Dal rogo alla diagnosi: la strega, la norma e la marginalità 🧙🏻‍♀️

C’è sempre un momento in cui una comunità decide che qualcuno è diverso. Non è necessariamente il momento in cui quella persona compie qualcosa. Può essere molto prima, quando una donna vive sola, quando conosce le erbe, quando assiste un parto, quando parla con un tono che gli altri trovano sgradevole. Quando non partecipa alle feste, quando risponde male o quando non risponde affatto. Quando qualcuno muore e lei, per caso, era lì. Quando un bambino si ammala e qualcuno ricorda di averla vista passare davanti alla porta. Quando il raccolto va male e torna alla memoria quella maledizione pronunciata mesi prima, forse per rabbia, forse per scherzo.

Prima c’è la differenza, poi il sospetto, poi il racconto e alla fine arriva una parola: strega.

La parola sembra antica quanto il buio, ma la strega che abbiamo in testa non è una creatura eterna. È una costruzione storica, religiosa, sociale e letteraria che cambia attraverso i secoli. Le persecuzioni per stregoneria nell’Europa della prima età moderna non furono un fenomeno unico e uniforme: variarono enormemente per territorio, periodo, istituzioni e dinamiche locali. Le accuse coinvolsero uomini e donne, anche se le donne costituirono la maggioranza delle persone perseguitate.

Stylized fashion exhibit with a model standing among faceless mannequins
A stylized fashion presentation places a central model among shadowed onlookers and mirrored displays.

Una ricerca comparativa parla di circa l’80% delle persone accusate come donne, lasciando comunque un significativo 20% di uomini. Questo dovrebbe bastare a farci diffidare dell’immagine semplicistica della “caccia alle streghe”. Ma non basta a spiegare perché quella figura sia sopravvissuta pertutti questisecoli. Per quello bisogna guardare non soltanto alle streghe, bisogna guardare a chi aveva il potere di chiamarle così.

Nel 1621, a Edmonton, in Inghilterra, una donna anziana di nome Elizabeth Sawyer venne accusata di stregoneria. Sappiamo qualcosa di lei perché l’accusa la trasformò improvvisamente in un personaggio pubblico. Inizialmente era una donna della comunità, dopo diventò The Witch of Edmonton. Fu accusata di aver provocato la morte di alcuni vicini attraverso la stregoneria, condannata e giustiziata. La sua vicenda produsse pamphlet, ballate e persino un’opera teatrale. Gli studi sul caso sottolineano proprio il modo in cui il corpo e la marginalità della donna furono trasformati in materia narrativa: Sawyer era anziana, povera e collocata ai margini della comunità. Ed è qui che la storia comincia a diventare letteratura.

Perché una volta che una persona viene accusata, non è più soltanto una persona, diventa una storia che gli altri raccontano su di lei. La donna reale scompare e rimane la strega. È un meccanismo che conosciamo bene anche oggi, benché le parole siano cambiate. Una persona viene classificata e la classificazione diventa spiegazione. La spiegazione diventa identità e alla fine nessuno guarda più la persona ma guarda l’etichetta.

Nel 1669, ad Amburgo, Anna Ebeler finì accusata di aver provocato la morte della donna per cui lavorava come assistente al parto. La storia comincia con una ciotola di zuppa. La donna malata peggiora e qualcuno interpreta l’evento come avvelenamento. Poi arrivano altre testimonianze e altri bambini malati. Altre morti, altri sintomi e le storie si accumulano; la spiegazione si espande e la singola disgrazia diventa una rete di malefici. È un esempio impressionante di come una comunità possa trasformare eventi dolorosi e difficili da comprendere in una narrazione coerente: qualcuno deve averlo fatto, e quel qualcuno deve essere identificabile. Il materiale processuale riportato dagli studiosi mostra proprio come l’accusa contro Ebeler si allargò attraverso nuove testimonianze e nuovi eventi attribuiti alla stessa presunta strega.

Non importa soltanto che cosa fosse successo realmente ma importa il bisogno di costruire un nesso. Quindi questo è successo perché lei ha fatto questo. Il cervello umano detesta il vuoto. Quando manca una spiegazione, spesso ne costruisce una, e quando una comunità condivide quella spiegazione, il sospetto può diventare una verità sociale molto prima di diventare una verità dei fatti.

