Successo Autentico: La Magia della Neurodivergenza

Cari lettori del mistero, oggi vi pongo una domanda e vorrei che ci rifletteste tutti: quando pensate a una persona di successo, qual è la prima che vi viene in mente? Che cos’è il successo per voi?

Quando sentiamo la parola “successo”, l’immaginario collettivo evoca spesso yacht, copertine patinate o, nel mondo letterario, pile di libri venduti. Ma per chi è abituato a scandagliare la magia che si nasconde oltre la superficie, la verità è un’altra: il successo autentico, quello che riscalda l’anima, secondo me si verifica solo quando una persona vive una vita pienamente allineata ai propri valori e alle proprie capacità.

È la realizzazione del proprio destino, indipendentemente dal clamore, il perseguire i propri obiettivi nonostante le difficoltà. E se ti dicessi che in questo senso, alcuni dei successi più clamorosi nei generi che amiamo – il fantasy, l’horror e la fantascienza – sono stati raggiunti proprio da quelle menti che il mondo classifica come “disordinate” o “distratte”?

Ottobre è il mese dedicato alla salute mentale, sapete quanto tengo a questa tematica quindi voglio aggiungere una mia personale riflessione parlando di neurodivergenza, in particolare del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD).🧡🧡🧡

La narrazione convenzionale dipinge l’ADHD come un ostacolo, ma è una prospettiva parziale. Chi come me ha questo tipo di mente spesso possiede una creatività debordante e una capacità di iperfocalizzazione su argomenti di interesse che rasenta il magico. Questo è il vero carburante per i mondi complessi e affascinanti che popolano i nostri scaffali. Quali autori incarnano questo successo, trasformando le loro capacità uniche in narrativa?

L’autore della serie Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo è un esempio lampante. Rick Riordan ha parlato apertamente della sua diagnosi di ADHD e Dislessia, e ha fatto una scelta potente: ha reso il suo protagonista, Percy, un eroe neurodivergente. Per Riordan, il successo non è stato solo vendere milioni di copie, ma il valore che ha dato a innumerevoli ragazzi che, come Percy, si sentono diversi. La sua capacità di trasformare i limiti in poteri divini (i personaggi con ADHD e Dislessia nel suo universo sono spesso Semidei, il cui cervello è “cablato” per il greco antico) è la realizzazione di un valore fondamentale: celebrare l’unicità.

Anche se non possiamo fare diagnosi postume, le biografie del padre dell’horror cosmico, H.P. Lovecraft, descrivono tratti che suggeriscono una profonda neurodivergenza. La sua ossessiva attenzione ai dettagli, l’isolamento sociale e la capacità di costruire una mitologia (la Lovecraftian Lore) complessa e minuziosa sono tutti possibili frutti di una mente in iperfocalizzazione. Il suo successo, forse, è stato quello di incanalare un’intensa e a tratti caotica vita interiore nel genere della weird fiction, dando forma a quelle paure cosmiche che sfuggono alla logica ordinaria.

Neil Gaiman, il visionario creatore di Sandman, è un altro autore la cui brillantezza sembra nascere da una mente che non segue percorsi lineari. La sua capacità di saltare agilmente tra mitologia, folklore urbano, horror e fiaba, creando connessioni che altri non vedono, è l’essenza di un pensiero “non convenzionale”. La sua arte sta nel vedere la magia nascosta sotto la superficie della vita quotidiana, una prospettiva che spesso fiorisce nelle menti che processano il mondo in modo diverso. Il successo di Gaiman risiede nella sua capacità di dare ordine poetico e profondo al caos apparente.

Questi autori ci dimostrano che i veri “difetti” possono essere i punti di forza più grandi. La mente neurodivergente non è meno capace di successo, è semplicemente cablata per eccellere in modo diverso. Il mio messaggio quindi è quello che la diversità ci rende originali, ognuno di noi è diverso ma unico e la nostra missione personale è sviluppare quell’unicità nel migliore dei modi per rendere la nostra vita un successo. Ci riusciremo? Lo scopriremo solo quando tireremo le somme alla fine di tutto. E il tuo successo, in quale magia risiede? In quale capacità fuori dagli schemi hai trovato la tua vera voce?

Alice Tonini

Una risposta a “Successo Autentico: La Magia della Neurodivergenza”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Bellissimo!!

