Rieccoci con il nostro appuntamento dell’horror e dei temi legate alla letteratura horror con la rubrica Inchiostro Nerofumo. La volta scorsa abbiamo parlato della morte vista dal punto di vista di noi uomini moderni, oggi ci interessano gli uomini primitivi agli albori della nostra civiltà.
L’uomo preistorico faticò non poco a
comprendere la morte; la storia dell’antichità è costellata di ritrovamenti che testimoniano come i tentativi di avvicinarsi al momento
finale della vita umana abbiano dato vita a miti, leggende e
tradizioni diversi e a volte di difficile comprensione, o almeno così ci
dimostrano gli scavi archeologici che hanno riportato alla luce le antiche sepolture.
Uno dei più antichi popoli di cui
abbiamo ancora tracce recenti sono gli Indiani d’America. Per loro la
religione era talmente integrata nell’aspetto socio-culturale della
vita quotidiana che si possono tranquillamente paragonare agli Amish
odierni anche se in chiave meno opprimente.
Morte e onore vengono considerate alla stessa stregua, ma oggi ho imparato che non sempre è così. Cit. da L’ultimo dei Mohicani.
Ricordiamo che il
più antico scheletro di un nativo americano mai trovato risale a
9.000 anni fa, si tratta dell’uomo di Kennewick ritrovato nel letto
del fiume Columbia nello stato di Washington. Parliamo quindi di tradizioni,
usi, miti e leggende con radici antichissime, la cui origine si perde nei
secoli prima di Cristo. Lo studio della preistoria degli indiani d’America è
difficile e complesso a causa della molteplicità delle tribù che si
divisero il territorio ma rende bene l’idea dei tanti modi diversi in
cui i nostri antenati potevano interpretare la morte prima
dell’avvento delle grandi religioni.
Le popolazioni presenti in nord America
nell’epoca precolombiana vivevano in perfetta armonia con la natura e
praticavano una religione complessa con saltuari aspetti sciamanici. Bisogna
tenere a mente il legame particolare esistente tra individuo e
collettività e tra individuo e natura, entrambi caratterizzanti la
cultura degli indiani d’America e il contrasto con il nostro stile di
vita occidentale per cui tali legami sono superficiali.
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| Il dipinto (come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperto dal copyright, ringrazio di cuore la fonte |
Il nord America è sconfinato, il
numero delle tribù indiane è grande e la storia di queste tribù
potrebbe davvero riempire libri su libri. Porto quindi solo un paio
di buoni esempi che ovviamente non possono essere esaustivi di tutto l’argomento vista la vastità.
Il primo esempio tratta delle credenze della tribù dei Lakota
o chiamati in modo spregiativo dai bianchi Sioux che occuparono i
territori del nord e sud Dakota, parte del Montana, Nebraska, Wyoming
e Colorado. Tra le altre tribù avevano grande fama di guerrieri
invincibili.
La religione Lakota nel tempo ha
assorbito idee e tradizioni di altre tribù confinanti e popoli
conquistatori mantenendo nel tempo intatta la propria identità, persino le
sofferenze inflitte al popolo dal governo americano sono diventate
oggi un’importante riferimento culturale. Qui non possiamo trattare
in lungo e in largo della religione Lakota ma vediamo quali elementi sono caratteristici del
rapporto di questa tribù con l’aldilà.
Qui ci basti sapere che una
divinità chiamata nella nostra lingua Piccolo Bisonte Bianco apparve ai cacciatori Lakota e insegnò loro le sette cerimonie
sacre alla base della loro religione. Per i Lakota ogni uomo nasce
con quattro aspetti dell’anima: il sicun, la forza immortale che
permette al corpo di formarsi e che alla morte ritorna al nord per
attendere un nuovo concepimento; il tun, il potere di trasformare
l’energia da visibile in invisibile; il ni, il respiro che abbandona
il corpo con la morte; il nagi, l’ombra che alla morte percorre la
via degli spettri per unirsi agli antenati e riprendere la vita
tradizionale.
I rituali e i miti si sviluppano in
serie di sette e quattro, sono ciclici come secondo loro era la vita.
Le Sette cerimonie sacre sono sopravvissute fino ai giorni nostri
nonostante i tentativi di repressione ad opera del governo degli
stati uniti nel XIX secolo.
La cerimonia che riguarda il passaggio
all’aldilà è la cerimonia del trattenimento del fantasma (Wanagi
Wicagluhapi) e viene eseguita per i defunti. La credenza presso i
Lakota è che lo spirito di un defunto rimanga per un anno nel luogo
della sua morte e il parente deve eseguire la prova del lutto
(wasigla) e deve conservare una ciocca dei suoi capelli avvolta in
pelle di daino. Lui/lei deve esporre l’involucro al sole durante le
belle giornate, ripararlo dal vento e donargli ogni giorno cibo.
Colui che trattiene lo spirito deve dedicare tutto il suo tempo a
questo scopo. Dopodiché trascorso un anno dal decesso lo spirito
viene lasciato libero di viaggiare verso l’aldilà. In questa
occasione la famiglia indice una grande festa invitando i parenti e
distribuendo regali a chi durante l’anno ha sostenuto il custode
dello spirito. Oggi questa complessa cerimonia è sostituita dalla
Festa del Ricordo (Wokiksuye Wohanpi) rito simile anche se meno
impegnativo. Dopo la veglia e la sepoltura si celebra un ulteriore
rito: parenti e amici portano cibo sul luogo della veglia dove
resteranno tutta la notte per aiutare e
consolare la famiglia. Ai giorni nostri comunemente il defunto viene
sepolto nei cimiteri cristiani, per cui alla cerimonia tradizionale
si aggiunge quella cristiana.
