Il palazzo di cristallo e il demone dell’ansia: perchè la felicità sociale è un’impostura 👺

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è un luogo comune sulla felicità che secondo te è sbagliato?

Esiste un’industria miliardaria che si nutre del vostro senso di inadeguatezza. È l’industria della felicità preconfezionata, dell’estetica del benessere, della serenità da esposizione. Ve la vendono ogni giorno attraverso schermi retroilluminati: routine mattutine millimetriche, sessioni di meditazione rassicuranti, immagini sature di spiagge esotiche, case impeccabili, esistenze che sembrano non conoscere l’attrito della gravità. Vi sussurrano che per stare bene basta formattare il pensiero, eliminare il negativo, respirare a fondo. O, più banalmente, comprare un nuovo paio di scarpe per anestetizzare il vuoto per qualche ora.

È una messinscena feroce. Un’anestesia sociale progettata per tenervi buoni, mansueti e, soprattutto, produttivi. Ma la verità non si rivela mai sotto la luce artificiale dei salotti lindi. Si rivela nell’ombra, quando l’ingranaggio si rompe.

Ho capito che questa narrazione mi faceva schifo nel modo più violento possibile: quando mi sono ammalata. Quando il corpo e la mente hanno presentato il conto, e mi sono ritrovata da sola ad affrontare il buio fitto dell’ansia, della depressione, del sentirsi completamente perduti. Mentre il mondo fuori continuava a esibire la sua pornografia della spensieratezza, io ero immobile, intrappolata nel labirinto. Ci sono voluti mesi di ricerche estenuanti, mesi di vicoli ciechi, prima di trovare un professionista vero, un terapeuta in grado di scendere con me in quell’inferno e darmi le risposte di cui avevo disperatamente bisogno.

Spiral stone staircase inside an ancient stone tower with torchlight and glowing mushrooms
A mysterious spiral stone staircase illuminated by flickering torches and glowing mushrooms

Ricordo la sensazione claustrofobica di stare male e, nello stesso momento, guardare la televisione o i social che ti propongono la ricetta magica per “ritrovare te stessa”. Ricordo l’impatto brutale di sedersi di fronte a un terapeuta e sputare la verità più indicibile: «La mia vita fa schifo. Guardo gli altri e vedo solo viaggi, belle macchine, esistenze meravigliose. Io, invece, faccio fatica anche solo a tenere insieme i pezzi». In quel preciso istante, nel punto più basso della mia vulnerabilità, l’inganno si è svelato. Ho compreso che la perfezione esibita dagli altri non era un traguardo, ma una prigione di specchi. Ho smesso di chiedere scusa per le mie crepe. Ho imparato ad accettarmi, a capire che non sono perfetta, e che in fondo va bene così. La mia guarigione è iniziata quando ho smesso di voler guarire secondo le regole degli altri.

Questo mio passaggio dinastico tra le fiamme dell’ansia trova il suo riflesso più alto e inquietante nella letteratura. Nel 1864, Fëdor Dostoevskij scriveva le Memorie dal sottosuolo, scagliandosi con ferocia contro i filosofi del positivismo che sognavano di rinchiudere l’umanità in un perfetto “Palazzo di Cristallo”: un luogo geometrico dove la scienza e la ragione avrebbero eliminato ogni dolore, ogni sofferenza, ogni anomalia. Una società di uomini perfettamente felici, sani e pacificati.

L’uomo del Sottosuolo rifiuta questa felicità obbligatoria. Ci sputa sopra. Sostiene che l’essere umano, pur di affermare la propria unica, disperata individualità, è disposto a scegliere intenzionalmente la distruzione, la malattia, il caos e il proprio stesso svantaggio. Scrive Dostoevskij: «L’uomo ama soffrire? Non saprei, ma sono sicuro che non rinuncerebbe mai alla sofferenza. La sofferenza è l’unica causa della coscienza. E la coscienza è l’unica vera forma di vita, anche se ci conduce all’inferno». L’ansia e la depressione che la società correttiva cerca di curare con le tisane e il pensiero positivo sono spesso il segnale che la vostra coscienza si sta ribellando al Palazzo di Cristallo. È il vostro Sottosuolo che grida.