    Vero! Verissimo!!

    Sono nata troppo presto, queste verità nella mia giovinezza non venivano contemplate, non esistevano, sopratutto nelle classi sociali meno istruite. CIAO!

    Piace a 2 people

Lascia un commento

Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità

Lettori dell’ignoto, la nostra barca è appena approdata al porto del Pireo. Ci riposeremo un paio di giorni prima di riprendere il viaggio verso la nostra prossima tappa. Andiamo a sederci su di una panchina e ricapitoliamo alcune tappe del viaggio che ci ha portato fino a qui.

C’è un momento, prima che le divinità avessero nomi definitivi e prima che i filosofi stabilissero le loro leggi, in cui il confine tra la parola e l’azione, tra il mondo fisico e l’invisibile, era sottile come la polvere.Vogliamo iniziare un viaggio a ritroso. Non attraverso continenti o epoche, ma attraverso la memoria scritta dell’umanità. Con il nostro viaggio vogliamo trovare il punto esatto in cui l’uomo ha provato a forzare la realtà usando solo le parole. In altre parole: dove inizia la Magia nei testi che ci sono giunti?

Se pensate alla magia, quella vera, come a globi di luce e bacchette, vi sbagliate. Harry Potter ci ha portato parecchio fuori strada. Le prime manifestazioni scritte della magia sono molto più inquietanti e pratiche. Dobbiamo scendere nelle terre fangose e polverose della Mesopotamia, circa quattromila anni fa.

Qui, sulle tavolette d’argilla cuneiforme, troviamo la prima forma di quello che potremmo definire “un incantesimo”. I testi sumeri e accadici, spesso catalogati come esortazioni medico-magiche, erano tentativi di invocare l’aiuto delle divinità o, più spesso, di allontanare le forze negative. Ve lo ricordate l’articolo? La medicina nell’antica mesopotamia: tra unguenti, magia, streghe e stregoni., Carpire i segreti del futuro: l’antica Mesopotamia e la divinazione..

Non erano fantasie. Erano istruzioni. Immaginate: la notte cala sulla città, qualcuno è malato, e l’unica difesa è un testo recitato, un rituale preciso. La malattia non era un virus, ma un demone o uno spirito ostile da scacciare. L’incantesimo era un processo legale e cosmico: stabilire chi ha la colpa, invocare l’autorità superiore e costringere la forza maligna ad andarsene. La formula scritta diventava un’arma legale contro il caos. Il potere del testo era assoluto. Se vi siete persi qualcosa vi lascio il link. Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell’antica mesopotamia, Facciamo la conoscenza dei primi maghi della storia tra esorcismi, magie curative e stregoneria.

Il nostro viaggio ci ha portato poi lungo il Nilo, in Egitto. Se la magia mesopotamica era di protezione e guarigione, quella egizia era di trasformazione e viaggio. Il Libro dei Morti (in realtà, il Libro per uscire al giorno) non è un’unica opera, ma una raccolta di formule e incantesimi che venivano posti nelle tombe. Il loro scopo era dare al defunto le “chiavi” per navigare i pericoli dell’Aldilà.Questi rotoli sono l’apice della letteratura magica antica.

Contengono istruzioni precise su come: • Pronunciare il nome segreto di una divinità (e così ottenere potere su di essa). • Trasformarsi in animali sacri (un falco, un serpente). • Superare il Giudizio di Osiride negando di aver commesso peccati specifici (la “Confessione Negativa”).

Il fascino inquietante sta nel fatto che la parola scritta non era solo un ricordo, ma una funzione. Il rotolo, una volta posizionato, funzionava. Era una polizza assicurativa magica per l’eternità. Qui vi lascio i link agli articoli. Sfogliamo i segreti del Libro dei morti degli antichi Egizi, La magia nell’antico Egitto: tra incantesimi di magia nera, legamenti d’amore e religione.

Con la civiltà greco-romana, il concetto di magia inizia a dividersi in modo più netto. Nasce la distinzione tra: • Magia Alta (Theurgia): l’interazione con gli spiriti superiori per raggiungere la conoscenza divina (pensate a Platone, che accenna a pratiche rituali). • Magia Bassa (Goetia): l’uso di incantesimi per scopi materiali, spesso per amore, vendetta o guadagno.

