Cari lettori, ormai lo sapete, la postmodernità soffre di una patologia silente ma pervasiva: l’horror vacui. Abbiamo saturato ogni intercapedine dell’esistenza con il rumore. Se abbiamo cinque minuti di attesa, tiriamo fuori lo smartphone per fagocitare informazioni rassicuranti; se il calendario ci impone due settimane di pausa ad agosto, avvertiamo l’obbligo sociale di riempirle di spostamenti, cene, intrattenimento, istantanee da esibire. Chi non produce, non consuma o non si diverte visibilmente viene percepito come un elemento disfunzionale, un’anomalia da correggere.
Eppure, la storia della cultura umana ci sussurra una verità opposta e sovversiva: le più grandi rivoluzioni dell’intelletto, dello spirito e della scienza non sono nate nel tumulto della presenza, ma nella ferocia dell’assenza. Sono nate quando qualcuno ha sbarrato la porta, ha accettato l’isolamento e ha deciso di abitare il vuoto.

Per comprendere questa dinamica, dobbiamo evocare due figure lontane nei secoli, ma unite dallo stesso identico schema di ascesi e potenza. Due autentici guardiani del vuoto.
Isaac Newton. Nell’estate del 1665, la grande peste piegò Londra, costringendo l’Università di Cambridge a chiudere i battenti. Gli studenti furono rimandati a casa per evitare il contagio. Tra di loro c’era un ventiduenne schivo e tormentato: Isaac Newton.
Newton si ritirò nella fattoria di famiglia a Woolsthorpe, nel Lincolnshire. Lì, per quasi due anni, visse in uno stato di isolamento pressoché totale. Quello che il mondo esterno considerava un “tempo morto”, un esilio forzato e una tragica battuta d’arresto per la società, divenne quello che la storia della scienza ricorda come l’Annuus Mirabilis.
Lontano dalle distrazioni accademiche, dalle dispute di potere e dal cicaleccio dei contemporanei, Newton fu costretto a fare i conti solo con lo spazio vuoto della propria mente. Nel silenzio di quella campagna, mentre l’Europa contava i suoi morti, lui sviluppò i fondamenti del calcolo infinitesimale, formulò le teorie sull’ottica e intuì la legge di gravitazione universale guardando una mela cadere nel giardino. Il vuoto sociale non ha spento la sua mente; ha rimosso le interferenze, permettendogli di sintonizzarsi sulle frequenze matematiche dell’universo.
San Girolamo. Spostiamoci indietro nel tempo, nel IV secolo. Girolamo era un intellettuale raffinato, un uomo di lettere ossessionato dai classici ciceroniani e profondamente immerso nelle dinamiche politiche ed ecclesiastiche di una Roma tardo-imperiale caotica e corrotta. Consumato dai conflitti interni e dall’ipocrisia dei salotti romani, Girolamo prese una decisione radicale: fuggire. Si ritirò nel deserto di Calcide, a sud-ovest di Antiochia, un territorio brullo, inospitale, spaventoso.
Nell’iconografia classica, San Girolamo viene quasi sempre dipinto in due modi: o nel suo studio, circondato da libri, o nel deserto, con un leone accucciato ai suoi piedi e un teschio sulla scrivania di roccia.
Sociologicamente, quel deserto e quel teschio rappresentano la riduzione dell’esistenza ai minimi termini. Via i superflui orpelli sociali, via le maschere che la civiltà impone. Nel silenzio feroce del deserto siriano, Girolamo non andò in vacanza e non cercò l’anestesia. Affrontò i suoi demoni interiori: la rabbia, l’orgoglio, l’impulso a rispondere al mondo, e li addomesticò (la splendida metafora del leone a cui toglie la spina dalla zampa). Solo dopo aver fatto il deserto dentro di sé, fu in grado di compiere l’opera che avrebbe cambiato per sempre la cultura occidentale: la traduzione della Bibbia in latino, la Vulgata. Per scrivere qualcosa che durasse nei secoli, dovette prima eliminare il rumore del suo tempo.
Cosa unisce lo scienziato eretico e il santo asceta? La consapevolezza che l’isolamento non è una fuga vigliacca dalla realtà, ma l’unico modo per dominarla. Abbandonare temporaneamente il palcoscenico non significa sparire: significa scendere nel golfo mistico, dietro le quinte, a riprogettare le scene e affilare le armi.
Il vuoto non è assenza di vita; è lo spazio in cui le cose prendono forma prima di manifestarsi. È l’incubatore della potenza. Nelle prossime settimane, mentre il mondo celebrerà il suo rito collettivo fatto di rumore estivo, questo spazio rallenterà i suoi battiti. Le luci del blog si abbasseranno. Non per pigrizia, ma per necessità strategica. Mi ritirerò nel mio deserto personale per dare l’ultima, decisiva forma a ciò che arriverà a settembre: i nuovi racconti e le pagine del prossimo libro. Vado ad addomesticare i miei leoni.
E voi, che rapporto avete con il vuoto? Quando il rumore intorno a voi si spegne, avvertite il panico dell’horror vacui o riuscite, come Newton o Girolamo, a trasformare quel silenzio in uno spazio di creazione e lucidità? Ci leggiamo nei commenti, prima del grande silenzio.
Alice Tonini





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