Ciò che è morto è morto: tra scienza, leggende urbane e credenze. Come si definisce la morte nella storia e nel folklore

Inauguriamo
oggi un nuovo spazio dedicato agli amanti del misterioso mondo
dell’horror, la rubrica “Inchiostro nero fumo” dove parleremo di
temi legati al mondo dell’horror dal punto di vista storico e
popolare. Sono articoli che non intendono avere nessun valore morale,
religioso o spirituale, né intendono turbare alcuno, si tratta di
semplici curiosità, di miti e leggende che ci racconteranno come è cambiata la visione e la percezione della morte nel tempo.

Il tema
di questo primo articolo è la morte, ovvero come è stata definita
la morte nella storia? Quali metodi venivano utilizzati per capire se
qualcuno era davvero morto ed è mai capitato che qualche persona
avesse finito per essere sepolta viva nonostante queste tecniche più o meno ingegnose? Tra miti, storia e leggenda vediamo cosa si può trovare
curiosando tra le fonti.

Oggi al
momento della morte viene rilasciato un certificato di morte, un
documento dal valore internazionale che serve per regolare i rapporti
tra i privati e la pubblica amministrazione. In pratica serve per
poter disporre del corpo del defunto, avere eventuali risarcimenti
assicurativi e godere di benefici ereditari. Questo è il modo con
cui si certifica la dipartita di una persona cara ma la storia
insegna che anche in tempi recenti è capitata la tumulazione di
persone che in realtà non erano affatto morte, anzi. Questo ci dice
che se qualcuno non respira o non si muove non è automaticamente
morto.

Ad esempio la signora Margaret Halcrow Erskine che ebbe salva la vita grazie
ai tombaroli. Siamo nella Scozia del 1674 e la signora che sembrava
morta venne tumulata dal sagrestano in una tomba poco profonda per
permettergli di tornare nella notte e di portarsi via i gioielli della defunta.
Mentre stava tentando di tagliare via il dito della signora per prendere
l’anello, ella si risveglia improvvisamente, causando la fuga precipitosa del
criminale. La storia ci dice che la signora ebbe poi una vita lunga e
felice, del nostro sagrestano-ladro non si seppe più nulla.

Una rappresentazione di quanto accadde alla signora Margaret. All’epoca il fatto fu celebre. 

E
ancora. Nel tardo 1500 in Inghilterra Matthew Wall venne creduto
morto finché durante il suo funerale i becchini non fecero cadere la
bara causando il suo risveglio. Nella Scozia dei primi anni del 1600
Marjorie Elphinestone fu creduta morta finché non si risvegliò
durante un tentativo di furto. Il ladro riuscì a fuggire e lei
quella notte se ne tornò a casa a piedi.

Ancora
nel 1860 si racconta che un passante sentì dei colpi provenire dalla
bara di tale Philomele Janetre. Avvisato il custode del cimitero la
bara venne aperta e tra lo stupore generale gli occhi dell’uomo si
mossero. Il signor Philomele morì il giorno successivo, sul serio stavolta.

Sempre a
metà del 1800 da Londra ci arriva la storia, che sembra più una leggenda urbana, di un medico che stava
per effettuare un autopsia su di un uomo-cadavere. Al primo taglio
l’uomo-cadavere si rianima, afferra il medico alla gola e lo fa
morire causandogli di un colpo apoplettico. L’uomo- cadavere invece
visse ancora a lungo. Si narra anche, a Londra, che nei primi anni del 1900 una
giovane ragazza venne lasciata nella bara aperta per 36 ore, finché
un parente medico si accorse che sembrava ancora in vita e intervenne per salvarla.

La storia di Margorie diffusa nel 1705 è in tutto simile a quella di Margaret. In questo caso si pensa sia una leggenda urbana d’epoca.

Gli
esperti danno spiegazioni diverse agli errori che si possono commettere
nelle dichiarazioni di morte, nei casi delle tumulazioni premature.
La scienza parla di thanatomimesis o morte apparente, di trance, di
overdose da narcotici, di concussione (intesa come produzione di
falsi documenti), di sincope o svenimento, di asfissia o mancanza di
ossigeno, di intossicazione.