Il problema non è soltanto la magia, per questo trovo insufficiente la lettura della strega come semplice personificazione dell’ignoranza. All’epoca dei fatti non è bastato che le persone credessero alla magiama serviva un sistema capace di trasformare una credenza in accusa, un’accusa in procedimento e un procedimento in condanna. Servivano vicini, autorità, tribunali, predicatori, pamphlet, confessioni, e, in certi casi, torture. Nell’Italia della prima età moderna, per esempio, le autorità potevano cercare sul corpo delle sospette il cosiddetto stigma diabolicum, ricorrendo a prove fisiche che oggi riconosciamo come prive di valore probatorio. La ricerca recente sulle rappresentazioni delle donne anziane accusate di stregoneria mostra quanto il corpo stesso potesse diventare un oggetto da interpretare e manipolare fino a produrre la “prova” desiderata.

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Il corpo non era più un corpo ma era diventato un testo da decifrare, una superficie sulla quale cercare la colpa e tutto questo è una cosa terribilmente moderna, questa ossessione per il segno.

C’è però un elemento che continua a rendere la strega interessante anche dopo la fine dei processi. La strega sa. Sa qualcosa che gli altri non sanno, conosce le erbe, conosce i corpi, conosce i morti, conosce segreti. Questa è già una trasformazione letteraria e folklorica, non una descrizione della realtà storica delle donne accusate. Ma è una trasformazione potentissima, perché la paura non nasce soltanto dal male ma nasce dalla conoscenza che non possiamo controllare. La strega è inquietante perché possiede una grammatica diversa, guarda qualcosa e attribuisce a quel qualcosa un significato che gli altri non vedono.

E se la sua interpretazione è incomprensibile, può diventare minacciosa. Non sappiamo cosa vede, quindi immaginiamo che sia pericoloso. Non è un caso che la strega viva così spesso ai margini, nel bosco, fuori dal villaggio, vicino all’acqua, in una casa isolata o in una grotta.La sua geografia è una geografia della soglia. Da una parte c’è il mondo ordinato: la casa, il lavoro, la famiglia, la chiesa, le regole. Dall’altra c’è qualcosa che non si lascia addomesticare.

La strega abita il confine perché il confine è il luogo dove le categorie tremano.E questa è una delle ragioni per cui il folklore continua a conservarla. Non abbiamo più bisogno di credere letteralmente alla strega. Ci serve ancora la sua funzione, ci serve qualcuno che rappresenti ciò che non sappiamo collocare. E se il problema fosse la norma? È qui che, oggi, la strega può incontrare la neurodiversità.

Ma bisogna fare molta attenzione. Dire che una donna accusata di stregoneria nel Seicento fosse “in realtà autistica” o avesse l’ADHD sarebbe una forzatura. Le categorie diagnostiche contemporanee non possono essere semplicemente trasferite nel passato come se fossero etichette universali. Non è questo che ci interessa, ci interessa la domanda che viene dopo. Chi decide quale mente sia normale?

La Literary Neurodiversity Studies è un campo relativamente giovane della critica letteraria che parte da un principio semplice e radicale: le menti umane non funzionano tutte nello stesso modo e questa diversità può cambiare il modo in cui leggiamo, scriviamo e interpretiamo la letteratura. Il campo studia personaggi, autori, lettori, forme narrative e stili, ma soprattutto mette in discussione l’idea che esista un unico funzionamento cognitivo da assumere come norma. Questo sposta completamente la domanda. Non: “Quale diagnosi aveva questa persona?” Ma: “Quale idea di normalità stiamo usando per giudicarla?”

È una differenza enorme. Ogni società costruisce aspettative sul modo corretto di stare al mondo, come si parla e come si ascolta. Quanto ci si muove e come si reagisce. Quanto rumore si sopporta. Quanto è accettabile essere ossessivi e quanto è accettabile essere distratti. La maggior parte di queste regole è così invisibile che smettiamo di considerarle regole e le chiamiamo semplicemente normalità. Poi arriva qualcuno che non le segue. Non necessariamente perché voglia ribellarsi, ma a volte perché non le percepisce nello stesso modo. A volte perché le percepisce troppo e a volte perché il mondo sociale che per gli altri è intuitivo, per lui non lo è affatto.

