Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una notte, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in cui il velo che separa questo mondo dall’Altrove si assottiglia fino a diventare trasparente. Non è la notte rassicurante delle candele e dei fiori, ma quella del fuoco che divora e del vento che porta con sé echi di risate che non hanno nulla di umano. È la Walpurgisnacht, la Notte di Valpurga.

Mentre il mondo “civile” si prepara a festeggiare la festa del lavoro o l’arrivo della primavera, sulle vette del Brocken, la cima più alta dei monti Harz in Germania, si consuma un rituale che la memoria degli uomini ha tentato invano di cancellare. Immaginate la nebbia fitta che avvolge le rocce di granito. Immaginate il freddo che morde le ossa. È qui che, secondo il folklore più oscuro, le streghe giungono in volo, cavalcando caproni e scope fatte di rami di salice, lo stesso salice magico che abbiamo incontrato in Tessaglia.

Non è una festa. È un sabba. È il momento in cui l’ordine viene ribaltato. Le sentite? Se chiudete gli occhi e ascoltate il sibilo del vento tra i rami secchi, le sentirete ridere. È un riso stridente, antico, che schernisce le vostre leggi, le vostre religie, la vostra pretesa di aver “addomesticato” l’ignoto. Esse ridono perché sanno che, nonostante le vostre luci elettriche, il buio è ancora il padrone del mondo. La Notte di Valpurga è il momento in cui l’Inverno deve morire per lasciare spazio alla Primavera, ma questa transizione richiede un tributo. Gli antichi accendevano enormi falò per scacciare gli spiriti maligni, ma la tradizione è interpretata anche in modo ambivalente: il fuoco non serviva a cacciarli, ma poteva servire anche a onorarli, a nutrire quella forza selvaggia che permette alla vita di esplodere di nuovo.

​Il folklore della Walpurgisnacht non si limita al sabba, ma affonda le radici in rituali di protezione contadina estremamente specifici. Nelle zone montuose della Germania e della Scandinavia, il 30 aprile non era solo una festa, era una notte di assedio. La tradizione imponeva di appendere rametti di biancospino e cenere benedetta sulle porte delle stalle per impedire alle streghe di “mungere” il bestiame fino a farlo morire. I giovani dei villaggi praticavano il Peitschenknallen (lo schiocco delle fruste) e sparavano colpi a salve nell’aria: non era rumore casuale, ma una tecnica di “pulizia sonora” per spezzare l’incantesimo del volo magico e far cadere le streghe dalle loro scope prima che raggiungessero la vetta.

​Tra le leggende più cupe legate a questa notte, vi è quella che vede come protagonista Baubo. Se nella mitologia greca è la vecchia che fa ridere Demetra con gesti osceni, nel folklore del Brocken si trasforma in una figura terrificante: la vecchia che cavalca una scrofa gravida. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo durante la salita verso la cima resti paralizzato, incapace di parlare per sempre, condannato a sentire il “riso di Baubo” rimbombare nella testa ogni volta che cala il sole. È la personificazione del lato grottesco e viscerale del femminile che la società ha cercato di soffocare, ma che a Valpurga torna a reclamare il suo spazio con una forza ferina.

Goethe, nel suo Faust, ci ha portato nel cuore di questa notte, mostrandoci Mefistofele che guida l’uomo tra i fuochi fatui e le ombre danzanti. Perché l’uomo ha bisogno di Valpurga? Perché ha bisogno di ricordare che dentro di sé batte un cuore nero, una scintilla di quel caos che ha generato l’universo. Questa connessione viscerale con la natura selvaggia e pericolosa è il fulcro di ciò che racconto ne “Il Richiamo”. Antonio, il protagonista, non sta cercando solo un’immagine: sta cercando quella vibrazione che scuote le foglie quando nessuno guarda. La Notte di Valpurga è il momento in cui il “Richiamo” diventa un urlo. Proprio come a Valpurga, ne Il Richiamo il bosco smette di essere uno sfondo e diventa un attore. Diventa quel luogo dove il sacro si confonde con il mostruoso.

Mentre approfondisco queste tradizioni, non posso fare a meno di notare come il bisogno umano di marcare il confine tra il caos e l’ordine sia universale. Che si tratti dei falò di Valpurga in Europa, delle celebrazioni di Beltane nelle terre celtiche, o dei riti di purificazione legati agli spiriti in remote zone dell’Asia, la struttura rimane identica. Le religioni cambiano i nomi ai demoni e ai santi, ma la paura della “soglia” resta la stessa.​Anche io, nella mia quotidianità, avverto questa necessità di proteggere i miei confini. La mia ansia è spesso legata a questa percezione: il timore che il velo si assottigli troppo e che ciò che cerco di tenere fuori, il vuoto, l’instabilità, l’imprevisto, possa irrompere nella mia vita. Studiare questi riti non è per me solo curiosità intellettuale, è un modo per riconoscere che non sono sola nel mio tentativo di arginare l’ignoto. Ogni cultura ha creato i suoi “schiocchi di frusta” per scacciare l’ombra; la terapia e la scrittura sono i miei personali rituali di protezione.

Chi accetta di ascoltare quel riso nel buio, chi ha il coraggio di guardare le streghe che danzano tra le fiamme, non torna più indietro. La sua anima è segnata per sempre dal fuoco del sabba. E voi? Avete il coraggio di uscire di casa questa notte? O preferite sprangare le porte e far finta che quelle risate fuori dalla vostra finestra siano solo il rumore del vento? Ditemi: qual è la vostra più grande paura legata al bosco e all’oscurità? Siete mai stati testimoni di qualcosa che la ragione non può spiegare?

Alice Tonini

4 risposte a “Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️”

  1. Avatar Pim

    Un post molto intrigante, provoca domande che restano in sospeso…
    La mia paura più grande non è quella di entrare nel bosco ma di non saperne più uscire.
    Ciao Alice.

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    1. Avatar Alice Tonini

      La paura di restare è, in fondo, il desiderio inconscio di trovarsi. Forse il bosco non è un luogo da cui fuggire, ma uno specchio in cui restare a guardarsi finché non smettiamo di essere degli estranei a noi stessi. Grazie per questo pensiero così intrigante, Pim!

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Il bosco è sempre un luogo magico in cui parliamo col profondo che spesso fatichiamo ad accettare in noi!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Il bosco non mente mai: ci restituisce esattamente l’immagine di ciò che siamo quando nessuno ci guarda. Accettare quel riflesso è l’inizio di ogni vera libertà. Grazie per aver camminato con me tra queste suggestioni! 💪🏻👋🏻

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Cagliostro, il maestro che l’inquisizione non è riuscita a spegnere 🔥

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un nome che ancora oggi, a distanza di secoli, fa tremare le fondamenta del dogma: Giuseppe Balsamo, meglio conosciuto come il Conte di Cagliostro. Per alcuni fu il più grande impostore della storia; per altri, l’ultimo dei grandi iniziati, colui che portava con sé i segreti del magnetismo egizio e l’elisir di lunga vita.

Ma chi era davvero l’uomo che incantò le corti d’Europa e finì i suoi giorni sepolto vivo nella rocca di San Leo?Cagliostro non vendeva solo fumo. Egli padroneggiava quel “potere segreto” di cui parlavamo a proposito di Epidauro e Orfeo. Fondatore della Massoneria di Rito Egizio, prometteva ai suoi seguaci una rigenerazione fisica e spirituale totale. Attraverso riti complessi e l’uso del magnetismo, Cagliostro sosteneva di poter riportare l’uomo al suo stato primordiale, libero dalle catene della materia.

Per molti, allora come oggi, si tratta di un imbroglione, un venditore di fumo, ma per molti non era un semplice truffatore in cerca di oro. Cagliostro era un catalizzatore. Dove arrivava lui, le certezze del potere crollavano. Curava i poveri gratuitamente, ridava speranza ai disperati e parlava di una libertà che l’Inquisizione non poteva tollerare.

Giuseppe Balsamo non nacque conte; se lo divenne, fu per pura forza di volontà e ingegno. Partito dai vicoli di Palermo, attraversò il Mediterraneo studiando l’alchimia in Egitto e i segreti del magnetismo a Malta, per poi riemergere nelle capitali europee come il Conte di Cagliostro. Non era un semplice salottiero: a Londra fu iniziato alla massoneria, a Parigi divenne l’idolo delle folle guarendo i malati che la medicina ufficiale aveva abbandonato. La sua “Massoneria Egizia” prometteva la rigenerazione fisica e morale: quaranta giorni di isolamento e riti ermetici per riottenere la purezza originaria. Ma il suo successo fu la sua condanna. Il coinvolgimento nell’oscuro “Affare della Collana” della regina Maria Antonietta, pur finendo con un’assoluzione, lo segnò come un elemento destabilizzante per la Corona e l’Altare

La sua caduta fu un’operazione chirurgica del potere. Tradito a Roma e consegnato all’Inquisizione, subì un processo farsa dove le sue doti vennero liquidate come ciarlataneria e la sua missione spirituale come eresia. La condanna a morte fu commutata in carcere a vita nella fortezza di San Leo, in una cella chiamata “il Pozzetto”: priva di porta, accessibile solo da una botola nel soffitto. Lì, l’uomo che aveva pranzato con i filosofi e consigliato i principi, fu lasciato a marcire nel silenzio, morendo nel 1795. Il sistema non voleva solo ucciderlo, voleva cancellare la prova che un uomo potesse elevarsi al di sopra della propria casta attraverso il segreto della conoscenza.

Perché la Chiesa ha impiegato tanta ferocia per distruggerlo? Perché Cagliostro aveva capito che il vero potere non risiede nelle istituzioni, ma nel risveglio individuale. Egli era l’anomalia nel sistema, la prova vivente che l’essere umano possiede facoltà che i “guardiani del mondo” preferiscono tenere nascoste. La sua fine nella prigione di San Leo, senza luce, senza contatti, trattato come un demone, non è stata una punizione per una truffa: è stata un’esecuzione rituale del libero pensiero. Il sistema ha tentato di cancellare non solo l’uomo, ma l’idea stessa che potesse esistere una “specie” diversa, capace di vedere oltre il velo.

Mentre scrivevo queste righe, non potevo fare a meno di pensare ai protagonisti de “L’Eco della Specie Perduta”. Anche loro, come Cagliostro, si trovano tra le mani un frammento di verità che il potere centrale, l’OMT, vuole tenere nascosto a ogni costo. Cagliostro cercava la rigenerazione egizia; Antonio e i suoi alleati cercano le tracce di un’origine che, se nelle mani sbagliate, cambierebbe la geografia del mondo.

Osservando la fine di Cagliostro, non posso fare a meno di notare quanto poco sia cambiato il mondo. Oggi non abbiamo più le celle di San Leo, ma abbiamo la livella spietata dei social media. Viviamo in una società che premia l’omologazione e punisce l’anomalia. L’outsider, colui che coltiva una visione propria e non allineata, viene oggi “carcerato” attraverso l’algoritmo, isolato dal disprezzo digitale o ridotto a macchietta. Come Cagliostro, chiunque osi proporre un “risveglio” che non sia preconfezionato dai brand o approvato dalla massa, viene visto come un pericolo. L’ansia che provo nel sentirmi spesso fuori posto è la stessa che probabilmente provava il Conte davanti ai suoi inquisitori: è la consapevolezza che il prezzo della libertà intellettuale è, ancora oggi, l’emarginazione. In un mondo che vuole tutti uguali e prevedibili, essere “strani” è l’ultimo atto di vera resistenza.

In fondo, la storia di Cagliostro ci insegna che non importa quanto sia splendida la luce che porti: se illumini troppo gli angoli bui del potere, il potere cercherà di spegnerti. E voi? Siete disposti a cercare la vostra rigenerazione, anche se il prezzo fosse diventare degli “emarginati” agli occhi della società? Credete che Cagliostro fosse un genio o solo un abile manipolatore del magnetismo umano? Lasciate un commento con la vostra visione. Nel prossimo post, ci prepareremo a danzare sul Brocken per la Notte di Valpurga.

Alice Tonini

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Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo partiti dai santuari di Epidauro, ma per capire davvero come avveniva la guarigione dobbiamo risalire verso Nord, verso la Tracia. Questa regione semimitica, patria del leggendario Orfeo, è il grembo di un sistema mitologico dove medicina, astrologia e magia si fondono in un’unica scienza suprema: la dottrina del Magnetismo.

Orfeo, figura ambigua tra l’uomo e il dio, non ci ha lasciato solo poesie, ma la chiave per comprendere la “Legge della Natura”. È quella forza magica di attrazione e repulsione che tiene uniti i poli dell’universo, che guida il corso delle stelle e che genera, nel fragore del tuono e nel bagliore delle comete, la vita stessa.

Il magnete era il simbolo di questo potere. Plinio racconta di un pastore di nome Magnete che, sul monte Ida, scoprì la magnetite attaccata alla sua staffa. Ma per gli iniziati, il magnete era la “Pietra di Ercole”. Perché? Perché Ercole rappresenta il potere del produrre, la forma più alta di magnetismo.

Già nel I secolo, in Francia, si conoscevano le sue doti di bussola, ma il segreto era ben più profondo. Gli occultisti associavano il magnetismo alla bacchetta magica di Ermes, quella con cui il dio chiude o risveglia gli occhi dei mortali, alla bacchetta di suo figlio, Esculapio. Lo strumento con cui l’uomo diventa maestro della guarigione non è altro che un conduttore di questa forza invisibile.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle cronache antiche. Claudiano ci parla di templi dove le statue di Venere o di Marte (il guerriero che “ama il magnete”) rimanevano sospese nell’aria, fluttuando nel vuoto grazie a forze invisibili che i sacerdoti dell’Antico Egitto e di Samotracia dominavano con precisione chirurgica. Nelle ombre dei templi, scintille misteriose scoccavano da palle di bronzo sugli altari, fenomeni che oggi chiameremmo elettricità, ma che allora erano parte del sacro magnetismo.

Mentre i “profani” conoscevano solo le proprietà dell’ambra, i sacerdoti proteggevano il segreto della vibrazione universale. Secoli dopo, il grande alchimista Paracelso avrebbe ripreso queste verità: “L’uomo possiede qualcosa di magnetico in sé, senza cui non potrebbe esistere”. La guarigione, per Paracelso, non avveniva tramite sostanze, ma prendendo in prestito il potere dalle stelle. Sapeva che non è indifferente a quale polo un uomo si affida e che la malattia può essere scacciata solo posando il magnete nel suo centro di propagazione.

Siamo tutti legati al Sole e alle stelle da fili invisibili. Quello che accadeva nell’Abaton di Epidauro, tra il tocco dei serpenti e il sonno rituale, era forse un riallineamento magnetico dell’anima con il cosmo? E voi? Sentite mai quella forza che vi attrae o vi respinge verso certi luoghi o persone, senza una ragione logica? Siete pronti a riconoscere che siamo tutti magneti viventi, sospesi tra la terra e l’infinito?

Alice Tonini

3 risposte a “Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Eh la peppa, mica le sapevo tutte ste robe nascoste

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    1. Avatar Alice Tonini

      Visto? A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia! La scienza ufficiale spesso ci dà solo i titoli di coda, ma è nel “vuoto” e in quello che non dicono che si nascondono le storie più incredibili. Felice di averti fatto scoprire questi nuovi pezzi di puzzle! 😉

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Verissimo

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Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una domanda che rimbalza spesso nei salotti della psicologia da bancone e nei post motivazionali: “Come fai a scrivere così se stai male?“. Oppure: “La terapia non rischia di spegnere la tua scintilla?“. Oggi voglio usare il prompt di WordPress uscito in questi giorni per affrontare questi pregiudizi.

La risposta alle domande di sopra è semplice, ed è scomoda: la maggior parte delle persone non capisce che la salute mentale non è un traguardo di “normalità”, ma una negoziazione continua con il proprio caos. E che la scrittura non è il premio, ma il bisturi con cui eseguiamo l’operazione. La diagnosi deve essere vista come una bussola, non come una gabbia in cui rinchiudere il proprio sè.

Per anni ho vissuto con un rumore di fondo che non sapevo nominare. Poi è arrivata la parola: ADHD.La maggior parte delle persone pensa che ricevere una diagnosi di questo tipo sia un limite, una scusa per l’inconcludenza. Per me è stata la decodifica di un linguaggio alieno. Ho passato due anni in terapia non per “guarire”, perché non c’è nulla da guarire in un cervello che funziona in modo diverso, ma per accettare il mio mondo emotivo.

La mia paura più grande? Che l’ADHD rendesse la mia immersione nei personaggi “sporca”, frammentata, non abbastanza buona. Temevo che la mia mente, incapace di stare ferma, non potesse offrire ai lettori quella qualità millimetrica che cerco. Ma ecco cosa per i più è incomprensibile: la perfezione non esiste, esiste solo la verità. Ho imparato che la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica. È ciò che mi permette di dare ai miei personaggi una carne che scotta. La mia scrittura non è buona nonostante l’ADHD, ma grazie a esso. È il mio punto di partenza per capirmi, per rielaborare i punti di forza e trasformare i punti deboli in pilastri narrativi.

Essere entrata in contatto con la sofferenza legata alla salute mentale mi ha reso allergica alle “iniziative carine”. Vedo progetti, campagne di sensibilizzazione e slogan che sono gusci vuoti. Sono fatti da chi non ha mai guardato nell’abisso e pensa che basti un nastro colorato o una frase gentile per “aiutare”. Io so cosa non mi avrebbe aiutato. Non mi avrebbe aiutato la pietà. Non mi avrebbe aiutato la semplificazione. Mi ha aiutato la consapevolezza. Mi ha aiutato la scrittura che non fa sconti.

La scrittura è stata la mia terra promessa. Se oggi posso offrirvi storie che vi trascinano sotto la superficie, è perché ho smesso di cercare di essere “a posto”. La prossima volta che sentite parlare di salute mentale, ricordatevi questo: non si cerca di aggiustare quello che non si capisce. A volte, dietro quello che i neurotipici chiamano “problema”, si nasconde l’unica verità che vale la pena di essere scritta. Qual’è la vostra verità? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

11 risposte a “Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤”

  1. Avatar La Manu

    chiara, quello che hai scritto me lo tatuo sul corpo, tutto, che non ho diagnosi, ma quello che dici lo sento tutto TUTTO forte e chiaro. Grazie per il post, che dai forma nuova a un contenuto antico❤️❤️❤️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Le tue parole mi arrivano dritte al cuore. A volte non serve un certificato per sapere chi siamo, basta qualcuno che dia un nome a quel rumore di fondo che ci accompagna da sempre. Sono felice che il mio post ti abbia fatto sentire meno sola e più “giusta”. La scrittura serve a questo: a ricordarci che la nostra diversità non è un guasto, ma il nostro tratto distintivo. Grazie per essere parte di questo viaggio! 💪🏻

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      1. Avatar La Manu

        Che poi da bestia che sono ti ho citato con il nome di chiara, che lo la faccenda del nome e della ross

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  2. Avatar La Manu

    Della rosa, che non perde il suo profumo, però… Va beh l attenzione e la concentrazione sono luoghi lontani…cmq si, alice nel bel paese delle meraviglie, mi hai proprio letta dentro ma con i tuoi occhi, sei preziosa

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  3. Avatar Celia

    Posso piangere?
    Certo che posso.
    Grazie.
    (Non ho una diagnosi, ma so chi sono).

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non serve un pezzo di carta per sapere chi sei. Se le mie parole ti hanno toccato così nel profondo, è perché quella verità ti appartiene già. Grazie a te per il coraggio di sentirla.💪🏻

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  4. Avatar Pim

    La particolare sensibilità che possiedi ti permette di essere estremamente reattiva al mondo. Ti dà la possibilità di elaborare gli stimoli in maniera profonda, del tutto originale. E ti dona quindi una creatività dinamica, fuori dagli schemi convenzionali.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Parole bellissime che accolgo con gratitudine. Spesso ci insegnano a vedere questa sensibilità come una fragilità, mentre è il nucleo di ogni nostra creazione dinamica. Riconoscersi in questa “originalità” è il primo passo per smettere di scusarsi e iniziare a costruire. Grazie per essere parte di questa riflessione.

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  5. Avatar Emi Carmagnini
    Emi Carmagnini

    ” (…) la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica.” Non solo non è un difetto di fabbrica ma è la cifra di ciò che ciascuno è. Per anni mi sono detta che nella mia testa c’era un criceto impazzito, che ero sbagliata perchè per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano 1000 altre “che era davvero un peccato lasciar perdere”. Che ogni fatto della mia vita era seriamente ustionante (nel bene e nel male) con cicatrici e conseguenze ineluttabili…. Ho sempre messo insieme principi, elementi, fondamenti e fattori distanti in equazioni improbabili. E alla fine penso che molti di noi ( se non tutti) sono un pò ADHD e un pò molto altro, perchè non c’è normalità o non normalità, non c’è confine: ci sono individui che sentono, vivono, respirano, sognano, ciascuno secondo la propria specialissima equazione. Leggerti è stata davvero una bellissima esperienza!

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’idea dell’equazione speciale è la chiave di volta. Non siamo “un po’ ADHD”, siamo sistemi che processano la realtà ad alta frequenza. Quello che il mondo chiama “criceto impazzito” è in realtà un motore a reazione che viaggia a una velocità che la normalità non può permettersi. Quelle “cicatrici ustionanti” sono i gradi di temperatura necessari per creare qualcosa di unico. Grazie per aver condiviso la tua equazione: il caos non va ordinato, va cavalcato. 💪🏻👑

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      1. Avatar Emi Carmagnini
        Emi Carmagnini

        Esattamente! Ed è proprio questo il punto: c’è chi ha il coraggio di farlo, chi ci mette un pò per trovarlo (il coraggio) e chi non lo ha … E’ così che funziona l’umanità e la creatività! Grazie a te per il tuo coraggio e la tua lucidità!

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Epidauro e il sogno del serpente, in viaggio nel tempio dell’Inconscio (Eleusi #1) 🏛

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre la primavera si risveglia, oggi lasciamo le strade affollate di Atene per attraversare il golfo. Destinazione: l’antica Epidauro. D’estate questo luogo risuona delle voci dei drammi classici, ma nel resto dell’anno la città è un deserto di rovine che sussurra storie di miracoli, pelli di animali e rettili sacri.

In tempi precristiani, Epidauro non era solo una città: era il santuario supremo di Esculapio, il dio figlio di Apollo abbandonato sul monte Thition e allattato da una capra. Sotto la guida del centauro Chirone, il giovane dio apprese un’arte medica che oggi chiameremmo “misterica”, dove il confine tra cura e magia svanisce.

Chi arrivava qui non cercava un medico, ma un’esperienza. Robert Flacelière descrive riti preparatori che sembrano prove iniziatiche: bagni in fonti salate, digiuni forzati e cerimonie studiate per portare la mente in uno stato di attesa parossistica. Una volta pronti, i malati venivano condotti nell’Abaton, il recinto sacro. Qui, avvolti in pelli di animali, i fedeli praticavano l’incubatio: il sonno rituale. Il loro unico obiettivo era sognare il Dio o il suo messaggero: il serpente.

“Qual è la strega, qual è il mago forte abbastanza da liberarti dalle magie della Tessaglia?” Orazio

Non era solo una suggestione. Attorno ai letti strisciavano reali serpenti gialli, innocui ma dotati di un potere simbolico immenso. Il serpente, simbolo che ancora oggi vediamo arrotolato sul bastone delle nostre farmacie, era il tramite per trovare le erbe medicinali. Aristotele stesso notava come la divinazione attraverso i sogni avesse basi psicologiche profonde: ciò che oggi chiamiamo “inconscio”, gli antichi lo chiamavano “visita divina”. Ma da dove veniva questa sapienza?

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Le radici di Esculapio affondano in Tessaglia, la terra dei fenomeni magici. Omero la descriveva come una patria di medici meravigliosi, ma gli storici romani ne avevano terrore. Era la terra delle streghe in grado di “tirare giù la luna”, di muoversi sul mare senza navi e di volare nell’aria. Era in Tessaglia che si raccoglieva il sacro ramo di salice, la pianta sacra a Ecate, Circe e Persefone. Come scrive Robert Graves, il salice è l’albero della morte e della Luna, il ramo che il leggendario Orfeo stringeva tra le mani durante il suo viaggio nell’Aldilà.

Oggi di Epidauro restano solo le fondamenta dell’Abaton e gli ex-voto di latta che rappresentano arti e organi guariti, una tradizione che, incredibilmente, sopravvive ancora oggi nelle nostre chiese. Ma il vero segreto di Epidauro resta sepolto: come faceva un sogno a curare il corpo? Forse la risposta risiede nel potere della suggestione o forse, come suggeriva Pitagora osservando la luna sul suo disco d’argento, esistono frequenze dell’anima che solo il silenzio di un tempio e il tocco di un serpente possono risvegliare.

E voi? Avreste il coraggio di dormire nel buio dell’Abaton, sapendo che per guarire dovrete prima incontrare l’oscurità del vostro inconscio? Fatemi sapere nei commenti quali sono le vostre riflessioni e alla prossima.

Alice Tonini

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