Nel 1884
un medico britannico sul giornale Lancet offrì una
spiegazione meno scientifica e più umana dell’errore: ”Possono
essere incolpate per la tumulazione prematura di persone non proprio
morte la fretta e la mancanza di cura”. Nel 1995 nel libro Death
to Dust: what happens to dead bodies?
l’autore sostiene che
quanto detto sul Lancet nel 1800 sono parole che “suonano ancora vere
oggi”, un pensiero terribile per chi è ancora in vita. Per
tranquillizzarvi però ci tengo a precisare che gli errori oggi sono
molto rari.

Un vecchio numero del Lancet, rivista medica fondata nel 1832 e pubblicata ancora oggi.

Il Viele
memorial a West Point in Us è dove Egbert Ludovicus Viele ha fatto
costruire il memoriale per lui e la moglie. Si dice che l’uomo fosse
terrorizzato all’idea di essere sepolto vivo e quindi collegò un campanello
dall’interno della bara fino alla casa del custode del camposanto in
modo che se si fosse risvegliato avrebbe ricevuto soccorso. Quando
morì nel 1902 il suo corpo venne posto in un sarcofago di pietra e
portato nel memoriale. C’è da dire che il campanello da allora non
suonò mai, anche se capitò un paio di volte che il custode di notte
scambiasse il suono del telefono per quello del campanello spaventandosi non poco. Oggi il
campanello non è più connesso.

Ecco il Viele memorial, mausoleo dalle forme originali, come era originale anche il proprietario. 

Nel
tempo l’uomo in ogni cultura ha sviluppato rituali e “attrezzi”
per evitare una sepoltura prematura. I popoli antichi attendevano i
segni della decomposizione prima di sotterrare o cremare il cadavere.
I romani chiamavano ad alta voce il nome del defunto tre volte prima
di metterlo sulla pira funeraria. Gli antichi ebrei mettevano i corpi
in caverne aperte che venivano controllate regolarmente. In epoca
vittoriana si infilavano spilli sotto le unghie del morto. Negli Us
nel 1700 una donna arrivò ad istruire il proprio medico di infilarle
un lungo ago nel cuore prima di seppellirla e un uomo chiese di
segare via la testa o togliere il cuore per evitare un suo eventuale
ritorno. In Inghilterra nel 1896 venne istituita “l’associazione
per la prevenzione della sepoltura prematura” che pretendeva
l’esecuzione di test scientifici sul presunto cadavere prima della
tumulazione.

Nel
cimitero episcopale di St. Helena in Beaufort, South Carolina negli Us c’è
un’antica tomba in mattoni risalente all’epoca della schiavitù e
delle coltivazioni di cotone contenente i resti del dottor Perry che
si racconta chiese di essere seppellito con pane, vino e un’ascia. I
suoi schiavi gli costruirono una tomba ad arco per permettergli in
caso di risveglio di poter usare l’ascia per uscire. Ad
oggi però è tutto ancora dove era stato lasciato all’epoca e
l’ascia non è mai stata usata. Quindi era morto sul serio.

Una immagine della tomba del dottor Perry come si presenta oggi. 

Parliamo ora di invenzioni. Nel 1843 tale Christian Eisembrandt di Baltimora Us,
ottenne il brevetto per una bara attrezzata con coperchio rimovibile
dall’interno in caso di risveglio dell’occupante, l’invenzione non ebbe molto
successo perché funzionava solo se la bara era posta fuori dal terreno.

In
Belgio il conte Karnice-Karnicki inventò una bara con un tubo che
arrivava in superficie munito di bandiera, campanello e una lampada
attaccata alla fine del tubo che avrebbe dovuto essere attivata da
eventuali movimenti del corpo all’interno.

Qui vi ho messo un paio di immagini ad esempio di bare attrezzate per un eventuale risveglio. Vanilla Magazine ha pubblicato un interessante articolo a riguardo. 

