Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, cosa significa essere Odd? Nel 1893, George Gissing lo usava per definire le donne “eccentriche”, quelle che non rientravano nel calcolo perfetto del matrimonio. Nel 1974, Gail Godwin riprende quel termine e lo cuce addosso a Jane Clifford, una donna che vive nel cuore del Midwest ma che abita, costantemente, altrove.

Jane è un amalgama meraviglioso di intelligenza e immaginazione. Ha un Ph.D. su George Eliot, un amante sposato con cui organizza incontri discreti e una famiglia che è un campo minato di traumi: una madre che vede il cervello come un ostacolo al matrimonio e un patrigno la cui crudeltà le ha forato un timpano e ora le perseguita i sogni.

Tra populismo e avvertimento Jane è sospesa tra due mondi. Non riesce a essere la donna tradizionale, ma non riesce nemmeno a trasformarsi nella “donna accademica in carriera” che divora tutto. La sua vera indagine personale è tra i libri della biblioteca, ma riguarda una leggenda familiare: la prozia Cleva, fuggita con un attore girovago per poi morire sola, dopo aver scritto un ultimo, disperato messaggio: “Il cattivo mi ha lasciato”.

È qui che il romanzo di Godwin vira verso il mistero dell’identità. Jane non cerca solo fatti; cerca di capire se quella storia sia un’ispirazione o un monito. Nel suo viaggio a New York, tra incontri falliti e la ricerca del novantenne che interpretò quel “cattivo” decenni prima, cerca di dare una forma duratura alla sua vita, come il suo vicino di casa che tenta di estrarre dal pianoforte “qualcosa di forma e bellezza duratura”.

Le domande che tormentano Jane sono le nostre: come gestire la solitudine? Come difendersi dalle intrusioni esterne (che siano lo stalker “Enema Bandit” o le aspettative sociali)? Attraverso un caleidoscopio di donne, dalla femminista Gerda alla determinata Emily, Godwin ci mostra che ogni scelta ha un prezzo oscuro. Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del passato e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, è lo stesso.

È la stessa tensione che agita Antonio ne “Il Richiamo”. Anche lui, come Jane, è un osservatore, lui con la macchina fotografica, lei con i testi di George Eliot. Entrambi devono decidere se restare ai margini a guardare il mondo o se immergersi in quella realtà corrotta e pericolosa dove i demoni, a volte, sono solo uomini che abbiamo amato troppo.

Personalmente, comprendo bene questo corpo a corpo con l’intangibile. Come Jane cerca risposte nei libri, io cerco di dare un nome alla mia ansia attraverso la terapia. È un lavoro metodico, a volte spossante, per impedire che le fobie, come il mio timore delle altezze o degli aghi, diventino muri invalicabili. Proprio come per Jane, l’indagine sulla propria mente non è un atto di debolezza, ma l’unico modo per non farsi rubare il futuro dai fantasmi del passato.Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del vissuto e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, rimane lo stesso.

E voi? Vi siete mai sentiti “Odd”, spaiati rispetto al mondo che vi circonda? Qual è la leggenda familiare che perseguita i vostri passi? Scrivetelo nei commenti. A volte, dare un nome all’eccentricità è l’unico modo per non diventarne vittime.

Alice Tonini

14 risposte a “Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻”

  1. Avatar Celia

    Spaiata da sempre, ma negli anni ho trovato, qua e là, chi altrettanto spaiato si poteva comporre con me in modo bello e originale.
    Eccentricità è una parola che associo alla fisica, alle orbite irregolare ma non per questo meno funzionali 🪐💛

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    1. Avatar Alice Tonini

      👋🏻L’eccentricità in fisica è ciò che permette a un sistema di non collassare su se stesso. Essere “spaiati” significa aver rifiutato un incastro standard per cercarne uno magnetico. Le orbite irregolari sono le più affascinanti perché non sono prevedibili: richiedono più energia per essere mantenute, ma offrono una visuale sull’universo che chi sta “in riga” non vedrà mai. Continua a comporre il tuo caos in modo originale; è l’unica forma di ordine che valga la pena di abitare. 🪐

