La magia nell'antico Egitto: tra incantesimi di magia nera, legamenti d'amore e religione

Eccoci con un nuovo articolo che parla di magia e misteri legati all’antico Egitto. 

Un passo alla volta ci stiamo avvicinando all’uscita del prossimo libro e allora gli iscritti alla newsletter (e voi lo siete tutti vero?) riceveranno alcuni articoli in anteprima sui temi trattati che ovviamente si collegano a quanto stiamo dicendo in questi post oscuri, riceveranno una anteprima del libro, potranno vedere la copertina prima della pubblicazione…ma torniamo in Egitto.

L’ultima volta che abbiamo parlato della civiltà dell’antico Egitto abbiamo trattato Il libro dei morti che serviva ai defunti per arrivare in paradiso ma ci sono aspetti della religione politeista egizia che interesseranno chi di voi è appassionato di magia, fantasy o esoterismo.

Quella che oggi chiamiamo magia nera è stato un elemento fondamentale della società egizia, utilizzato per secoli da uomini e donne per risolvere i propri problemi d’amore, denaro, guerra e salute.

Anche dopo la fine dell’epoca faraonica alcune pratiche magiche si sono conservate intatte nella tradizione della chiesa cristiana copta e dell’islam. Nel rinascimento e nei libri di medicina medievale possiamo trovare traccia di pratiche rituali in tutto e per tutto simili a quelle in uso nell’antico Egitto. 

Il significato che veniva dato alla magia era diverso da quello che vi attribuiamo oggi, all’epoca tutti credevano nel potere delle pratiche magiche che erano considerate il lato pratico della religione. Secondo i miti della civiltà dell’antico Egitto le divinità avevano donato all’uomo la magia perché gli fosse d’aiuto nella vita di tutti i giorni, per contrastare il destino avverso. 

C’erano pratiche magiche per favorire i raccolti, per guarire dalle malattie e rituali di magia nera contro persone o intere famiglie. C’erano legamenti d’amore per sedurre la donna desiderata o per aumentare gli affari e il successo della propria attività economica.

Heka stringe tra le mani due serpi.

Secondo la mitologia la magia era la scintilla che aveva dato il via alla creazione. Il dio Aton creò l’universo pronunciando il nome di tutte le cose, il suo figlio primogenito Heka infuse nelle cose l’energia, il potere vitale dando vita al cosmo e agli altri dei. Lo stesso nome Heka significa ”colui che infonde potere”. Heka dava vita alla magia, la personificava rendendo possibile che delle formule scritte potessero maledire qualcuno o dagli la vita eterna nel mondo reale.

In più di 3000 anni di storia egizia, il potere magico di Heka venne utilizzato nelle cerimonie pubbliche e private per portare vantaggio ai singoli individui o a tutto il popolo egizio.

Le pratiche magiche si basavano su tre aspetti: il rituale da compiere, il testo da leggere e gli oggetti. Gli oggetti erano di vario tipo: c’erano gli amuleti realizzati da appositi artigiani o potevano essere richiesti elementi presenti in natura come le lingue di lucertola, gli occhi di scimmia o le lacrime di asino.

Scatola di cosmetici e unguenti considerati dalle proprietà benefiche.

Le formule magiche si evolvevano nel tempo e riflettevano il periodo in cui erano state scritte. I rituali del periodo greco romano in Egitto tra il 300 a.C e il 400 d.C. riguardavano soprattutto salute, affari e amore. In quest’epoca l’ingrediente più utilizzato era il sangue di gladiatore (non era specificato se vivo o morto) che serviva a dare vigore all’incantesimo.

L’historiola era un breve racconto mitologico che si apponeva all’inizio dei testi e serviva per estendere il potere degli dei al momento in cui si eseguiva il rituale. 

Il rito poteva essere semplicissimo: si portavano a un altare parti di piante e oggetti e si recitava un incantesimo. Nei rituali di magia nera, con l’obiettivo di esacrare un nemico, si prendeva un vaso d’argilla o una statuetta, si incideva il nome e si rompeva l’oggetto. Il testo della formula veniva poi seppellito in un cimitero abbandonato o messo in bocca a un defunto. Si credeva che nei cimiteri abbandonati le anime dei defunti che si sentivano trascurate erano talmente infuriate da essere disposte a prendersela con i vivi per vendicarsi.

L’entrata del tempio di Edfu

Il tempio era il luogo della magia, li avvenivano i rituali, se ne inventavano di nuovi e si studiavano e conservavano quelli già esistenti. Esistevano biblioteche annesse ai templi più importanti e al palazzo del faraone dove i sacerdoti si recavano per studiare le pratiche della scienza magica. Il catalogo della biblioteca di Edfu elenca centinaia di opere contenenti testi magici o testi di medicina fatti interamente di formule magiche. 

