Web du Bois, la biografia di una razza: 1868-1919. Un lungo progetto che racconta una vita straordinaria

 Oggi vi porto un’altra biografia tra le più vendute e le più premiate al mondo,
ovviamente parliamo ancora di un personaggio afro-americano molto
famoso in patria la cui vita e i cui studi sono ancora oggi oggetto di dibattito. Proprio
in questi giorni è uscito un articolo che parla del ruolo fondamentale degli studi di Du
Bois per gli afro-americani sul sito Literary Hub ( adoro questo sito.)

Il biografo David Levering Lewis ha impiegato cinque anni per
portare a termine il progetto di questa biografia: W.E.B. Biography of a race 1868- 1919. Il primo volume,
quello che tratteremo qui, è uscito otto anni dopo la fine del progetto. Altri sette anni
trascorsero prima che il pubblico potesse vedere W.E.B. Du Bois: The
Fight for Equality and the American Century, 1919-1963.
Nonostante la
lunga gestazione questa splendida biografia ci permette di conoscere un uomo la cui vita fu lunga (visse 95 anni) e ricca di eventi e di cui in Italia si parla solo nelle università. Ogni volume vinse il premio
Pulitzer per la migliore biografia e oggi potete trovare i due volumi uniti in uno singolo, anche se il prezzo è un po’ alto. Lewis in più ricevette un
MacArthur “Genius” appena dopo la pubblicazione del primo volume.

I sottotitoli dei due volumi suggeriscono la fiducia dell’autore
nel proprio approccio sistematico. Infatti ci permette di guardare a
Du Bois (pronuncia alla francese, please!) come una persona
talentuosa e inusuale e un uomo la cui esistenza influenzò lo status
degli africani d’america in modo determinante. Du Bois, come autore
dell’insostituibile libro The Souls of Black Folk (1903), formulò il
concetto di identità duale – intendendo sia nero sia americano.
Oggi si usa quasi senza pensarci ma Du Bois fu il
pioniere di questo concetto e identificò il fenomeno scrivendoci
sopra due righe (lui per primo usò il termine “the talented
tenth”, per definire qualche anno più tardi, l’uomo eccezionale
che appartiene alla razza che filtra la cultura verso il basso).
Lewis descrisse l’effetto delle quattordici presentazioni del libro
che l’autore fece negli Stati Uniti e che lui paragona a “fuochi
d’artificio che esplodono in un cimitero”. La sua analisi del libro
di Du Bois di una ventina di pagine aiuta ogni lettore ad apprezzare
“la trascendente passione intellettuale e la prosa luminosa”
(anche la prosa di Lewis è aggraziata ma la sua scelta del lessico
aulico e arzigogolato rende la lettura lenta e adatta ad un pubblico
colto).

In questo primo volume, ci viene raccontato della
giovinezza di Du Bois, i primi anni trascorsi a Great Barrington in
Massachusetts, e la sua colta educazione: il Fisk College in
Tenessee, i suoi primi contatti con il sud, il college di Harvard (si
trasferì li come junior) e l’università di Harvard dove fu il primo
afro-americano a laurearsi. I suoi incredibili risultati continuarono
nel mondo del lavoro quando fondò il dipartimento di sociologia
nell’università di Atalanta. Lewis ci da dettagli meticolosi dello
scontro di ideali tra Du Bois e Booker T. Washington e l’impegno per la fondazione del NAACP e per la pubblicazione del suo giornale
The Crisis. Questo è indicativo dell’importanza del personaggio e
del suo lavoro ancora oggi.

Se Lewis dedicò molta più attenzione alla vita pubblica del suo
soggetto rispetto a quella privata lo stesso è vero per Du Bois
stesso, e il suo biografo non ha fatto tentativi di coprire le sue
colpe come marito e come padre.

Sulle spalle della figlia Du Bois fece cadere grandi aspettative dopo che il figlio di due anni perse la vita. Nel 1914 la tredicenne
Yolanda fu imbarcata per Bedales, la prima scuola co-educazionale
fondata in Inghilterra dove sia lei che la madre (che all’epoca
viveva a Londra) restarono per vivere anni di miserie e
solitudine. Lewis senza censure conclude dicendo, “Ci furono solo
parti insignificanti disponibili per Nina e Yolanda nella vita di du
Bois.”

Il primo volume si chiude con la terribile “Estate rossa” del
1919. Dopo 78 linciaggi nel 1918, una ondata di violenza razzista
senza precedenti investe la comunità nera con uomini seviziati e
aggrediti mentre tornavano a casa dal lavoro. Du Bois sapeva di
essere a un punto di non ritorno per la battaglia dell’uguaglianza
sociale. Anche se lui non visse abbastanza per vedere il frutto delle
campagne per i diritti umani degli anni ’60, organizzò una uscita
simbolica teatrale. Lewis apre il suo volume meravigliosamente con le
notizie della fine della vita di Du Bois. Il 28 Agosto 1963 una folla
di 250.000 persone al Reflecting Pool a Washington, appena prima
dello storico discorso di Martin Luther King Jr. assistette
all’annuncio di Roy Wilkins della morte del nostro protagonista di
oggi.