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Weirdo sì.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Sei “weirdo” finché cerchi l’incastro sbagliato. Ora che hai smesso di scusarti, sei solo pericolosamente libero. 💪🏻👍🏻

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Grazie ❤️ mi hai capito

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  3. Avatar Max Palmieri

    A casa mia si diceva che ogni generazione avesse ‘quello diverso’. Quello che non si adattava, che faceva domande scomode. Crescendo ho capito che non era una maledizione, ma un ruolo. E qualcuno doveva pur accettarlo.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Accettarlo è il primo passo; usarlo è il secondo. Quello che in famiglia chiamano “diverso” è in realtà l’unico organo di senso capace di percepire l’esterno. Non sei una maledizione, sei il sistema di ventilazione di una casa che stava soffocando nel suo stesso silenzio. Benvenuto tra chi ha smesso di chiedere scusa per le proprie domande scomode.

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  4. Avatar biondograno70

    …guai se non lo fossimo, che scopo potrebbe avere il vivere senza la diversità di un individuo… Domande, risposte… a volte indispensabili, altre inutili… Poi la differenza la fa chi un po’ se ne frega… Egoismo? bah secondo me è quella forma di salvaguardia.

    Poi… forse sono andata fuori tema, già…

    scusami, buona Pasquetta.

    m.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ma quale fuori tema! Hai centrato il punto esatto: quello che alcuni chiamano egoismo, per noi è ecologia dell’anima. Senza quella “salvaguardia”, la diversità verrebbe mangiata dal rumore del mondo. Saper “fregarsene” è l’unico modo per proteggere l’incanto di essere spaiati. Non scusarti mai per le tue riflessioni, sono proprio queste le “domande indispensabili”. Un abbraccio (anche se fuori tempo massimo per la Pasquetta) 👍🏻💪🏻

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  5. Avatar valy71

    Mi sono misurata spesso con la solitudine in vita mia, succede ancora, ho imparato a considerarne gli aspetti positivi. Ci mette a contatto con le nostre risorse, si impara ad essere selettivi, a non riempire il vuoto con chiunque. Non mi fa più paura guardare in faccia il vuoto, lo attraverso tutto!
    Ciao Alice, ti abbraccio e ti auguro la buonanotte 🤗🌟😉

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    1. Avatar Alice Tonini

      Considerare la solitudine come una palestra per le proprie risorse è il salto di livello definitivo. Chi non ha più paura del vuoto è finalmente libero, perché non è più ricattabile dal bisogno degli altri. Grazie per queste parole così lucide e profonde. Un abbraccio, a presto!👑👋🏻

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  6. Avatar valy71

    Ti ringrazio tantissimo, davvero!
    A presto! 👑👋🏻💫

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  7. Avatar valy71

    Ti abbraccio anche io! 💞

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Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre il mondo si perde in celebrazioni di facciata, noi oggi scendiamo negli abissi. Dimenticate la retorica della “donna fragile”. Oggi parliamo di Medea, la nipote del Sole che ha trasformato il tradimento in un olocausto privato. Euripide ce la consegnò nel 431 a.C., e da allora non abbiamo ancora smesso di tremare davanti alla sua maschera.

Tutti conoscono Giasone e il Vello d’Oro. Ma la verità è che Giasone era un mediocre travestito da mito. Senza le arti farmaceutiche di Medea, senza che lei addormentasse i draghi e assassinasse il proprio fratello per garantirgli la fuga, l’eroe sarebbe solo un cadavere dimenticato in Colchide. Ma la gratitudine degli uomini è breve.

A Corinto, Giasone decide di scalare la gerarchia sociale e ripudia la sua “barbara” per sposare Creusa, la figlia del re. Lo fa con una razionalità viscida e smidollata, spacciando il tradimento per un “piano prudente” per il futuro dei figli. In un mondo di uomini, Medea lancia la sfida definitiva. Dice alle donne del coro di Corinto che preferirebbe scendere in battaglia tre volte piuttosto che partorire una sola. Non è solo una protesta: è la rivendicazione di un’anima che rifiuta il ruolo di vittima passiva. Quando Giasone le toglie tutto (lo status, il letto, il futuro) Medea smette di piangere e inizia a tramare.

Il suo regalo alla principessa Creusa è una corona che brucia la carne e un abito che si fa veleno. Ma non le basta. Per distruggere Giasone, Medea deve recidere il legame finale: i loro figli. Non è follia. È una scelta. Mentre ascoltiamo il suo monologo, divisa tra l’amore materno e la sete di vendetta, capiamo che Medea sta compiendo un rito di purificazione di sangue. Uccide il futuro di Giasone per riappropriarsi del proprio potere ancestrale.

Alla fine, non c’è prigione né tribunale: se ne va su un carro trainato da draghi, volando verso il Sole, lasciando dietro di sé solo cenere e silenzio. In fondo, Medea ci pone una domanda terribile: cosa succede quando una donna decide di non subire più il proprio destino e di diventarne la carnefice?

Questo è lo stesso tipo di abisso che esploro nel mio romanzo, “Il Richiamo”. Nel libro, Antonio scopre che il paranormale non è solo apparizioni e poltergeist, ma una forza sotterranea che richiede sacrifici estremi. Proprio come Medea affronta l’orrore delle proprie azioni per distruggere un mondo corrotto, Antonio deve decidere se resistere al richiamo di un potere oscuro o abbracciarlo per difendere ciò che ama.

Perché i veri demoni non vengono dall’esterno, ma dal sangue che scorre nelle nostre vene. Fatemi sapere cosa pensate di Medea e della sua storia qui sotto nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Medea è micidiale.

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  2. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Sempre piaciuta questa tragedia! Mai piaciuto Giasone, anche perché se non fosse per la vendetta di Medea nessuno saprebbe della sua inutile esistenza. L’ 8 marzo è il giorno ideale per ricordare la forza, il tormento, la rabbia di questa donna, e come Medea di migliaia di donne.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie per aver condiviso la tua riflessione con noi 👍

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Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭

Lettori del mistero, oggi torna un invito alla lettura ed è uno di quelli che ci interrogano seriamente sulla modernità e sulla morale. Ci sono storie che emergono dagli archivi non come narrativa, ma sono conosciuti dal pubblico come atti d’accusa contro la società che le ha generate. E poi c’è Moll Flanders, un caso letterario che dal 1722 getta un’ombra scura sulla nostra eterna ossessione per la verità, il denaro e ciò che mostriamo pubblicamente.

L’opera ci pone molte domande ma partiamo subito dalla più importante, una condanna che suona paurosamente moderna: questa è una vera autobiografia o un’ingegnosa finzione? La risposta non è facile.

Il destino di Moll Flanders è segnato sin dal primo respiro. Nata nella famigerata prigione di Newgate, la sua vita non è tanto una scelta, quanto una condanna universalmente scritta nel fango. Lei è la prova vivente di quanto fossero limitate le possibilità di una donna in un mondo rigidamente patriarcale fondato sul denaro. Il suo intero percorso è un ribaltamento della virtù, un viaggio di sessant’anni di ombre e compromessi, condensato nel titolo completo, quasi un sommario criminale e sensazionalistico: “Le fortune e le sfortune della famosa Moll Flanders, che nacque in Newgate e durante la vita di tre volte venti anni, oltre la sua infanzia, fu vent’anni una ladra, otto anni una Felona Trasportata in Virginia, e alla fine fu ricca, onesta e penitente. Scritto dai suoi stessi memorandum.”

Leggendo questo abstract, ci si scontra subito con un paradosso morale: il pentimento arriva solo dopo aver raggiunto la ricchezza. È la condanna perfetta di una società che venera l’oro sopra ogni morale. Tra i suoi atti scandalosi, l’aver sposato inconsapevolmente il suo fratellastro è solo un dettaglio che amplifica il caos.