Gli incantesimi venivano venduti al pubblico in formulari precompilati dove venivano lasciati gli spazi bianchi nel posto dove bisognava apporre i nomi delle persone da maledire, il richiedente e il nome di sua madre, fondamentale per rievocare il potere degli antenati. 

I sacerdoti erano gli autori degli incantesimi e i custodi di queste tradizioni, eppure non erano i soli a praticare le arti magiche.

La magia nell’antico Egitto era cosa pubblica e lecita, permessa a tutti, usata in ogni aspetto della quotidianità. In tutta la storia dell’antico Egitto mai nessuno è stato processato per aver utilizzato degli incantesimi di magia nera contro qualcuno perché era ritenuto normale.

All’interno di un tempio durante l’anno si alternavano diversi gruppi di sacerdoti, nel periodo di tempo che trascorrevano al di fuori dai loro doveri religiosi potevano dedicarsi ad altre attività economiche, tra cui c’era la vendita di incantesimi di magia nera. Spesso erano gli stessi sacerdoti, sotto compenso, a portare le formule nei cimiteri e a infilarle nella bocca dei cadaveri.

Il faraone stesso utilizzava i testi di magia nera per annientare i nemici dell’Egitto durante cerimonie pubbliche e private. Durante la cerimonia della rottura dei vasi rossi, si scriveva il nome del popolo nemico sui vasi o statuette che venivano rotte e seppellite nei cimiteri. In caso di assenza di cimiteri si poteva sempre crearne uno, in quel caso bastava tagliare la gola a un nemico e spargere i suoi resti in giro. La sua anima in collera avrebbe fatto il resto. 

Sacerdote che officia un rito 

Nei villaggi i sacerdoti adattavano i rituali che utilizzava il faraone per andare incontro ai bisogni quotidiani della popolazione. C’erano rituali per evitare i morsi di serpente e di scorpione o per favorire una gravidanza. Le formule utilizzate per sottomettere i nemici vennero adattate per l’utilizzo in campo amoroso. Lo scopo non era quello di fare innamorare ma di sottomettere la volontà della vittima ai voleri di chi praticava l’incantesimo.

La magia nera fu un elemento centrale della magia egizia e influenzò anche altre civiltà vicine, lo possiamo vedere nella storia di Geremia nell’antico testamento che maledì gli israeliti rompendo un vaso d’argilla e recitando un maleficio (Geremia C19,11).

Questo tipo di formule magiche restò in uso per diversi secoli anche dopo che il cristianesimo iniziò a diffondersi in Egitto. Molti monaci che si convertirono al cristianesimo copto erano stati educati secondo le antiche usanze magico religiose, per questo la magia continuò a essere praticata anche nei secoli successivi. Non è mai stata resa ufficiale dalla chiesa ma molte pratiche sono utilizzate in modo ufficioso anche oggi. 

Prima di concludere due parole sulla medicina. 

Nell’antico Egitto i medici erano noti come I profeti di Heka, dio della magia e le loro pratiche erano un misto di credenze , magia e folklore locale. 

Thoeris che protegge la gravidanza. 

Ad esempio a causa dell’altissima mortalità, durante la gravidanza si rendeva necessario prendere ogni precauzione possibile incluso l’uso delle arti magiche per proteggere madre e figlio. E’ stato ritrovato un testo intitolato Pratiche magiche per madre e figlio che elencava una serie specifica di rituali e incantesimi. Gli oggetti che si usavano erano le zanne di ippopotamo che servivano per disegnare cerchi magici attorno al letto, c’erano unguenti incantati che si utilizzavano per curare le smagliature e portare sollievo alla partoriente che tramite questi assorbiva il potere della dea protettrice del parto Thoeris.

Uno dei rimedi più noti per curare i disturbi gastrici era il latte di una donna che aveva partorito un figlio maschio. Si tratta di un ingrediente che comparirà nei trattati di medicina fino al 17° secolo, agli albori della medicina moderna. Poi c’era l’uso dello Wadjet o l’occhio di Horus e lo sputo che era ritenuto un rimedio quasi miracoloso. Un’altra pratica diffusa tra chi non poteva permettersi rituali personalizzati era quella di bere acqua dalle virtù magiche, un’acqua dove era stato immerso un amuleto che l’aveva impregnata delle sue virtù. Chi la beveva assimilava il potere benefico o malefico delle parole. Una tradizione simile è in uso nell’islam dove si utilizzano ciotole con incisi versi del corano e si pensa che bere acqua da queste porti giovamento.

L’occhio di Horus o Wadjat

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Buona lettura a tutti.