Bene, e anche per oggi è tutto! 

Buona lettura e alla prossima.

Carpire i segreti del futuro: l'antica Mesopotamia e la divinazione.

 

Un’altra estate bollente, con
temperature da record. E cosa cosa c’è di meglio per rinfrescarsi un
po’ di una bella divinazione con il fegato fresco di una pecora? O
preferite forse interpretare i movimenti di un serpente?


Come
avete capito, oggi nella nostra rubrica horror parliamo della
divinazione per come la intendevano gli antichi abitanti della
mesopotamia, perchè sono i primi popoli di cui abbiamo testimonianze
dirette e perchè sappiamo che le loro pratiche magiche influenzarono
per secoli quelle di tutti gli altri popoli del mediterraneo.

A proposito, conoscete il significato
di Omen? Erano particolarmente cari agli antichi romani e agli egizi
ma il popolo che ne fece parte integrante nella propria cultura
furono proprio gli antichi abitanti della mesopotamia. Un Omen è una
specie di presagio, è un evento che viene interpretato come
conseguenza diretta dell’azione di entità soprannaturali buone o
cattive. Diciamo che è un evento fortuito a cui viene dato un significato
profetico di quanto può accadere in futuro a una persona. Possiamo
intenderlo quindi come presagio profetico.

Un astronomo al lavoro 

Come abbiamo già visto nell’antica
mesopotamia erano i maghi, o meglio gli esorcisti, che si occupavano
della relazione tra le persone vive e il mondo degli spiriti. Quello
che non vi ho detto ancora è che questi maghi avevano anche capacità
divinatorie. Potevano essere esperti in affari che riguardavano la
divinazione del cielo oppure potevano divinare cose più terrene, ma
entrambe le figure erano di eguale importanza in quanto si credeva
che la terra fosse lo specchio di quanto accadeva in cielo. Per
maggiore chiarezza specifichiamo che erano gli astronomi che
studiavano i moti celesti e li conoscevano come le proprie tasche, se
un esorcista sapeva divinare i moti celesti allora era un astrologo.
Erano due figure diverse…ma ci torniamo dopo.

Ma cosa accadeva quindi nella pratica
di tutti i giorni?

Quando un esorcista era chiamato a
intervenire la persona che aveva necessità veniva interrogata
riguardo ai possibili accadimenti di cui era stata testimone e che
potevano avere una spiegazione soprannaturale. Come è ovvio c’erano
eventi di facile interpretazione e altri che invece erano talmente
inusuali da richiedere l’intervento degli astrologi per uno studio
dei moti celesti e una interpretazione personalizzata. Il tipo di
presagio terreno da interpretare poteva dipendere da caso a caso; si poteva
leggere il fumo dell’incenso, il volo degli uccelli, la cenere del
fuoco, le possibilità erano tante.

Modello di un fegato per lo studio e la pratica.

Ma la tecnica di divinazione più
utilizzata e che per duemila anni ha servito non solo il popolo ma
anche i sovrani dell’antica mesopotamia era la divinazione del fegato
delle pecore. La pecora veniva considerato l’animale sacro del dio
del sole Shamash che utilizzava il fegato dell’animale per comunicare
con gli uomini. Ci sono pervenuti dei modelli in argilla che
riproducono il fegato della pecora con iscrizioni in cuneiforme che
danno direttive su come interpretare i segni che si possono
presentare alla vista: buchi, lesioni o colori alterati.
Ovviamente questi modelli erano utilizzati dai novizi per
impratichirsi con la tecnica e ovviamente gli insegnamenti erano
mantenuti segreti all’interno delle scuole. Si trattava di un lavoro
delicatissimo e molto rischioso, soprattutto per chi doveva
interpretare i segni. E più il cliente era ricco e altolocato e più
alto era il rischio. Come potete ben immaginare i sovrani erano
sempre pronti a tagliare la testa del divinatore se le cose andavano
per il verso sbagliato, per questo motivo i responsi dovevano essere
il più criptici possibile, dovevano poter essere interpretati in
modi diversi e dovevano riguardare gli argomenti più disparati.
Diciamo che gli esorcisti del tempo con le tavolette delle interpretazioni e i relativi commentari si sono creati una specie di
scappatoia nel caso gli eventi divinati prendessero una piega
sfavorevole. Provate ad immaginare il caso in cui un mago venga
chiamato a divinare se il principe primogenito che in quel momento è
gravemente malato sopravviverà oppure no. Si tratta di una risposta
“pericolosa” per la vita del mago che quindi si trova a dover
dare un responso il più intricato possibile. Ovviamente la pecora
che veniva selezionata dal gregge del re per il sacrificio doveva
essere di bell’aspetto, forte e in salute per non correre il rischio
di trovare gli organi danneggiati e magari portatori di risposte
infauste.