Sempre
in tema di campanelli, in Germania nei primi anni del 1900 c’erano i
“mortuari di attesa” o Wartende Leichenhallen, dove i corpi erano conservati su delle
lastre di marmo fino ai primi segni di decadimento, unico segno
sicuro di morte. I corpi erano ricoperti di fiori portati da parenti
e amici e alle dita erano legati dei campanelli che suonavano in caso
di movimenti del cadavere. All’aumentare dei gas da putrefazione il
corpo si muoveva e i campanelli suonavano spesso costringendo i
guardiani a continui e inquietanti controlli, soprattutto di notte
quando i mortuari erano chiusi e deserti. Raramente vennero ritrovate
persone vive ma i giornali dell’epoca riportarono il caso di un
bambino di cinque anni ritrovato a giocare con le rose bianche che
gli avevano posato in testa.

Oggi
possiamo affidarci alla scienza in sicurezza. Sappiamo che la morte è
un processo complesso. Dopo lo stop del cuore, ancora per tre ore le
pupille possono rispondere ad alcuni stimoli luminosi. Dopo 24 ore la
pelle può ancora essere usata per innesti e dopo 48 sono le ossa che
possono essere ancora buone.

La
storia ci riporta i diversi metodi utilizzati anche dai medici per
determinare la morte, i più classici erano gli specchi e le piume
accostate al naso per vedere il respiro. Nell’opera Re Lear è
Shakespeare che ci parla dell’uso dello specchio diffuso tra i medici
già ai suoi tempi.

Nell’America
coloniale le persone determinavano la morte con il tocco della fiamma
di una candela sulla punta di uno degli alluci. Emergeva una vescica.
Se il corpo era di un morto la vescica sarebbe stata piena di aria e
sarebbe bruciata, se l’alluce era di un vivo la vescica non sarebbe
bruciata. In Inghilterra nel 1817 gli stessi consigli si possono
trovare in un “utile” manuale scientifico dedicato all’argomento.

Oggi
determinare vita o morte è più complicato. La moderna tecnologia ci
ha fornito strumenti in grado di far rivivere le persone. Negli
ospedali ci sono macchine che fanno battere il cuore e circolare il
sangue anche di chi non ha più funzioni cerebrali.

La morte
dai medici moderni viene definita in modo diverso rispetto al
passato. La definizione più accettata oggi è “morte cerebrale”
che significa una perdita completa delle funzioni della neocorteccia
e del tronco encefalico.

Nel
libro Death to dust il dottor Kenneth Iserson elenca i passi
per stabilire una perdita di irreversibile delle funzioni del tronco
encefalico.

1)
Determinare le cause del coma, 2) decidere che il danno strutturale è
irreversibile 3) eliminare tutte le cause reversibili come droga,
freddo o intossicazione e 4) dimostrare l’assenza di riflessi nella
neocorteccia.

Per
terminare l’articolo un’ultima riflessione sul perché della
morte. Le risposte che ci siamo dati sono molte.

Ci
possono essere motivi biologici e fisiologici. Nel libro How we
die
viene descritto il processo in modo particolareggiato. Ma ci
sono anche leggende e miti che riguardano la morte passati di
generazione in generazione.

Un mito
zulu dice che dio mandò un camaleonte a dire agli uomini che la vita
era eterna. Il camaleonte si distrasse per strada e il dio mandò una
lucertola che portò agli uomini la notizia della morte e poi ritornò
dal dio. Quando il camaleonte arrivò ormai era tardi e non poteva
più essere fatto niente.

Ecco qui il nostro leone che striscia a terra, come è chiamato il camaleonte in lingua zulu. 

I navajo
raccontano che venne chiesto al coyote di decidere tra la vita eterna
e la morte e lui lanciò una pietra nell’acqua. Se avesse galleggiato
sarebbero vissuti per sempre altrimenti sarebbero morti. La pietra
andò ovviamente a fondo e gli uomini si arrabbiarono. Il coyote
parlò loro dicendo che non potevano vivere tutti in eterno
altrimenti in breve non ci sarebbe più stato posto per i raccolti e
sarebbero tutti morti di fame, era meglio lasciare il posto ai
bambini.