Alice Tonini

Viaggiamo insieme nel passato per approfondire le memorie di Benjamin Franklin

 Torniamo a parlare delle biografie più vendute e torniamo a parlare di un presidente degli Stati Uniti (per essere più precisi di uno dei padri fondatori). 

E’ un personaggio che si ama o si odia e faceva discutere di sé già ai suoi tempi. Sappiamo che D.H.Lawrence lo odiava e nelle sue lettere si riferisce a lui come al “dottor Franklin color tabacco” (era un modo spregiativo per paragonarlo agli schiavi, non dimenticate che nacque nel 1706 e morì nel 1790). Norman Rockwell per prendersi gioco di lui lo ha dipinto mentre legge circondato da donne francesi vestite in modo succinto, tre delle quali si strusciano sulla sua persona e una quarta inginocchiata ai suoi piedi lo osserva estatica. 

Era un uomo poliedrico, dai molteplici interessi e dalle infinite passioni. Ha inventato uno strumento musicale, l’armonica di vetro, per la quale Mozart e Beethoven scrissero pezzi, e praticava nuoto, dicendo che gli serviva per sviluppare i muscoli delle braccia. 

Chi era Benjamin Franklin, il pittore che trascinava le sue povere provviste in una carriola attraverso le strade di Philadelphia e che divenne uno dei più potenti uomini delle colonie del nord America? 

La sua autobiografia intitolata L’autobiografia di Benjamin Franklin, di 170 pagine circa e disponibile anche in italiano lo chiarirà a tutti giusto?

Sbagliato, ovvio. 

E’ senza dubbio un’opera affascinante ma al tempo stesso oscura, illuminante ma fuorviante.

Se vogliamo saperne di più sul suo lavoro perché vogliamo approfondire la nostra conoscenza della Dichiarazione di indipendenza e della Costituzione americana qui non troverete assolutamente niente, il libro si interrompe nel 1760. (Sappiamo che avrebbe voluto finire di scriverla, in più di una occasione si riferisce a questo libro come alle sue “memorie” ma è morto prima di poterlo fare).

La questione dell’accuratezza dei ricordi della sua giovinezza resta: lui scrive le tre sezioni principali all’età di 65 anni, 78 anni e 82 anni (c’è una quarta parte frammentaria scritta a 84 anni, l’anno della sua morte). 

Oltre la questione della memoria, si mette in dubbio anche quanto lui abbia deliberatamente modificato alcune immagini di sé stesso da lasciare ai posteri. Problema che già abbiamo affrontato quando abbiamo approfondito le memorie di altri presidenti.

Scholar Robert F. Sayre chiama le prime tre parti “tre separate esplorazioni della scoperta di sé e dell’ auto promozione”. Dove finisce l’uomo e dove inizia la maschera? 

Andare a letto presto e alzarsi presto rende un uomo in salute, forte e saggio. Andare a letto tardi e alzarsi tardi ci fa avere una vita sociale migliore.

Se leggiamo la lettera introduttiva del 1771 indirizzata suo figlio illegittimo William, noi possiamo immaginare un padre desideroso di istruire il giovane su come trovare il proprio sentiero nella vita. Ma ci sorprenderemo quando verremo a sapere del fatto che William non solo ha circa quarant’anni al tempo ma è il governatore del New Jersey! (I due uomini diventeranno estranei in modo permanente durante la Rivoluzione quando il figlio resterà fedele all’Inghilterra.)

Perché dobbiamo leggere questa roba scritta centinaia di anni fa oggi? 

Una ragione è perché è divertente avere una impressione di prima mano degli aneddoti della vita giovanile di Franklin che fanno oggi parte della mitologia e della cultura statunitense. Abbiamo il Ben teenager appena arrivato a Philadelphia che acquista “tre grandi involtini” mangiandone uno e tenendo gli altri sotto braccio mentre si aggira per le strade.

Una seconda ragione e più profonda può essere quella di capire la lezione che questo “uomo archetipico in crescita”, per citare le parole di uno degli editori, ci insegna su come diventare un uomo che si fa da sé. Le sue dettagliate ed elaborate istruzioni completate con schede grafiche su come passare da mendicante a riccone ispirano anche lavori più tardi come i libri della serie di Horatio Alger. Per chi di voi no lo sapesse quest’opera è servita anche come modello per le pagine del Grande Gatsby: un giovane James Gatz che non solo ha come obiettivo il benessere in generale come la salute e la saggezza ma studia l’elettricità e non manca di ideare invenzioni, omaggi morti all’idea di Franklin che esiste nella mente di Fitzgerald.

Come è meraviglioso quest’uomo che amò i suoi dieci anni a Londra e costruì nei suoi otto anni a Parigi l’immagine per i posteri di essere stato il primo vero americano e di avere aiutato la sua nazione a crearsi una identità nazionale.