Per trovare le prove di questa “magia bassa” dobbiamo cercare documenti proibiti: i Papiri Magici Greci (PGM). Scoperti in Egitto (che è stato un crocevia culturale perenne), questi papiri sono ricettari veri e propri, pieni di istruzioni dettagliate per: • Creare filtri d’amore (spesso macabri). • Invocare demoni per consultare gli oracoli. • Lanciare maledizioni (i defixiones). La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀

Questi testi, a differenza delle solenni formule egizie, sono sporchi, frettolosi e pieni di un potere immediato e pericoloso. Sono la prima vera documentazione del mistero del male minore che l’uomo desidera compiere.

E il nostro viaggio continua…Queste prime tappe – la Mesopotamia della protezione, l’Egitto della trasformazione e la Grecia/Roma della coercizione – ci mostrano che la magia, prima di essere un genere letterario, era la letteratura stessa: il tentativo più audace e primordiale di usare il linguaggio per manipolare la realtà. Gli scritti non erano storie sulla magia, ma erano oggetti magici essi stessi.

Mentre chiudiamo gli occhi su queste antiche tavolette e papiri, una domanda inquietante permane: quanto del nostro moderno linguaggio — le nostre preghiere, i nostri giuramenti, i nostri meme di auto-aiuto — conserva ancora quel potere magico primordiale?

Una risposta a “Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Come sempre brava. Questo mi è piaciuto particolarmente perché riassuntivo. Si, io leggo i tuoi articoli da cima a fondo ma un po’ “mi sfuggono”per cui un riassunto ben fatto è per me prezioso. Grazie! Ciao!

    Piace a 2 people

Lascia un commento

La Resilienza: Il Superpotere Nascosto della Crescita

Cari lettori del mistero, la domanda è semplice, ma la risposta è un abisso. Se ti chiedessi, qui e ora, qual è la singola cosa che apprezzi di più della persona che sei, cosa mi risponderesti? Il tuo spirito, la tua intelligenza, la tua lealtà? Tutte risposte valide. Ma c’è un tratto, spesso abusato e ridotto a un hashtag da self-help di moda, che per me racchiude l’essenza stessa della sopravvivenza e della crescita.

Sto parlando della resilienza.

Se fino a qualche anno fa questo termine era sulla bocca di tutti, tatuato sui polsi e stampato sulle tazze motivazionali, la sua vera forza risiede in un mistero ben più antico, nascosto nelle storie che ci raccontiamo. Per chiunque conosca la fatica di ricominciare dopo un inciampo, per chiunque si muova nel mondo con una mente che “funziona diversamente”—come accade per una persona neurodivergente—la resilienza non è una moda. È una tattica di sopravvivenza quotidiana.

La resilienza, nella sua accezione più onesta, è la capacità di rialzarsi dopo essere caduti. Non una, ma infinite volte. Per una mente non conforme agli standard, l’errore non è un’eccezione, ma spesso la regola, il prezzo per aver osato navigare un mondo pensato con istruzioni diverse. Ogni passo falso, ogni misunderstanding sociale, ogni frustrazione o burnout non è la fine, ma un segnale: cambia la strategia, non l’obiettivo.

È il mistero della nostra forza interiore: perché continuiamo a spingerci oltre, anche quando il fallimento sembra l’unica costante? La risposta non è nel DNA, ma nella scelta consapevole di puntare alla crescita personale, al miglioramento continuo.

È qui che la letteratura e il folklore ci offrono specchi in cui riflettere questa nostra tenacia. Pensate ai grandi personaggi delle nostre storie, quelli che abbiamo fatto sedere nel nostro salotto letterario negli scorsi mesi:

* Jude Fawley (Jude l’Oscuro): la sua resilienza era il tentativo disperato e ripetuto di superare i muri di classe per accedere alla conoscenza. Nonostante ogni porta gli venisse sbattuta in faccia, lui continuava a bussare con i libri in mano.

* L’Uomo Invisibile: dopo aver sperimentato il tradimento e l’invisibilità, si ritira. Ma il suo ritiro non è una resa; è un atto di resilienza intellettuale, uno spazio per rielaborare il caos e prepararsi al ritorno, con una nuova consapevolezza.