Terminiamo
questo particolare e lungo articolo con una riflessione del Buddha
che insegna che nulla è permanente.

”Il
mondo è un fenomeno transitorio. Noi tutti apparteniamo al mondo del
tempo. Ogni parola scritta, ogni pietra scolpita, dipinto o civiltà,
ogni generazione di uomini svanisce, come le foglie e i fiori delle
estati passate. Ciò che esiste è cambiamento, ciò che non è
cambiamento non esiste.”

E con
questo vi lascio, come al solito vi auguro una buona lettura e alla
prossima con un altro invito alla lettura.

Alice
Tonini

L'amore nelle metamorfosi di Ovidio

Eccomi con il tuo appuntamento con gli inviti alla lettura

Quando ti ho parlato dell’oscura metamorfosi di Kafka ti avevo anticipato che avremmo parlato anche della Metamorfosi di Ovidio e quindi eccomi con un altro classico della storia
della letteratura che deve essere conosciuto perché ispira gli
autori moderni che ne traggono opere meravigliose di poetica e narrativa.

Un primo esempio di opera ispirata è I
racconti di Ovidio,
una raccolta poetica scritta dall’inglese Ted
Hughes pubblicata nel 1998. E’ un passo lontano dalla traduzione
letterale delle
Metamorfosi di Ovidio, ma si tratta di un passo
brevissimo. Ted Hughes ha preso ventiquattro dei più di duecentocinquanta
miti greci e li ha trasformati in potenti versi liberi poetici. Alla
fine Hughes ha mantenuto il flusso transitorio da una metamorfosi
alla successiva ma per la maggior parte del poema gli accostamenti
sono liberi.

Ma torniamo
all’originale. La collezione dei miti di Ovidio fu ultimata prima
dell’esilio, nel periodo dal 2 all’8 d.C. durante il regno di
Augusto. Alcune voci sussurrano che l’ultima moglie di Ovidio, tale
Fabia, fosse una cugina, non è specificato dalle mie fonti di quale
grado, della moglie di Augusto. A quanto si dice, all’epoca sembra
che Ovidio mise il naso in tresche private e per questo motivo,
secondo le parole del traduttore David R. Slavitt, finì “sulla
lista B delle feste di palazzo”.

Ad ogni modo era abbastanza vicino all’imperatore da poterlo offendere (forse
attraverso la conoscenza delle discutibili abitudini promiscue della
nipote…?) e ha finito per farsi esiliare a Tomis (la Romania
moderna) dove è restato per nove anni, fino alla morte. Augusto ebbe
l’infelice idea di bandire da Roma tutte le opere di Ovidio rendendolo così
estremamente popolare. Si dice che le copie della
Metamorfosi fossero
vendute in tutte le province romane a prezzi esorbitanti.

Nel periodo
medievale invece l’opera di Ovidio fu pesantemente allegorizzata e
moralizzata. Anche se poteva comunque contare su una riproduzione
nutritissima di manoscritti. Boccaccio e Chaucer hanno tratto diversi racconti dalle
Metamorfosi.

Nel periodo
successivo fu Shakespeare ad ispirarsi alla storia di Priamo e Tisbe che si potevano parlare solo attraverso la crepa in un muro perché le loro famiglie erano nemiche. Da li nasce la trama di
Romeo e Giulietta. Più tardi Shakespeare si ispirerà di nuovo alla storia dei
due amanti per comporre Un sogno di mezza estate.

Nella sua breve ma
pungente introduzione ad una delle traduzioni più conosciute Hughes
nota che Ovidio si confronta con “i catastrofici estremi della
passione che confina con il grottesco,” una passione che può
“mutare” o “bruciare”. Ci parla di amori impossibili e disperati che hanno la caratteristica di essere “sbagliati”. Amori degni dei romance moderni più scandalosi e piccanti.