Per saperne di più su questo uomo intrigante dai mille volti leggete Walter Isaacson la sua biografia generale: Benjamin Franklin an american life, e anche l’opera di Gordon S.Wook: The americanization of Benjamin Franklin, uno studio affascinante che ci mostra come quest’uomo che una volta era ben lontano dall’aristrocrazia europea ha raggiunto i suoi obiettivi giocando a mettersi la parrucca dell’americano, non pensando neppure lontanamente di essere un ciarlatano con indosso vestiti eleganti e l’etichetta di “persona semplice”. L’autobiografia è il vostro punto d’inizio.

E anche per questo appuntamento è tutto. Auguro a tutti voi una serena pasqua e buona lettura a tutti.

Alice Tonini

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Facciamo la conoscenza dei primi maghi della storia tra esorcismi, magie curative e stregoneria

Oggi ci addentriamo ancora una volta nelle nebbie della storia con un articolo che parla di formule magiche incise nell’argilla (la carta non esisteva), esoterismo e magia.

Abbiamo già trattato delle prime storie di fantasmiche sono giunte fino a noi e abbiamo visto che esistevano nell’antica terra di Mesopotamia delle figure professionali che si occupavano in prima persona di risolvere ogni problema che poteva sorgere con queste entità.

La magia faceva parte della vita quotidiana dell’antica società mesopotamica. Voglio ricordarvi che quando parlo della “società mesopotamica” intendo quelle zone che oggi corrispondono circa a Iran e Siria, dove era diffusa la scrittura cuneiforme sulle tavolette che ci fanno da testimoni silenziosi. La civiltà nelle terre tra il tigri e l’eufrate si è evoluta a partire dal IV millennio a.C., le ultime tracce risalgono al 500 a.C. I popoli di cui abbiamo più testimonianze sono gli assiri, i babilonesi e i sumeri.

L’angolo da cui vedevano la magia questi popoli era molto diverso da come possiamo intenderla oggi. Abbiamo già accennato alle credenze sui fantasmi e sui demoni; la magia non era qualcosa in cui potevano credere o meno ma era semplicemente parte del mondo, le cose stavano così non c’era un altro modo di intendere la realtà.

Ad oggi dagli archeologi sono state ritrovate circa dalle 150.000 alle 200.000 tavole risalenti alle civiltà babilonese e sumera, la maggioranza sono in pessime condizioni ma ancora riescono a raccontarci di usanze che a noi possono sembrare incredibili. 

Tavola esposta al British museum con i doveri di un mago 

Questa tavoletta ad esempio riporta iscritti quelli che erano i doveri di un mago professionista. Chiamati ashipu erano le persone qualificate e specializzate nel praticare la magia divina. Qualcuno decise di incidere su una tavoletta di argilla quelle che erano le loro responsabilità e i doveri professionali. Per darvi una idea di com’era la vita di un mago sappiate che il primo dei loro doveri era quello di consacrare i templi, dovevano assicurarsi che non ci fossero fantasmi o demoni a spasso che avrebbero potuto disturbare i fedeli. In secondo luogo praticavano incantesimi e toglievano le maledizioni e il malocchio. In terzo luogo avevano la funzione di dottori. 

Come abbiamo visto l’altra volta le malattie erano causate dai fantasmi e dai demoni quindi visitavano i pazienti a casa e diagnosticavano il tipo di disturbo di cui poteva soffrire. Dopo di ciò prescrivevano medicamenti a base di piante magiche o prescrivevano l’acquisto di statuette e amuleti rappresentanti un demone o un incantesimo inciso. i maghi potevano anche recitare degli incantamenti segreti, di cui solo loro erano custodi, per togliere la malattia ed esorcizzare gli ambienti e le persone che li occupavano.

Gli ashipu dovevano frequentare delle scuole per specializzarsi e ogni città aveva la propria. Dovete sapere che gli incantesimi di una scuola per ashipu erano diversi da quelli di un altra e tra le varie scuole c’era il massimo riserbo riguardo gli insegnamenti, c’era parecchia concorrenza. Gli archeologi hanno trovato di uno stesso incantesimo varie versioni scritte in modo diverso perché ogni mago utilizzava quanto gli era stato insegnato e lo poteva personalizzare a seconda delle necessità.

I maghi spesso collaboravano in team con altri maghi e il sapere del gruppo veniva scritto in una sorta di enciclopedia-manuale di istruzioni dove sul davanti e sul retro delle tavolette si possono trovare elenchi infiniti di nomi di demoni e di incantesimi per esorcizzarli. 

