Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻

Il mostro non nasce nel buio, il buio serve soltanto a nasconderlo. Ogni anno, alla fine di ottobre, riempiamo le vetrine di zucche illuminate, scheletri, streghe, vampiri e corpi divorati dalla morte. Disegniamo sangue sui muri. Indossiamo maschere. Bussiamo alle porte chiedendo dolci. Per una notte, il mostro diventa consentito. Possiamo essere ciò che per il resto dell’anno dobbiamo fingere di non essere.

Ed è proprio questo il punto, Halloween non è interessante perché ci permette di giocare con la paura. È interessante perché ci permette di darle un volto. Per qualche ora trasformiamo l’angoscia in una creatura con i denti, la morte in uno scheletro, l’ignoto in una strega. Poi arriva novembre e la maschera torna nel cassetto, il mostro torna dove lo abbiamo sempre tenuto: fuori da noi. O almeno così ci piace pensare.

Prima delle zucche arancioni e delle feste in costume esisteva una stagione diversa. Halloween appartiene a una lunga stratificazione di tradizioni, cristiane e precristiane. Il suo nome deriva da All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, mentre nella cultura popolare moderna è spesso collegato alle celebrazioni di fine raccolto associate a Samhain. Al di là delle semplificazioni con cui oggi raccontiamo queste origini, rimane un elemento fondamentale: la soglia. La fine del raccolto, l’ingresso nella stagione oscura, il passaggio, la separazione fra ciò che appartiene al mondo dei vivi e ciò che viene collocato dall’altra parte.

Shadowy creatures erupt from a cracked street in a modern city
A quiet downtown crossing is disrupted by a dramatic mass of shadowy creatures surging from the cracked street.

È questo che rende così potente il simbolismo di Halloween. Non celebriamo soltanto il mostro, celebriamo il momento in cui il confine si assottiglia e ogni società ha bisogno di confini, perché senza un “noi” è difficile costruire un “loro”. Il mostro serve a una funzione molto precisa: indica il limite. Questo è normale e quello è anormale. Questo appartiene a noi ma quello deve rimanere fuori. Per secoli abbiamo dato nomi, corpi e volti a tutto ciò che non riuscivamo, o non volevamo, integrare, come la strega, l’eretico, il deforme, il folle, il selvaggio, il traditore, il corpo che non obbedisce e la donna che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. Il povero, il diverso, il contagioso, ogni epoca costruisce le proprie categorie di esclusione e poi ha bisogno di rappresentarle attraverso qualcosa che possa essere indicato con un dito.

Ecco il mostro, guardatelo. Non siamo noi, non assomiglia a noi, non pensa come noi, non vive come noi, non desidera ciò che desideriamo noi. Quindi possiamo stare tranquilli perché il male è là fuori. Finché non ci accorgiamo che il mostro ha cominciato a guardarci.

Il mostro contemporaneo non ha necessariamente zanne, può avere un badge, una divisa, un contratto, una cartella clinica, un numero identificativo. Può sedersi dietro una scrivania e pronunciare una frase perfettamente corretta. Può sorridere e può avere una famiglia. Può pagare le tasse e può essere perfettamente integrato nella società che lo ha prodotto. Questa è una delle trasformazioni più inquietanti dell’orrore moderno.

Non abbiamo più bisogno di creature che arrivano dal bosco. Il bosco lo abbiamo asfaltato, abbiamo illuminato le strade, abbiamo catalogato ciò che ci circonda, abbiamo trasformato l’ignoto in dati. Eppure continuiamo ad avere bisogno di mostri; perché il mostro non serve soltanto a spaventarci ma serve a semplificare la realtà. Se il colpevole ha un volto mostruoso, possiamo odiarlo senza interrogarci sul sistema che lo ha prodotto. Se il diverso è davvero diverso, possiamo allontanarlo senza chiederci perché ci faccia paura. Se la vittima può essere trasformata in un’anomalia, possiamo smettere di considerare la sua sofferenza come una responsabilità collettiva. Il mostro è comodo perché ci permette di dormire.

È qui che l’orrore diventa più interessante, perché spesso il mostro non arriva dall’esterno ma viene prodotto dall’interno. Una società stabilisce una norma poi stabilisce chi non la rispetta. Poi costruisce una categoria per identificarlo e infine lo guarda e dice:vedete? È diverso da noi. La macchina che ho creato è perfetta. Prima traccia il confine, poi crea l’escluso. E usa l’escluso per giustificare l’esistenza del confine. Il cerchio si chiude. E noi possiamo continuare a sentirci dalla parte giusta.

È una delle ragioni per cui l’orrore funziona così bene quando smette di raccontare soltanto fantasmi e comincia a raccontare sistemi. Il fantasma può infestare una casa. Un sistema può infestare un’intera società.

È anche il filo che attraversa le storie e le figure che abbiamo incontrato in questo mese. Daria porta il peso di un corpo che diventa territorio di controllo. Vanni attraversa una realtà in cui il consumo e il desiderio possono divorare l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile. E Anna Karenina, dietro la superficie della tragedia sentimentale, ci mostra una donna schiacciata da una struttura sociale che stabilisce cosa una persona può desiderare, cosa può essere perdonato e cosa invece deve essere punito. Sono storie molto diverse, ma il meccanismo che le attraversa è inquietantemente simile. Prima viene stabilita la forma corretta, poi arriva chi non riesce, o non vuole, entrarci e allora nasce l’anomalia, il problema e lo scandalo.