Ma non sono solo gli eroi di carta a incarnare questa virtù. Nelle leggende locali e nel folklore si nascondono storie di una resilienza più cruda, più terrena: il contadino che ricostruisce il fienile dopo il fulmine; la vedova che coltiva la terra da sola; il santo patrono che, pur decapitato, si rialza e cammina. Queste figure, siano esse letterarie o leggendarie, ci dicono la stessa cosa: la vera forza non è non cadere mai, ma portare le cicatrici e usarle come mappa.

Se il tratto che apprezzo di più di me è la resilienza, non è per vanto. È per gratitudine verso quella parte di me che si rifiuta di accettare la sconfitta come l’ultima parola. Per tutti coloro che, come me, affrontano il mondo con un sistema operativo interno un po’ “fuori standard,” la resilienza è il nostro superpotere segreto. È la nostra capacità di debugging emotivo e cognitivo.

E tu? Qual è il tratto che ti permette di rialzarti, di continuare a crescere e di superare l’ultimo ostacolo? C’è una leggenda o un personaggio letterario che incarna la tua forza interiore? Fermati un attimo. Non pensarci troppo. La risposta onesta è spesso la più misteriosa e potente.

Alice Tonini

7 risposte a “La Resilienza: Il Superpotere Nascosto della Crescita”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Più che la resilienza (parola molto bella) ad aiutare me è l’indifferenza (parola bruttissima). Il non credere più, il non aver bisogno, ecc. I miei personaggi di supporto (vecchi più di me, “piccole donne” per intenderci) sono svaniti nel tempo e con loro la mia resilienza.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar BluesMartyEmotional
      BluesMartyEmotional

      Hai scritto un cosa tristissima…mi dispiace tanto che la tua esperienza di vita ti abbia portato a dover chiudere la tua anima in cassaforte.

      Piace a 1 persona

      1. Avatar Alice Tonini

        Grazie mille, mi piace pensare che nonostante la vita a volte sia difficile si può sempre trovare la forza di andare avanti ❤

        "Mi piace"

  2. Avatar BluesMartyEmotional
    BluesMartyEmotional

    Non so se sia un potere o sia follia. Ma le emozioni per me sono energia. Belle o brutte non importa, finché sento so che sono viva, notte e giorno si alternano ed è giusto così, perché ad ogni tramonto segue un’alba e ad ogni notte il giorno.

    Piace a 1 persona

  3. Avatar valy71

    A volte mi sento come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Credo che la vita sia costellata di cadute continue e, per quanto difficile, è importante riuscire a rialzarsi. Quindi credo di essere resiliente anche io. Anche se spesso mi sento sbagliata e non è una bella sensazione.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      Don Chisciotte combatteva contro fantasmi creati dalla sua mente, non contro ostacoli reali. La resilienza non è solo rialzarsi per farsi colpire di nuovo come Don Chisciotte, ma capire perché siamo caduti e cambiare rotta. Qual è il ‘mulino a vento’ che oggi potresti smettere di combattere per investire quelle energie su te stessa? Non arrenderti. 💪💪💪 Buone feste e buon 2026

      Piace a 1 persona

  4. Avatar valy71

    Sì, hai ragione. Penso di remarmi contro a volte. Ho capito perché sono caduta, la consapevolezza non mi manca, ma capire e mettere in pratica, riuscire davvero a farlo, si trovano su piani diversi. Avrei dovuto investire di più su me stessa. Sto cercando di farlo.
    Non mi arrendo, ti ringrazio, buone feste e buon 2026 🙏🏻🙏🏻🙏🏻

    Piace a 1 persona

Lascia un commento

Delo #2: Storia e Miti dell’Isola Sacra di Apollo🏛️

Cari lettori dell’ignoto il nostro viaggio continua. Il battello che ogni giorno salpa da Mykonos e attracca a Delo ci offre il tempo necessario per esplorare le antiche rovine, il museo e per concederci il rito di uno spuntino. Chi di voi desidera restare può farlo, anche se le notti sull’isola non offrono molte distrazioni. Sarà forse opportuno portarsi un buon libro, o prepararsi a perdersi in un silenzio che sembra custodire segreti.

