Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️

Cari lettori dell’ignoto il 21 giugno il mondo celebra la luce. Ma se scaviamo sotto il folklore delle ghirlande e dei falò, troviamo il sangue. Per le antiche tradizioni pagane, il Solstizio d’Estate è l’istante della “perfezione che precede il declino”. Il Dio Sole è al culmine della sua potenza, ma proprio in questo momento di massimo splendore, la ruota dell’anno gira: da domani, le tenebre inizieranno a mangiarsi i minuti.

È il sacrificio del Re: per nutrire la terra, il Dio deve accettare di morire per fare posto al nuovo. A mezzogiorno del solstizio, il sole è così perpendicolare che le ombre scompaiono. È una luce clinica, spietata, che non lascia angoli bui dove infilare le proprie bugie.

In questa assenza di filtri, io faccio la mia autopsia. Non parlo di me per narcisismo, ma per necessità rituale. Se il Sole deve sacrificare la sua gloria per permettere al ciclo di continuare, io sacrifico la mia “maschera sociale” per non soffocare. La mia capacità di dissociare, quel saltare tra i pensieri che il mondo chiama disturbo, in questo giorno diventa la mia “Pizia interiore”. Non è un difetto di fabbrica; è il calore di un reattore che non ha schermi protettivi.

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Gli antichi sapevano che senza il sacrificio del Re Sole, il grano non sarebbe mai maturato. C’è un costo biologico per ogni visione. Sentire tutto con un’intensità insopportabile, vivere ogni fatto della vita come un’ustione che lascia cicatrici ineluttabili, è il mio modo di stare sull’altare. Per anni mi sono detta che ero sbagliata perché per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano mille altre che “era un peccato lasciar perdere”. Oggi, sotto questa luce che non concede zone d’ombra, capisco che quella non era confusione. Era l’abbondanza del raccolto prima della mietitura.

Come i sacerdoti che univano il fango al sacro, io metto insieme principi e fattori distanti in equazioni improbabili. È l’unica magia che conosco. Il 21 giugno è il giorno in cui smetto di chiedere scusa per il rumore nella mia testa. Se il Dio Sole accetta di iniziare la sua discesa nell’oscurità proprio quando è più potente, io accetto che la mia “specialissima equazione” sia fatta di picchi altissimi e di cadute rovinose. Non c’è confine tra normalità e non normalità: c’è solo la densità di quanto sei disposto a bruciare per illuminare il tuo mondo.

Il sacrificio del Re Sole non è un evento lontano, confinato nei cerchi di pietra di Stonehenge o nelle cronache perdute dei druidi. È quello che accade in questo istante esatto nel teatro della nostra mente. Siamo abituati a considerare la “chiarezza” come un dono, ma la luce del 21 giugno è un’arma. È una luce che scortica, che non perdona le sbavature, che mette a nudo ogni equazione improbabile che abbiamo cercato di nascondere per apparire “funzionali”. Ed è proprio in questa nudità che risiede il nostro unico potere.

Per anni ho cercato di spegnere il calore di queste ustioni, di domare quel criceto impazzito che correva tra mille inizi senza mai una fine rassicurante. Mi dicevano che era un peccato lasciar perdere, che dovevo scegliere un’orbita e restarci. Ma oggi, nel giorno in cui il Sole accetta la sua condanna per nutrire la terra, io accetto la mia natura di “incendio indomabile”.

Non siamo qui per essere curati, siamo qui per essere scatenati. La “normalità” è un’ombra che oggi non esiste. Resta solo la nostra specialissima equazione, quel modo assurdo e bellissimo che abbiamo di respirare il mondo, di sentire tutto con un’intensità che gli altri scambiano per fragilità.

In questo Solstizio, vi chiedo di smettere di cercare un riparo. Lasciate che la luce vi colpisca dritto sul marchio che portiamo. Bruciamo quello che non ci appartiene più: le scuse, i confini dettati da chi non ha mai visto un labirinto dall’alto, la paura di essere “troppo”. Il Re Sole inizia la sua discesa nell’oscurità consapevole che senza quel buio non ci sarebbe profondità. Noi facciamo lo stesso. Scendiamo verso i mesi della costruzione con la pelle ancora calda di questo mezzogiorno spietato.