Alcuni dei miti che
Ovidio ci narra hanno il potere di sconvolgere i lettori ancora oggi
come la storia di Mirra, la cui passione erotica per il padre Cinira
la consuma. La sua disperata frustrazione (e la sua disperata colpa)
la portano a tentare il suicidio. La sua vecchia nutrice la aiuta a
superare la frustrazione (ma non la colpa). Le notti devono essere
particolarmente buie da quelle parti e durante l’assenza della madre
a causa di una festività religiosa Mirra si sostituisce a lei.
L’ultima notte il padre si accorge dello scambio e spada alla mano
rincorre la figlia. Mirra incinta del suo mezzo fratello/figlio prega
gli dei per una esistenza che non sia né vita e né morte. Loro
odono la sua preghiera e la fanno diventare un albero e le sue
lacrime profumate cadono lungo la corteccia e bagnano la terra.

Il seguito racconta
della nascita del bambino di Mirra, Adone che viene sputato dalla
corteccia della madre, credo l’unico bambino a nascere da un albero.
(Comunque Adone diverrà un fiore dopo una tresca amorosa con Venere,
forse in questo caso possiamo parlare davvero di un predestinato)

Non dimentichiamo però che l’amore per Ovidio è anche un ponte, forse l’unico, verso l’immortalità. Amore mai uguale a sé stesso ma dotato di infinita mutevolezza che trascina la vita oltre la morte in una continua rinascita diventando altro da sé. Tutti dobbiamo ricordare la storia di Filemone e Bauci, marito e moglie, vecchi e poveri che dopo aver dato tutto agli altri desiderano di morire assieme e vengono trasformati dagli dei in un tiglio e in una quercia. Un amore toccante, egualitario e armonico e no, questo nei romance non c’è altrimenti che storia racconterebbero.

Dopo questa breve
introduzione agli amori che ci narra Ovidio forse vorrai sfogliare il libro originale,
possibilmente in una traduzione moderna degli anni 2000. Se sei fortunato e riesci a trovarlo puoi dare un’occhiata a Nuove
metamorfosi
editato da Michael Hofmann e James Lasdun per un
delizioso sguardo anche alle opere di poeti come Seamus Heaney e Charles
Simic che al nostro autore si sono ispirati. E se masticate l’inglese
immergetevi nella versione fiction del mondo di Ovidio appena prima
dell’esilio nella meravigliosa opera di Jane Allison The love
artist.

Buona lettura a te 😚 e alla prossima!

Alice Tonini 

Facciamo un viaggio in Giappone alla scoperta della storia di Genji

La rubrica degli inviti alla lettura torna anche questo mese con una nuova opera dai profumi esotici.

 E’ estate, tempo di viaggi, oggi ci spostiamo in oriente alla scoperta di un’opera che sono certa molti di voi non conosceranno.

Nel 1010 d.C. l’imperatore Guglielmo I, duca di Normandia, detto anche “il conquistatore” invade l’Inghilterra, nello stesso periodo un’autrice lontanissima da
quegli eventi stava per completare un romanzo oggi considerato punto
di riferimento mondiale della letteratura orientale. 

Il romanzo era lunghissimo, il libro era circa due
volte più spesso di una opera moderna come Guerra e pace, capolavoro considerato all’unanimità un malloppone. L’opera diventò subito ampiamente popolare. Già un secolo dopo la morte dell’autrice, in Giappone, La storia di Genji era considerato un classico. Novecento anni dopo quando Arthur Waley produsse il primo volume della sua traduzione, la folla di lettori si gonfiò e di Murasaki comparve una recensione su Vogue firmata dalla sua ammiratrice Virginia Woolf.

L’autrice di una simile opera incredibilmente era una donna oggi ricordata come “Lady Murasaki”
o nome completo Murasaki Shikibu. Come i suoi personaggi femminili, lei non ebbe un proprio nome reale: “Shikibu” si riferisce
ad uno dei titoli onorifici del padre, e “Murasaki” letteralmente è un fiore usato per fare un colorante viola e fu il nome della sua
protagonista femminile che l’autrice si utilizzò durante tutta
la sua vita. Di lei sappiamo che fu anche poetessa e che servì come dama di corte l’imperatrice giapponese in epoca Heian. Si suppone fosse figlia di un maestro cerimoniere estremamente influente che le riservò una educazione erudita che comprendeva conoscenze riservate tradizionalmente solo ai figli maschi. Fu una donna privilegiata, con una personalità forte che le permise di accedere ad ambienti per soli uomini.

La prospettiva di leggere La storia di Genji può scoraggiare. Già solo la sua lunghezza lo rende un
lavoro per persone con molto tempo libero o con la pazienza di affrontare
una lettura protratta nel tempo, o entrambe le cose. In caso dovessi stancarti datti la
licenza provvisoria di chiudere la lettura con la morte di Genji;
l’ultimo terzo del libro si dice sia stato scritto dalla figlia di Murasaki.

Il mondo che raffigura è lontano anni luce dal nostro. Le cerimonie di corte, i rapporti tra le persone, gli ambienti dove abitavano sono a noi totalmente alieni. Fortunatamente alcune versioni moderne danno sempre una introduzione
adeguata che aiuta la comprensione, riportano disegni deliziosi, una
cronologia dettagliata e riferimenti per i quasi ottocento poemi, un
glossario che racconta, ad esempio, le posizioni dei gomiti che erano
prescritte dai rituali e una guida separata alla miriade di
costumi utilizzati.

Il filo lineare della vita di Genji è
un modello audace nel variegato mondo che ci viene narrato, e le
molte donne che navigano l’opera aggiungono fiammate di intrigo e passione che rendono tutto più vivace. 

Le parole di apertura Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, … annunciano
il racconto di una storia del passato, di un centinaio di anni prima
della nascita dell’autrice. 

Il bambino che verrà conosciuto con il
nome di Genji nasce dall’imperatore, si pensa da una delle sue
consorti favorite. Il ragazzo è esteticamente molto bello e con il passare
degli anni anche la sua personalità si dimostra essere attraente. Ma a volte si comporta in modo egoista, si rattrista, in fondo lui non è Mr Darcy, e
lungo il romanzo vengono evocati di frequente gli otto principi buddisti che il protagonista deve sforzarsi di incarnare come quelli del corretto agire o della corretta consapevolezza. Il suo mondo brulica di rivali e
complotti, le donne non fanno eccezione, sfruttate come uteri in affitto sono profondamente coinvolte nell’avanzamento della loro prole sulla scala del potere.


La madre di Genji
muore quando lui ha tre anni. Il protagonista passerà gran parte della sua
vita cercando di mantenere la sua posizione privilegiata ed evocando l’immagine della madre perduta nelle altre donne. Si sposerà molte volte come si conviene al suo alto rango
(incluso un matrimonio disastroso con la figlia di un suo mezzo
fratello). 

E’ Murasaki, una giovane ragazza orfana che somiglia alla
madre defunta, che lo ossessiona (in questa cultura l’amore romantico
non è considerato ideale). Quando un temporale permette al figlio di
Genji, nato fuori dal matrimonio, uno scorcio proibito di Murasaki, lui
immediatamente la paragona ad una “adorabile montagna di fiori di
ciliegio fioriti in modo perfetto.” ( In questo mondo era tabù per
una donna di stato elevato essere vista da un uomo fuori dalla sua
famiglia, ma potevano capitare incidenti più o meno graditi). Quando Murasaki si ammala
fa produrre centinaia di copie dell’importante
Lotus Sutra prima di morire. A causa della sua morte Genji si ritira dal mondo fino alla morte.

In quel lontano passato gli
uomini giapponesi educati scrivevano nella prestigiosa lingua cinese,
il giapponese era considerato una lingua privata, riservata all’uso domestico e alle donne.
Quest’autrice prese la sua disprezzata lingua madre, costruì un pezzo
di letteratura e tra tante donne dimenticate si diede un nome che è entrato nella storia della letteratura.

Non credo ti serva altro per capire l’importanza di questo libro e perché valga la pena conoscerlo.

Ti auguro buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Affrontiamo insieme una terribile metamorfosi con Franz Kafka

Benvenuti alla nostra rubrica degli inviti alla lettura.

Oggi mi occupo ancora una volta di
un racconto di Kafka che influenza tutt’oggi la narrativa fantastica:
La metamorfosi.

La frase di apertura arriva inaspettata
come uno squillo di trombe:

Gregor Samsa, svegliandosi una
mattia da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un
enorme insetto immondo.

In puro stile kafkiano nessuna
prefazione, nessuna costruzione, nessuna spiegazione: solo una
dichiarazione sorprendente e spoglia. Quanto diversa dalla
metamorfosi di Ovidio dove la trasformazione arriva alla fine e di
cui ci siamo occupati in questo post.

Ora alcuni lettori pensano: credevo che
lui diventasse uno scarafaggio. In realtà l’originale parola tedesca
che indica in cosa si è trasformato Gregor è “ungeheueren
Ungeziefer
”. Anche il suono stesso delle parole ripetute nella
lingua originale ci da il senso della durezza dell’accaduto: unguh,
unguh. Solo quelli di voi che
conoscono il tedesco conoscono il significato delle parole
utilizzate, nell’edizione italiana è una nota del traduttore che
ci dice che la seconda parola deriva da un termine antico che indica
un animale impuro non adatto a essere sacrificato. Uno scarafaggio,
un verme, una mosca, qualsiasi cosa sia deve essere cattiva, una
creatura repellente all’uomo e a dio. Kafka era ebreo ma la famiglia
di Samsa ci viene detto essere cristiana.

Una reazione normale a questo risveglio
potrebbe essere il terrore puro, un urlo come quello di Munch. Gregor
invece si preoccupa di non esser in grado di andare al lavoro in
tempo. Una volta era un luogotenente dell’esercito che incuteva
timore oggi è un commesso viaggiatore che vive con il sostegno dei
suoi genitori, che possiede i pochi soldi del suo impiego e di sua
sorella minore. 

La storia è stata scritta nel 1912 quando Kafka era
ventinovenne con solo ancora 11 anni da vivere ma già l’autore aveva
ben chiare le idee riguardo l’uomo moderno. La preoccupazione di
Gregor suona quanto mai contemporanea: lui sogna di parlare al suo
capo che ritiene un sadico, si preoccupa di darsi malato e si informa
sull’assicurazione sulla salute.

Con il procedere della storia le cose
vanno sempre peggio. Sua madre non riesce a guardarlo, suo padre lo
rinchiude nella sua stanza, la cameriera si dimette. All’inizio la
sorella sedicenne prova compassione e gli porta cibo che possa
piacere al suo nuovo corpo da coleottero, ma poi lei spinta dal
risentimento lo denuncia. Suo padre gli tira delle mele e una lo colpisce
nella schiena e lo ferisce. Solo la nuova donna delle pulizie lo
tratterà in modo amorevole ed equo e alla fine sarà lei a trovare
il cadavere e a gettare via il corpo essiccato.

Dopo la scomparsa di Gregor la famiglia
va avanti e si trasforma anch’essa: il padre si erge nuovamente
riappropriandosi del suo ruolo, la madre fantastica riguardo il nuovo
appartamento dove andranno a vivere e la sorella fiorisce nell’età
adulta. E’ primavera e il sole è caldo.

Kafka viene definito da Nabokov
Vladimir “Il più grande scrittore tedesco dei nostri tempi”.
Egli prima di morire diede istruzioni a Max Brod di bruciare tutti i
suoi testi. I lettori di oggi lo ringraziano per non averlo fatto.
Questa novella di 40 pagine in edizione standard, ha generato sciami
di critiche. Troverete critiche dal marxismo, una critica dalle
teorie freudiane, dal new criticism, dalle femministe e molte altre. Elias Canetti ha definito questo racconto ”Uno dei pochi
grandi, perfetti lavori poetici di questo secolo.”. E pensate che
quando Kafka lo lesse ad un gruppo di amici nella sua Praga nativa ci
risero tutti sopra.