I demoni erano di origine divina o semi divina, non potevano essere eliminati o uccisi, non avevano un cuore e non soffrivano il dolore. Non avevano nulla a che vedere con l’esperienza umana al contrario dei fantasmi, delle streghe e degli stregoni. Le statuette che si utilizzavano per tenere lontane queste entità maligne venivano appese in casa o seppellite sotto al pavimento. Sappiamo che aspetto avevano i cani dell’epoca grazie a degli amuleti che sono stati ritrovati sotto al pavimento di alcune abitazioni. Questi amuleti rappresentanti dei terribili mastini con le fauci spalancate e avevano incisioni sul dorso dell’animale che avvertivano  il nemico del pericolo che queste creature rappresentavano.

Nessuna tavoletta sino ad ora ha mai riportato la testimonianza di qualcuno che vide un demone in prima persona, i disegni giunti fino a noi sono concettualizzazioni, visioni oniriche che avvenivano durante i rituali o gli incantesimi. Per esempio: abbiamo la terribile rappresentazione di un demone-capra, lontano dall’essere il demonio medievale, era accusato di essere la causa del mal di testa e questo si spiegava perché, secondo le credenze comuni, esso con le corna batteva contro la testa delle persone. 

Ogni demone è rappresentato con sembianze terribili: molteplici braccia e gambe deformi, la testa di animale e le unghie spropositate. 

Tavola del British museum che rappresenta Iamashita

Uno dei demoni più temuti e uno di quelli che i maghi dovevano affrontare più spesso era Iamashita che attaccava le donne incinte e i bambini appena nati. Con la testa di leone, gli artigli unghiuti e il corpo antropomorfo era davvero terribile. Cavalcava il dorso di un asino, teneva in mano serpenti e allattava un cane e un lupo. Della storia di questo demone sappiamo poco, ci è stato tramandato che nell’aldilà ha compiuto atti terribili (non si sa quali) e per questo venne mandata dal padre a vagare sulla terra alla ricerca dei neonati e delle madri per prendere le loro vite. Ai nostri occhi questa può essere è la rappresentazione iconica della mortalità infantile che all’epoca doveva essere altissima. Dobbiamo però considerare che per le genti di quell’epoca questa creatura, così come il demone-capra erano reali, semplicemente non li potevano vedere. E anche se oggi etichettiamo queste credenze come primitive queste persone si proteggevano dalla morte e dalle malattie portate da queste creature come potevano, e si rivolgevano ai maghi per farsi dare amuleti più o meno costosi e trovare un po’ di serenità.

I maghi durante le cerimonie rituali erano avvolti in un abito che si avvolgeva attorno al loro corpo conferendo la forma di un pesce, sulla testa portavano un cappello con la criniera di un leone e alcuni mettevano delle maschere. Mentre officiavano il paziente doveva restare sdraiato su di un letto mentre venivano recitate formule guaritrici e distribuite per casa tavolette per esorcizzare le presenze maligne. Bruciavano incenso per purificare l’ambiente e suonavano dei campanelli magici. Potevano anche usare dei bastoni o delle daghe sacre che si credeva avessero poteri terribili contro le creature dell’aldilà. 

La magia praticata dai maghi era attribuita alle divinità dei cieli mentre era diffusa anche la stregoneria il cui potere era attribuito alle sole mani dell’uomo ed era praticata da quelli che oggi potremmo chiamare stregoni e streghe. I loro incantamenti potevano essere causa di disgrazie e malattie. E’ stata rinvenuta e una intera raccolta di tavolette con le istruzioni dettagliate di come affrontare la stregoneria, quali rituali sono più efficaci per togliere l’effetto delle maledizioni lanciate dagli stregoni e dalle streghe. L’idea che ci fossero donne che potevano farti ammalare sussurrando parole di nascosto e puntandoti il dito contro o costruendo statuine di cera per gettarle nel fuoco e maledire qualcuno in passato era una credenza presa molto serio. Se c’erano malattie che si trasmettevano a tutti i membri di una famiglia, disturbi che non si riusciva a spiegare o fatti strani che non trovavano una soluzione era sicuramente stata fatta una stregoneria. 

Piccola tavoletta con incantesimo per la protezione personale. 

Nella legge di Hammurabi che sicuramente tutti conoscete per l’occhio per occhio e dente per dente, si può trovare anche un articolo che stabilisce la sentenza di morte per le streghe che erano scoperte a praticare. Queste credenze trovano un fine attorno al  900 a.C, nel periodo successivo la responsabilità delle malattie viene attribuita unicamente ai fantasmi e ai demoni in una evoluzione che ha puntato verso il mondo invisibile delle divinità.

Una menzione particolare l’hanno i necromanti, maghi specializzati che potevano parlare con i morti e che riuscivano a predire il futuro. Si trattava di pochi maghi altamente retribuiti che si potevano permettere solo le persone economicamente ricche. Spesso i re ne avevano a disposizione anche tre o quattro. Conoscevano formule magiche per risvegliare un defunto e riportarlo nel mondo dei vivi e durante il rituale utilizzavano una mistura di ingredienti che solo loro conoscevano. Il cliente doveva pagare ma anche procurare il teschio della persona che si intendeva risvegliare.

Spero che queste curiosità vi siano piaciute. Troppo spesso l’argomento “antica Mesopotamia” viene liquidato come materia da studiare per la scuola e poi presto dimenticato per fare posto all’argomento successivo. Per gli appassionati di esoterismo, di folklore e dell’horror in generale ci sono una infinità di curiosità che possono interessare.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

La vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, raccontataci da lui stesso

Quest’anno gli inviti alla lettura, come già via avevo anticipato, parlano delle biografie e delle autobiografie più famose e vendute.

E’ un genere che in Italia non va per la maggiore, infatti le opere che vi presento sono tutte opere estere, principalmente statunitensi. Come molti di voi sapranno la cultura nord americana, se paragonata a quella europea è relativamente giovane e un ruolo importante nella sua costruzione lo hanno giocato proprio alcune delle biografie e autobiografie che vi presento. Per farvela semplice basti pensare alla mitologia legata alle figure di alcuni dei più famosi presidenti degli Stati Uniti come Abramo Lincoln o George Washington.

Oggi però parliamo di una pagina tristissima della storia americana, quella dello schiavismo e della tratta dei neri. Le opere che ne parlano sono davvero tante ma io ho scelto una tra le più famose e significative. Memorie di uno schiavo fuggiasco del 1845 di Frederick Douglass, soprannominato il Leone di Anacostia, primo afroamericano ad essere candidato per la vicepresidenza degli Stati Uniti e infaticabile sostenitore dell’eguaglianza di tutti: uomini, donne, bianchi, neri, nativi americani o immigrati.

Il lungo titolo che ho dato a questo articolo vi avvisa che non c’è “come x raccontò a …” della tradizionale narrativa sugli schiavi della letteratura americana. Questa autobiografia è una testimonianza non solo di un uomo coraggioso con le sue aspirazioni e la sua ingenuità, ma racconta anche della sua insaziabile capacità di apprendere e della sua incredibile padronanza della scrittura.

Douglass dopo tre tentativi andati a vuoto, riuscì a fuggire dalla sua schiavitù nel Maryland nel 1838 e pubblicò questo libro sette anni più tardi. La frase “uno schiavo americano” è vera in senso letterale con Douglass che rimane soggetto ai cacciatori di schiavi durante tutto il periodo di fuga e per ben due volte ritorna alla condizione di schiavitù in brevissimo tempo. 

Parlando a un pubblico di Cork, città dell’Irlanda, nell’autunno del 1845, Douglass nota “Io sono qui per evitare la puzza dei cacciatori di sangue Americani”. Negli anni seguenti, tra gli inglesi, raccolse un vasto pubblico di ammiratori a causa delle sue continue obiezioni al fatto che loro trattassero con gli schiavisti. Vennero raccolti dei soldi per pagare la sua libertà.

Se esiste un libro che può far piangere e gioire allo stesso tempo è questa autobiografia. Le descrizioni ripetute delle frustate, subite da Douglass fin da bambino, sono ovvi esempi di una lettura repellente. Questi racconti di abusi fisici subiti da un corpo umano sono solo parzialmente dolorosi, bisogna sommare anche gli abusi mentali e spirituali che gli schiavi subivano. Douglass racconta che anche i signori degli schiavi che permettevano a questi ultimi di ubriacarsi durante le rare festività che era loro concesso di festeggiare lo facevano per annebbiare la loro ragione secondo un piano pre stabilito. Tutti gli sforzi per tenere gli schiavi in condizioni animali erano complementari alle catene e alle “Cowskin” (Termine utilizzato dal protagonista per indicare la frusta.). 

Quando fuggì gli fu chiesto di parlare davanti ad un gruppo abolizionista, lui inizialmente espresse riluttanza notando ironicamente che la schiavitù è una “scuola povera per l’intelletto e il cuore”.

Il giovane Frederick nato da una madre amorevole e che non conobbe mai il padre, (probabilmente un bianco, probabilmente un padrone) all’età di dodici anni ha una rivelazione riguardo il “cammino dalla schiavitù alla libertà”. Quando la moglie del nuovo padrone inizialmente gentile, ha tempo per insegnargli a leggere, suo marito interviene dicendo che “Imparare rende uno schiavo scontento e infelice” quindi per la mentalità dell’epoca inadatto ad essere uno schiavo. Una rivelazione! “Quello che lui più temeva io più desideravo.”  E’ ispirante venire a conoscenza che il ragazzo inventa uno stratagemma clandestino per migliorare le sue abilità di lettura e per imparare a scrivere. La sua dedizione all’apprendimento è commovente e anni più tardi lo spinge a coinvolgere anche altri schiavi, “ci sostenevamo gli uni con gli altri” e insegnò a leggere a più di 40 uomini e donne di tutte le età, tutti con un “ardente desiderio di imparare”.

Anche la più cruda delle esperienze che Douglass racconta farebbe effetto, ma la sua abilità con le parole scava nel contenuto in modo affilato. La sua lunga struggente invocazione alle vele delle navi che poteva vedere nella Baya di Chesapeake (“tu sei sciolta dai tuoi ormeggi e sei libera; io sono veloce nelle mie catene e sono uno schiavo.”) è corrisposto come potere emozionale dalla sua descrizione del “selvaggio” e “apparentemente incoerente” cantare degli schiavi che venivano trasportati in quelle stesse navi. 

Il romanzo La capanna dello zio Tom, opera di fantasia di Harriet Beecher Stowe, apparve sette anni più tardi, contiene scene melodrammatiche di schiavi che fuggono da un padrone persecutore. La narrazione di Douglas è reale e affligge l’anticlimax. 

Dopo due fallimenti, per proteggere le possibilità degli altri schiavi di fuggire verso nord lui progetta la sua fuga verso New York con estrema attenzione. Dal libro si apprende dell’esistenza di Anna Murray – donna libera, lavoratrice domestica, futura moglie – che si spinge a nord per raggiungerlo, e ci fa sentire il suo orgoglio durante la trascrizione legale delle impronte per il loro certificato di matrimonio. Poi si va a New Bedford in Massachusetts, dove l’uomo che è stato chiamato Bailey, Stanley e Johnson prende il nome di Fredrick Douglass per affrontare la sua nuova vita da uomo libero.

Non ho un’idea precisa della mia età perché non ho mai visto un documento ufficiale che la registrasse. L’enorme maggioranza degli schiavi sanno, della loro età, quanto ne sanno i cavalli, e su questo punto tutti i padroni ci tengono a mantenerli nel buio più completo.[…] Fu questa, per me, una causa di disagio fin dall’infanzia. I ragazzi sapevano dire quanti anni avevano: perchè mi era negato lo stesso privilegio?

Con questa citazione vi invito a leggere quest’opera forse un po’ datata ma dai contenuti attuali e emozionanti.

Questa è solo una delle tante biografie e autobiografie che la dura epoca degli schiavisti ci ha lasciato. Sono tutte opere che parlano dell’importanza della libertà e della necessità di avere una istruzione per conquistarsi quello spazio nel mondo che altrimenti sarebbe negato da chi vuole farci credereche tanto andare a scuola non serve.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Sfogliamo i segreti del Libro dei morti degli antichi Egizi

Oggi nuovo articolo della rubrica inchiostro nerofumo.

Abbiamo visto insieme le tradizioni legate alla morte degli antichi popoli mesopotamici che abitarono i fiumi Tigri ed Eufrate ma basta che ci spostiamo lungo il fiume Nilo che le tradizioni cambiano in modo radicale e la visione dell’aldilà diventa totalmente diversa.

Una piantina della zona per non perdervi. 

Gli antichi egizi espressero la loro visone della morte basandola sul mito di Osiride un’antica divinità che, abbreviandovela molto, fu ucciso dal suo fratello malvagio Set e riportato in vita dalla moglie e sorella Isis. Gli egizi credevano che, nel momento della morte, la loro vita sarebbe stata soppesata da un tribunale composto dalle quarantadue divinità principali ed erano convinti che il giudizio finale di Osiride potesse garantire loro l’immortalità. L’aldilà divenne quindi un semplice proseguimento della vita terrena. 

Gli antichi egizi facevano molta attenzione alla morte e svilupparono diversi rituali, alcuni molto elaborati, per assicurarsi un felice trapasso. Un esempio rappresentativo di questa attenzione al viaggio ce lo ha mostrato la tomba del re Tutankhamon, ritrovata intatta dagli archeologi.

Re Tut si assicurerà che il suo popolo intenda gli insegnamenti nel modo corretto anche se sa che è impossibile.

Oggi però parliamo di un libro, più precisamente del Libro dei morti. In realtà non è un libro come lo intendiamo noi ma si tratta di una raccolta di formule magiche e racconti che venivano scritti e illustrati su lunghissimi fogli di papiro.