Un Baru al lavoro 

L’esorcista che divinava il fegato
delle pecore era chiamato Baru e come gli astrologi e i medici
era considerato alla stregua di un sacerdote (il significato esatto
di baru è più vicino a profeta, divinatore o “colui che conosce
il futuro”) e lavorava nel nome delle divinità.

Un mistero che al momento resta
insoluto riguarda la popolazione dei Sumeri. Fino ad oggi non è
stata trovata alcuna tavoletta inscritta in sumero (che poi non era
questo il nome della lingua ma è per capirci) che parla della
divinazione del fegato degli animali. Partendo dal presupposto che
anche il popolo dei sumeri aveva le stesse credenze e le stesse
pratiche degli altri popoli che abitavano la mesopotamia si suppone
che probabilmente fosse una pratica da mantenere talmente segreta o
talmente sacra da imporre il divieto di scrivere qualsiasi cosa a
riguardo.

Per quanto riguarda gli altri popoli
della zona ci sono centinaia di tavolette con migliaia di iscrizioni
che riguardano l’osservazione delle stelle e dei presagi terrestri
per trasmettere le conoscenze alle generazioni future, ma non solo.
Come già vi ho anticipato la tradizione della lettura del futuro con
il fegato delle pecore si è tramandata anche alle altre popolazioni
che vissero in tutta la zona del mediterraneo e se ne trova traccia
tra i resti degli etruschi e tra le pratiche diffuse nell’antica
grecia.

Ma torniamo ai nostri esorcisti. Non era solo il fegato ad essere utilizzato per profetizzare il futuro ma sono
state rinvenute a Summer Isbu migliaia di tavolette con le istruzioni
per interpretare le malformazioni dei feti abortiti o le anormalità
che i bambini o i cuccioli di animale presentavano al momento della
nascita. Queste duemila tavolette formavano una intera enciclopedia,
si era sviluppata una intera scienza che aveva come obiettivo leggere
e interpretare queste malformazioni per carpirne i significati nascosti. Ad
esempio nel caso fosse venuto al mondo un bambino con sei dita del
piede, viene spiegato per filo e per segno come interpretare questo
avvenimento, oppure se il bambino manca di un braccio o se somiglia a
un animale. Questo avvenimento così fuori dal comune doveva essere
un messaggio che gli dei stavano mandando agli uomini. e doveva
essere interpretato. Dovete considerare che in passato non c’era
nulla di più spaventoso di una creatura che veniva al mondo deforme,
le persone si sentivano in dovere di fare qualcosa per capire il
motivo e il significato.

La stessa cosa valeva per gli animali.
Ci sono tavolette che spiegano come interpretare il comportamento
anomalo di un serpente e altre ci parlano della forma che deve avere
un pesce e del significato di una eventuale deformità della
creatura. Venivano creati modelli in metallo accompagnati da dei
lunghi commentari che spiegavano il significato e l’interpretazione
delle parole che erano state incise sul modello.

Shamash il dio del sole.

Il ramo più documentato della
predizione del futuro riguarda l’astrologia e lo studio dei moti
celesti. Oggi non esiste modo di poter paragonare le conoscenze degli
astri che avevano gli antichi abitanti della mesopotamia con le
nostre. Allora il cielo era uno spettacolo unico e irripetibile ogni
notte, non esisteva inquinamento o aerei che passavano, la
televisione non era nemmeno concepibile e osservare il cielo notturno
doveva equivalere al nostro cinema. Ogni persona in Mesopotamia
conosceva le stelle e la loro posizione nel cielo. Persino i
contadini sapevano elencare e indicare nel cielo i pianeti e le
costellazioni. Gli astronomi di allora erano in grado di predire le
eclissi molto meglio di quanto facciamo noi oggi e senza alcun
calcolatore ma semplicemente osservando e studiando gli spostamenti
degli astri nel cielo. Una specifica solo, Astrologia e Astronomia
erano come oggi due discipline separate ma strettamente connesse tra
loro e ogni re aveva a disposizione il suo astrologo personale che
gli profetizzasse l’eventuale andamento di una guerra e il suo astronomo che studiava i moti celesti.

Prevedere il futuro è sempre stata una
delle aspirazioni dell’umanità, per tutta la storia conosciuta gli
uomini hanno cercato di conoscere il proprio futuro con ogni mezzo.
Lo facevano gli antichi abitanti della mesopotamia e lo facciamo noi
oggi tramite la scienza e la tecnologia. Persino durante
l’inquisizione cattolica nel medioevo si utilizzavano i versetti
della Bibbia per prevedere il futuro. Probabilmente è lo stato di
fragilità umana e di incertezza che ci spinge a cercare le risposte
alle nostre domande negli astri o nel caso.

Anche lui ama il fegato…

E per oggi è tutto, spero vi sia
piaciuto, iscrivetevi alla newsletter per tenervi sempre aggiornati sulle novità in arrivo e vi auguro come sempre una buona lettura!

