Lettori del mistero, gennaio è il mese in cui il gelo non è solo fisico, ma avvolge anche gli angoli più remoti della nostra Terra, sigillando enigmi irrisolti. Oggi ci concentriamo su uno dei cold cases più agghiaccianti del novecento, un evento che ancora oggi sfida la logica, la scienza e il comune buonsenso: l’incidente del Passo Dyatlov. Uno dei misteri che più mi affascina in assoluto, se avete letto il mio nuovo romanzo La Specie Perduta saprete che è ambientato in una futuristica Siberia ambientata da Yeti selvaggi, ma torniamo a noi.
Il 2 febbraio 1959, nove escursionisti sovietici esperti, guidati da Igor Dyatlov, morirono in circostanze impossibili sui Monti Urali, in Russia. Non fu una valanga, né si trattò di morte naturale. È stato un confronto con una forza ignota e incomprensibile.
I resoconti ufficiali impossibili e le prove ritrovate sul Kholat Syakhl (“Montagna della Morte”) creano un puzzle dove ogni pezzo non si incastra con gli altri. La tenda fu tagliata dall’interno, i nove esploraori fuggirono in preda al panico nella notte, a temperature di oltre –30 gradi, con abiti leggeri, inutili contro il gelo di quella notte. Le impronte indicavano che gli escursionisti avevano camminato lentamente, alcuni scalzi o in calzini, diretti verso il bosco, ma nessuno riuscì a fuggire di corsa.
Alcuni corpi presentavano fratture al cranio e costole schiacciate con una forza paragonabile a quella di un incidente d’auto. A Lyudmila Dubinina mancavano la lingua e gli occhi e presentava ferite che non evidenziavano danni ai tessuti molli esterni. L’inchiesta concluse che la morte fu causata da una “compelling unknown force” (una forza ignota e irresistibile).

Questo evento non può essere definito solo un fatto storico; ma va considerato tra gli archetipi della paura; eventi che mi mettono di fronte all’idea che esistano forze, o esseri, che sfidano la nostra comprensione. È un mistero che si lega indissolubilmente ai temi centrali della letteratura fantastica, come quelli che esploro nel mio lavoro. Pensate al titolo del mio libro, L’eco della specie perduta: il Passo Dyatlov è esattamente il luogo dove si può immaginare che possa risuonare quell’eco.
La natura delle ferite, la pressione, la mutilazione chirurgica, l’assenza di segni di lotta esterna, suggerisce che i nove escursionisti si siano imbattuti in qualcosa che non rientra nella nostra tassonomia: un esperimento militare segreto, un fenomeno infrasonico che li ha spinti a una follia collettiva, o forse una specie antica, rimasta nascosta nel gelo e disturbata dall’invasione umana. La loro fuga in uno stato di semi-nudità è una regressione dalla civiltà al primitivo, un’uscita di scena che nega la logica moderna e ci riporta al puro terrore atavico.
La montagna, in questo caso, è la custode di un segreto biologico o metafisico che l’uomo non è ancora pronto a decifrare. Il potere narrativo di questo mistero ha ovviamente contaminato la cultura popolare. Non sono l’unica ad avere tratto ispirazione da questo fatto misteroso, molti film e romanzi usano l’isolamento del gelo per amplificare l’orrore, pellicole come The Ritual (che trae spunto dalla mitologia del Nord) usano il trauma e il paesaggio boschivo per evocare la paura di un’entità ultraterrena o di un culto tribale. Serie TV come The Terror (basata sull’esplorazione artica) mostrano come la combinazione di freddo, isolamento e fame possa far crollare la mente umana, rendendola vulnerabile a ciò che è oltre il limite.
Il Passo Dyatlov è l’incubo di chiunque abbia mai cercato di indagare i segreti nascosti nel gelo: la possibilità è quella che il velo si squarci non per rivelare la verità, ma per mostrare una realtà troppo orribile per essere compresa. Dopo aver ripercorso questa storia, quale credi che sia stata la “specie perduta”, umana, militare o arcana, che ha reclamato le anime sul Kholat Syakhl? Io ho ipotizzato fossero yeti ma tu prova a condividere con me le tue ipotesi e alla prossima esplorazione misteriosa.
Alice Tonini
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