La tradizione dei testi funerari nell’antico Egitto è molto più antica rispetto al Libro dei morti (usato in modo stabile dal 1550 a.C.), ci sono i testi delle piramidi e i testi dei sarcofagi che però non erano scritti su papiri ma incisi nella pietra delle piramidi e all’interno dei sarcofagi. Alcune formule utilizzate in tali antichi testi oggi non sono state ancora pienamente comprese e alcune formule restano un mistero perché sono stati trascritti geroglifici oscuri, inusuali che indicavano l’uso di un linguaggio molto antico. 

Solo una parte delle formule più antiche verranno riportate anche nel Libro dei morti, le altre caddero in disuso e vennero sostituite da composizioni più recenti.

Alcune divinità.

Ci sono pervenute molte versioni del Libro dei morti ma quella più famosa è quella conservata presso il museo egizio di Torino, una delle prime ad essere studiate e tradotte. Si tratta del papiro di Iuefanhk lungo diciannove metri ed è una delle versioni più complete e meglio conservate che abbiamo oggi. 

La definizione di Libro dei morti è moderna, gli antichi egizi chiamavano queste composizioni ru nu pereth em heru o Libro per uscire dal giorno. Erano formule magiche che servivano per concedere al defunto di superare degli ostacoli che gli avrebbero potuto impedire di raggiungere la Duat, il regno dei morti per poi assicurarsi la vita immortale nei campi di Iaru. 

Lo studioso che per primo affrontò lo studio del Libro dei morti di Iuefanhk fu Richard Lepsius. Sarà lui a dare il nome che ancora oggi usiamo e suddividerà il libro in centosessanta capitoli come ancora oggi viene suddiviso da chi lo studia. Impresa monumentale visto che tradotto è lungo la bellezza di settecento pagine.

La maggioranza delle formule magiche sono finalizzate al momento in cui il defunto si troverà davanti a Osiride. Secondo la tradizione riportata dal libro il defunto viene fatto entrare in una cappella e viene accolto da Maat dea della giustizia. Sulla bilancia verrà posto il cuore del defunto e dall’altra parte una piuma. Se il cuore sarà leggero potrà proseguire per i campi di Iaru, se è più pesante Ammit divora il cuore e impedisce il viaggio del defunto. Il giudice supremo sarà Osiride, risorto dalla morte e sovrano dell’oltretomba. Il dio Thot  prende nota di quanto accade e altre quarantadue divinità giudicano l’operato del morto quando era in vita. Le formule del libro sarebbero dovute servire a dare le risposte più opportune durante l’interrogatorio. (Ma non solo, date un’occhiata alle curiosità.)

La pesatura del cuore 

Il papiro, come già vi ho detto, è lungo diciannove metri ed è esposto in una lunga teca all’entrata del museo. Non è un libro che veniva prodotto in serie come lo intendiamo oggi ma ogni persona, quando preparava il suo corredo funerario, a seconda della disponibilità economica di cui poteva godere, decideva la lunghezza, la disposizione delle formule ed eventuali rappresentazioni da inserire. C’erano diverse botteghe che si occupavano di produrlo e ognuno poteva scegliere la versione più adatta alle sue esigenze.

Siamo alle solite, un paio di geroglifici sbagliati e ti ritrovi con una mummia in giro per casa.

Qualche curiosità in più. 

Le formule magiche finora giunte a noi sono centonovantadue ma nessuno dei manoscritti ritrovati le contiene tutte. C’erano formule per tutti gli usi: quelle per la protezione, altre per l’identificazione dell’anima, altre da recitare durante la pesatura per favorire un esito positivo. Non è mai stato identificato il primo autore di tali formule e gli antichi sacerdoti egizi si sono guardati bene dal nominarlo, facevano riferimento a un antico dio originario di Ermopoli, probabilmente Thot. L’efficacia del libro dei morti riguardava gli spiriti dei defunti e il mondo dell’aldilà. Le formule non erano intese per essere usate da un vivente, non avrebbero avuto alcuna efficacia. 

Nel libro sono elencati i nomi delle entità malvagie che avrebbero potuto ostacolare il viaggio del defunto, la tradizione esoterica egizia voleva che pronunciare il nome della creatura malvagia equivalesse ad avere il potere di obbligarla a fare ciò che si voleva, e qui potremmo aprire una parentesi sulle tradizioni della demonologia cristiano cattolica che hanno ispirato il mio ultimo romanzo…ma forse è il caso che ve ne parli più avanti. Sappiate solo che per gli egizi la pratica magica e la religione erano una sola cosa: creazione e parola (scritta e parlata) erano la stessa cosa. 

Bene e anche oggi ci siamo divertiti con i misteri legati alla morte e con un libro dalle origini altrettanto misteriose.

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Alice Tonini