Alla prossima.

Dai lupi mannari alle case infestate: arriva l'horror moderno

Lettori dell’ignoto rieccomi con un articolo sulla storia  del cinema horror e questa volta parleremo dei licantropi e delle case stregate. Torneremo ad occuparcene anche in un altro paio di articoli sui sottogeneri che hanno iniziato a svilupparsi nel mercato cinematografico per motivi di marketing.

 

 

Qualcuno dice che Hollywood abbia inventato i licantropi, ma il mito del licantropo risale all’antica Grecia. Nelle storie di Erodoto (450 – 29 a.C.) si parla dei Neuri, una tribù Scitiana che una volta l’anno vede i suoi membri trasformarsi in lupi per alcuni giorni per poi farli tornare alla forma umana. Anche Ovidio (42 – 17 a.C.) nella sua Metamorfosi ci parla di uomini che diventano lupi.

I lupi mannari, nel folklore europeo, quando si presentano in forma umana sono riconoscibili da alcuni tratti somatici caratteristici come le sopracciglia folte, le unghie lunghe e ricurve e la presenza di peli sotto la cute. In Russia si crede che un lupo mannaro si possa riconoscere perchè ha dei peli in bocca, mentre nella forma animale non presenta la coda e ha occhi e voce umani. In Svezia i lupi mannari corrono su tre gambe mentre la gamba mancante diventa una coda. Inoltre è credenza che dissotterrino i corpi appena sepolti per nutrirsene Nel diciannovesimo secolo i lupi
mannari smettono di essere solo uomini e nasce la credenza che possano essere anziane streghe con le unghie avvelenate in grado di immobilizzare con uno sguardo le vittime. La credenza europea più diffusa era quella che i lupi mannari nascessero tali salvo poi, dal 1800 circa, affermarsi la tradizione che la trasformazione può avvenire dormendo sotto alla luna piena, indossando una pelle di lupo o durante una crisi epilettica.

La trasformazione tramite morso o graffio è una invenzione moderna, perpetuata da film e telefilm, nei miti è raro trovare traccia di un contagio di questo genere. E’ più probabile che sia ispirata alle storie di vampiri dell’Europa dell’est, infatti nel medioevo le persone uccise perchè sospettate di essere lupi mannari si dice venissero bruciate e non sotterrate proprio per evitare il
loro ritorno sotto forma di vampiro.

Il primo film sui lupi mannari di cui si trova traccia è della Universal Studios intitolato Werewolf of London (Walker 1935) arrivato in Italia con il titolo di Il segreto del Tibet. Il protagonista fu Henry Hull che interpretò Wilford Glenton, un botanico inglese. Durante un viaggio in Tibet viene aggredito e morso da una misteriosa creatura. Quando si trasforma in uomo lupo ha un istinto innato per cacciare e uccidere salvo pentirsi a cose fatte. Nel finale viene ucciso a colpi di arma da fuoco e così può tornare alla sua forma umana appena prima di morire.

 

Il film non fu un grande successo, all’epoca venne accusato di essere troppo simile al Dottor Jekill e Mr Hide (Mamoulian1931). Gli anni sono passati e oggi i critici lo indicano invece come un grande classico. Una somiglianza tra i due film è innegabile perchè in entrambi ogni volta che il personaggio si trasforma diventa sempre più simile ad un animale suggerendo una progressione
nello sviluppo del mostro ma le storie traggono origine da fonti diverse. The Wolf Man (Waggner 1941) con Lon Chaney Jr. è più conosciuto dei precedenti e per la Universal fu un successo al
botteghino tale da sdoganare il lupo mannaro come personaggio classico appartenente al mondo del cinema horror. Successivamente Cry of the Werewolf (Levin 1944) porta al grande schermo per la prima volta una donna lupo, bisognerà però aspettare fino al più recente Ginger Snaps (Fawcett
2000) perchè un’altra donna lupo sia d’impatto sulla scena. Il lupo mannaro tende ad essere una figura mascolina, aggressiva e ferale ma Ginger Snaps è un buon film e anche il sequel non è male, magari in futuro ci saranno altri film con protagoniste lupo.

 

 

L’invasione di massa, la bomba atomica e la scienza che diventa “cattiva” ispirano film che ci trasportano verso nuovi orizzonti, la crescita del genere horror con elementi fantascientifici è stata
esponenziale a partire dagli anni ’50 quando anche la fantascienza ha avuto un grande impulso e siamo sicuri che ci sono le premesse per una nuova età dell’oro del genere. Film come The Thing from Another World (Noby 1951) o La cosa da un altro mondo, War of the Worlds (Hasukin
1953) o La guerra dei mondi, e The Day the Earth Stood Still (Wise 1951) sono eccellenti esempi di questo incrocio.