Il mostro non serve che abbia corna o artigli. A volte basta che abbia smesso di obbedire. Forse è proprio questa la ragione per cui Halloween continua a funzionare. Per una notte possiamo fare qualcosa che durante il resto dell’anno ci è proibito, possiamo mettere fuori il mostro, possiamo vestirci da ciò che temiamo e possiamo mostrare i denti senza essere accusati di averne troppi. Possiamo essere morti senza esserlo. Possiamo essere streghe, demoni, vampiri, creature deformi. Possiamo attraversare il confine e soprattutto possiamo tornare indietro. Questa è la parte rassicurante del rituale.

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La mattina dopo ci togliamo il trucco, ripieghiamo il costume, buttiamo via le zucche e torniamo normali. Ma c’è una domanda che Halloween lascia aperta: quale delle due era la maschera? Quella che abbiamo indossato per una notte? O quella che portiamo ogni giorno per essere accettati dagli altri? Forse abbiamo smesso di avere paura dei mostri perché abbiamo imparato a riconoscerli, o forse è successo il contrario: forse siamo diventati così bravi a costruire categorie, classificazioni e definizioni da non avere più bisogno di vedere il mostro. Ci basta un’etichetta, una statistica o una parola. Il mostro diventa così piccolo da poter stare dentro una casella. Ed è proprio allora che diventa davvero pericoloso, perché un mostro che possiamo riconoscere è relativamente semplice da affrontare.

Quello che dovrebbe farci paura è il mostro che parla la nostra lingua. Quello che conosce le nostre regole. Quello che entra dalla porta principale. Quello che non ha bisogno di nascondersi perché tutti lo considerano normale. Il 31 ottobre non abbiamo davvero paura dei morti ma abbiamo paura che tornino a ricordarci ciò che è stato sepolto. Per questo accendiamo lanterne e indossiamo maschere. Per questo raccontiamo storie di mostri. Perché il mostro, finché ha il volto di una creatura fantastica, rimane innocuo.

Il problema comincia quando togliamo la maschera. E scopriamo che ci somiglia.

Alice Tonini

6 risposte a “Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻”

  1. Avatar Bariom

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono i mostri reali, quelli che di umano non hanno quasi più nulla.
    Chi violenta, chi stupra, chi uccide divertito, chi schiaccia, chi depreda, chi odia, senza maschera o con maschere di menzogna. Senza un giorno sul calendario, perché ogni giorno è un giorno nuovo.

    Resta la domanda: dove nascono, da dove vengono, questi mostri?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto esatto in cui la letteratura dell’orrore crolla di fronte alla realtà: i mostri veri non arrivano da un’altra dimensione né indossano una maschera che a fine notte possono togliersi. Vengono dalla normalità, dai dettagli sfilacciati del nostro tessuto sociale, dall’assenza totale di empatia coltivata nell’indifferenza quotidiana. Non hanno bisogno di Halloween perché la loro festa è ogni giorno, protetti dal silenzio e dalle giustificazioni di chi preferisce non vedere. Una domanda a cui non c’è risposta consolatoria. 🖤

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  2. Avatar Lucadg

    Analisi lucida e puntuale complimenti Alice. Oggi portavo le mie figlie a scuola, tutta la classe era mascherata per festeggiare ed e i bimbi erano entusiasti, tutti, tranne i figli di alcuni genitori che seguono questo filone religioso per cui mascherarsi evocherebbe chissà che. Vedere quei bimbi così tristi mi è dispiaciuto troppo, poi sai che noi con i “superpoteri” siamo molto più empatici. Non giudico i genitori, la fede ci salvi dalla religione, ma rendere un bimbo felice per me dovrebbe venire al primo posto.
    Secoli fa magari si sarebbero riuniti nelle stalle e mentre sgranavano il rosario per esorcizzare chissà che, mormoravano sulla curatrice o sulla levatrice che fino al giorno prima li aveva aiutati e mandiamola a fare due chiacchere col prete che magari bruciata lei le nostre vite torneranno felici.
    Cosa è il mostro da esorcizzare allora?
    Ciao a presto e grazie per il tuo articolo.

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    1. Avatar Bariom

      Allora ti chiedo: c’è qualcosa che non faresti mai fare ai tuoi figli anche se gli altri intorno lo facessero? O solo per non vederli “tristi” , acconsentiresti?

      Perché al di là di come la si pensi su Halloween o altro, oggi il grosso problema nell’educazione dei figli è che loro vorrebbero di tutto e subito e noi adulti cadiamo nell’inganno di doverglielo dare per non vederli “tristi” o perché non credano di essere meno degli altri.

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      1. Avatar Alice Tonini

        Assolutamente sì, ci sono confini invalicabili. Il terrore moderno di vedere un figlio triste per cinque minuti sta creando una generazione incapace di reggere la frustrazione. Acconsentire a tutto pur di allinearlo al branco significa fargli la violenza peggiore: togliergli gli anticorpi per resistere al mondo. Un’analisi impeccabile. 🌍

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    2. Avatar Alice Tonini

      Hai risposto tu stesso con la metafora delle stalle: il vero demone è l’ipocrisia di chi usa la dottrina per punire i più deboli e pulirsi la coscienza. Vedere dei bambini esclusi dalla gioia condivisa per paure medievali ridestato esattamente quell’oscurantismo che fingiamo di aver superato. L’empatia di cui parli è forse l’unico anticorpo che ci è rimasto. A presto e grazie! 📖

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Successo Autentico: La Magia della Neurodivergenza

Cari lettori del mistero, oggi vi pongo una domanda e vorrei che ci rifletteste tutti: quando pensate a una persona di successo, qual è la prima che vi viene in mente? Che cos’è il successo per voi?

Quando sentiamo la parola “successo”, l’immaginario collettivo evoca spesso yacht, copertine patinate o, nel mondo letterario, pile di libri venduti. Ma per chi è abituato a scandagliare la magia che si nasconde oltre la superficie, la verità è un’altra: il successo autentico, quello che riscalda l’anima, secondo me si verifica solo quando una persona vive una vita pienamente allineata ai propri valori e alle proprie capacità.

È la realizzazione del proprio destino, indipendentemente dal clamore, il perseguire i propri obiettivi nonostante le difficoltà. E se ti dicessi che in questo senso, alcuni dei successi più clamorosi nei generi che amiamo – il fantasy, l’horror e la fantascienza – sono stati raggiunti proprio da quelle menti che il mondo classifica come “disordinate” o “distratte”?

Ottobre è il mese dedicato alla salute mentale, sapete quanto tengo a questa tematica quindi voglio aggiungere una mia personale riflessione parlando di neurodivergenza, in particolare del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD).🧡🧡🧡

La narrazione convenzionale dipinge l’ADHD come un ostacolo, ma è una prospettiva parziale. Chi come me ha questo tipo di mente spesso possiede una creatività debordante e una capacità di iperfocalizzazione su argomenti di interesse che rasenta il magico. Questo è il vero carburante per i mondi complessi e affascinanti che popolano i nostri scaffali. Quali autori incarnano questo successo, trasformando le loro capacità uniche in narrativa?

L’autore della serie Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo è un esempio lampante. Rick Riordan ha parlato apertamente della sua diagnosi di ADHD e Dislessia, e ha fatto una scelta potente: ha reso il suo protagonista, Percy, un eroe neurodivergente. Per Riordan, il successo non è stato solo vendere milioni di copie, ma il valore che ha dato a innumerevoli ragazzi che, come Percy, si sentono diversi. La sua capacità di trasformare i limiti in poteri divini (i personaggi con ADHD e Dislessia nel suo universo sono spesso Semidei, il cui cervello è “cablato” per il greco antico) è la realizzazione di un valore fondamentale: celebrare l’unicità.

Anche se non possiamo fare diagnosi postume, le biografie del padre dell’horror cosmico, H.P. Lovecraft, descrivono tratti che suggeriscono una profonda neurodivergenza. La sua ossessiva attenzione ai dettagli, l’isolamento sociale e la capacità di costruire una mitologia (la Lovecraftian Lore) complessa e minuziosa sono tutti possibili frutti di una mente in iperfocalizzazione. Il suo successo, forse, è stato quello di incanalare un’intensa e a tratti caotica vita interiore nel genere della weird fiction, dando forma a quelle paure cosmiche che sfuggono alla logica ordinaria.

Neil Gaiman, il visionario creatore di Sandman, è un altro autore la cui brillantezza sembra nascere da una mente che non segue percorsi lineari. La sua capacità di saltare agilmente tra mitologia, folklore urbano, horror e fiaba, creando connessioni che altri non vedono, è l’essenza di un pensiero “non convenzionale”. La sua arte sta nel vedere la magia nascosta sotto la superficie della vita quotidiana, una prospettiva che spesso fiorisce nelle menti che processano il mondo in modo diverso. Il successo di Gaiman risiede nella sua capacità di dare ordine poetico e profondo al caos apparente.

Questi autori ci dimostrano che i veri “difetti” possono essere i punti di forza più grandi. La mente neurodivergente non è meno capace di successo, è semplicemente cablata per eccellere in modo diverso. Il mio messaggio quindi è quello che la diversità ci rende originali, ognuno di noi è diverso ma unico e la nostra missione personale è sviluppare quell’unicità nel migliore dei modi per rendere la nostra vita un successo. Ci riusciremo? Lo scopriremo solo quando tireremo le somme alla fine di tutto. E il tuo successo, in quale magia risiede? In quale capacità fuori dagli schemi hai trovato la tua vera voce?

Alice Tonini

Una risposta a “Successo Autentico: La Magia della Neurodivergenza”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Bellissimo!!

    Vero! Verissimo!!

    Sono nata troppo presto, queste verità nella mia giovinezza non venivano contemplate, non esistevano, sopratutto nelle classi sociali meno istruite. CIAO!

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