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| La foto della sepoltura ( come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperta da copyright, ringrazio di cuore la fonte. |
Per rendervi conto delle differenze
religiose tra una tribù e l’altra accenno anche alle usanze Navajo,
un popolo che vive oggi nell’area degli stati uniti sud occidentali
chiamata Four Corners e sono la popolazione nativa più consistente
sia per numero che per territorio. A differenza di altre tribù come
i Lakota la loro visione individualistica li ho portati a celebrare
festività che hanno l’obiettivo di ristabilire l’ordine dinamico e
l’equilibrio delle cose. Secondo loro ogni cosa è abitata dal Vento
Sacro (energia vitale) e ogni essere vi partecipa in comunanza. Da
qui la loro credenza che nessuno stato dell’essere è fisso. Il
rapporto tra esistenza terrena e ultraterrena è fluido e in costante
mutamento, i loro miti e le loro leggende parlano di un futuro nel
quale i defunti torneranno per popolare con i vivi le terre che un
tempo erano delle tribù prima dell’arrivo dei bianchi.
Queste sono solo due delle complesse
tradizioni degli indiani d’America ma comune ad ogni tribù era la
concezione della morte come un viaggio che veniva accompagnato da usi
e riti dalle radici che si perdono nei secoli. I Lakota
ritenevano che una persona in punto di morte vedesse il futuro, gli
Arapaho invece prevedevano il momento della propria morte in anticipo
di giorni. I Comanche consideravano le donne che morivano di parto
alla stregua dei migliori guerrieri. Presso tutte le tribù infatti
morire in battaglia era molto onorevole e prima di scendere in guerra
era fondamentale essere ben preparati al viaggio che sarebbe seguito:
capelli intrecciati, volto dipinto, abiti in ordine, armi affilate.
Non è come nasci, ma come muori, che
rivela a quale popolo appartieni. Alce nero, Lakota 1890
Le tecniche di sepoltura erano diverse
non solo tra tribù ma anche a seconda delle stagioni le usanze
differivano, ad esempio in inverno non si seppellivano i morti in
terra perché il terreno era congelato. Nelle pianure il corpo era
esposto nella prateria su una alta piattaforma ricoperta da pelli, per
evitare che venisse assalito dagli animali. I pali che sostenevano la
piattaforma erano dipinti con simboli che ricordavano il defunto e
decorati con crini di cavallo. L’impalcatura veniva eretta tradizionalmente a ovest
per facilitare il viaggio verso l’aldilà. In alternativa il corpo si
issava sugli alberi avvolto nelle pelli e legato sulla biforcazione
dei rami più grossi.
Si potevano utilizzare anche gli anfratti
naturali come le crepe o le spaccature tra le rocce. In zone
difficilmente accessibili come il gran canyon e in queste zone si
portavano anche le ossa raccolte dopo che le intemperie avevano
consumato il corpo esposto nelle pianure o sugli alberi. La
cremazione era poco diffusa e riservata solo ai guerrieri caduti in
combattimento. In pochi casi accertati sappiamo di guerrieri Comanche
seppelliti sul campo di combattimento con tombe contrassegnate da
ossa e teschi di bisonte o in fosse sott’acqua dove erano contrassegnate da pietre. Tra i Pueblo i corpi erano deposti a terra e ricoperti di
sassi fino a formare un tumulo che veniva circondato da paletti.
Stavo pensando che di tutte le piste di questa vita la più importante è quella che conduce all’essere umano. Penso che tu sei su questa pista e questo è bene. Cit. da Balla coi lupi.
Il significato di quanto vi ho
raccontato fino ad ora rimane incerto. Alcuni scienziati immaginano
gli uomini preistorici che credevano in una sorta di resurrezione o
in un viaggio ultraterreno perché seppellivano cibo, oggetti e
ornamenti. Altri suggeriscono il significato dei colori che
utilizzavano per dipingere il corpo del defunto quando lo preparavano. Altri fanno ipotesi
riguardo il significato delle posizioni in cui vengono ritrovati i
corpi.
Non conosciamo esattamente il
significato di tutto quello che gli archeologi hanno trovato, però
quello che ci interessa qui sono le testimonianze che raccontano come gli uomini primitivi all’inizio dell’esistenza umana
svilupparono idee, miti e tradizioni per riconciliarsi con la morte.
Un buon romanzo che parla degli indiani può essere considerato il classico del 1826 L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Oppure Balla coi lupi di Michael Blake, edito in Italia dal 1991 è interessante anche se è più difficile da trovare. Magari se siete fortunati su una bancarella dell’usato lo potete adocchiare. Da entrambi sono stati tratti dei bellissimi film ma evito di parlarne, magari un’altra volta.
Grazie mille e buona lettura a tutti!!








Argomento davvero interessante! Complimenti!
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Letto con interesse. Effettivamente mi incuriosiscono molto le “abitudini antiche”; credenze, riti, etc… Grazie e…. alla prossima.
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