E allora arrivano le parole: strano, difficile, egoista, esagerato, freddo, incapace, eccentrico, pericoloso. Le parole cambiano ma il meccanismo può restare. La neurodiversità permette di vedere quel meccanismo senza trasformare ogni differenza in una virtù e senza negare la sofferenza reale che alcune condizioni possono comportare. È una distinzione fondamentale. Non significa dire che ogni comportamento diverso sia giusto ma significa riconoscere che diverso e sbagliato non sono sinonimi.

La storia di Anna Trapnel rende ancora più inquietante questo confine. Trapnel, nell’Inghilterra del Seicento, era una profetessa visionaria. Pubblicava testi, raccontava visioni e pronunciava avvertimenti rivolti alle autorità politiche e religiose del suo tempo. A seconda di chi la guardava, poteva essere una profetessa oppure una pazza.Oppure una strega. La ricerca storica sul suo caso mostra proprio questa oscillazione identitaria: una donna che rivendicava una forma di visione religiosa poteva essere ricondotta dalle autorità e dai suoi avversari alle categorie della follia o della stregoneria.

Questo passaggio mi interessa più della strega con il cappello nero, perché dimostra quanto possa essere fragile il confine tra visionario e patologico, profeta e pazzo, sapiente e pericoloso. Non cambia necessariamente la persona, ma cambia lo sguardo che la osserva. E quando cambia lo sguardo, cambia il nome.

È importante dirlo proprio qui. Non voglio recuperare la strega come eroina moderna, non era necessariamente una donna ribelle. Non era una femminista ante litteram e non era una guaritrice perseguitata perché troppo intelligente. E non era neppure una persona neurodivergente in senso contemporaneo. Queste letture possono essere suggestive, ma rischiano di cancellare le persone reali dietro l’archetipo. Le donne accusate di stregoneria erano persone inserite in contesti precisi, con storie precise, e spesso finirono dentro conflitti locali che avevano poco a che fare con la grande figura demoniaca che la cultura popolare ci ha consegnato.

La storia viene prima del mito, ma il mito ci permette di capire qualcosa della storia che non smette di essere attuale. Perché ogni epoca costruisce le proprie parole per indicare chi non rientra nella forma. Non diciamo più necessariamente “strega”, abbiamo parole più moderne, più tecniche e più rispettabili. Alcune sono necessarie: permettono di riconoscere esperienze, bisogni e condizioni che in passato non avevano un linguaggio adeguato. Altre possono diventare gabbie. Il problema non è avere categorie, il problema nasce quando una categoria smette di essere uno strumento e diventa una sentenza. Quando non descrive più una persona, ma pretende di spiegarla interamente. Quando la parola viene prima dell’ascolto, quando il comportamento viene prima del contesto e quando la differenza viene interpretata automaticamente come deficit. La strega ci ricorda che le etichette non sono innocenti, ma una parola può descrivere. Una parola può proteggere e una parola può anche condannare.

Forse è questo che la vecchia figura del folklore continua a chiederci. Non di credere alla magia. Non di romanticizzare il passato. Non di trasformare ogni outsider in un eroe. Ma di fermarci prima dell’etichetta, prima di decidere che quella persona è strana. Prima di interpretare il suo silenzio come ostilità. Prima di chiamare follia ciò che non comprendiamo. Prima di trasformare una differenza in una colpa. Per secoli abbiamo raccontato la strega come una donna che vedeva ciò che gli altri non vedevano. Forse il punto non è sapere se quelle visioni fossero vere ma il punto è capire perché una comunità avesse così bisogno di stabilire che non potevano esserlo.

La strega non fa più paura perché conosce il futuro ma fa paura perché non sappiamo dove collocarla. Sta nel bosco mentre noi siamo nel villaggio, sta sul confine mentre noi abbiamo bisogno di categorie. Guarda il mondo da un angolo che non riconosciamo. E noi, quando non comprendiamo un punto di vista, abbiamo sempre una tentazione: correggerlo e normalizzarlo. Forse la domanda che dobbiamo portarci dietro non è se la strega vedesse troppo. È un’altra. Quanto del mondo non vediamo perché abbiamo deciso in anticipo come dovrebbe essere visto?

Alice Tonini

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Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️

Cari lettori dell’ignoto il 21 giugno il mondo celebra la luce. Ma se scaviamo sotto il folklore delle ghirlande e dei falò, troviamo il sangue. Per le antiche tradizioni pagane, il Solstizio d’Estate è l’istante della “perfezione che precede il declino”. Il Dio Sole è al culmine della sua potenza, ma proprio in questo momento di massimo splendore, la ruota dell’anno gira: da domani, le tenebre inizieranno a mangiarsi i minuti.