 

 

 

Gli anni ’50 sono stati anche il periodo della ripresa dei film con i fantasmi, forse la più antica forma di horror connessa a storie brevi, racconti, romanzi e folklore. Il successo venne da Incubi notturni o Dead of Night (Cavalcanti 1945) degli Ealing Studios (un must da vedere ancora oggi. )

The House on Haunted Hill (Castle 1959) emerge dalla massa in parte perchè è emozionante e in parte perchè è simile a Psycho (Hitchcock 1960) nell’introdurre l’idea del serial killer psicopatico. L’eccentrico milionario Frederick Loren (Vincent Price) invita cinque persone ad una festa promettendo ad ognuna di loro 10.000 dollari se fossero riusciti a rimanere tutta la notte (vivi).
Al loro arrivo a ognuno viene data una pistola per proteggersi. La moglie del milionario cerca di avvisare gli ospiti che la salute mentale del marito è degenerata ma ovviamente non gli crede nessuno. La storia è un mix tra una ghost story e un poliziesco con gli ospiti che danno la caccia a un killer che può o non può essere un fantasma. Ci sono parecchi elementi horrorifici con l’emergere di uno scheletro da una vasca di acido, probabilmente il cadavere di Vincent Price. Un trucco che verrà replicato nei cinema durante la proiezione negli U.S. con uno scheletro vero che passando tra gli spettatori regala loro cestini di pop-corn. Il regista del film, Castle, creò parecchi film catalogati di serie B come Percepto (The Tingler 1959) che spaventò gli spettatori nelle poltrone, Illusion-O (13 Ghosts 1960), che utilizzava occhialini con lenti di cellophane blu e rosse (avete presente gli occhialini per guardare i film 3D?) e un discreto Homicidal (1961).

 

Norman non vede l’ora di presentarvi la mamma

 

La questione delle case infestate non era una novità quando uscì The Ghost goes West (1935) dove un uomo d’affari americano compra un castello scozzese e lo trasporta un mattone alla volta in America a sue spese. Peccato che il castello è infestato da un fantasma. Ci sono poi le persone che vengono perseguitate come in The Haunting (Wise 1063) che racconta le psicosi della protagonistaEleanor.

Il genere horror riflette, sin dalla sua nascita, le preoccupazioni della società (paura della scienza, bombe atomiche, gli alieni) e gli studi sulla psicologia umana che si sono evoluti durante il ‘900 hanno dato una spinta significativa allo sviluppo. Dai primi studi di Freud agli odierni studi effettuati con il supporto della medicina la strada fatta è tanta. In The Haunting è stato utilizzato il bianco e nero per scelta del regista, all’epoca già c’erano i colori, per enfatizzare alcune scene. Il regista firmò un accordo dove accettava la piena responsabilità degli effetti che la visione del film avrebbe avuto sul pubblico e fu utilizzata anche una lente sperimentale per distorcere alcune delle immagini e renderle più disturbanti. Il film fu un successo e Wise iniziò la serie di film dove l’horror si ispira a ciò che è sconosciuto piuttosto che alla morte fisica o psichica di qualche personaggio. Il film rifiuta di risolvere molti dei quesiti che pone allo spettatore ma lascia che sia lo spettatore stesso a trovare le risposte. Ad esempio il regista non mostra mai un fantasma direttamente, quindi questa diventerà una storia di fantasmi senza fantasmi. È l’immaginazione degli spettatori a creare i fantasmi rendendo il film personale. Tutto viene suggerito per coinvolgere lo spettatore, una lezione importante dimenticata nel remake del 1999.

Amici lettori del mistero la storia ci dice che fu La notte dei morti viventi di Romero a iniziare la storia dell’horror moderno, ma c’è ancora molto da scoprire e come vi ho anticipato ora che abbiamo parlato dei film più importanti è ora di parlare un po’ dei sottogeneri….pronti?

Gli zombie nella storia del cinema dagli anni '40 a oggi.

Bentrovati lettori dell’ignoto, oggi ci immergiamo nell’ horror storico, quello degli anni ’40. La volta scorsa abbiamo visto come e dove sono nate le prime pellicole horror, portate sul grande schermo dai mostri come Frankenstein e dai  vampiri come il conte Dracula e Nosferatu, che fanno parte dell’immaginario collettivo.

Non ci volle molto perchè ai vampiri si aggiungessero i morti viventi. Quindi mentre da un lato i film sui vampiri iniziano a moltiplicarsi a dismisura, al nostro universo cinematografico si affacciano zoppicando gli zombie.

Eravamo negli anni ’40 e vi ho accennato che in quel periodo gli studi della Universal Studios negli Stati Uniti monopolizzarono il genere horror per più di dieci anni, ma altri studi minori seppero cogliere la palla al balzo per sfruttare i benefici derivanti dallo sviluppo di storie horror, a volte con ottimi risultati.