Il sospetto che questa non sia la confessione di una fuorilegge, ma l’abile manovra di un narratore, è alimentato da quello che sappiamo di Daniel Defoe. Egli non era un osservatore distaccato. Preferì adottare un cognome che suonasse più nobile, “Defoe”, abbandonando l’umile “Foe” del padre macellaio: un piccolo atto di falsità sociale in cui riecheggia una falsa pretesa che tanto ci irrita. Ma soprattutto, Defoe conosceva bene il fango e la prigione. Dopo aver dichiarato bancarotta, fu “ricco e povero tredici volte,” come disse lui stesso, un vero e proprio maestro della sopravvivenza economica. Da quello che sappiamo egli vide l’interno di Newgate, la stessa prigione dove Moll nacque. Fu punito per aver scritto un volantino politico satirico.

Defoe non scriveva di un mondo a lui sconosciuto, ma del sottosuolo sociale che lui stesso aveva frequentato per necessità o per punizione. Non è un caso che, tardi nella vita, dopo aver trasformato la storia vera di un marinaio in finzione vendutissima (Robinson Crusoe), si sia rivolto all’autobiografia (presunta) di una ladra per tirare su qualche quattrino. Questo libro è forse l’ultima, geniale, manipolazione dell’autore: la finzione più sfacciata, presentata come la verità più cruda.

È facile liquidare Moll Flanders come pura speculazione commerciale, ma farlo significa negare la sua forza esoterica e narrativa. Defoe ha compiuto un’impresa quasi rituale: ha infiltrato e dato voce alla psiche di un doppio straniero (donna e criminale) in un’epoca in cui entrambe le identità erano condannate al silenzio. Virginia Woolf, due secoli dopo, non esitò a definire questo libro “indiscutibilmente grande“, lodando il genio di Defoe nell’estrarre più oro narrativo di quanto la sua generazione potesse concepire.

Defoe non si è limitato a descrivere Moll, l’ha resa allo stesso tempo miserabile e piacevole: la chiave della sua immersione. Moll non è malvagia per natura, ma per necessità. La sua onestà è un lusso che il suo mondo non le ha mai permesso. La sua disonestà non è una perversione, ma una risposta razionale a un sistema intrinsecamente ingiusto. Lei stessa lo dichiara con la brutale lucidità che la rende così moderna: “Il mercato corre tutto dalla parte degli uomini.” In un’economia che la considera merce o vittima, Moll si trasforma in predatrice, armata della sua intelligenza e della sua tenacia.

La sua prima mossa come ladra, descritta da Defoe in un volo senza fiato tra le strade notturne di Londra, è la metafora perfetta della sua esistenza: una fuga costante dalla condanna, un movimento frenetico per rimanere un passo avanti all’ombra della forca. Nonostante tutto, quando la sopravvivenza lo permette, il suo spirito si rivela generoso, un barlume di luce che rende la sua ombra più profonda e complessa.

Siamo felici di vederla alla fine “felice,” maritata con un “trofeo” (un marito che lei può presentare, letteralmente, con regali vistosi come una spada d’argento e una giacca scarlatta, rovesciando i ruoli economici). Ma questo è il punto più cruciale e misterioso del libro. La sua felicità arriva solo dopo aver ottenuto la ricchezza, e la sua redenzione è l’ultimo, necessario atto di falsità richiesto dalla società: Moll deve fingere di pentirsi per poter mantenere il suo status.

Quando nell’ultima frase della novella Moll esprime l’intenzione di “pentirsi della sua vita scellerata,” noi lettori siamo complici e lieti di questa trasgressione finale. Sappiamo che questo pentimento è una performance richiesta dal contratto sociale. La vera Moll, quella che abbiamo imparato ad amare per la sua spietata verità, è ancora lì, appena sotto il velo della nuova ricchezza. Moll Flanders è il ritratto impareggiabile della sopravvivenza, un atto d’accusa contro ogni facciata. Ci chiede di guardare i “falsi” intorno a noi e di chiederci: chi è veramente il criminale? chi è costretto a mentire e chi mente per scelta?Quando si è costretti a barattare l’anima per la sopravvivenza, la condanna è solo l’inizio. E la finzione, talvolta, è l’unica via per la verità.

Alice Tonini

3 risposte a “Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Defoe è una lettura ostica di questi tempi, per soglie di attenzione e stile, ma illuminante di come alcuni concetti conoscano solo lievi aggiornamenti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille per avere condiviso la tua esperienza, buona serata 👍

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  2. Avatar lalchimistadigitale
    lalchimistadigitale

    Al di là della trama che Defoe ha magistralmente scritto, Moll Flanders è un archetipo.
    Non ama per romanticismo: ama per bisogno, per fame, per paura di scomparire. In lei l’amore non è estasi, è strategia. È desiderio di sicurezza travestito da passione. Eppure, proprio lì sta il suo lato esoterico: Moll attraversa la materia più densa — denaro, corpo, colpa — e ne esce trasformata. In fondo, Moll non cerca un uomo. Cerca un destino.

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Gilead e lo specchio oscuro: il mistero oltre la parola scritta

Cari lettori del mistero, oggi tornano gli inviti alla lettura e come vi ho promesso parliamo di opere classiche più o meno famose le cui eroine sono rimaste nell’immaginario comune.

Il fascino dei veri misteri non risiede solo nelle antiche rovine o nei manoscritti polverosi, ma anche nelle profezie che ci sussurrano di un futuro che non vorremmo mai vedere. Questo è il caso del libro che vi consiglio oggi: Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood.

Sulla copertina della mia edizione, si legge che è un romanzo allo stesso tempo esilarante e terrificante. Concordo. Questa combinazione letale è gran parte del suo potere, posizionandolo accanto ai grandi testi futuristi come Il Mondo Nuovo e 1984.

Margaret Atwood iniziò a scrivere questo romanzo nel sinistro anno 1984, anche se annota di aver avuto l’idea anni prima, senza prenderla sul serio finché la vita reale non rese il suo concetto meno fantastico.

Ambientato in un futuro non troppo lontano, il libro ci scaraventa in quello che un tempo era un paese familiare, ora noto come Gilead. Qui ha preso il potere un regime religioso totalitario, di un puritanesimo così estremo da perseguitare persino i Battisti come dissidenti. Atwood ci lascia pochi dubbi: Gilead è l’ombra spettrale degli Stati Uniti d’America.

Il regime ha ordito un sistema di caste per le donne che fa sembrare quasi benigni quelli delle altre distopie letterarie. A causa dell’inquinamento ambientale, la maggior parte delle donne è sterile. Quelle i cui cicli riproduttivi sono ancora intatti vengono chiamate Ancelle (un nome che deriva dalla storia biblica di Rachele e della sua ancella Bilha, soggetto della prima delle tre epigrafi del romanzo).

Ogni Ancella viene assegnata a un Comandante la cui sterile moglie non ha altra scelta che partecipare a un bizzarro rituale mensile. In questa grottesca cerimonia, l’Ancella forma un sandwich schiena contro schiena con la Moglie, mentre il Comandante tenta di ingravidare la prima.

La nostra storia è narrata da un’ancella conosciuta solo come Difred (Di Fred, il suo Comandante). La moglie del Comandante, nota come Serena Joy, suggerisce un amalgama inquietante di fanatismo e ipocrisia. La sorte dell’Ancella Difred non è felice, ma nemmeno quella della moglie è invidiabile. E poi chi vorrebbe essere una Zia, chaperon a tempo pieno delle Ancelle, chiamata con nomi affettuosi come Cora o Lydia?

Ci aspetteremmo una Giemima, se non ci fosse stato detto che tutti gli afroamericani sono stati spediti in Africa. Meglio forse una Marta, addetta alle faccende domestiche dei ricchi? O una Economoglie, la partner tuttofare del povero? Non invidiamo neanche le Gezebelle, prostitute d’alta classe che forniscono il sesso illegale, non coniugale e non procreativo, garantito ai maschi alpha del regime.

Se sei un uomo, assicurati di essere eterosessuale, a meno che tu non voglia finire appeso su un muro, vittima di un Massacro Maschile. I maschi eterosessuali che non si attengono alla linea del partito non se la passano meglio: il loro comportamento “lussurioso” può condurli al fatale posto centrale in una Partecipazione (una sorta di linciaggio rituale). State cogliendo la parte terrificante, vero?

E quella esilarante? Forse il piccolo sorriso ironico che potreste fare leggendo di Massacri e Partecipazioni si allarga un po’ leggendo delle Preghiere-Vaganti o del fatto che tutti i negozi hanno nomi di derivazione biblica come Ogni Carne o Latte e Miele. D’accordo, forse esilarante è un’esagerazione.Ciò che conta è che si arriva a provare un’enorme empatia per Difred, ammirando il modo in cui lei accumula per sé, come un cairn (una piccola pila di pietre a scopo rituale), le consolazioni della Memoria (il suo matrimonio felice con Luke, sua figlia), della Ribellione (trovando un messaggio in latino inciso dalla precedente abitante della sua stanza), del Desiderio Fisico (una liaison pericolosissima con Nick) e, soprattutto, della sua gioia proibita per la parola scritta.

Il suo massimo piacere è con le tessere dello Scarabeo durante un appuntamento segreto, dove compitare laringe o quince o zigote viene descritto come un atto voluttuoso. In Gilead c’è molta fede, ma nessuna speranza o carità.

Questo è un libro che ci interroga sulla vera magia: non quella dei draghi, ma quella sociale, la capacità di un sistema di privare l’essere umano della sua anima e della sua voce.E voi, che tipo di magia siete disposti a rischiare per conservare la vostra?

Fatemelo sapere nei commenti, ci sentiamo presto.

Alice Tonini

PS. Questo articolo è stato sottoposto a censura nonostante non contenga linguaggio volgare o scene esplicite. Non me ne importa assolutamente niente e lo pubblico lo stesso, siamo nel 2025 non nell’età della pietra.

Una risposta a “Gilead e lo specchio oscuro: il mistero oltre la parola scritta”

  1. Avatar marcomeacci

    Ne avevo sentito parlare.
    Mi hai convinto.
    Lo aggiungo alla mia (lunga) lista.

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Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni

Lettori del mistero, il nostro viaggio tra i libri di formazione è finito, ma noi siamo già pronti ad intraprendere un’altro in compagnia di altre dieci opere. Ma questa volta saranno tutte donne.

Prima di procedere però voglio dedicare ancora qualche minuto per ricordare le ultime opere che abbiamo visto e ringraziare i nostri protagonisti per la compagnia che ci hanno fatto in questi mesi.

I nostri dieci uomini si sono riuniti in una stanza, avvolti nel fumo dei sigari e nel calore del caminetto. Non sono politici o magnati, ma i veri giganti della letteratura che hanno plasmato il nostro modo di vedere l’ambizione, l’amore e il significato stesso dell’esistenza. Nove sono figure di finzione che sentiamo reali, uno è l’unica voce storica nel coro.

Ci chiediamo cosa succede quando si incontrano Pip e Gatsby? Cosa scopre l’Uomo Invisibile quando discute la vita con Thoreau in un sanatorio svizzero?

Per mesi, abbiamo esplorato singolarmente le storie di questi giovani uomini, tutti uniti da una speranza: sfuggire alla povertà e trovare un posto nel mondo. Ora, per la prima volta, li abbiamo messi tutti nella stessa stanza. Preparatevi a sbirciare attraverso il vetro affumicato di questo incontro esclusivo, dove la conversazione non è solo “politica ed economia”, ma la spietata anatomia del sogno americano e l’eterna ricerca di significato.

Il primo gruppo discute amabilmente accanto ad una vecchia libreria impolverata. Si sono focalizzati sulla scalata sociale, confrontando l’Inghilterra vittoriana con il frenetico boom americano degli anni ’20. Pip (Grandi Speranze) e Jude (Jude l’Oscuro) hanno offerto un resoconto amaro delle mura di classe della Gran Bretagna del XIX secolo. Per uno la fortuna è stata una beffa, per l’altro l’istruzione è rimasta un miraggio. La domanda è passata a Clyde Griffiths (Una Tragedia Americana) e a Jay Gatsby (Il Grande Gatsby): la parete americana era davvero “più facile da scalare”?

La risposta, come avrete letto nei post, è arrivata attraverso le figure femminili: Estella, Sue, Sondra e Daisy. Ognuna è stata la musa, il trofeo o la rovina. Uno solo, alla fine, è emerso con un sorriso amaro, dimostrando che l’inganno di sé stessi è a volte la forma di successo più duratura. Chi è stato? Per rivivere la feroce discussione tra sogni infranti e auto-invenzione, clicca qui: Charles Dickens: l’inghilterra del 1800 con le sue grandi speranze e disperate illusioni, Pessimismo e Desiderio in Jude l’Oscuro, Clyde Griffiths: sogni e delitti in ‘Una tragedia americana’, L’Amore e il Sogno Americano nel Grande Gatsby 🍾.

La discussione nell’angolo accanto al caminetto è più accesa. Dopo un primo tentativo di aprire un dibattito sulla povertà, il Narratore Anonimo (Uomo Invisibile) ha trovato la sua dimensione in una discussione più profonda. Si è lasciato alle spalle il fervore politico di Harlem, si è seduto con l’eremita di Concord, Henry David Thoreau (Walden), e con il paziente alpino, Hans Castorp (La Montagna Incantata). La loro conversazione ha toccato il significato della vita vista da tre prospettive estreme: una vita invisibile nel sottosuolo, una vita scelta in solitudine in riva a un lago, e una vita sospesa dal mondo in un sanatorio.

Il contrasto tra la lotta per il riconoscimento (l’Anonimo), la ricerca dell’essenziale (Thoreau) e la contemplazione della morte (Castorp) ha creato un momento di rara, e a tratti surreale tensione. Per leggere il resoconto completo della loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia.

La coppia più inaspettata affronta il tema della fede sorseggiando un brandy davanti ad un ampia finestra. John Grimes (Gridalo forte), straziato tra la sua famiglia e il rigido fuoco della Chiesa Pentecostale di Harlem, si è ritrovato a conversare con Frank Alpine (Il Commesso), il cattolico romano affascinato e in bilico sull’ebraismo. Entrambi hanno conosciuto l’esperienza amara della vita e si sono ritrovati a parlare di religione, non come una dottrina, ma come una disperata ricerca di espiazione e struttura morale.

La loro discussione non è incentrata sui dogmi, ma sul prezzo della redenzione.Scopri come due mondi così distanti si sono trovati uniti nel bisogno di una bussola morale:Il commesso di Malamud: tra sofferenza e redenzione, Gridiamo più forte con Baldwin e gli afro-americani del secolo scorso.

Mentre i gruppi si sciolgono, abbiamo individuato un’ultima, cruciale conversazione. Inman (Cold Mountain), il soldato disertore in cerca della strada per casa, ha trovato la saggezza non in Ulisse, il viaggiatore per antonomasia, ma in un uomo in attesa. Lo abbiamo messo a confronto con Robert MacIver (Regole per vecchi gentiluomini), l’unico uomo reale tra i presenti, un ottuagenario che ha vissuto e ora si confronta con le sue memorie di guerra. L’urgenza della fuga e del ritorno di Inman è stata messa a confronto con la saggezza della sosta e la contemplazione del tempo. Il vero viaggio, ha suggerito MacIver, non è quello verso casa, ma quello verso l’accettazione del passato. Per l’emozionante riepilogo sul tema del Nostos (il ritorno a casa), leggi qui: Cold Mountain: Storia di Guerra e Nostalgia 🐎

Cosa ne pensi? Quale tavolo avresti scelto per sederti? Il brandy è finito, i sigari si sono spenti, ma le loro domande restano accese. Non perderti l’occasione di approfondire queste conversazioni che ridefiniscono il canone e cerca le tue risposte negli articoli pubblicati.

Alice Tonini

Una risposta a “Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Interessantissimo!!! Ma non sarei all’altezza di nessuna di queste conversazioni, anche se la sola capacità di ascoltarle è già molto.

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