È il sacrificio del Re: per nutrire la terra, il Dio deve accettare di morire per fare posto al nuovo. A mezzogiorno del solstizio, il sole è così perpendicolare che le ombre scompaiono. È una luce clinica, spietata, che non lascia angoli bui dove infilare le proprie bugie.

In questa assenza di filtri, io faccio la mia autopsia. Non parlo di me per narcisismo, ma per necessità rituale. Se il Sole deve sacrificare la sua gloria per permettere al ciclo di continuare, io sacrifico la mia “maschera sociale” per non soffocare. La mia capacità di dissociare, quel saltare tra i pensieri che il mondo chiama disturbo, in questo giorno diventa la mia “Pizia interiore”. Non è un difetto di fabbrica; è il calore di un reattore che non ha schermi protettivi.

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Gli antichi sapevano che senza il sacrificio del Re Sole, il grano non sarebbe mai maturato. C’è un costo biologico per ogni visione. Sentire tutto con un’intensità insopportabile, vivere ogni fatto della vita come un’ustione che lascia cicatrici ineluttabili, è il mio modo di stare sull’altare. Per anni mi sono detta che ero sbagliata perché per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano mille altre che “era un peccato lasciar perdere”. Oggi, sotto questa luce che non concede zone d’ombra, capisco che quella non era confusione. Era l’abbondanza del raccolto prima della mietitura.

Come i sacerdoti che univano il fango al sacro, io metto insieme principi e fattori distanti in equazioni improbabili. È l’unica magia che conosco. Il 21 giugno è il giorno in cui smetto di chiedere scusa per il rumore nella mia testa. Se il Dio Sole accetta di iniziare la sua discesa nell’oscurità proprio quando è più potente, io accetto che la mia “specialissima equazione” sia fatta di picchi altissimi e di cadute rovinose. Non c’è confine tra normalità e non normalità: c’è solo la densità di quanto sei disposto a bruciare per illuminare il tuo mondo.

Il sacrificio del Re Sole non è un evento lontano, confinato nei cerchi di pietra di Stonehenge o nelle cronache perdute dei druidi. È quello che accade in questo istante esatto nel teatro della nostra mente. Siamo abituati a considerare la “chiarezza” come un dono, ma la luce del 21 giugno è un’arma. È una luce che scortica, che non perdona le sbavature, che mette a nudo ogni equazione improbabile che abbiamo cercato di nascondere per apparire “funzionali”. Ed è proprio in questa nudità che risiede il nostro unico potere.

Per anni ho cercato di spegnere il calore di queste ustioni, di domare quel criceto impazzito che correva tra mille inizi senza mai una fine rassicurante. Mi dicevano che era un peccato lasciar perdere, che dovevo scegliere un’orbita e restarci. Ma oggi, nel giorno in cui il Sole accetta la sua condanna per nutrire la terra, io accetto la mia natura di “incendio indomabile”.

Non siamo qui per essere curati, siamo qui per essere scatenati. La “normalità” è un’ombra che oggi non esiste. Resta solo la nostra specialissima equazione, quel modo assurdo e bellissimo che abbiamo di respirare il mondo, di sentire tutto con un’intensità che gli altri scambiano per fragilità.

In questo Solstizio, vi chiedo di smettere di cercare un riparo. Lasciate che la luce vi colpisca dritto sul marchio che portiamo. Bruciamo quello che non ci appartiene più: le scuse, i confini dettati da chi non ha mai visto un labirinto dall’alto, la paura di essere “troppo”. Il Re Sole inizia la sua discesa nell’oscurità consapevole che senza quel buio non ci sarebbe profondità. Noi facciamo lo stesso. Scendiamo verso i mesi della costruzione con la pelle ancora calda di questo mezzogiorno spietato.

Alice Tonini

6 risposte a “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️”

  1. Avatar Lucadg

    La mia testa funziona così, ancora adesso penso di aver sbagliato qualcosa e mi sento in colpa. A mia figlia è stata diagnosticata l’adhd. “Oramai lo dicono a tutti’ mi sento dire, così come a me dicevano che avevo sempre la testa tra le nuvole o volevo fare troppe cose. Alle persone piace etichettare, credo che a noi invece piaccia semplicemente respirare e sentire a modo nostro nel bene e nel male.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Cancella subito quel senso di colpa. Non le hai trasmesso uno sbaglio, le hai trasmesso la tua stessa natura: una mente che non si accontenta delle gabbie del mondo e che ha bisogno di spazio per respirare e sentire a modo suo. “Avere la testa tra le nuvole” o voler fare troppe cose significa solo che questo mondo vi sta stretto. La diagnosi per tua figlia non è una condanna, è la mappa del suo labirinto, lo strumento che le permetterà di difendere la sua unicità senza farsi spegnere dal giudizio di chi sa solo etichettare. Siamo una stirpe di menti libere, camminiamo fieri gli uni accanto agli altri. Un abbraccio immenso.🧡

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    2. Avatar Alice Tonini

      “Sentire a modo nostro” è l’unica definizione che conta davvero. Il senso di colpa non vi appartiene; vi appartiene la capacità rara di abitare la vita senza anestetizzarvi. Felice di avervi qui, davvero. 🧡

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  2. Avatar Lucadg

    Grazie per le tue parole, un abbraccio anche a te

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  3. Avatar Solstizio d’estate: luce, sacrificio e rinascita interiore

    […] post “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio”, pubblicato sul suo blog, Alice Tonini trasforma una ricorrenza astronomica e rituale in una […]

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Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo maggio tornando alla materia più sacra e spaventosa che esista: il sangue. A Napoli, tre volte l’anno, il tempo si ferma davanti a due ampolle. Il sangue di un martire del IV secolo, solido come roccia, deve farsi fluido. Se non accade, la storia ci dice che arrivano le catastrofi: pestilenze, terremoti, guerre.

Ma cosa stiamo guardando davvero? Un miracolo divino o la messa in scena di una necessità umana? La scienza ha provato più volte a profanare il mistero. L’ipotesi più accreditata è la tissotropia: alcune sostanze (come un mix di cloruro ferrico e carbonato di calcio, sostanze disponibili nel Medioevo) diventano fluide se agitate e solide se lasciate a riposo. Ma la spiegazione tecnica, per quanto affascinante, manca il punto. Il punto non è come si scioglie, ma perché abbiamo bisogno che lo faccia. Dobbiamo essere onesti: il culto di San Gennaro è quanto di più lontano esista dal cristianesimo razionale e “pulito” del Nord Europa. È un cristianesimo delle viscere. Gennaro non è un concetto teologico; è un corpo che è stato decapitato. Il rito della liquefazione non celebra la risurrezione dello spirito, ma la resistenza della carne. Per i fedeli, quel sangue non si scioglie per dimostrare che Dio esiste, ma per gridare che la morte è stata sconfitta sul suo stesso terreno: la materia. È un cristianesimo che non ha paura di toccare il sacro con le mani sporche.

San Gennaro non è solo un santo; è il garante di un equilibrio precario. Il suo sangue è il termometro di una città che vive all’ombra di un vulcano e che ha bisogno di sapere, periodicamente, che il “patto” è ancora valido. Napoli è l’unica città al mondo dove il popolo “insulta” il proprio santo (le famose Parenti di San Gennaro) per sollecitarlo a compiere il prodigio. Questo rapporto non è sottomissione, è negoziazione. Queste donne non adorano un dio distaccato; interpellano un familiare. Quando urlano al Santo “Faccia gialla, facci il miracolo!”, non stanno recitando un inno, stanno esercitando un diritto di sangue. Questo è il cuore del paradosso cristiano napoletano: l’idea che l’uomo possa “costringere” il divino attraverso l’insulto e la supplica. Non è la sottomissione timorosa del pagano davanti all’idolo; è l’audacia del cristiano che sa di essere figlio (o parente) di un Dio che si è fatto uomo e che, quindi, può essere richiamato ai suoi doveri. È un’intimità violenta che nessun’altra religione possiede

Il potere, sia esso quello della Chiesa o quello dello Stato, ha sempre guardato a questo rito con sospetto e timore. Se il sangue si scioglie, l’ordine è mantenuto. Se il sangue resta solido, il popolo si sente autorizzato alla rivolta, alla disperazione, al caos. Il miracolo è lo strumento con cui il sacro “gestisce” l’irrazionalità delle masse. È la prova che il potere ha bisogno del mistero per legittimare se stesso.

Come scrivevo per la Pizia di Delfi all’inizio di questo mese, il confine tra l’inganno dei sacerdoti e la verità del prodigio è sottile. San Gennaro è il discendente diretto dei culti dionisiaci che abbiamo esplorato: è l’irruzione della vita (il sangue fluido) nel regno della morte (la reliquia). È la carne che si rifiuta di restare cenere. Se l’Eucarestia è il mistero del pane che diventa corpo, la liquefazione è il mistero del corpo che torna a essere vita fluida. Per il napoletano, vedere il sangue che si scioglie è una “comunione oculare”. È la prova fisica che il sacrificio del martire è ancora efficace, qui e ora. In questo senso, San Gennaro è “troppo” cristiano: estremizza l’incarnazione fino a renderla scandalosa. Ricorda che il cristianesimo delle origini era accusato di cannibalismo proprio per questo legame ossessivo con il sangue e il corpo. A Napoli, quel cristianesimo radicale e carnale non è mai morto.

Spesso aspettiamo un “segno” esterno per capire se siamo sulla strada giusta. Aspettiamo che il nostro “sangue” si sciolga, che l’ansia si fluidifichi in azione, che il destino ci dia il via libera. Ma la lezione di San Gennaro è che il miracolo richiede agitazione. Non accade stando fermi a guardare l’ampolla. Bisogna scuotere il sistema, urlare contro il proprio santo, pretendere che la materia risponda alla volontà.

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Questo approccio cambia tutto. Mi fa capire che la mia scrittura, la mia ricerca, non può essere solo un esercizio intellettuale “pulito”. Deve essere un atto di fede nel senso più brutale: devo smettere di chiedere “per favore” al mio talento o alle mie intuizioni. Come le “Parenti” nel Duomo, devo imparare a pretendere che la mia materia interiore si sciolga, che le mie idee diventino sangue vivo e non restino croste secche in un’ampolla di carta. La fede, in se stessi, in un progetto, in una visione, non è un’attesa passiva. È una pretesa gridata. È il coraggio di essere “blasfemi” pur di ottenere il miracolo.

Alice Tonini

3 risposte a “Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, sorprendente 👏
    Complimenti e buona giornata

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille, felice che ti abbia sorpreso! Dietro le tradizioni che pensiamo di conoscere si nascondono spesso i risvolti più oscuri e affascinanti. Buona giornata anche a te e a presto! 🩸

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La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌

Cari lettori del mistero e dell’ignoto,Tra il 1764 e il 1767, una creatura non identificata massacrò più di cento persone nel Gévaudan in Francia. Ma la vera ferocia non stava nelle zanne della bestia, quanto nell’inchiostro dei giornali dell’epoca e nei corridoi di Versailles.

In un’epoca che si autoproclamava “razionale”, come ha potuto un animale, fosse esso un lupo abnorme, una iena o un ibrido addestrato, tenere in scacco l’esercito del Re Sole e l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: il mostro serviva. La Francia era appena uscita dalla disastrosa Guerra dei Sette Anni. Il prestigio di Luigi XV era ai minimi storici, l’economia era a pezzi e il popolo era inquieto. La Bestia arrivò come una benedizione mediatica.

La Gazette de France trasformò un predatore locale in una minaccia metafisica. Perché? Perché la paura collettiva è il collante più potente per il controllo sociale. Finché il popolo trema per un mostro nei boschi, non ha tempo di affilare le ghigliottine per chi siede sul trono. Il “mostro” era l’arma di distrazione di massa del Settecento.

Quando il Re inviò i suoi migliori cacciatori e l’esercito, non cercava solo di proteggere i pastori. Cercava una vittoria simbolica. La prima “morte” della Bestia, per mano del portarchibugio del Re, Antoine de Beauterne, fu un’operazione di pubbliche relazioni: portarono un grosso lupo impagliato a Versailles, dichiararono finita l’emergenza e incassarono il consenso. Peccato che la Bestia continuasse a uccidere.

Il potere preferisce una bugia rassicurante a una verità complessa. La Bestia smise di essere un problema politico solo quando un nobile locale, Jean Chastel, la abbatté con pallottole d’argento benedette. Un finale perfetto per una storia di superstizione, che metteva fine a un imbarazzo che stava diventando ingestibile per la monarchia.

Chi era davvero la Bestia? Alcuni ipotizzano che fosse un animale esotico addestrato da un sadico locale, protetto da influenze potenti. Ma questo conta poco. Ciò che conta è che la Bestia ha dimostrato come il potere si nutra dell’eccezione. Il sistema crea o alimenta il “mostro” (il nemico esterno, la minaccia oscura, l’emergenza perenne) per giustificare misure eccezionali e per riaffermare la propria necessità. Senza il lupo, a cosa serve il cacciatore del Re?

Oggi la Bestia ha cambiato forma, ma il meccanismo è identico. Ci vendono emergenze quotidiane, ci spingono a guardare con terrore verso “i boschi” mentre nelle stanze dei bottoni si decide il nostro futuro. Ho passato anni a temere i miei “mostri” interiori, le mie inadeguatezze, le mie deviazioni dal percorso accademico canonico, senza rendermi conto che quella paura mi rendeva manipolabile. Mi teneva ferma, in attesa che qualcuno mi dicesse che “il lupo era stato ucciso”. In “L’Eco della Specie Perduta”, l’OMT non è diversa dal governo di Luigi XV: gestisce il segreto e il terrore per mantenere l’ordine.

La lezione della Bestia è che l’unico modo per non essere divorati è smettere di credere alla narrazione del cacciatore. Bisogna guardare oltre la zanna e cercare chi tiene il guinzaglio.

Alice Tonini

4 risposte a “La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Il sistema poi negli anni ha creato attentati

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    1. Avatar Alice Tonini

      Esattamente. Cambiano i secoli e i palcoscenici, ma il copione della “fabbrica della paura” resta identico. Creare o cavalcare il mostro, che sia una bestia nelle foreste o un ordigno in una stazione, serve da sempre a serrare i ranghi del potere. Felice che tu abbia colto questo filo rosso.💪🏻👍🏻

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  2. Avatar re

    L’antidoto segreto (non vorrei dire arma) è la conoscenza e la risata: uccide i mostri e le paure. Vero tabù del potere.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto cruciale. Chi governa ha bisogno di ombre giganti sulla parete e di persone che tremano nel buio. Niente fa più paura al potere di qualcuno che smette di tremare, capisce il trucco e inizia a sorridere. Grazie per questa lucidità. 🧭

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Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una notte, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in cui il velo che separa questo mondo dall’Altrove si assottiglia fino a diventare trasparente. Non è la notte rassicurante delle candele e dei fiori, ma quella del fuoco che divora e del vento che porta con sé echi di risate che non hanno nulla di umano. È la Walpurgisnacht, la Notte di Valpurga.

Mentre il mondo “civile” si prepara a festeggiare la festa del lavoro o l’arrivo della primavera, sulle vette del Brocken, la cima più alta dei monti Harz in Germania, si consuma un rituale che la memoria degli uomini ha tentato invano di cancellare. Immaginate la nebbia fitta che avvolge le rocce di granito. Immaginate il freddo che morde le ossa. È qui che, secondo il folklore più oscuro, le streghe giungono in volo, cavalcando caproni e scope fatte di rami di salice, lo stesso salice magico che abbiamo incontrato in Tessaglia.

Non è una festa. È un sabba. È il momento in cui l’ordine viene ribaltato. Le sentite? Se chiudete gli occhi e ascoltate il sibilo del vento tra i rami secchi, le sentirete ridere. È un riso stridente, antico, che schernisce le vostre leggi, le vostre religie, la vostra pretesa di aver “addomesticato” l’ignoto. Esse ridono perché sanno che, nonostante le vostre luci elettriche, il buio è ancora il padrone del mondo. La Notte di Valpurga è il momento in cui l’Inverno deve morire per lasciare spazio alla Primavera, ma questa transizione richiede un tributo. Gli antichi accendevano enormi falò per scacciare gli spiriti maligni, ma la tradizione è interpretata anche in modo ambivalente: il fuoco non serviva a cacciarli, ma poteva servire anche a onorarli, a nutrire quella forza selvaggia che permette alla vita di esplodere di nuovo.

​Il folklore della Walpurgisnacht non si limita al sabba, ma affonda le radici in rituali di protezione contadina estremamente specifici. Nelle zone montuose della Germania e della Scandinavia, il 30 aprile non era solo una festa, era una notte di assedio. La tradizione imponeva di appendere rametti di biancospino e cenere benedetta sulle porte delle stalle per impedire alle streghe di “mungere” il bestiame fino a farlo morire. I giovani dei villaggi praticavano il Peitschenknallen (lo schiocco delle fruste) e sparavano colpi a salve nell’aria: non era rumore casuale, ma una tecnica di “pulizia sonora” per spezzare l’incantesimo del volo magico e far cadere le streghe dalle loro scope prima che raggiungessero la vetta.

​Tra le leggende più cupe legate a questa notte, vi è quella che vede come protagonista Baubo. Se nella mitologia greca è la vecchia che fa ridere Demetra con gesti osceni, nel folklore del Brocken si trasforma in una figura terrificante: la vecchia che cavalca una scrofa gravida. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo durante la salita verso la cima resti paralizzato, incapace di parlare per sempre, condannato a sentire il “riso di Baubo” rimbombare nella testa ogni volta che cala il sole. È la personificazione del lato grottesco e viscerale del femminile che la società ha cercato di soffocare, ma che a Valpurga torna a reclamare il suo spazio con una forza ferina.

Goethe, nel suo Faust, ci ha portato nel cuore di questa notte, mostrandoci Mefistofele che guida l’uomo tra i fuochi fatui e le ombre danzanti. Perché l’uomo ha bisogno di Valpurga? Perché ha bisogno di ricordare che dentro di sé batte un cuore nero, una scintilla di quel caos che ha generato l’universo. Questa connessione viscerale con la natura selvaggia e pericolosa è il fulcro di ciò che racconto ne “Il Richiamo”. Antonio, il protagonista, non sta cercando solo un’immagine: sta cercando quella vibrazione che scuote le foglie quando nessuno guarda. La Notte di Valpurga è il momento in cui il “Richiamo” diventa un urlo. Proprio come a Valpurga, ne Il Richiamo il bosco smette di essere uno sfondo e diventa un attore. Diventa quel luogo dove il sacro si confonde con il mostruoso.

Mentre approfondisco queste tradizioni, non posso fare a meno di notare come il bisogno umano di marcare il confine tra il caos e l’ordine sia universale. Che si tratti dei falò di Valpurga in Europa, delle celebrazioni di Beltane nelle terre celtiche, o dei riti di purificazione legati agli spiriti in remote zone dell’Asia, la struttura rimane identica. Le religioni cambiano i nomi ai demoni e ai santi, ma la paura della “soglia” resta la stessa.​Anche io, nella mia quotidianità, avverto questa necessità di proteggere i miei confini. La mia ansia è spesso legata a questa percezione: il timore che il velo si assottigli troppo e che ciò che cerco di tenere fuori, il vuoto, l’instabilità, l’imprevisto, possa irrompere nella mia vita. Studiare questi riti non è per me solo curiosità intellettuale, è un modo per riconoscere che non sono sola nel mio tentativo di arginare l’ignoto. Ogni cultura ha creato i suoi “schiocchi di frusta” per scacciare l’ombra; la terapia e la scrittura sono i miei personali rituali di protezione.

Chi accetta di ascoltare quel riso nel buio, chi ha il coraggio di guardare le streghe che danzano tra le fiamme, non torna più indietro. La sua anima è segnata per sempre dal fuoco del sabba. E voi? Avete il coraggio di uscire di casa questa notte? O preferite sprangare le porte e far finta che quelle risate fuori dalla vostra finestra siano solo il rumore del vento? Ditemi: qual è la vostra più grande paura legata al bosco e all’oscurità? Siete mai stati testimoni di qualcosa che la ragione non può spiegare?

Alice Tonini

4 risposte a “Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️”

  1. Avatar Pim

    Un post molto intrigante, provoca domande che restano in sospeso…
    La mia paura più grande non è quella di entrare nel bosco ma di non saperne più uscire.
    Ciao Alice.

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    1. Avatar Alice Tonini

      La paura di restare è, in fondo, il desiderio inconscio di trovarsi. Forse il bosco non è un luogo da cui fuggire, ma uno specchio in cui restare a guardarsi finché non smettiamo di essere degli estranei a noi stessi. Grazie per questo pensiero così intrigante, Pim!

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Il bosco è sempre un luogo magico in cui parliamo col profondo che spesso fatichiamo ad accettare in noi!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il bosco non mente mai: ci restituisce esattamente l’immagine di ciò che siamo quando nessuno ci guarda. Accettare quel riflesso è l’inizio di ogni vera libertà. Grazie per aver camminato con me tra queste suggestioni! 💪🏻👋🏻

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