La visita inizia dalla piazza che si apre accanto al porto: l’antica agorà. Da qui, parte la strada che un tempo conduceva al tempio di Apollo, un vero e proprio corridoio di marmo fiancheggiato da portici e statue su piedistalli. Alla sua sinistra, ancora oggi, si ergono i resti di un immenso edificio con sedici colonne doriche, dedicate ad Apollo nel IV secolo a.C. da Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Era usanza comune per regnanti e stati potenti dedicare statue ed edifici al dio. In questo santuario si trova ancora il piedistallo di una statua colossale di Apollo, dedicata dai fedeli della ricca isola di Nasso nell’VIII secolo a.C. La statua, ormai a pezzi, si trova oggi in un altro santuario, più a ovest, consacrato ad Artemide. Si ha quasi la sensazione che le divinità non abbiano mai davvero abbandonato questi luoghi, ma che il loro potere, seppur invisibile, aleggi ancora tra i resti di marmo e le colonne spezzate.

A Delo si ergono, solenni, solo due templi dedicati ad Artemide. Il culto di Diana andava lentamente svanendo, man mano che saliva alla ribalta il sole di Apollo, simbolo dell’età d’oro e della vitalità intellettuale della Grecia. Eppure, i Greci furono abbastanza saggi da non dimenticare mai i loro dèi più antichi, quelli legati alla terra e ai suoi segreti più profondi. Nel museo si può ammirare una bellissima statua di Artemide, con il ginocchio che poggia lievemente sulla schiena di un cervo, oggi senza testa.

Tre templi dedicati ad Apollo sono stati riportati alla luce e l’intera area è stata ribattezzata Santuario di Apollo. Vi si accede salendo quattro gradini di marmo bianco, che immettono nel propileo, l’ingresso del II secolo a.C. Il primo tempio, il più grande, fu dedicato al dio dagli abitanti stessi di Delo, ma rimase incompiuto. La sua costruzione iniziò nel 476 a.C. ma fu sospesa quando gli Ateniesi si impossessarono del tesoro dell’isola. Quando nel 314 a.C. Delo ottenne l’indipendenza, i lavori ripresero solo per un breve periodo. I Macedoni giunsero nel 322 a.C. e nel 166 a.C. i Romani restituirono il controllo di Delo ad Atene. Ma il destino dell’isola era segnato: nell’88 a.C., Menofane, un generale di Mitridate VI del Ponto, la saccheggiò.

Il secondo tempio, dedicato ad Apollo dagli Ateniesi, è di stile dorico ed è stato costruito con marmo bianco portato da Atene nel IV secolo a.C. Il terzo e più antico dei templi, risalente al tardo VI secolo, è fatto di pietra porosa e un tempo ospitava una statua oggetto di culto.

A ovest del secondo tempio si trova un tempietto ad Artemide. Ma a est, si erge il monumento più curioso dell’isola: il santuario dei tori, chiamato così per le due statue taurine che lo adornano. Un tempo era considerato l’ottava meraviglia del mondo. Era qui che si svolgeva la danza delle gru, o Geranos, una danza che Teseo eseguì per la prima volta tornando vittorioso dopo aver sconfitto il Minotauro. Un rito complicatissimo e misterioso, che fu perpetuato attorno a un altare che, si dice, il dio Apollo stesso avesse costruito con le corna sinistre delle capre uccise dalla dea Artemide. Una danza menzionata più volte nelle antiche scritture. Il poeta Callimaco, ad esempio, racconta di giovani uomini con le mani legate dietro la schiena che, imitando un attacco all’altare di corna, giravano attorno all’olivo sacro e ne mordevano la corteccia. E commenta che «lo avevano inventato le ninfe di Delo per divertire e far giocare il giovane Apollo».

La gru, o la cicogna, proprio come l’ibis per gli Egizi, era un animale sacro a molti popoli antichi, simbolo di Thot o di Ermes. I Tessali, per esempio, consideravano un vero e proprio delitto la sua uccisione. Fin dai tempi più remoti, la gru era associata alla gestazione. È dunque lecito pensare che la danza delle gru potesse avere un qualche legame con la nascita di Apollo e Artemide.

L’altare di corna si trovava a nord, al termine di uno stretto passaggio che circondava la sala pavimentata. Si suppone che questo fosse anche il luogo dell’oracolo di Apollo, la cui esistenza a Delo è accertata. Platone racconta una storia curiosa: una volta, gli abitanti di Delo vennero a sapere dal loro oracolo che, per liberarsi da una pestilenza, avrebbero dovuto raddoppiare la grandezza dell’altare, pur conservandone la forma. Un modo, commenta Platone, per ricordare loro la geometria che stavano dimenticando.