Per esempio nel 1942, Val Lewton nello studio RKO produsse Cat People, diretto da Jacques Tourneur e basato su di una storia breve scritta dallo stesso Val Lewton intitolata The Bagheeta e pubblicata nel 1930. Il film racconta la storia di Ireana, una giovane ragazza serba, che crede di discendere da una razza di persone che si trasformano in felini quando sono sessualmente coinvolti con qualcuno. Il film più che per la trama è famoso per alcune tecniche di regia utilizzate per la prima volta e denominate “Lewton Bus“. Il termine deriva dalla scena in cui Irena sta seguendo la sua rivale in amore Alice. Al culmine della scena il pubblico si aspetta che la giovane diventi una pantera in ogni momento, la camera si focalizza sul volto terrificato di Alice e il silenzio viene interrotto da un sibilo. È un autobus che arriva proprio di fronte allo schermo. È una falsa sorpresa che dissipa la tensione ed è diventata molto usata anche nei film moderni.

Cat people in italia divenne Il bacio della pantera

Torniamo ora ai nostri morti viventi perchè un anno più tardi, Val Lewton proseguì la scia dei suoi successi con I walked with a zombie (Tourneur 1943) basato su di un articolo con lo stesso titolo scritto da Inez Wallace per il giornale American Weekly. Lo studio RKO si innamorò del titolo melodrammatico e chiese a Lewton di inventarsi un film che potesse calzare. La prima versione fu
scritta da Curt Siodmak, che aveva precedentemente scritto sceneggiature per The Wolf Man (Waggner 1941), Frankenstein meets the Wolfman (Neill 1943). Ci furono anche Ghost of Frankenstein (Kenton 1942) e The invisible Woman (Sutherland 1940). Ardel Wray, una giovane donna incontrata da Lewton grazie al progetto della RKO Young Writer, rimaneggiò la sceneggiatura e fu l’unica donna accreditata che scrisse mai un film per Lewton. Wray fu portata a sviluppare il tema basandosi sulle sue conoscenze del voodoo Haitiano. Lewton annunciò che il film sarebbe stato una versione ispirata alle indie dell’ovest di Jane Eyre della Bronte. Lewton riscrisse la sceneggiatura una terza volta, ma questa volta Siodmak lasciò la produzione per occuparsi di altri progetti.

Ho camminato con uno zombie, il titolo in italiano resta simile.

Qualche anno prima dell’uscita del film di Tourneur, nel 1932, Victor Halperin diresse White Zombie con Bela Lugosi per la Universal Studio. Questa produzione capitalizzò il tema degli zombie
voodoo, tratta dal libro del 1928 The magic Island e introdusse il termine “zombie” nei dialoghi del film e nel linguaggio comune. C’è da dire comunque che dieci anni più tardi il nostro Jaques Tourneur con il suo I walked with a Zombie nel 1943 ebbe maggiore fortuna e seppe sfruttare meglio le possibilità date dal genere.

Spesso si discute sul fatto che The Cabinet of Dottor Caligari (Wiene 1920) possa essere il primo film sugli zombie della storia del cinema, ma le creature che qui vengono chiamate zombie sono molto diverse da come oggi intendiamo un morto vivente. Cesare è un sonnambulo che dorme in una bara soggiogato dal potere del dottor Caligari. Concettualmente è molto vicino alle leggende folkloristiche degli zombie voodoo controllati da una persona (il bokor). Il film di Tourer I walked with a zombie prova a catturare lo spirito Haitiano nello stesso modo, ma dopo un inizio ispirato le creature non morte mutano in mostri senza controllo che attaccano chiunque a vista. Sono zombie moderni che somigliano più alle norse della mitologia, dette anche draugr – un corpo inanimato che si aggira attorno alla sua tomba per attaccare, mangiare e infettare i vivi. Un uomo ucciso da un draugr è destinato a divenire un draugr, non so se avete presente i draugr di Skyrim, più o meno sono come quelli.

Arriviamo ora a La notte dei morti viventi, siamo nel 1968 e nella fantasia di Romero gli zombie si incrociano con i vampiri e creano i mostri moderni da apocalisse. Sono mostri che tornano in vita per una qualche ragione non specificata e il loro morso infetta. I morti viventi di Romero hanno una memoria limitata del loro stato precedente ma possono camminare e usare le mani. Comprendono cosa siano le porte e le finestre e hanno un istinto che li porta a mangiare. Non sono intelligenti con l’unica pulsione di aggirarsi in cerca di carne fresca.. Romero ci ha mostrato queste creature nutrirsi di carne umana ma non disdegnano nemmeno quella di animale. Il regista non ci mostra nessuna ragione per il loro bisogno di mangiare carne, solo una sorta di istinto primordiale di sopravvivenza (ma sono già morti?). I loro passi sono traballanti e lenti e riescono a malapena a camminare, pochi a correre.

Oggi ci sono zombie che potrebbero partecipare alle olimpiadi, potrebbero laurearsi ad Harvard con il massimo dei voti. Queste evoluzioni sono arrivate con 28 Days Later  (Boyle 2002) e Zack Synder con il suo remake di Dawn of the dead (Synder 2004) e si nota anche in La Horde (Dahran e Rocher 2009). Ovviamente non dimentichiamo la serie di successo The Walking Dead iniziata nel 2010 e che ha all’attivo undici stagioni ad oggi. Sono state girate negli anni delle miniserie basate sui personggi e sugli eventi della storia principale, ci sono anche videogiochi per playstation e telefonini e la promessa del ritorno di una nuova serie con uno dei personaggi principali.

