: il padre si erge nuovamente
riappropriandosi del suo ruolo, la madre fantastica riguardo il nuovo
appartamento dove andranno a vivere e la sorella fiorisce nell’età
adulta. E’ primavera e il sole è caldo.

Kafka viene definito da Nabokov
Vladimir “Il più grande scrittore tedesco dei nostri tempi”.
Egli prima di morire diede istruzioni a Max Brod di bruciare tutti i
suoi testi. I lettori di oggi lo ringraziano per non averlo fatto.
Questa novella di 40 pagine in edizione standard, ha generato sciami
di critiche. Troverete critiche dal marxismo, una critica dalle
teorie freudiane, dal new criticism, dalle femministe e molte altre. Elias Canetti ha definito questo racconto ”Uno dei pochi
grandi, perfetti lavori poetici di questo secolo.”. E pensate che
quando Kafka lo lesse ad un gruppo di amici nella sua Praga nativa ci
risero tutti sopra.

Il tema della metamorfosi in
letteratura è sovrautilizzato, porta l’attenzione del lettore al
cambiamento, alla capacità o incapacità dell’uomo di sapersi
adattare ad una nuova condizione umana. In natura si tratta di un
processo di evoluzione continua, che dura tutta la vita di una persona. Nei romanzi la metamorfosi segna il punto di svolta di un personaggio verso un nuovo stato. Per esempio Pinocchio che ottiene la sua metamorfosi come premio per la sua buona condotta, o vengono in mente alcuni personaggi della saga di Harry Potter.

La storie brevi di Kafka sono
meravigliose come Nella colonia penale, oppure il romanzo incompiuto
Il processo o Il castello pubblicato postumo. Se volete una altra
storia breve di un essere umano che cambia e si trasforma potete
leggere The Breast del pluripremiato autore statunitense Philip
Roth dove il personaggio principale diventa un seno gigante. Se in
Kafka il protagonista si trasforma in un essere vivente, il
protagonista di Roth diventa una ammasso di carne flaccida pensante.
Risulta evidente in questo libro l’ovvio intento comico dell’autore. Un’altra
novella divertente di questo genere è Il naso di Nicolaj Gogol dove
il protagonista perde il naso e lo vede passeggiare tranquillamente
per la città.

Bene, anche per oggi è tutto. Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini

Imbarchiamoci con Ulisse e partiamo per l'Odissea

Eccoci con un nuovo invito alla lettura. Questa volta ti propongo di partire in viaggio con Ulisse verso la sua amata Itaca.

Da più di 2500 anni le persone la
considerano una grande storia. Prima coloro che la ascoltavano quando
veniva recitata dagli aedi e già conoscevano i fatti cui faceva
riferimento, poi più tardi nei secoli, i fatti storici sono andati
dimenticati ma i lettori hanno continuato a leggerla.

Ulisse vi aspetta per imbarcarvi come mozzi, qualcuno deve pulire quel ponte.

Prima che Omero – anche se sappiamo
che probabilmente non è mai esistito nessun Omero – assemblasse la
versione che tutti conosciamo, il ciclo di storie
era già conosciuto e recitato oralmente dai bardi portatori della
prima tradizione epica orale greca, sostituiti nel tempo dagli aedi,
ritenuti profeti sacri in grado di dare voce alle muse. Infatti
l’aedo dell’Odissea invita le muse ad ispirarlo nella narrazione e
poi a diffondere questo racconto in ogni luogo ad esse gradito.

L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o
Musa, che a lungo

errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca
sacra di Troia;……

Voi potete vantarvi di poter parlare
con le muse?

La riga di apertura annuncia che questo
poema è la storia di un uomo “andra” che è “polytropos
letteralmente “polys” molto e dal verbo “trepein” girare. La
parola può essere tradotta come tutte le seguenti: intelligente,
pieno di risorse, versatile, ingegnoso, invincibile. Forse
l’equivalente migliore che abbiamo oggi è James Bond.

Come una moderna rock star il nostro
Odisseo nasconde le sue apparenze fino al libro 5, lasciando suo
figlio Telemaco ad aspettarlo. Se vuoi nella lettura iniziale
puoi saltare o posporre i libri dall’1 al 4 chiamati Telemachia
dove Telemaco aiutato dalla dea Atena viaggia per cercare persone che
possano avere notizie del suo padre perduto.

Vai direttamente al libro 5 fino al
12 e incontra mr polytropos stesso imbarcato nei suoi viaggi. Per
anni Odisseo è stato tenuto sull’isola Ogigia dalla bellissima e
immortale Calypso che era innamorata di lui. Non una brutta vita
direte ma dopo tutto questo tempo lui desidera tornare a Itaca, il
suo regno. E’ stato via per vent’anni: dieci anni a combattere a Troia, tre anni per mare e sette su Ogigia. Nonostante l’attrattiva
di una vita con la bella ninfa dea del mare e il vantaggio non
indifferente dell’immortalità che lei gli offre lui ora brama di
tornare da Penelope, la moglie fedele che si è lasciato dietro le
spalle.

Con aiuto mortale e immortale Odisseo
arriva all’isola di Scheria dove si trovano i Feaci che aiuteranno in
nostro eroe a ritornare in patria. Il racconto della sua permanenza
qui è seguito dalla splendida narrazione delle persone, dei luoghi e
delle peripezie che affronta spostandosi per mare da un’isola
all’altra come i ciclopi, Circe, le sirene, sScilla e Cariddi, l’isola
del dio dei venti e il mondo sotterraneo.

Quello che resta nei libri dal 13 al 23
racconta dell’arrivo a casa, il travestimento come mendicante, la
riunione con il figlio, la sconfitta dei proci e l’incontro con la
moglie Peneolpe.

La gestione della psicologia di
Penelope, il modo in cui lei abilmente mette alla prova quest’uomo
astuto, è magnifica (l’acuta osservazione di Penelope e anche della
giovane principessa Nausicaa dei Feaci ha portato alcuni a ipotizzare
che Omero potesse essere una donna) ma a noi non importa il sesso
dell’autore che è un mistero insolvibile. 

L’ultimo libro, il 23, è un dolce canto sull’amore maturo di un uomo e
una donna non più giovani. Tema caro all’autore che già aveva affrontato l’argomento sull’isola dei Feaci con le parole sul
matrimonio che Ulisse offre alla giovane Nausicaa:

A te tanti doni facciano i numi, quanti
in cuore desideri,

marito, casa ti diano, e la concordia
gloriosa a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo,

quando con un’anima sola dirigono la
casa l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni, ma per gli amici è
gioia, e loro han fama splendida.


Leggere l’Odissea prepara per molta
altra letteratura occidentale che nei secoli ha tratto ispirazione.
Iniziamo da Constantine Cavafy con il suo poema meraviglioso Ithaka
che su youtube si trova in una versione letta da Sean Connery:

Continuiamo con il canto 26 dell’Inferno di Dante per uno sguardo che raggiunge la fine del nostro avventuriero greco, Dante lo spedisce nel girone
dei consiglieri fraudolenti, assieme al compagno Diomede, condannato
a bruciare tra lingue di fuoco eterno per avere oltrepassato le colonne d’Ercole. Poi ci sono le opere del poeta caraibico
Derek Walcott, ti invito a leggere il suo poema epico Omero del 1990, premiato con il
nobel per la letteratura; in alternativa c’è il romanzo breve del 2005 Il canto di
Penelope
di Margaret Atwood. 

Se avete letto tutto ciò pianificate il giorno
che andrete a passeggiare nella Dublino del ventesimo secolo con sotto braccio l’Ulisse di James
Joyce, pietra miliare nella genesi del romanzo moderno.

Buona lettura a tutti e alla prossima!

Alice Tonini

Riscopriamo i divertenti racconti di Canterbury

Oggi per l’appuntamento con gli inviti alla lettura riprendiamo in mano un classico della letteratura inglese.

John Dryden, autore del diciassettesimo
secolo disse riferito a questa raccolta del quattordicesimo secolo
“Qui c’è dio in abbondanza”.

Oggi parliamo di un’opera di cui da noi si parla troppo poco: I racconti di Canterbury. A scuola hai studiato di sicuro il
Decamerone, e proprio dall’opera di Boccaccio gli inglesi si sono ispirati per trarre il loro equivalente: una raccolta di racconti che Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere
nel 1386.

L’originale di questo lungo poema è
scritto in inglese medio, una variante vintage di seicento anni fa che
mescola l’anglo-sassone germanico al francese. 

Oggi è abitudine leggere la traduzione
moderna di una versione semplificata dell’opera. Per affrontare la lettura
dell’originale ci vogliono pazienza e conoscenze di linguistica
inglese antica (gli appassionati troveranno affascinanti i dettagli
riguardo i cambiamenti nella lingua inglese dell’epoca). Per quanto riguarda la versione moderna la versione più gettonata in lingua originale
è quella di Coghill che ha mantenuto molti dei dittici in rima, ma
anche in italiano si trovano delle ottime versioni.

Immagine dal racconto del parroco 

La premessa narrativa vede ventinove
uomini e donne che raggiungono il narratore presso il Tabard Inn a
Southwark, che si trovava appena superato il fiume Tamigi da Londra
(oggi è una parte di Londra: Southwark duecento anni dopo questa
raccolta è diventato sito del Globe Theater di Shakespeare). Si
tratta di un gruppo di pellegrini diretti al santuario del martire
Tommaso Becket a Canterbury. La primavera ha reso il viaggio non solo
possibile ma piacevole e i pellegrini decidono di fermarsi alla
locanda collocata circa sessanta miglia a nord est dalla cattedrale.
I viaggiatori del quattordicesimo secolo affrontano il viaggio di tre
giorni a dorso
di cavallo. Per trovare ristoro dal lungo viaggio l’oste Harry Bally
suggerisce di raccontarsi delle storie, due all’andata e due al
ritorno dal pellegrinaggio. Il miglior cantastorie riceverà un pasto
omaggio. Su un totale di 120 storie Chaucer completò i racconti di
ventitré personaggi, lasciando la sua opera incompiuta.

Immagine dal racconto dello spenditore

Chaucher, artista consumato con le
parole ci da uno schizzo in miniatura di ogni ospite. Personaggi
ecclesiastici come il monaco, un frate, il parroco di campagna, una
priora e tre suore, un convocatore del tribunale ecclesiastico e un
“indulgenziere” ( l’indulgenziere è una figura che accompagna il
convocatore) si uniscono a figure secolari di ogni sorta come un
cavaliere con suo figlio che gli fa da scudiero, un mercante, un
marinaio, un contadino, una sarta (l’unica donna non suora in
viaggio) e un avvocato. L’autore ritrae una sezione trasversale dell’umanità
dell’epoca. Le storie raccontate dai personaggi di volta in volta variano tono e linguaggio, dal narrato semplice
ai giochi di parole e la combinazione espressiva costruisce un panorama
vario e complesso che l’autore usa per prendersi gioco della società
del suo tempo. 

Troviamo quindi corruzione, superficialità, egoismo e
lussuria ritratte in modo satirico ma mai banale.

Immagine dal racconto del marinaio 

Le storie si possono leggere così come
Chaucer le ha scritte o possiamo scegliere quelle che ci piacciono di
più. Se siete in uno stato meditativo potete andare direttamente
alla prosa del sermone di Parson sui sette peccati capitali, ma se
così non fosse potete leggervi il racconto del cavaliere sulla
rivalità di Paparmon e Arcite per l’amore della bella Emily, o la
divertente fiaba animale raccontata da una suora dove Chanticleer,
un gallo che possedeva dita dei piedi azzurre con unghie lilla riceve
consiglio da Pertelote, la più avvenente nel suo harem di galline,
sulla cura per i brutti sogni prendendo un lassativo.

Il film più famoso che bisogna citare
quando si parla dei racconti di Canterbury è quello di Pier Paolo
Pasolini del 1972 dove il grande regista inscena alcune tra le
novelle più conosciute.

Ma Hollywood deve ancora depredare
alcune divertenti parti dell’opera come il racconto di Reeve dove al
scendere dell’oscurità ci sono un sacco di cambi di letto, più o
meno accidentali; o lo scabroso racconto di Miller che racconta di
flatulenza e di pochi secondi di accidentale sesso orale (la decenza
proibisce di menzionare il ruolo di un attrezzo agricolo rovente ).

Immagine dal racconto di Reeve 

Noi lettori ridiamo e ci immaginiamo
come le suore del gruppo possano avere reagito a tali racconti e
l’invito è sempre quello di rileggere i grandi classici perché
possono sempre riservare divertenti sorprese.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

La follia di don Chisciotte e l'aspra critica alla società bigotta del tempo di Cervantes

Secondo appuntamento per gli inviti alla lettura.

Oggi ti parlo di un’altra opera storica, ma a differenza del protagonista di Beowulf questa volta si tratta di un guerriero folle, un visionario: Don Chisciotte della
mancia
, protagonista del romanzo di Miguel de Cervantes. Vedremo come l’autore utilizza la follia del protagonista per criticare la società del suo tempo da cui sentiva di essere stato abbandonato.

Il grande Samuel Johnson lo ha nominato
come uno dei tre libri da lui letti che avrebbe voluto fossero più
lunghi. Si tratta di un capolavoro della letteratura mondiale, uno
dei libri più venduti della storia. Distribuito in appena 1200 copie
in quattrocento anni ha raggiunto le 500 milioni di copie vendute. Il
primo esemplare del romanzo tradotto in inglese è stato rivenduto
all’asta per un milione e mezzo di dollari. Di recente ha raggiunto
il primo posto al concorso indetto dall’Nobel Prize Institute come
migliore opera di fiction del mondo. Non ti sto certo raccontando di un libretto qualunque. 🧐

Pubblicato per la prima volta nel 1605,
in italia arrivò nel lontano 1622.

Oggi molte persone hanno familiarità con
la riproduzione del protagonista fatta da Picasso con il nostro don
Chisciotte alto e magro e il suo compagno Sancho Panza basso e
grasso, è in questo modo che viene solitamente rappresentato. In
realtà Cervantes non ha mai descritto Sancho Panza ma lo
caratterizza solo con delle gambe molto lunghe. 

Il motto di don
Chisciotte è “sognare il sogno impossibile” e questa sua follia è stata rappresentata in centinaia di modi: ci sono canzoni come quella di Guccini, opere
teatrali, opere liriche, decine di film e serie tv raccontano le
eroiche gesta del nostro cavaliere errante e del suo fido scudiero.
Forse per questo motivo molti sostengono di aver letto il libro senza
mai avere aperto le sue pagine, spesso l’impressione che si ha è proprio quella di conoscere talmente bene il protagonista e le sue avventure da non sentire il bisogno di leggere il romanzo. 

Viene considerato il primo romanzo
moderno e deve essere letto, anche se ha più di quattrocento anni,
con una buona traduzione tra le mani. È un titolo che ringiovanisce
parecchio e può essere letto con comodo.

Ci sono molti modi per descrivere
questa lunga novella divisa in due parti. Carlos Fuentes sostiene che
il sottotitolo adatto potrebbe essere elogio alla follia;
Terry Castle suggerisce passeggiate stupide. Lo citano
Milan Kundera e Octavio Paz per il sarcasmo ed è un libro che ispira
allusioni ad Erasmo e rispetto da uno come Monty Pyton. Dostoevskij lo elogia più volte e afferma che :”In tutto il mondo non c’è opera di finzione più profonda e forte di essa. finora rappresenta la suprema e massima espressione di pensiero umano, la più amara ironia che possa formulare l’uomo.” Borges scrisse pagine meravigliose su Chisciotte e Kafka compose un piccolo racconto La verità su Sancho Panza chiaramente ispirato al romanzo.

Guidò le
intenzioni dell’autore una critica satirica e pungente
dell’aristocrazia spagnola del suo tempo, ancora legata ad antichi
ideali cavallereschi e inadatta ai tempi moderni che stavano
sopraggiungendo. Un’aristocrazia che come il protagonista non è in grado di distinguere la realtà dalla finzione. Si tratta di una configurazione letteraria di due
generi sovrapposti: il poema cavalleresco e la satira. Uno scherzo di
genere nuovo per l’epoca.

Ci sono questi due compagni, un poetico
cavaliere sgangherato di nome Alonso Chisciano sul suo ronzino
Roncinante e il suo scudiero Sancho Panza a cavallo di un asino. Il
vecchio don, impazzito a forza di leggere libri sulla cavalleria,
inizia a vedere sé stesso come un eroe di dimensioni epiche e si
sente in diritto di aggirarsi lancia alla mano per raddrizzare le
ingiustizie che immagina di vedere. Tutto fatto per l’onore di
Dulcinea, una ragazza di paese, prostituta ad ore in una locanda che
nella testa del don diventa una raffinata principessa. Seguono una
serie di avventure e disavventure. Liberano degli schiavi, vengono
inseguiti da un branco di maiali, vengono presi a pugni da una
capraia in quella che è una divertente e assurda “enciclopedia di
crudelta”, come la chiama Nabokov.

Il libro racconta delle follie del
protagonista, ostinato abitante di un mondo immaginario contrapposto alla razionalità rappresentata dallo scudiero Sancho. Questa costante contrapposizione crea corrispondenze  che obbligano il lettore a  re-interpretare continuamente la realtà presentata dal libro e portano incertezza. Don Chisciotte ci da continuamente la sua interpretazione della realtà ma non c’è nessuna affidabilità. Ci sono molti modi diversi di interpretare i nostri personaggi e le loro avventure e forse questo è proprio il bello di un’opera simile. L’autore ci mostra quello che secondo lui è il problema di fondo dell’esistenza: la delusione che l’uomo subisce a causa della realtà, che annulla l’immaginazione e la fantasia e che annienta i progetti di vita con cui ci identifichiamo.

Le disavventure e gli scherzi subiti
dai due accompagnano una festa di superbe tecniche letterarie: in 126
capitoli si raccontano parodie di storie d’amore che si interpolano a
racconti di vita vissuta, il comico e la tragedia giostrano (senza
vincitori), poetica e madrigale si interlacciano nella prosa e la
saggezza filosofica diventa una farsa. Abbondano riferimenti
all’Eneide e alla Bibbia, discussioni di etimologia e teorie di
linguistica fanno capolino tra le pagine. Non dimentichiamo che
l’autore sostiene che questo lavoro sia una traduzione da un
manoscritto in arabo appartenente ad un nobiluomo musulmano.

Cervantes, un uomo senza alcuna
educazione formale, ha combattuto nelle guerre contro i turchi e
nella battaglia di Lepanto, fu catturato dai pirati barbari e servì
come schiavo in Algeri dove venne imprigionato dai corsari
barbareschi con il fratello Rodrigo e passò del tempo in prigione a
causa di un’accusa di peculato. Proprio qui, nel carcere di Siviglia
, iniziò a scrivere il libro. La composizione del secondo libro
iniziò quando venne pubblicato nel 1614 un don Chisciotte apocrifo,
un falso, opera non composta da Cervantez che lo indigò al punto da spingerlo a comporre il seguito. Morì il 23 aprile del 1616, lo
stesso giorno di William Shakespeare, uno dei suoi pochi eguali. Visse sempre in condizioni di precarietà economica, incapace di muovere una mano a causa di una ferita di guerra, proprio per questo motivo si sentirà abbandonato dalla società del suo tempo che non teneva in alcuna considerazione i reduci di guerra.

Di follia nei libri fantasy e horror
tanto si parla, questa volta ti ho mostrato come la follia del personaggio principale è usata dall’autore come critica sociale e molto probabilmente in futuri post affronteremo l’argomento anche sotto altri punti di vista, per ora ti consiglio la lettura di Un fiore per algernon, altro libro di critica sociale, o le novelle del
maestro King che spesso vedono il protagonista uscire di senno nei peggiori modi possibili.

Alla prossima, buona lettura.

Alice Tonini