Le statue più famose di Delo sono, probabilmente, gli stupendi leoni donati al tempio dalla ricca isola di Nasso. Queste figure maestose poggiano su oblunghi piedistalli, a guardia del luogo sacro, ormai prosciugato. Da una sorgente in cima al monte Cinto nasceva l’Inopo, un fiume che un tempo riempiva il lago, già menzionato in scritti del VI secolo a.C. Fiume e lago si prosciugarono però definitivamente nel 1925. Secondo le fonti, il lago era il vero luogo di nascita dei gemelli divini. Al suo centro, una palma era l’albero a cui Leto si aggrappò durante le doglie, nel momento in cui diede alla luce Apollo e Artemide. Plutarco ricorda che nel 417 a.C., una grande palma di bronzo dominava l’ingresso del santuario di Apollo.

A sud del recinto del santuario, si trova una serie di piccole strutture, le tombe delle vergini Iperboree, un ‘popolo misterioso che sta al di là del vento del nord’. Secondo Erodoto, giunsero a Delo per aiutare Leto a partorire i suoi due figli divini e vi rimasero come sacerdotesse. Per un certo periodo, i devoti salivano i gradini che portavano a queste tombe per offrire ciocche di capelli e altri sacrifici, in un rito che oggi possiamo solo immaginare.

I riferimenti agli Iperborei sono sparsi in tutta la letteratura greca. Si pensa che il ‘tempio alato degli Iperborei’, citato da Erodoto, si trovi a Callanish in Scozia. Ma c’è di più: il nome stesso, in macedone e in altre lingue nordiche, significa ‘coloro che portano oltre’, suggerendo un legame con mondi lontani e sconosciuti.

Delo è ricca di altari dedicati a diverse divinità. Dioniso, ad esempio, è presente sia nella Casa dei Delfini (il delfino è uno dei suoi simboli) che nella Casa delle Maschere. Nelle abitazioni private si possono ancora ammirare mosaici stupendi. Uno ritrae Dioniso seduto a cavallo di una pantera, con un tamburello in una mano e il tirso nell’altra (un bastone con una pigna in cima, ornato da spirali di foglie d’edera). Un altro, invece, riproduce deliziosi delfini che saltano fuori dall’acqua. Tutti questi reperti, risalenti ai periodi ellenistico e romano, si trovano nell’area denominata il Quartiere del Teatro.

Nel tentativo di diminuire l’importanza di Rodi, attorno al II secolo a.C., i Romani dichiararono Delo porto franco. Questa decisione attirò mercanti, commercianti e viaggiatori da ogni parte del mondo, in particolare da Fenicia, Palestina, Egitto, Siria e Italia. Molti portarono con sé le loro religioni, le cui tracce sono visibili ancora oggi.

Tra i resti più importanti, troviamo i ruderi del tempio di Iside. Secondo Erodoto, i Greci identificavano questa dea egizia con Demetra, poiché era stata Iside a insegnare agli Egizi l’uso del grano e dell’orzo. Le colonne del suo tempio sono ancora in piedi sul versante occidentale del monte Cinto, dove si trova anche una statua senza testa della dea, che Plutarco cita così: ‘Io sono tutto quel che è stato, è o sarà; nessun mortale ha mai alzato il mio velo.’ Iside, simbolo di tutte le dee (Demetra, Artemide, Cibele, Persefone), e i suoi misteri divennero un culto vitale durante i periodi ellenistico e romano, arrivando a rivaleggiare con l’ascesa del cristianesimo. Nonostante i Greci non amassero l’intrusione di divinità straniere, il culto di Iside fu assorbito attorno al IV secolo a.C., tanto che un tempio in suo onore venne eretto ai piedi dell’acropoli.