Se Dostoevskij ci mostra la necessità del tormento, Friedrich Nietzsche ci spiega come trasformarlo in sovranità intellettuale. Per Nietzsche, la ricerca della “pace interiore” o dell’assenza di dolore è l’aspirazione dei mediocri, dei “tanti, troppi” che cercano solo il comfort dell’allevamento.

La vera felicità, per gli spiriti liberi, non è la quiete del mare calmo: è l’intensità della tempesta. È il sentimento che la tua potenza aumenta, che una resistenza è stata affrontata e superata. È il concetto dionisiaco dell’Amor Fati: amare il proprio destino non perché sia comodo o privo di ferite, ma perché è *tuo*. Con tutti i suoi abissi, le sue malattie e le sue vittorie silenziose.

La felicità dei Diversi non è l’assenza di cicatrici, ma l’orgoglio di averle trasformate in armature. Il grande luogo comune sulla felicità è che essa coincida con l’ordine, con la stabilità, con l’eliminazione dei problemi. È falso. Quella si chiama lobotomia. La vera forza, l’unica che meriti di essere perseguita, nasce dalla capacità di abitare la propria imperfezione senza farsi distruggere dal confronto con le vite di plastica degli altri. Essere spezzati non significa essere sconfitti. Significa essere vivi in un mondo di automi.

Vi siete mai sentiti colpevoli per il vostro dolore mentre il mondo intorno a voi esigeva sorrisi e colazioni fotogeniche? Avete mai dovuto fare il deserto intorno a voi per ritrovare la vostra verità nel fondo di una stanza di terapia? Raccontatemi il vostro Sottosuolo. La Stirpe si riconosce dalle sue ferite.

Alice Tonini

4 risposte a “Il palazzo di cristallo e il demone dell’ansia: perchè la felicità sociale è un’impostura 👺”

  1. Avatar alicespiga82

    Ho scritto e pubblicato un libro interno sulle mie ferite. 💞 Detto questo: sento il tuo dolore e lo accolgo insieme al mio. 🫂 Sempre fiera di tutta la sofferenza che mi porto addosso e che mi ha resa quella che sono. E sempre grata di aver trovato una Psico che è scesa nel sottosuolo con me e alcune persone (poche) che mi hanno lasciato essere chi sono, senza cercare di rendermi fotogenica. 💖

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    1. Avatar Alice Tonini

      Questo commento è un colpo al cuore. Scendere nel Sottosuolo e uscirne con un libro tra le mani è una vittoria che pochi capiscono davvero. Grazie per la vicinanza autentica e per aver rivendicato la bellezza di essere imperfette. Felice di camminare nello stesso labirinto. Un grande abbraccio. 💞

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  2. Avatar Pim

    Ho vissuto un’esperienza simile alla tua, Alice, e hai la mia piena e solidale comprensione. Ero poco più che adolescente: rivedo ancora l’immagine di me alla finestra del quinto piano di un ospedale mentre osservo la gente in strada scambiarsi regali e auguri di natale. Ero lassù e sperimentavo una sensazione di fortissima estraneità al mondo. Il mio tempo era immobile, chiuso in sé stesso, in attesa di qualcosa di indefinito e indefinibile. Stavo perdendo ogni riferimento e vagavo senza meta dentro un corpo che si era inopinatamente ammalato nel quale non mi riconoscevo più. Ne sono uscito, non del tutto indenne, ma ne sono uscito. Ho la fortuna di poterne parlare senza complessi, con una quieta consapevolezza dei miei limiti acquisita mediante il dolore.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Quella finestra al quinto piano a Natale è un’immagine spietata e bellissima. Descrive alla perfezione quel momento esatto in cui ci si scopre estranei all’ingranaggio del mondo, mentre fuori tutti recitano la commedia della spensieratezza. Uscirne non del tutto indenni è l’unico modo per uscirne interi, con una lucidità che i sani non potranno mai comprendere. Grazie per aver portato questo fermo immagine qui dentro. Un abbraccio vero. 🖤

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Eredi del silenzio: i martiri dell’anomalia ⏳️

Impulso di scrittura giornaliero
Who are some underrated people in history?