Il tema della metamorfosi in
letteratura è sovrautilizzato, porta l’attenzione del lettore al
cambiamento, alla capacità o incapacità dell’uomo di sapersi
adattare ad una nuova condizione umana. In natura si tratta di un
processo di evoluzione continua, che dura tutta la vita di una persona. Nei romanzi la metamorfosi segna il punto di svolta di un personaggio verso un nuovo stato. Per esempio Pinocchio che ottiene la sua metamorfosi come premio per la sua buona condotta, o vengono in mente alcuni personaggi della saga di Harry Potter.

La storie brevi di Kafka sono
meravigliose come Nella colonia penale, oppure il romanzo incompiuto
Il processo o Il castello pubblicato postumo. Se volete una altra
storia breve di un essere umano che cambia e si trasforma potete
leggere The Breast del pluripremiato autore statunitense Philip
Roth dove il personaggio principale diventa un seno gigante. Se in
Kafka il protagonista si trasforma in un essere vivente, il
protagonista di Roth diventa una ammasso di carne flaccida pensante.
Risulta evidente in questo libro l’ovvio intento comico dell’autore. Un’altra
novella divertente di questo genere è Il naso di Nicolaj Gogol dove
il protagonista perde il naso e lo vede passeggiare tranquillamente
per la città.

Bene, anche per oggi è tutto. Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini

I miei libri

LA FALENA

Da lunedì 13 giugno 2022 è disponibile in tutte le librerie in formato ebook e cartaceo.

Trama: Mirco
è un ragazzo che non ha fiducia in sé stesso ed è convinto di
aver bisogno dell’aiuto degli adulti per poter fare qualsiasi cosa.
Ad ogni difficoltà affida ad altri la soluzione dei suoi problemi.
Da mesi non vede la mamma, a cui mente fingendosi il primo della
classe. Ma a scuola i buoni voti sono un miraggio e subisce le
provocazioni dei compagni. I suoi unici amici sono gli animali: i
cani e i gatti che gli fanno compagnia quando è a casa. 

Dopo
l’ennesima bugia Mirco decide di impegnarsi a cercare un metodo di
studio per migliorare il suo rendimento scolastico ma non ha la forza
di volontà per affrontare questa sfida da solo e cade vittima di una
gallina parlante. Attirato in trappola con la promessa di ottimi voti
subito, si ritrova rapito in una casa di campagna dispersa nel nulla
dove a dare gli ordini è il mostruoso padrone. Ridotto allo stato di
schiavo, Mirco dovrà trovare dentro di sé la fiducia e la forza per
affrontare il padrone e salvarsi la vita.

Disponibile la versione revisionata (2.1).

Clicca qui per leggere la storia di Mirco!


IL RICHIAMO 


Disponibile dal 22 novembre 2023 in tutte le librerie in formato cartaceo e digitale. 

Trama: Antonio emigra al nord per realizzare il suo sogno di diventare un fotografo professionista. Si impegna al massimo in tutto quello che fa per ottenere il meglio ma ultimamente le cose non vanno nel verso giusto.

La sua storica fidanzata Lidia
lo ha lasciato, il suo studio fotografico è fallito e lui vive di espedienti, passando da un lavoretto
all’altro nell’attesa di una occasione che sembra non arrivare mai. 
Inizia a frequentare persone dal passato oscuro che gli promettono di realizzare ogni suo desiderio, ma a che prezzo? 

Quando suo cugino è vittima di una
misteriosa aggressione, è costretto a rimettere in gioco tutta la
sua vita. Scoprirà che il “paranormale” in realtà è solo la
punta dell’iceberg di un mondo corrotto e pericoloso, dove i demoni
diventano strumenti di gloria e di morte.

Per difendere i suoi amici, Antonio è
costretto ad affrontare il male in campo aperto, armato solo del
suo coraggio e della sua inseparabile macchina fotografica.
Apparizioni, maledizioni, poltergeist e sette segrete lo metteranno a
dura prova: riuscirà a resistere al richiamo? 

Clicca qui per leggere la storia di Antonio!
Siete pronti per una nuova avventura?