Per uccidere uno zombie in modo tradizionale dovete distruggere il suo cervello o bruciarlo, anche se spesso le parti del corpo si rianimeranno da sole. In un recente sviluppo di REC^3 Genesis (Plaza 2012) gli zombie sono resi innocui dalla lettura di alcuni passi della bibbia. Vedere per credere. Oppure in World War Z (Forster 2013) con Brad Pitt i morti arrivano a costruire piramidi umane per scavalcare muri, degni di una laurea in ingegneria.

Mentre alcuni personaggi appartenenti all’universo del cinema horror hanno conosciuto momenti di crisi, i nostri morti viventi sembrano non passare mai di moda. Con il prossimo articolo sulla storia del cinema vediamo un po’ di recuperare gli uomini lupo, perchè anche loro hanno avuto il loro momento di gloria e ovviamente andremo a vedere la storia dei sottogeneri dell’horror.

Arrivederci alla prossima lettura dell’ignoto e passate un sereno fine settimana.

Alice Tonini

La medicina nell'antica mesopotamia: tra unguenti, magia, streghe e stregoni.

 Tempo fa, quando ho scritto della magia in mesopotamia mi era stato chiesto di approfondire la figura delle streghe e degli stregoni rispetto alla magia istituzionalizzata.

Per chiarire questo punto dobbiamo rievocare alcuni aspetti legati alla medicina dell’epoca e ai medici, tenendo in considerazione che al contrario rispetto all’antico egitto, non ci sono pervenuti corpi o resti umani di alcun genere ed è un lavoro che i ricercatori hanno fatto solo ed esclusivamente sulle iscrizioni delle tavolette d’argilla (quelli che possiamo definire libri) ma la scrittura cuneiforme per quanto sia in gran parte tradotta ha ancora dei nodi irrisolti, esistono simboli che non hanno ancora traduzione e il loro significato resta un mistero. Al contrario quando abbiamo parlato degli antichi egizi ci sono decenni di ricerca non solo sulla loro scrittura ma anche sui loro resti. Sono due situazioni molto diverse.

Il significato di strega e stregone nel tempo si è modificato, se vi scrivo un articolo sulle streghe medievali intendiamo figure diverse inserite in un tempo e una cultura diversa rispetto a quella degli assiri-babilonesi. Per questi popoli la magia era roba di ogni giorno solo che esisteva la magia “sacra” legata alla religione e alle divinità praticata dai sacerdoti e la magia “popolare” illegale, esercitata da uomini e donne e che aveva come scopo principale quello di arrecare danno alle persone.

La magia e la medicina assiro-babilonese sono strettamente collegate. La medicina non aveva alcun effetto senza la magia e viceversa.

I medici erano chiamati Asu e lavorano sempre in coppia con i sacerdoti, gli Ashepu, di cui abbiamo parlato in uno degli scorsi articoli. La differenza tra le due figure sta nel fatto che gli Asu somministravano droghe ed erbe al malato e l’azione benefica doveva essere complementare a quella degli amuleti magici e degli incantesimi recitati dagli Ashepu. Una cosa che non vi ho ancora detto è che anche le donne potevano essere medici o sacerdotesse. Esistono testimonianze scritte di donne acculturate che praticavano la medicina o facevano esorcismi.

Sono state rinvenute in Iraq decine di tavolette, oggi custodite e studiate al British Museum, inscritte in colonne con riportate ricette in tutto e per tutto simili alle nostre, le stesse ricette sono state trovate ripetersi su tavolette rinvenute in paesi limitrofi, risalenti a età diverse. Si tratta perlopiù di prescrizioni mediche di unguenti da applicare sulla pelle fatti con piante dalle proprietà benefiche per il corpo, per curare ogni sorta di disturbo. Dettano al medico le istruzioni per la preparazione e garantiscono con assoluta certezza la guarigione. Esistevano archivi privati e biblioteche pubbliche dove erano conservate migliaia e migliaia di tavolette di istruzioni mediche che sono state usate per intere generazioni.

Una delle credenze più originali era che il medicamento dovesse essere doloroso per portare beneficio. Più era doloroso maggiore era il beneficio che arrecava.

Un’altra particolarità era che le piante subivano una lunga lavorazione prima di poter essere utilizzate sui pazienti, a volte venivano lavorate anche per mesi e le tavole con le ricette erano d’aiuto perchè ricordavano al medico i vari utilizzi che una singola erba poteva avere. E’ affascinante perchè riassumevano in poche righe millenni di conoscenze farmacologiche ed erboristiche locali. Non si trattava di pratiche magiche spirituali ma di esperienze pratiche, una singola tavoletta inscritta nel 2300 a.C. risalente al regno degli Accadi riassumeva conoscenze e pratiche che risalivano ad altri duemila anni prima e a un altra civiltà. 