Alice Tonini

6 risposte a “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio ☀️”

  1. Avatar Lucadg

    La mia testa funziona così, ancora adesso penso di aver sbagliato qualcosa e mi sento in colpa. A mia figlia è stata diagnosticata l’adhd. “Oramai lo dicono a tutti’ mi sento dire, così come a me dicevano che avevo sempre la testa tra le nuvole o volevo fare troppe cose. Alle persone piace etichettare, credo che a noi invece piaccia semplicemente respirare e sentire a modo nostro nel bene e nel male.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Cancella subito quel senso di colpa. Non le hai trasmesso uno sbaglio, le hai trasmesso la tua stessa natura: una mente che non si accontenta delle gabbie del mondo e che ha bisogno di spazio per respirare e sentire a modo suo. “Avere la testa tra le nuvole” o voler fare troppe cose significa solo che questo mondo vi sta stretto. La diagnosi per tua figlia non è una condanna, è la mappa del suo labirinto, lo strumento che le permetterà di difendere la sua unicità senza farsi spegnere dal giudizio di chi sa solo etichettare. Siamo una stirpe di menti libere, camminiamo fieri gli uni accanto agli altri. Un abbraccio immenso.🧡

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    2. Avatar Alice Tonini

      “Sentire a modo nostro” è l’unica definizione che conta davvero. Il senso di colpa non vi appartiene; vi appartiene la capacità rara di abitare la vita senza anestetizzarvi. Felice di avervi qui, davvero. 🧡

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  2. Avatar Lucadg

    Grazie per le tue parole, un abbraccio anche a te

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  3. […] post “Rinascita e sacrificio: riflessioni sul solstizio”, pubblicato sul suo blog, Alice Tonini trasforma una ricorrenza astronomica e rituale in una […]

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Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo maggio tornando alla materia più sacra e spaventosa che esista: il sangue. A Napoli, tre volte l’anno, il tempo si ferma davanti a due ampolle. Il sangue di un martire del IV secolo, solido come roccia, deve farsi fluido. Se non accade, la storia ci dice che arrivano le catastrofi: pestilenze, terremoti, guerre.

Ma cosa stiamo guardando davvero? Un miracolo divino o la messa in scena di una necessità umana? La scienza ha provato più volte a profanare il mistero. L’ipotesi più accreditata è la tissotropia: alcune sostanze (come un mix di cloruro ferrico e carbonato di calcio, sostanze disponibili nel Medioevo) diventano fluide se agitate e solide se lasciate a riposo. Ma la spiegazione tecnica, per quanto affascinante, manca il punto. Il punto non è come si scioglie, ma perché abbiamo bisogno che lo faccia. Dobbiamo essere onesti: il culto di San Gennaro è quanto di più lontano esista dal cristianesimo razionale e “pulito” del Nord Europa. È un cristianesimo delle viscere. Gennaro non è un concetto teologico; è un corpo che è stato decapitato. Il rito della liquefazione non celebra la risurrezione dello spirito, ma la resistenza della carne. Per i fedeli, quel sangue non si scioglie per dimostrare che Dio esiste, ma per gridare che la morte è stata sconfitta sul suo stesso terreno: la materia. È un cristianesimo che non ha paura di toccare il sacro con le mani sporche.

San Gennaro non è solo un santo; è il garante di un equilibrio precario. Il suo sangue è il termometro di una città che vive all’ombra di un vulcano e che ha bisogno di sapere, periodicamente, che il “patto” è ancora valido. Napoli è l’unica città al mondo dove il popolo “insulta” il proprio santo (le famose Parenti di San Gennaro) per sollecitarlo a compiere il prodigio. Questo rapporto non è sottomissione, è negoziazione. Queste donne non adorano un dio distaccato; interpellano un familiare. Quando urlano al Santo “Faccia gialla, facci il miracolo!”, non stanno recitando un inno, stanno esercitando un diritto di sangue. Questo è il cuore del paradosso cristiano napoletano: l’idea che l’uomo possa “costringere” il divino attraverso l’insulto e la supplica. Non è la sottomissione timorosa del pagano davanti all’idolo; è l’audacia del cristiano che sa di essere figlio (o parente) di un Dio che si è fatto uomo e che, quindi, può essere richiamato ai suoi doveri. È un’intimità violenta che nessun’altra religione possiede

Il potere, sia esso quello della Chiesa o quello dello Stato, ha sempre guardato a questo rito con sospetto e timore. Se il sangue si scioglie, l’ordine è mantenuto. Se il sangue resta solido, il popolo si sente autorizzato alla rivolta, alla disperazione, al caos. Il miracolo è lo strumento con cui il sacro “gestisce” l’irrazionalità delle masse. È la prova che il potere ha bisogno del mistero per legittimare se stesso.

Come scrivevo per la Pizia di Delfi all’inizio di questo mese, il confine tra l’inganno dei sacerdoti e la verità del prodigio è sottile. San Gennaro è il discendente diretto dei culti dionisiaci che abbiamo esplorato: è l’irruzione della vita (il sangue fluido) nel regno della morte (la reliquia). È la carne che si rifiuta di restare cenere. Se l’Eucarestia è il mistero del pane che diventa corpo, la liquefazione è il mistero del corpo che torna a essere vita fluida. Per il napoletano, vedere il sangue che si scioglie è una “comunione oculare”. È la prova fisica che il sacrificio del martire è ancora efficace, qui e ora. In questo senso, San Gennaro è “troppo” cristiano: estremizza l’incarnazione fino a renderla scandalosa. Ricorda che il cristianesimo delle origini era accusato di cannibalismo proprio per questo legame ossessivo con il sangue e il corpo. A Napoli, quel cristianesimo radicale e carnale non è mai morto.

Spesso aspettiamo un “segno” esterno per capire se siamo sulla strada giusta. Aspettiamo che il nostro “sangue” si sciolga, che l’ansia si fluidifichi in azione, che il destino ci dia il via libera. Ma la lezione di San Gennaro è che il miracolo richiede agitazione. Non accade stando fermi a guardare l’ampolla. Bisogna scuotere il sistema, urlare contro il proprio santo, pretendere che la materia risponda alla volontà.

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Questo approccio cambia tutto. Mi fa capire che la mia scrittura, la mia ricerca, non può essere solo un esercizio intellettuale “pulito”. Deve essere un atto di fede nel senso più brutale: devo smettere di chiedere “per favore” al mio talento o alle mie intuizioni. Come le “Parenti” nel Duomo, devo imparare a pretendere che la mia materia interiore si sciolga, che le mie idee diventino sangue vivo e non restino croste secche in un’ampolla di carta. La fede, in se stessi, in un progetto, in una visione, non è un’attesa passiva. È una pretesa gridata. È il coraggio di essere “blasfemi” pur di ottenere il miracolo.

Alice Tonini

3 risposte a “Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, sorprendente 👏
    Complimenti e buona giornata

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille, felice che ti abbia sorpreso! Dietro le tradizioni che pensiamo di conoscere si nascondono spesso i risvolti più oscuri e affascinanti. Buona giornata anche a te e a presto! 🩸

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La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌

Cari lettori del mistero e dell’ignoto,Tra il 1764 e il 1767, una creatura non identificata massacrò più di cento persone nel Gévaudan in Francia. Ma la vera ferocia non stava nelle zanne della bestia, quanto nell’inchiostro dei giornali dell’epoca e nei corridoi di Versailles.

In un’epoca che si autoproclamava “razionale”, come ha potuto un animale, fosse esso un lupo abnorme, una iena o un ibrido addestrato, tenere in scacco l’esercito del Re Sole e l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: il mostro serviva. La Francia era appena uscita dalla disastrosa Guerra dei Sette Anni. Il prestigio di Luigi XV era ai minimi storici, l’economia era a pezzi e il popolo era inquieto. La Bestia arrivò come una benedizione mediatica.

La Gazette de France trasformò un predatore locale in una minaccia metafisica. Perché? Perché la paura collettiva è il collante più potente per il controllo sociale. Finché il popolo trema per un mostro nei boschi, non ha tempo di affilare le ghigliottine per chi siede sul trono. Il “mostro” era l’arma di distrazione di massa del Settecento.

Quando il Re inviò i suoi migliori cacciatori e l’esercito, non cercava solo di proteggere i pastori. Cercava una vittoria simbolica. La prima “morte” della Bestia, per mano del portarchibugio del Re, Antoine de Beauterne, fu un’operazione di pubbliche relazioni: portarono un grosso lupo impagliato a Versailles, dichiararono finita l’emergenza e incassarono il consenso. Peccato che la Bestia continuasse a uccidere.

Il potere preferisce una bugia rassicurante a una verità complessa. La Bestia smise di essere un problema politico solo quando un nobile locale, Jean Chastel, la abbatté con pallottole d’argento benedette. Un finale perfetto per una storia di superstizione, che metteva fine a un imbarazzo che stava diventando ingestibile per la monarchia.

Chi era davvero la Bestia? Alcuni ipotizzano che fosse un animale esotico addestrato da un sadico locale, protetto da influenze potenti. Ma questo conta poco. Ciò che conta è che la Bestia ha dimostrato come il potere si nutra dell’eccezione. Il sistema crea o alimenta il “mostro” (il nemico esterno, la minaccia oscura, l’emergenza perenne) per giustificare misure eccezionali e per riaffermare la propria necessità. Senza il lupo, a cosa serve il cacciatore del Re?

Oggi la Bestia ha cambiato forma, ma il meccanismo è identico. Ci vendono emergenze quotidiane, ci spingono a guardare con terrore verso “i boschi” mentre nelle stanze dei bottoni si decide il nostro futuro. Ho passato anni a temere i miei “mostri” interiori, le mie inadeguatezze, le mie deviazioni dal percorso accademico canonico, senza rendermi conto che quella paura mi rendeva manipolabile. Mi teneva ferma, in attesa che qualcuno mi dicesse che “il lupo era stato ucciso”. In “L’Eco della Specie Perduta”, l’OMT non è diversa dal governo di Luigi XV: gestisce il segreto e il terrore per mantenere l’ordine.

La lezione della Bestia è che l’unico modo per non essere divorati è smettere di credere alla narrazione del cacciatore. Bisogna guardare oltre la zanna e cercare chi tiene il guinzaglio.

Alice Tonini

4 risposte a “La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Il sistema poi negli anni ha creato attentati

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    1. Avatar Alice Tonini

      Esattamente. Cambiano i secoli e i palcoscenici, ma il copione della “fabbrica della paura” resta identico. Creare o cavalcare il mostro, che sia una bestia nelle foreste o un ordigno in una stazione, serve da sempre a serrare i ranghi del potere. Felice che tu abbia colto questo filo rosso.💪🏻👍🏻

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  2. Avatar re

    L’antidoto segreto (non vorrei dire arma) è la conoscenza e la risata: uccide i mostri e le paure. Vero tabù del potere.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto cruciale. Chi governa ha bisogno di ombre giganti sulla parete e di persone che tremano nel buio. Niente fa più paura al potere di qualcuno che smette di tremare, capisce il trucco e inizia a sorridere. Grazie per questa lucidità. 🧭

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Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una notte, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in cui il velo che separa questo mondo dall’Altrove si assottiglia fino a diventare trasparente. Non è la notte rassicurante delle candele e dei fiori, ma quella del fuoco che divora e del vento che porta con sé echi di risate che non hanno nulla di umano. È la Walpurgisnacht, la Notte di Valpurga.

Mentre il mondo “civile” si prepara a festeggiare la festa del lavoro o l’arrivo della primavera, sulle vette del Brocken, la cima più alta dei monti Harz in Germania, si consuma un rituale che la memoria degli uomini ha tentato invano di cancellare. Immaginate la nebbia fitta che avvolge le rocce di granito. Immaginate il freddo che morde le ossa. È qui che, secondo il folklore più oscuro, le streghe giungono in volo, cavalcando caproni e scope fatte di rami di salice, lo stesso salice magico che abbiamo incontrato in Tessaglia.

Non è una festa. È un sabba. È il momento in cui l’ordine viene ribaltato. Le sentite? Se chiudete gli occhi e ascoltate il sibilo del vento tra i rami secchi, le sentirete ridere. È un riso stridente, antico, che schernisce le vostre leggi, le vostre religie, la vostra pretesa di aver “addomesticato” l’ignoto. Esse ridono perché sanno che, nonostante le vostre luci elettriche, il buio è ancora il padrone del mondo. La Notte di Valpurga è il momento in cui l’Inverno deve morire per lasciare spazio alla Primavera, ma questa transizione richiede un tributo. Gli antichi accendevano enormi falò per scacciare gli spiriti maligni, ma la tradizione è interpretata anche in modo ambivalente: il fuoco non serviva a cacciarli, ma poteva servire anche a onorarli, a nutrire quella forza selvaggia che permette alla vita di esplodere di nuovo.

​Il folklore della Walpurgisnacht non si limita al sabba, ma affonda le radici in rituali di protezione contadina estremamente specifici. Nelle zone montuose della Germania e della Scandinavia, il 30 aprile non era solo una festa, era una notte di assedio. La tradizione imponeva di appendere rametti di biancospino e cenere benedetta sulle porte delle stalle per impedire alle streghe di “mungere” il bestiame fino a farlo morire. I giovani dei villaggi praticavano il Peitschenknallen (lo schiocco delle fruste) e sparavano colpi a salve nell’aria: non era rumore casuale, ma una tecnica di “pulizia sonora” per spezzare l’incantesimo del volo magico e far cadere le streghe dalle loro scope prima che raggiungessero la vetta.

​Tra le leggende più cupe legate a questa notte, vi è quella che vede come protagonista Baubo. Se nella mitologia greca è la vecchia che fa ridere Demetra con gesti osceni, nel folklore del Brocken si trasforma in una figura terrificante: la vecchia che cavalca una scrofa gravida. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo durante la salita verso la cima resti paralizzato, incapace di parlare per sempre, condannato a sentire il “riso di Baubo” rimbombare nella testa ogni volta che cala il sole. È la personificazione del lato grottesco e viscerale del femminile che la società ha cercato di soffocare, ma che a Valpurga torna a reclamare il suo spazio con una forza ferina.

Goethe, nel suo Faust, ci ha portato nel cuore di questa notte, mostrandoci Mefistofele che guida l’uomo tra i fuochi fatui e le ombre danzanti. Perché l’uomo ha bisogno di Valpurga? Perché ha bisogno di ricordare che dentro di sé batte un cuore nero, una scintilla di quel caos che ha generato l’universo. Questa connessione viscerale con la natura selvaggia e pericolosa è il fulcro di ciò che racconto ne “Il Richiamo”. Antonio, il protagonista, non sta cercando solo un’immagine: sta cercando quella vibrazione che scuote le foglie quando nessuno guarda. La Notte di Valpurga è il momento in cui il “Richiamo” diventa un urlo. Proprio come a Valpurga, ne Il Richiamo il bosco smette di essere uno sfondo e diventa un attore. Diventa quel luogo dove il sacro si confonde con il mostruoso.

Mentre approfondisco queste tradizioni, non posso fare a meno di notare come il bisogno umano di marcare il confine tra il caos e l’ordine sia universale. Che si tratti dei falò di Valpurga in Europa, delle celebrazioni di Beltane nelle terre celtiche, o dei riti di purificazione legati agli spiriti in remote zone dell’Asia, la struttura rimane identica. Le religioni cambiano i nomi ai demoni e ai santi, ma la paura della “soglia” resta la stessa.​Anche io, nella mia quotidianità, avverto questa necessità di proteggere i miei confini. La mia ansia è spesso legata a questa percezione: il timore che il velo si assottigli troppo e che ciò che cerco di tenere fuori, il vuoto, l’instabilità, l’imprevisto, possa irrompere nella mia vita. Studiare questi riti non è per me solo curiosità intellettuale, è un modo per riconoscere che non sono sola nel mio tentativo di arginare l’ignoto. Ogni cultura ha creato i suoi “schiocchi di frusta” per scacciare l’ombra; la terapia e la scrittura sono i miei personali rituali di protezione.

Chi accetta di ascoltare quel riso nel buio, chi ha il coraggio di guardare le streghe che danzano tra le fiamme, non torna più indietro. La sua anima è segnata per sempre dal fuoco del sabba. E voi? Avete il coraggio di uscire di casa questa notte? O preferite sprangare le porte e far finta che quelle risate fuori dalla vostra finestra siano solo il rumore del vento? Ditemi: qual è la vostra più grande paura legata al bosco e all’oscurità? Siete mai stati testimoni di qualcosa che la ragione non può spiegare?

Alice Tonini

4 risposte a “Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️”

  1. Avatar Pim

    Un post molto intrigante, provoca domande che restano in sospeso…
    La mia paura più grande non è quella di entrare nel bosco ma di non saperne più uscire.
    Ciao Alice.

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    1. Avatar Alice Tonini

      La paura di restare è, in fondo, il desiderio inconscio di trovarsi. Forse il bosco non è un luogo da cui fuggire, ma uno specchio in cui restare a guardarsi finché non smettiamo di essere degli estranei a noi stessi. Grazie per questo pensiero così intrigante, Pim!

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Il bosco è sempre un luogo magico in cui parliamo col profondo che spesso fatichiamo ad accettare in noi!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il bosco non mente mai: ci restituisce esattamente l’immagine di ciò che siamo quando nessuno ci guarda. Accettare quel riflesso è l’inizio di ogni vera libertà. Grazie per aver camminato con me tra queste suggestioni! 💪🏻👋🏻

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Il potere della maschera: carnevale e identità 👺

Carissimi lettori del mistero, tradizionalmente Febbraio è il mese in cui il mondo, prima di purificarsi con la Quaresima, concede a sé stesso un periodo di follia rituale: il carnevale.

Per noi lettori, il carnevale non è solo una festa di colori; è un momento esoterico e psicologico in cui le regole sociali vengono sospese, e il cuore di questo rito è la maschera: un oggetto che nasconde il volto, ma, paradossalmente, rivela l’anima. Indossare la maschera è l’atto più estremo di annullamento dell’identità, ed è un’azione carica di potere, di liberazione e, soprattutto, di pericolo.

Storicamente, la maschera di carnevale affonda le sue radici in antichi rituali agrari (come i Saturnali romani) in cui l’ordine sociale veniva temporaneamente sovvertito per propiziare la fertilità e la fortuna. Storiacamente indossare una maschera permetteva di eminare lo status sociale: sotto il velluto o la cartapesta, non esistono più padroni e servi, ricchi e poveri. Tutta la falsità sociale, la stessa che critichiamo nei “grandi signori” e negli ipocriti, viene disinnescata lasciando spazio a uguaglianza e ironia. La maschera è il permesso di agire al di fuori del proprio codice morale quotidiano, prendendosi gioco della morale. È l’incarnazione temporanea di Mr. Hyde, senza le conseguenze del Dottor Jekyll (almeno in teoria).

Il carnevale è un’ultima, grande celebrazione della forza caotica prima che l’ordine simboleggiato dalla Quaresima venga ristabilito. Non si tratta di un nascondiglio; è un portale per una personalità alternativa. Il vero mistero, e il pericolo, risiedono in ciò che succede quando la maschera viene tolta e l’identità viene svelata.

Come ci ha insegnato Stevenson, se si dà troppo potere all’ombra o a un’identità fittizia, essa rischia di prendere il sopravvento. Quando indossi la maschera, sei libero di essere più audace, più crudele, più seducente; c’è il rischio che la tua mente, abituata all’energia sfrenata e senza conseguenze della maschera, si innamori di quell’identità temporanea. Per chi è già a disagio nella propria pelle o per chi è abituato a vivere nella falsità quotidiana, il ritorno all’identità autentica può essere traumatico.

La maschera di carnevale è tolta per rito, ma la maschera dell’ipocrita si cementa sempre più al viso. Il rito della maschera, quindi, ci interroga: siamo più autentici quando siamo costretti a fingere chi siamo (identità sociale), o quando siamo liberi di essere qualcun altro (identità mascherata)?

Per il ricercatore e lo scrittore, la maschera può essere uno strumento prezioso, se usata consapevolmente: quando si crea un antagonista o un personaggio complesso, per migliorare l’immersione si può provare ad indossare la sua maschera mentale. Sospendete il vostro giudizio e agite solo in base al codice morale segreto di quel personaggio. Scoprirete che agire come loro vi rivelerà le loro motivazioni più profonde.

Il carnevale è vicino, usiamolo come un esperimento psicologico controllato. Chiediamoci: cosa scelgo di essere? E cosa fa questa nuova personalità che la mia “vecchia” personalità non avrebbe mai osato fare? Onoriamo la libertà, ma dobbiamo essere pronti a riprendere il controllo il giorno dopo. Il carnevale è un richiamo alla verità: solo chi è saldo nella propria identità può permettersi di perderla, anche solo per un giorno. E voi, cari lettori, se poteste indossare una maschera che vi liberi da ogni giudizio, quale identità segreta scegliereste di rivelare? Fatemi sapere nei commenti. Alla prossima.

Alice Tonini

2 risposte a “Il potere della maschera: carnevale e identità 👺”

  1. Avatar Gaia Zol
    Gaia Zol

    Che bell’articolo, anche perché spesso pensiamo che Carnevale sia solo una cosa per bambini. Se potessi, mi trasformerei in una strega del Medioevo, con un bel velo nero e un’ampia gonna scura. Niente corsetto, eh!

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  2. Avatar Pim

    Hai scritto un bell’articolo che riassume concetti e significati del Carnevale; soprattutto si sofferma sull’impatto che esercita – più o meno consapevolmente – sulla nostra personalità. Grazie!

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