In quanto dea della terra e dei suoi frutti, del mare, del mondo sotterraneo, dell’amore, della medicina, della luna e della magia, Iside aveva qualcosa da offrire a chiunque. Per questo i suoi fedeli, attraverso i misteri del culto, potevano ricevere il grande dono dell’immortalità. In quanto madre di Horo, il dio sole, era vista dai Greci come un parallelo del dio Apollo, per cui un tempio in suo onore a Delo era particolarmente appropriato. Secondo L’Enciclopedia della religione e dell’etica, nel tempio di Iside si celebravano due funzioni giornaliere: la prima all’alba, quando il sacerdote svegliava la dea ed eseguiva alcuni riti sacri, e la seconda nel pomeriggio. In quest’ultimo rito, il sacerdote sollevava un vaso d’acqua consacrata, che i fedeli veneravano come il principio di tutte le cose.

La storia di Delo nei periodi post-cristiani assomiglia a quella di molti altri luoghi del Mediterraneo. Quando l’influenza romana declinò, l’isola fu presa d’assalto da invasori e pirati, che la saccheggiarono e la devastarono a tal punto da non lasciare più nulla da prendere. Dall’VIII secolo, l’isola divenne silenziosa e deserta, e così è rimasta fino a oggi, se si escludono gli archeologi e i pochi visitatori. Ma per chi cerca la magia, gli antichi dèi non sono mai lontani. Salire sul monte Cinto in una notte di luna piena significa andare oltre il tempo, e ritrovarsi, per un attimo, in loro presenza.

E così, tra le rovine di templi dimenticati e le pietre consumate dal sole, Delo continua a custodire i suoi segreti. Ogni passo tra le vestigia di un passato glorioso è un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore del mito. Qui, dove il tempo si è fermato e il vento trasporta ancora gli echi di antichi rituali e danze sacre, la magia non è un semplice racconto, ma una presenza silenziosa e potente che attende solo di essere avvertita. Delo ci ricorda che ci sono luoghi in cui la realtà e la leggenda si fondono, e che a volte, per ritrovare l’incanto, basta solo imparare a guardare al di là di ciò che i nostri occhi possono vedere. È ora di ripartire, prendiamo il traghetto e torniamo sulla terraferma.

Alice Tonini

Lascia un commento

Perché Senza Musica Il Mondo È Più Povero

Lettori del mistero e dell’ignoto oggi porto una breve riflessione sul significato della musica nelle nostre vite. La musica è qualcosa di profondamente umano, nessuna macchina e nessuna intelligenza artificiale avranno mai gli strumenti e la sensibilità per comprenderla appieno.

Nel mondo dei codici e degli algoritmi, la musica è un concetto, un’equazione. Ma se la vita è un romanzo, la musica è la colonna sonora. E se la musica svanisse all’improvviso, che tipo di storia ci rimarrebbe da raccontare? Un orrore muto, senza suspense, o un mistero che ha perso il suo ritmo.

Per noi che abitiamo le pagine di questo blog, l’horror e il mistero sono fatti di suoni. Il cigolio di una porta, un ululato lontano nel bosco, il battito accelerato di un cuore. Tutti questi elementi sono parte di un’orchestra di terrore. Cosa accadrebbe se questo suono svanisse, se il sipario calasse su ogni nota?

Senza la musica, non avremmo le colonne sonore che ci fanno saltare dalla sedia o i brani che creano l’atmosfera perfetta per una lettura notturna. Non esisterebbero più le ninne nanne per cullare i bambini, né gli inni che uniscono i popoli. La musica, come la letteratura, è un linguaggio universale che trascende ogni barriera e ci permette di comunicare emozioni complesse.

Per riflettere su cosa perderemmo, pensiamo a due esempi che, pur così diversi, dimostrano il potere universale della musica.

Questo brano non è solo una canzone. È un’esperienza. Con una profonda malinconia e una speranza sottile, Jeff Buckley ci guida in un mondo interiore. La sua voce e la sua chitarra ci raccontano una storia di dolore e bellezza, dimostrando come una singola canzone possa toccare le corde più intime dell’anima.

Un capolavoro che sfida ogni genere, unendo opera, rock e ballata in un unico brano. La sua complessità e drammaticità dimostrano come la musica possa essere un’arte totale, capace di creare mondi sonori e narrazioni epiche.

La nostra vita senza musica sarebbe la stessa, ma il mondo sarebbe un luogo molto più povero. Un’esistenza priva di armonia, ritmo ed emozione, un racconto senza la sua colonna sonora. E un mondo del genere sarebbe, a suo modo, il più grande degli orrori.

Alice Tonini