Carissimi lettori del mistero, oggi ho raccolto la sfida di questo prompt di scrittura ed ho fatto un po’ di ricerca extra per portarvi tre personaggi, tre figure storiche che secondo me più incarnano l’archetipo dell’anomalia, dell’ossessione e del misticismo. Non è stato facile, sono usciti parecchi nomi interessanti ma la sfida era proprio quella di non raccontarvi di semplici curiosità storiche ma di persone che hanno vissuto nell’ombra e nel caos.

La storia non è un resoconto oggettivo; è un setaccio. Trattiene i nomi che servono a rassicurare il presente e lascia scivolare nel buio quelli che disturbano il sonno della ragione. Esistono figure che hanno abitato il confine tra il genio e l’abisso, persone che hanno decifrato il “caos” prima di chiunque altro, pagandone il prezzo in isolamento o infamia.

Open book pages turning into smoky silhouettes

Oggi voglio parlarvi di tre nomi che non troverete nei manuali ordinari, ma che vibrano della stessa frequenza dei diversi. Non sono personaggi legati alla letteratura ma di loro tanto si è scritto e parlato che sicuramente almeno uno lo avrete sentito nominare.

Chi di voi conosce Ignác Semmelweis? Prima che la scienza capisse l’esistenza dei microbi, Semmelweis intuì che la morte viaggiava sulle mani dei medici. Nelle cliniche di Vienna, osservò che le donne morivano di febbre puerperale perché i dottori passavano dalle autopsie alle sale parto senza lavarsi. La sua non fu una scoperta festeggiata. Fu deriso, emarginato e perseguitato dai suoi colleghi. Finì i suoi giorni in un manicomio, picchiato dalle guardie, morendo per un’infezione, la stessa che aveva cercato di combattere. Semmelweis è l’incarnazione del dolore di chi vede una verità ovvia mentre il resto del mondo lo accusa di follia. È il martire della logica in un mondo di pregiudizi.

Avete mai sentito nominare Thomas Chatterton? A soli dodici anni, Chatterton inventò un intero universo letterario. Creò un monaco del XV secolo, Thomas Rowley, e ne scrisse i poemi su pergamene antiche artefatte con l’ocra e il fumo. Non era una truffa per denaro, era un bisogno vitale di abitare un’altra epoca. Quando la verità emerse, l’élite letteraria lo distrusse. Morì a diciassette anni in una soffitta di Londra, ingerendo arsenico. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune, ma il suo fantasma diede il via al Romanticismo. Chatterton è l’anomalia che crea la propria realtà perché quella esistente è troppo stretta. È il potere della visione che consuma chi la genera.

Lei di sicuro l’avete sentita ancora, parlo di Hypatia di Alessandria. Matematica, astronoma e filosofa, Hypatia non era solo una scienziata; era il simbolo vivente del misticismo razionale. Insegnava che l’astronomia era la via per comprendere l’ordine divino nel caos del cosmo. Non fu uccisa per ciò che non sapeva, ma per la sua influenza. Una folla di fanatici la trascinò in una chiesa, la spogliò e la fece a pezzi usando cocci di ceramica affilati (ostraka). Le sue carni furono bruciate per cancellarne il ricordo. Hypatia è la guardiana della conoscenza obliqua che viene sacrificata quando la società decide di chiudere gli occhi e scegliere il dogma.

Cosa accomuna queste persone? Tutti e tre hanno abitato il proprio “arazzo divino” con una consapevolezza che li rendeva estranei ai loro contemporanei. Sono stati i “muli” della loro epoca, le tappe necessarie di una spirale che spesso richiede sangue per ascendere. Spesso mi chiedo: quanti altri nomi giacciono sotto la polvere, in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di pronunciarli di nuovo? E tu? Qual è il nome “sottovalutato” che senti sussurrare tra i tuoi pensieri? Quale storia ti fa sentire meno solo nel tuo essere “diverso”?

Alice Tonini

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Il caos è ordine: ci guida alla trasformazione personale 🕯

Impulso di scrittura giornaliero
Hai una citazione sulla base della quale vivi la tua vita o a cui pensi spesso?

La domanda di oggi è semplice: hai una citazione in base alla quale vivi o alla quale pensi spesso?

Nel frastuono di un mondo che corre verso l’entropia, le parole non sono tutte uguali. Alcune scivolano via come pioggia sul marmo; altre, invece, agiscono come un acido che incide il metallo: una volta sentite, non puoi più far finta che non esistano. Diventano il tuo Adyton portatile.

Spesso mi chiedete quale sia il perno attorno al quale ruota la mia visione. Se dovessi scegliere un’unica frequenza, un unico comando che ispira il quotidiano, tornerei a un concetto che affronteremo parlando del Dio Obliquo di Delfi e della logica estrema di Asimov.

La citazione: «Il caos è un ordine non decifrato.» (Attribuita a José Saramago)

Warrior woman in armor meditating cross-legged under a tree in a forest
A warrior in armor meditates peacefully beneath a large mossy tree in a dense forest.

Perché questa frase? Perché è il manifesto della nostra natura disordinata. Per il mondo, noi siamo “caotici”, “eccessivi”, “fuori schema”. Ma la verità è che chi si sente diverso non soffre di caos: soffre di un eccesso di ordine che gli altri non riescono ancora a vedere. Vivere secondo questa citazione significa cambiare radicalmente il modo in cui affronti la tua giornata.

Quando entri in quella trance profonda che abbiamo chiamato iperfocus, non stai solo lavorando. Stai decifrando il caos. Stai prendendo i dati insufficienti di Asimov e stai forzando la realtà a rivelare la sua struttura nascosta. Se il caos è solo ordine non ancora compreso, allora l’ombra non è un nemico. È solo una parte della mappa che non hai ancora illuminato. La Pizia di Delfi non temeva l’oscurità del tempio, perché sapeva che lì dentro risiedeva la risposta più lucida.

Come Lugh, il Dio dalle molte arti, non dobbiamo temere la nostra poliedricità. Se ti dicono che “fai troppe cose”, rispondi che stai solo esplorando una geometria più vasta. Il loro “caos” è la tua architettura. Cosa significa per te? Vivere secondo una citazione non significa scriverla su un post-it. Significa usarla come filtro per le tue decisioni. Significa non spaventarti quando la tua vita sembra un groviglio, ma chiederti: “Quale schema sto costruendo che gli altri non vedono ancora?“. Significa avere il coraggio di restare nel vuoto finché il Verbo non si fa carne, finché il “Sia fatta la luce” non diventa azione concreta.

Sia chiaro: non vi parlo da una cattedra di marmo. Vivere secondo questa citazione non è un esercizio intellettuale, è una strategia di sopravvivenza che ho dovuto imparare sulla mia pelle. Ci sono stati momenti in cui il caos ha smesso di essere un concetto astratto ed è diventato il rumore assordante di una vita che andava in pezzi.

Mi sono trovata smarrita, sola, a dover guardare negli occhi il vuoto lasciato dalla perdita di un lavoro o, peggio, dallo strappo lancinante della perdita di una persona cara. In quei momenti, la solitudine del diverso pesa come piombo. Ti senti schiacciata da situazioni che sembrano non avere né senso né pietà. È lì, nel centro esatto del ciclone, che la tentazione di cedere all’entropia è più forte. Ma è anche lì che quella frase — “Il caos è un ordine non decifrato” — è diventata il mio unico appiglio.

Sapere, o meglio, decidere che in tutto quel dolore si stesse comunque tessendo una trama più grande, mi ha dato il coraggio di restare in piedi. Non è ottimismo superficiale; è fede nella struttura. Guardare oltre le macerie del presente per intravedere la cattedrale che quelle stesse macerie andranno a formare. Restare ferma mentre tutto trema, non perché io sia insensibile, ma perché so che il mio compito è decifrare il disegno, anche quando l’inchiostro è fatto di lacrime.

Per la Stirpe, restare in piedi non significa essere invincibili. Significa accettare che la distruzione è spesso il primo atto di una nuova creazione. Se oggi ti senti confusa, se il lutto o la sconfitta ti tolgono il fiato, ricorda: non sei nel caos. Sei dentro una trasformazione che i tuoi occhi umani non possono ancora mappare del tutto.

Ora tocca a te. La Stirpe dei diversi non è fatta di seguaci, ma di ricercatori. Qual è la parola, il verso o il frammento di codice che porti inciso sulla fronte? Quella frase che, quando tutto intorno sembra cedere all’entropia, ti ricorda che tu sei qui per rimettere in ordine le stelle. Scrivila nei commenti. Non per me, ma per testimoniare la tua presenza qui, nell’Adyton che stiamo costruendo insieme.

Alice Tonini

Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una domanda che rimbalza spesso nei salotti della psicologia da bancone e nei post motivazionali: “Come fai a scrivere così se stai male?“. Oppure: “La terapia non rischia di spegnere la tua scintilla?“. Oggi voglio usare il prompt di WordPress uscito in questi giorni per affrontare questi pregiudizi.

La risposta alle domande di sopra è semplice, ed è scomoda: la maggior parte delle persone non capisce che la salute mentale non è un traguardo di “normalità”, ma una negoziazione continua con il proprio caos. E che la scrittura non è il premio, ma il bisturi con cui eseguiamo l’operazione. La diagnosi deve essere vista come una bussola, non come una gabbia in cui rinchiudere il proprio sè.

Per anni ho vissuto con un rumore di fondo che non sapevo nominare. Poi è arrivata la parola: ADHD.La maggior parte delle persone pensa che ricevere una diagnosi di questo tipo sia un limite, una scusa per l’inconcludenza. Per me è stata la decodifica di un linguaggio alieno. Ho passato due anni in terapia non per “guarire”, perché non c’è nulla da guarire in un cervello che funziona in modo diverso, ma per accettare il mio mondo emotivo.

La mia paura più grande? Che l’ADHD rendesse la mia immersione nei personaggi “sporca”, frammentata, non abbastanza buona. Temevo che la mia mente, incapace di stare ferma, non potesse offrire ai lettori quella qualità millimetrica che cerco. Ma ecco cosa per i più è incomprensibile: la perfezione non esiste, esiste solo la verità. Ho imparato che la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica. È ciò che mi permette di dare ai miei personaggi una carne che scotta. La mia scrittura non è buona nonostante l’ADHD, ma grazie a esso. È il mio punto di partenza per capirmi, per rielaborare i punti di forza e trasformare i punti deboli in pilastri narrativi.

Essere entrata in contatto con la sofferenza legata alla salute mentale mi ha reso allergica alle “iniziative carine”. Vedo progetti, campagne di sensibilizzazione e slogan che sono gusci vuoti. Sono fatti da chi non ha mai guardato nell’abisso e pensa che basti un nastro colorato o una frase gentile per “aiutare”. Io so cosa non mi avrebbe aiutato. Non mi avrebbe aiutato la pietà. Non mi avrebbe aiutato la semplificazione. Mi ha aiutato la consapevolezza. Mi ha aiutato la scrittura che non fa sconti.

La scrittura è stata la mia terra promessa. Se oggi posso offrirvi storie che vi trascinano sotto la superficie, è perché ho smesso di cercare di essere “a posto”. La prossima volta che sentite parlare di salute mentale, ricordatevi questo: non si cerca di aggiustare quello che non si capisce. A volte, dietro quello che i neurotipici chiamano “problema”, si nasconde l’unica verità che vale la pena di essere scritta. Qual’è la vostra verità? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

11 risposte a “Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤”

  1. Avatar La Manu

    chiara, quello che hai scritto me lo tatuo sul corpo, tutto, che non ho diagnosi, ma quello che dici lo sento tutto TUTTO forte e chiaro. Grazie per il post, che dai forma nuova a un contenuto antico❤️❤️❤️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Le tue parole mi arrivano dritte al cuore. A volte non serve un certificato per sapere chi siamo, basta qualcuno che dia un nome a quel rumore di fondo che ci accompagna da sempre. Sono felice che il mio post ti abbia fatto sentire meno sola e più “giusta”. La scrittura serve a questo: a ricordarci che la nostra diversità non è un guasto, ma il nostro tratto distintivo. Grazie per essere parte di questo viaggio! 💪🏻

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      1. Avatar La Manu

        Che poi da bestia che sono ti ho citato con il nome di chiara, che lo la faccenda del nome e della ross

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  2. Avatar La Manu

    Della rosa, che non perde il suo profumo, però… Va beh l attenzione e la concentrazione sono luoghi lontani…cmq si, alice nel bel paese delle meraviglie, mi hai proprio letta dentro ma con i tuoi occhi, sei preziosa

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  3. Avatar Celia

    Posso piangere?
    Certo che posso.
    Grazie.
    (Non ho una diagnosi, ma so chi sono).

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non serve un pezzo di carta per sapere chi sei. Se le mie parole ti hanno toccato così nel profondo, è perché quella verità ti appartiene già. Grazie a te per il coraggio di sentirla.💪🏻

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  4. Avatar Pim

    La particolare sensibilità che possiedi ti permette di essere estremamente reattiva al mondo. Ti dà la possibilità di elaborare gli stimoli in maniera profonda, del tutto originale. E ti dona quindi una creatività dinamica, fuori dagli schemi convenzionali.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Parole bellissime che accolgo con gratitudine. Spesso ci insegnano a vedere questa sensibilità come una fragilità, mentre è il nucleo di ogni nostra creazione dinamica. Riconoscersi in questa “originalità” è il primo passo per smettere di scusarsi e iniziare a costruire. Grazie per essere parte di questa riflessione.

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  5. Avatar Emi Carmagnini
    Emi Carmagnini

    ” (…) la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica.” Non solo non è un difetto di fabbrica ma è la cifra di ciò che ciascuno è. Per anni mi sono detta che nella mia testa c’era un criceto impazzito, che ero sbagliata perchè per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano 1000 altre “che era davvero un peccato lasciar perdere”. Che ogni fatto della mia vita era seriamente ustionante (nel bene e nel male) con cicatrici e conseguenze ineluttabili…. Ho sempre messo insieme principi, elementi, fondamenti e fattori distanti in equazioni improbabili. E alla fine penso che molti di noi ( se non tutti) sono un pò ADHD e un pò molto altro, perchè non c’è normalità o non normalità, non c’è confine: ci sono individui che sentono, vivono, respirano, sognano, ciascuno secondo la propria specialissima equazione. Leggerti è stata davvero una bellissima esperienza!

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’idea dell’equazione speciale è la chiave di volta. Non siamo “un po’ ADHD”, siamo sistemi che processano la realtà ad alta frequenza. Quello che il mondo chiama “criceto impazzito” è in realtà un motore a reazione che viaggia a una velocità che la normalità non può permettersi. Quelle “cicatrici ustionanti” sono i gradi di temperatura necessari per creare qualcosa di unico. Grazie per aver condiviso la tua equazione: il caos non va ordinato, va cavalcato. 💪🏻👑

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      1. Avatar Emi Carmagnini
        Emi Carmagnini

        Esattamente! Ed è proprio questo il punto: c’è chi ha il coraggio di farlo, chi ci mette un pò per trovarlo (il coraggio) e chi non lo ha … E’ così che funziona l’umanità e la creatività! Grazie a te per il tuo coraggio e la tua lucidità!

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L’ultimo posto come opportunità 💪🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un numero che per anni ho vissuto come un marchio di infamia: l’ultimo posto. Dopo la laurea specialistica a Verona, il mio percorso sembrava tracciato. Volevo la ricerca, volevo l’accademia, volevo quel posto sicuro dentro le istituzioni che certificano chi ha il diritto di parlare e chi no. Ma il concorso andò male. Anzi, andò “peggio” che male: arrivai ultima.

In quel momento, per me, la luce si era spenta. Avevo fallito l’unico obiettivo che ritenevo degno. Mi sentivo come una delle “Odd Women” di Gissing o di Godwin: fuori dai giochi, inutile per il sistema, scartata. Ma oggi, a distanza di tempo, guardo quella graduatoria e capisco che è stata la mia più grande fortuna.

Cosa sarei diventata se avessi vinto? Sarei stata un ingranaggio. Avrei passato i miei anni a scrivere articoli per riviste che nessuno legge, seguendo protocolli rigidi, limando la mia visione per non disturbare i baroni di turno. Sarei stata una ricercatrice “certificata”, ma avrei perso la mia voce.

Arrivare ultima mi ha costretta a una scelta brutale: rinunciare o ricominciare da me. Ho scelto la seconda. Ho deciso che avrei continuato a scrivere “da me e per me”, senza aspettare il permesso di una commissione. Ed è in quel vuoto, in quella mancanza di riconoscimento ufficiale, che sono nati i miei romanzi.

Senza quel fallimento, “La Specie Perduta” non esisterebbe. Perché per scrivere di un’organizzazione che controlla il mondo (l’OMT), devi aver provato sulla tua pelle cosa significa essere respinta da un’organizzazione che controlla il tuo futuro. Per parlare del “Richiamo” della periferia e del pericolo, devi aver abitato quell’ombra, quella delusione che ti toglie il respiro e ti fa dubitare del tuo valore.

L’ansia che mi accompagna, e che affronto con la terapia, ha radici anche lì: in quel senso di inadeguatezza che il sistema ti cuce addosso quando non rientri nei suoi canoni. Ma ho imparato a usarla. L’ansia è diventata il motore della mia ricerca indipendente. Non cerco più l’approvazione di un’università; cerco la verità tra le pagine dei miei libri e nel dialogo con voi.

La domanda per voi oggi è provocatoria. Il sistema vi ha mai detto che “non siete abbastanza”? Vi ha mai messo all’ultimo posto in una graduatoria reale o immaginaria? Non abbiate paura di quell’ultimo posto. Spesso è l’unica posizione che vi garantisce la libertà di scappare mentre tutti gli altri sono troppo impegnati a scalare una gerarchia che li divorerà.

Raccontatemi il vostro “ultimo posto”. Come avete trasformato quel rifiuto nella vostra forza più grande? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

10 risposte a “L’ultimo posto come opportunità 💪🏻”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Ti abbraccio e ti dico brava.
    Tutto quel che di buono davvero ho fatto nasce dopo la domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’ Rivolta dal mio tutor di dottorato alla mia veneranda età di 34 anni. ‘Sono grande…’ – ‘Si ma qui il concorso prima di 15 anni non te lo fa fare nessuno…’

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    1. Avatar Alice Tonini

      A volte l’onestà brutale di un tutorial è la chiave della nostra cella. Quei 15 anni promessi sono il costo dell’opportunità che molti non hanno il coraggio di rifiutare. Ti abbraccio anche io: siamo la prova che c’è vita, e molta più luce, oltre la soglia dei concorsi mancati.🤝

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ma verissimo!

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  2. Avatar alicespiga82

    Mi sono riconosciuta tantissimo nelle tue parole! Anche il mio – per ora unico libro pubblicato – non sarebbe mai esistito senza l’ansia, senza gli attacchi di panico, senza la terapia e senza un cancro. Ogni esperienza della vita si tramuta in scrittura e genera cambiamenti profondi. ✒️❤️

    Sui concorsi, mai fatti. Però mi hai ricordato quando facevo lettere e tutti mi spingevano a mettere, nel piano di studi, gli esami propedeutici all’insegnamento. E io sono rimasta ferma: non volevo insegnare, non stavo facendo lettere per quello! Non me ne sono mai pentita. Ho sempre lavorato nel mio ambito e non mi è mai nata la voglia di insegnare agli altri. 🤩
    Quindi: avanti così. 😻

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ti ringrazio per questa condivisione così potente. La scrittura che nasce dal corpo ha un peso diverso: non può essere ignorata. Hai avuto il coraggio di non parcheggiarti in un piano di studi rassicurante e questo si sente dalla forza della tua voce. Tramutare l’esperienza in cambiamento è l’unica alchimia concessa. Avanti così e restiamo fedeli alla nostra natura. 💪🏻💪🏻💪🏻

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  3. Avatar Celia

    Mi interessa molto il discorso sulle odd women.
    Chi sono questi autori?

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Le Odd Women sono le eccedenze: donne che per cultura, scelta o destino sono rimaste fuori dal “mercato” del matrimonio e delle convenzioni. È un termine che nasce da un romanzo spietato di fine Ottocento e che descrive perfettamente chi di noi si sente fuori quota. Sto preparando un approfondimento proprio su questo: ti svelerò presto il pensiero degli autori che hanno dato voce a questa solitudine orgogliosa. Ti dico solo che farà riflettere sul modo in cui oggi consideriamo l’indipendenza.

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      1. Avatar Celia

        Adoro.
        Aspetto il tuo approfondimento con calma ed eccitazione.

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      2. Avatar alicespiga82

        Davvero interessante. Mi associo all’attesa di leggere l’approfondimento. 🤗

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  4. Avatar alicespiga82

    Sì, sempre fedeli a quello che siamo e che vogliamo essere. ❄️🤍🌼

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