Le ricette erano conservate in archivi privati e biblioteche pubbliche dedicati allo scopo, proprio come le formule magiche, e ogni aspirante medico doveva studiarle a memoria come parte della sua preparazione.

La preparazione e lo studio necessari per diventare un medico potevano durare anche fino a dodici anni perché essi dovevano saper leggere, scrivere, fare di conto, conoscere la botanica e imparare a memoria le ricette necessarie per curare i disturbi. Un tempo veramente lungo durante il quale dovevano imparare ad affrontare ogni malattia. 

Tra le centinaia di ricette pervenute sono stati ritrovati elencati una serie di disturbi per i quali non esistevano rimedi conosciuti come per esempio i disturbi neurologici che oggi sappiamo essere causati dalla vecchiaia. Questi malanni causavano enorme dolore al paziente e alla famiglia e portavano alla morte, se Azu e Ashepu non erano in grado di alleviarli in alcun modo la colpa veniva data all’azione della stregoneria: streghe e stregoni. 

Questi erano esseri umani in carne e ossa, si credeva che si aggirassero per le strade puntando le persone con lo sguardo malevolo o con un dito e sussurrando incantesimi al loro indirizzo. Pungevano i passanti con degli spilli causando loro malattie che potevano portare fino alla morte. Persino nel codice di Hammurabi (quello dell’occhio per occhio e dente per dente) esiste un articolo che condanna a morte tutti coloro che vengono accusati o sorpresi a praticare la stregoneria a riprova che era un problema preso molto molto sul serio. 

Una curiosità sui libri dell’epoca o meglio sulle tavolette. Lo sapevate che  le enciclopedie erano abbastanza simili alle nostre. Ovviamente non erano fatte di carta ma di tavolette d’argilla e potevano essercene a decine. Non avevano un indice per trovare l’argomento che interessava ma erano scritte partendo dai malanni che potevano venire alla testa e finivano con le malattie che colpivano i piedi. Il corpo era diviso idealmente in dodici parti che possiamo far corrispondere agli odierni capitoli, in questo modo si poteva trovare agilmente la tavoletta necessaria alla cura di una determinata parte del corpo. 

L’enciclopedia medica rinvenuta nella biblioteca di Nineveh è composta da cinquanta tavolette ed è quasi completa. Risale al periodo successivo al regno di Hammurabi quando si tendeva a non attribuire più le malattie alle streghe o agli stregoni ma si parlava solo di demoni e fantasmi che facevano ammalare le persone. Ovviamente non si utilizzavano i numeri arabi per numerare le pagine ma alla base di ogni tavoletta era indicata l’esatta locazione all’interno della libreria e quale tavola veniva prima e quale dopo. Inoltre era riportato il nome del proprietario della tavoletta e una maledizione per chiunque la rubasse. Il problema dei libri che spariscono dalle biblioteche e dagli archivi non è roba solo della nostra epoca.

Un’altra curiosità su queste enciclopedie mediche. Le sostanze che venivano utilizzate per curare erano di due tipi. Piante, erbe, semi e fiori locali o provenienti da paesi limitrofi. I minerali che venivano polverizzati e ingeriti o applicati sulla zona da curare. Sono state ritrovate però sostanze con dei nomi molto originali come le Feci di orso, lo Sperma di uomo o il Dente di lupo. Ebbene oggi sappiamo che si tratta solamente di piante locali a cui sono stati attribuiti nomi ispirati probabilmente dalla forma dei frutti o delle foglie, ma per tutto il medioevo si è creduto che i nomi corrispondessero davvero agli ingredienti e i maghi dell’epoca spendevano anche cifre importanti per procurarsi questi ingredienti, con risultati per nulla simili a quelli che avrebbero dovuto avere. La difficolta dell’identificazione corretta è stata superata grazie alle minuziose descrizioni delle erbe incise sulle tavolette botaniche.

Ancora oggi negli erbari iracheni moderni si possono ritrovare tutte quelle piante con le indicazioni per l’utilizzo, le stesse erbe si trovano anche nelle moderne erboristerie e sono impiegate nella produzione di farmaci. Le antiche conoscenze dei popoli che millenni fa occuparono la mesopotamia non sono andate perdute, ma ci sono state tramandate dai greci e grazie alle tavolette che ci hanno lasciato ancora oggi possiamo beneficiare delle stesse erbe anche se in modo diverso.

Personalmente trovo estremamente divertente parlare di magia e stregoneria di questi antichi popoli di cui ci restano solamente delle tavolette incise e poco altro. Tutto quello che li riguarda è un mistero su cui si può far luce grazie agli scritti dell’epoca. 

E con questo è tutto, per oggi. 

Se ancora non lo avete fatto iscrivetevi alla newsletter, ci sono importanti novità in arrivo. Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini