Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell'antica mesopotamia

 Oggi torna la rubrica inchiostro nerofumo con un
super articolo e come al solito parliamo di horror e parliamo di
storia.

Partiamo subito con una domandona:
credete nell’esistenza dei fantasmi?

Potreste rispondere a questa domanda in
due modi: chi crede al soprannaturale e chi invece etichetta tutto
come cosa per creduloni.

Ma se facciamo qualche passo indietro
nel tempo e andiamo tra il Tigri e l’Eufrate troviamo una intera
civiltà che per più di tremila anni si è evoluta con l’assoluta
certezza dell’esistenza dei fantasmi e che ogni giorno aveva a che
fare con demoni e spiriti.

Una tavoletta mesopotamica di 5.000
anni è stata scoperta dagli archeologi inglesi qualche anno fa e
riporta trascritte le prime e più antiche storie di fantasmi di cui
siamo a conoscenza.

Oggi sappiamo che nell’antica civiltà
mesopotamica i fantasmi erano parte della vita di tutti i giorni. Ma
quali erano le leggende e le tradizioni assire e babilonesi legate ai
fantasmi?

L’antica Mesopotamia corrisponde agli
attuali territori di Iraq e Siria (circa). La civiltà preistorica di
cui parliamo ha trascritto molte informazioni che sono giunte sino a
noi, dalle registrazioni contabili commerciali fino alla mitologia,
utilizzando la scrittura cuneiforme, uno dei primi sistemi di
scrittura conosciuti. Gli scribi usavano tavolette di argilla e
iscrivevano le storie raccontandoci di come i fantasmi fossero una
forza soprannaturale molto influente nella vita delle persone:
potevano richiedere sacrifici, causare malattie e portare sfortuna.

La dea dell’amore ma anche della guerra Ishtar si assicurerà che capiate tutto alla perfezione!!

I fantasmi risorti dei morti non erano
ospiti casuali per gli antichi mesopotamici, invece di passare
inosservati facevano apparizioni frequenti ed erano parte del mondo
naturale come le piante o gli animali.

Lo sapevate che i cimiteri in
mesopotamia erano molto rari? I morti venivano seppelliti accanto
alla casa o addirittura all’interno dell’abitazione. Quando qualcuno
manifestava segni di una infestazione si credeva fosse a causa di
questi antenati seppelliti sotto i piedi. Questa vicinanza voleva
anche significare che i fantasmi erano parte della routine familiare
di ogni giorno. In famiglia c’era chi cucinava, chi puliva, e poi
c’era un membro responsabile per la cura delle relazioni con i
defunti. Solitamente era il figlio maggiore che ogni giorno si recava
a portare le offerte sulle sepolture degli antenati. Se non lo faceva
si pensava che l’anima del defunto si sarebbe potuta perdere
nell’aldilà e tornare a vendicarsi sulla famiglia irrispettosa.

La religione mesopotamica credeva che i
familiari defunti fossero bloccati nella morte, in una dimensione
dove non invecchiavano. Le offerte più diffuse prevedevano venissero
serviti loro cereali arrostiti e birra prodotta con cereali cotti.
Quella delle offerte di cibo e degli snack con i cereali è una
tradizione molto antica che prosegue ancora oggi. Sugli scaffali dei
supermercati troviamo snack con cereali di ogni forma e colore e in
India, sulle rive del gange si trovano ogni giorno persone che
offrono cibo agli spiriti dei defunti.

Questa antica tavoletta faceva parte della biblioteca di un sacerdote esorcista, le immagini sono invisibili a occhio nudo ma appaiono solo se illuminate direttamente.  Rappresenta un fantasma che viene trascinato nel mondo dei morti. 

Ma torniamo a noi. Di solito uno
spirito che riceve regolarmente offerte non ritorna a disturbare i
vivi. Lo stato di chi moriva era una sorta di ibernazione durante la
quale disturbare i vivi era semplicemente impossibile. Se sepolti
correttamente i fantasmi restavano in uno stato di dormienza che
continuava fintanto che la famiglia avesse continuato a fare le
offerte rituali nel modo corretto. 

Alcune testimonianze ci raccontano
che i vivi e i morti potevano comunicare nel sonno, la relazione tra
il sonno e la morte era tanto profonda che sono stati trovati
incantamenti per invocare l’aiuto dei fantasmi per addormentarsi. Ai
bambini deceduti che erano senza pace venivano cantate canzoni e
incantesimi per calmarli e mandarli a dormire. Ai fantasmi dei
bambini inoltre non era permesso di svolazzare in giro come i
fantasmi più anziani, così esistevano invocazioni che permettevano
di spedire questi spiriti in un lungo e riposante sonno. Simili
invocazioni erano utilizzate anche per cacciare i demoni e
prosciugare le energie di fantasmi maligni.

Fantasma o demone è sempre bene chiamare un esorcista. 

Il reame del non ritorno o Erkala era
il posto dove tutti gli abitanti defunti della Mesopotamia erano
allocati dopo la morte. Quegli spiriti che cercavano di fuggire per
tornare a vivere erano severamente puniti. Il dio del sole Shamash
puniva i fantasmi che fuggivano, prendeva le loro offerte e le
distribuiva alle anime dei dimenticati. La società mesopotamica era
molto diversificata ed esistevano diverse interpretazioni
dell’aldilà.

Una opera importante da questo punto di
vista è l’Epopea di Gilgamesh che apre uno scorcio sul
folklore mesopotamico. Il re Gilgamesh privato dalla morte della
compagnia del suo migliore amico Enkidu parte alla ricerca della
pianta che dona l’immortalità. Fallisce nell’impresa e accetta il
suo destino di uomo mortale. Dopo la morte Gilgamesh era felice di
poter stare con lo spirito del suo amico ma si accorge che molti spiriti di defunti soffrivano ed erano in agonia perché erano stati dimenticati da
tutti. Per non causare questa sofferenza, nasce l’usanza mesopotamica di seppellire i defunti in
casa.

Gilgamesh

Un’altra credenza era quella che i
bambini appena nati avessero un aldilà migliore di quello degli
adulti. Potevano giocare quanto volevano, avevano tavoli fatti d’oro
con miele e burro sempre a disposizione.

Fino ad ora quindi abbiamo visto che i
defunti avrebbero dovuto dormire o aggirarsi nell’aldilà facendosi
gli affari propri. Purtroppo però gli incidenti potevano capitare e
un defunto poteva ritornare per varie ragioni. Ad esempio i suoi
diritti di sepoltura erano violati o era avvenuto qualcosa di
sbagliato al momento della morte o le offerte non venivano presentate
regolarmente. Se il loro aldilà era disturbato causavano caos e
torturavano i vivi. A questo punto vi apro una piccola parentesi, lo
sapete che le leggende sui vampiri che ancora oggi sono vive in molte
comunità dell’Europa dell’est derivano proprio da queste antiche
tradizioni preistoriche. Ma ci torneremo con un altro articolo.

Fantasma o demone magari alcuni preferiranno l’esorciccio.

Ereshkigal, la regina dei morti che
presiede sull’aldilà può dare agli spiriti permessi speciali per
tornare sula terra. Ella aveva la responsabilità di tenere separati
i vivi e i morti. I Gheedeen erano coloro che tornavano dalla morte.
Si riteneva che questi potessero viaggiare avanti e indietro dal
reame dei morti e tormentavano i vivi. Comunque sia di sicuro chi
aveva subito una morte ingiusta sarebbe tornato a tormentare i
colpevoli. Mentre chi fuggiva dall’aldilà era riacchiappato, punito
e rispedito nella posizione che gli spettava tra i morti. Anche oggi
nella religione indù, la mitologia presenta diversi aspetti che
ricordano l’antica visione mesopotamica.

Se l’avesse sepolto per bene magari non tornava.

Come facevano gli antichi a sapere che
un fantasma era vicino a loro?

Molti vedevano nella malattia un
indicatore della presenza di fantasmi. Come se la malattia non fosse
sufficiente a fare stare male una persona si credeva che quella
persona volontariamente o meno avesse commesso degli errori e ora un
fantasma la stava punendo infliggendo sofferenze fisiche. Comunque
esisteva la possibilità di invocare i fantasmi degli antenati della
famiglia per essere aiutati. Oggi in india questa credenza è ancora
viva.

La maggioranza degli antichi
mesopotamici desiderava solo scacciare i fantasmi fastidiosi e
mantenere tranquilli quelli che dormivano. Pochi altri credevano che
riuscire a contattare i fantasmi potesse portare benefici, erano
convinti delle potenzialità del soprannaturale nonostante sapessero
benissimo di correre elevati rischi. Esistevano quindi sacerdoti
esorcisti e necromanti.

La pratica della necromanzia, la
comunicazione con i morti, era diffusa tra gli antichi mesopotamici.
I rituali dovevano essere eseguiti alla lettera da persone esperte
perché avrebbero messo il praticante in una situazione precaria. Una
tavoletta cuneiforme ritrovata dagli archeologi conteneva un
incantesimo per invocare i fantasmi insieme ad una ricetta per un
unguento da spalmarsi sugli occhi insieme ad avvertimenti e
istruzioni dettagliate per eseguire correttamente il rituale.

Gli antichi sacerdoti esorcisti possono essere paragonati ai moderni Gostbusters, in caso di infestazione arrivavano loro.

La massima aspirazione per un defunto
era la pace dell’aldilà. Una vita turbolenta aggirandosi tra i vivi
era considerata una punizione. Questo accadeva quando gli dei si
dimenticavano dello spirito o quando la famiglia non eseguiva i
propri sacrifici per i morti.

In accordo con la tavoletta di cui vi
ho raccontato all’inizio gli antichi mesopotamici credevano in molti
fantasmi, e riporta una lista degli spiriti più invocati in caso di
necessità. Qualsiasi incidente poteva creare un fantasma e il
fantasma poteva occasionalmente trasformarsi in uno spirito vagante
come atto di vendetta verso chi gli aveva fatto un torto e se questo
valesse ancora oggi credo che di spiriti vaganti sarebbe pieno in
giro.

Tavoletta rappresentante le divinità con i loro simboli

Diverso è il discorso per quanto
riguarda i demoni. 

Le radici della moderna demonologia affondano
nella mitologia mesopotamica. I demoni erano creature totalmente
diverse dai fantasmi, con delle sembianze animali mostruose e
anch’essi potevano entrare nelle case dei vivi per tormentarli. 

Per
liberarsi di loro venivano commissionati amuleti in metallo o di
ossidiana con incisi incantesimi che potevano essere indossati o
appesi in casa come protezione. Nel caso tutto questo non servisse si
acquistavano delle statuette con le sembianze del demone per
spaventarlo e mandarlo via. Se anche questo non serviva esistevano i
sacerdoti esorcisti che entravano in casa e recitavano una lunga
fila di nomi demoniaci finché non trovava il nome del demone e
riuscivano a mandarlo via. Forse non sapete che nel film L’esorcista la bambina è posseduta dal demone Pazuzu che compare anche in altri film e documentari sui fantasmi presentato come il re dei demoni che tormentano i vivi. Nel film la bambina sarebbe stata posseduta a causa di una statuetta in metallo raffigurante il demone. In realtà Pazuzu era un entità demoniaca che assicurava assoluta protezione  contro qualunque altro demone e tenerne in casa una immagine assicurava una ottima protezione contro le visite di demoni e fantasmi.

Rappresentazione di Pazuzu 

Un’altra curiosità, forse non sapete che
la lingua che veniva utilizzata per trascrivere gli incantesimi non era quella
‘ufficiale’ ma viene chiamata dagli studiosi ‘mumbo jumbo’ per via
dei suoni che produce quando la si pronuncia. Sono in molti a collegare quelle liste di nomi in
mumbo jumbo alla Chiave di re Salomone, un famoso testo
esoterico la cui versione originale è andata perduta. La leggenda
narra che gli incantesimi siano stati scritti da re Salomone in
persona e forse non sono molto lontani dalla realtà. Le versioni
odierne del libro però sono tutte rimaneggiate e riscritte, e oggi è impossibile risalire ad una prima versione originale.

Spero che l’articolo di oggi vi sia
piaciuto.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

La morte è destino: comprenderla oggi

 Oggi torna la rubrica dedicata ai temi della narrativa horror: inchiostro nero fumo. L’articolo tratta del tema della morte visto con gli occhi di noi uomini moderni e della letteratura contemporanea.

Vi devo però avvisare che si tratta di una tema trasversale a tutti i generi e troppo ampio per essere rappresentato da una manciata di titoli o autori. Il tema della morte per il genere horror è un caposaldo ma anche nel thriller e nel fantasy le opere che trattano questa tematica in modo serio e approfondito sono molte.

Definire cosa si intende per morte è difficile, quasi impossibile. Per uno scienziato la definizione è diversa rispetto a quella che può dare un artista o un poliziotto. Vedremo nei prossimi articoli della rubrica che per le donne e gli uomini primitivi il lutto era vissuto in modo molto diverso rispetto a come lo viviamo oggi. Noi moderni crediamo di sapere tutto sulla morte eppure quando ci troviamo coinvolti in prima persona nella
perdita di una persona cara ci troviamo in difficoltà. La scienza
descrive dettagliatamente e morbosamente ogni più piccolo dettaglio
di quanto accade al nostro corpo quando le funzioni vitali cessano eppure quello che accade ci fa paura, esiste persino la fobia della morte chiamata tanatofobia che colpisce milioni di persone in tutto il mondo.

I ricercatori sostengono che
esiste attorno all’argomento “morte” quella che è stata definita
una congiura del silenzio. Non se ne parla e chi lo fa viene
censurato, messo a tacere o isolato. Se da un lato questo permette di non pensarci troppo o troppo spesso,
dall’altro ci toglie la possibilità di riflettere attorno ad un
evento naturale e inevitabile con la conseguenza di trovarci
totalmente impreparati davanti al momento della perdita di una persona cara.

Fino a qualche decennio fa il lutto riguardava non solo tutta la famiglia ma anche
l’intera comunità, ogni compaesano partecipava portando le sue condoglianze e la
sofferenza era cosa normale e di pubblico dominio. Ad esempio c’era l’usanza, al passaggio del corteo funebre, di chiudere le serrande dei negozi e il negoziante restava in strada a portare le sue condoglianze. Oppure in Campania esisteva la tradizione dell’ “o’cunzuolo”. Il consolo era un dono portato alla famiglia in lutto da vicini, amici e parenti che consisteva in cibo pronto già cucinato o pacchi di caffè e zucchero per aiutare chi in quel momento si trovava in un momento difficile. 

Il lutto di una persona fino a qualche decennio fa doveva essere visibile anche agli altri, da qui l’usanza di vestirsi di nero o quella delle praefiche o piangitrici, donne e bambine che dovevano disperarsi durante i funerali. 

Le famiglie contadine del nord Italia osservavano la tradizione della veglia con il morto, giorno e notte alla luce di candele perennemente accese per assicurarsi che il suo spirito non restasse a vagare per casa. C’era poi l’usanza di coprire gli specchi per evitare che l’anima del defunto specchiandosi restasse intrappolata in questo mondo. Si tenevano aperte porte e finestre di casa per fare uscire lo spirito ma quelle dei vicini andavano tenute chiuse, si potevano spalancare solo dopo il funerale per evitare che lo spirito entrasse nelle case. Si lasciavano sedie vuote attorno alla bara per fare sedere gli antenati che desideravano partecipare alle veglie. Il camino di casa doveva essere coperto da un telo per evitare che entrassero uccelli a cavare gli occhi dal corpo e a portare malaugurio sulla famiglia e per lo stesso motivo la bara andava posta con i piedi del defunto verso la porta da cui sarebbe uscito al momento del corteo funebre.

Oggi tutto questo si sta perdendo, il lutto è
vissuto come evento privato e personale, qualcosa che bisogna
nascondere agli altri per il timore di essere giudicati.

In aiuto di noi homo sapiens moderni arrivano psicologi e ricercatori che ci raccontano come riusciamo a
elaborare il lutto nella nostra mente fin da bambini.

In Europa dopo la seconda guerra
mondiale, Maria Nagy, psicologa e ricercatrice, chiese a 378 bambini
ungheresi dai tre ai dieci anni di raccontarle cosa pensassero della
morte.

I bambini più piccoli, che
soprannominarono la ricercatrice zia morte, discussero con lei delle
loro opinioni e fecero dei disegni da regalarle. I bimbi più grandi
riuscirono a scrivere su carta ogni cosa che veniva loro in mente.

Nagy studiò le loro rispose e giunse
alla conclusione che esistono tre livelli di comprensione del lutto.

I più giovani da i tre ai cinque anni
tendono a essere curiosi e a chiedere informazioni ai più grandi
riguardo funerali, bare e cimiteri. Per loro la morte è
semplicemente la vita che prosegue ma in un modo diverso rispetto a
quello che accade tutti i giorni: le persone morte non possono vedere
o sentire come i vivi, non fanno niente tutto il giorno e non hanno
nemmeno fame. E loro possono persino tornare se vogliono. I bambini
più piccoli pensano alla morte come a qualcosa di noioso, non
divertente, e al peggio la considerano sinonimo di solitudine e
spavento.

Dai sei anni i bambini realizzano che è uno stato finale ed entrano nella seconda fase. In questa
si realizza che è definitiva e alcuni di loro pensano di potergli sfuggire se sono intelligenti, attenti o fortunati.
Christy Ottaviano ricorda che quando era alle elementari

Christy potrebbe aver smesso perché è
entrata nella terza fase, quella della comprensione della morte. I
bambini realizzano che non è solo il passo finale di ogni vita ma è
anche inevitabile: tutti muoiono anche se intelligenti, attenti e
fortunati. Anche le persone che trattengono il respiro quando
camminano vicino a un cimitero. scrive
un bambino di dieci anni. Un’ altro scrive. La terza fase, che è anche l’ultima inizia attorno ai
dieci anni e continua per tutta la vita.

Oggi la psicologia ha coniato il
termine di “death education” o educazione alla morte per indicare un
percorso di supporto psicologico che accompagna la persona sofferente
nella gestione del lutto. 

Le persone oggi devono fare i conti anche con la spettacolarizzazione
mediatica che spesso ama raccontare solo i tratti più violenti, drammatici o macabri che accompagnano la dipartita di qualcuno perché sono quelli che più attirano l’attenzione. Persino
i film dell’orrore a volte non fanno un buon servizio alla nostra
comprensione ma alimentano fantasie irrazionali che hanno la sola conseguenza di alimentare la paura al posto di una sana riflessione.

Come ho già detto all’inizio dell’articolo il tema della morte nei romanzi è
trasversale a tutti i generi. Dal mainstream fino all’horror la morte
è protagonista di decine di romanzi. Difficile quindi indicare un
titolo, o una manciata di titoli, che da soli possano essere
rappresentativi di un tema così complesso e articolato trattato da
quasi ogni scrittore, ma proviamo lo stesso. Notevole è Rumore bianco
di Don Delillo, anche Sette minuti dopo la morte di Patrick Ness non è male, se preferite stare sui classici allora abbiamo L’ultimo
giorno di un condannato a morte di Victor Hugo, Edgar Allan Poe con
La morte rossa (…ma non solo…) e La metamorfosi di Kafka (di cui
abbiamo già parlato in un invito alla lettura). Ci sono libri illustrati per bambini come ad esempio L’isola del nonno di Benji Davies o Il sentiero di Marianne Dubuc. E chi più ne ha più
ne metta.

Anche per oggi è tutto, ovviamente si
accettano suggerimenti nei commenti. Ci vediamo nel prossimo post.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Dagli universi di Star Treck fino alla terra di mezzo, passando per Salem: come e dove trovo idee così originali?

Le idee sono la forza trainante della
fiction letteraria. Qualsiasi sia il vostro background e le vostre
conoscenze potete imparare a creare idee originali da utilizzare
nelle vostre storie qualunque sia il genere da voi scelto.

Facciamo un esempio con la
fantascienza, ma vale anche per il fantasy o l’horror. Qui non trattiamo direttamente dei romance perché è un genere con uno sviluppo diverso.

Per comodità tiriamo in ballo
Star Trek, un classico che conoscete tutti. Ma potremmo utilizzare anche opere come Il signore degli anelli o Salem’s lot.

Il capitano Kirk si assicurerà che i vostri phaser abbiano il 100% dell’energia!

La prima domanda che ci si
pone è come si può arrivare ad avere idee per comporre mondi così
vasti e complessi come quelli presenti nella serie? 

L’ambientazione immaginata è ricca, completa e
ben pensata, con una struttura che la fa sembrare un’opera
impossibile da creare partendo da zero. 

Fortunatamente ci sono buone
notizie: nessuno arriva ad avere idee simili in un minuto o in
un’ora, spesso sono necessari anche mesi per arrivare a fare
combaciare tutti i pezzi. Quindi se pensavate di pubblicare il vostro terrorizzante horror in qualche settimana purtroppo siete fuori strada, spesso è necessario molto tempo per raccogliere tutti gli spunti necessari e farli combaciare.

Il mondo immaginario di Star Trek si è
sviluppato lentamente, gli autori della serie sono partiti da alcune
idee principali. Ad esempio l’ideazione della nave Enterprise
ha condotto gli autori in modo naturale all’invenzione dei phasers,
del teletrasporto, degli scudi energetici e ai Klingons. Ovviamente i Klingons avevano bisogno di un pianeta natale e di nemici spietati. Quello che
sto cercando di dirvi è che se la prima idea da cui partite è forte
e sensata vi ispirerà direttamente a creare un intero universo
attorno a sé.

Un pensiero alla nostra Uhura, venuta a mancare in questi giorni. 

Quando raccogliete le idee non cercate
di immaginare un intero mondo subito, tutto in una volta. All’inizio
restate concentrati sulle idee principali, e il resto verrà con il
tempo se lasciate lavorare il vostro subconscio e la vostra creatività. Più vi sforzerete, meno le idee che vi verranno saranno originali ma rischierete di fermarvi ai soliti cliché letterari dando per scontato che siano la scelta migliore.

Ovviamente potete trarre ispirazione ed informarvi da una marea di fonti, ma di questo parleremo in un altro post dedicato. Oggi parliamo dell’ispirazione che possiamo trarre da ciò che ci circonda, a costo zero.

Quando ci arriva un’idea come
facciamo a ricordarla? 

Il modo migliore per farlo è: prendere nota. Sembra scontato detto così ma vi garantisco che se non prenderete nota nel giro di dieci minuti non ricorderete più niente di quanto vi era venuto in mente.

Va bene qualsiasi cosa. Potete portare
con voi un quadernino con una penna o una matita, un piccolo
notebook, va bene anche una applicazione sul telefonino e abituatevi
a prendere nota ogni volta che vi viene una qualsiasi idea riguardo una qualsiasi storia.
L’unico accorgimento che dovete avere è quello di assicurarvi che il
notebook e la penna, o qualsivoglia sia lo strumento da voi scelto siano
facilmente trasportabili.

In quel momento il vostro obiettivo
è cogliere l’idea e annotarla. Se osservate il mondo e annotate quello
che vedete e che ritenete interessante, troverete spunti creativi senza sforzo, magari al momento della rilettura dei vostri appunti scoprirete collegamenti inaspettati che arricchiranno la trama che state mettendo insieme.

Osservate tutto proprio come l’occhio di Sauron

Quando vi annotate le idee le regole
principali che dovrete seguire sono quattro:

1. Scrivete immediatamente o le
dimenticherete nel giro di pochi minuti.

2. Non sentitevi in imbarazzo se
scrivete in pubblico, di norma nessuno bada a quello che fate.

3. Dimenticatevi delle regole
grammaticali e della sillabazione.

4. Non aspettate le grandi idee, quella
della musa ispiratrice che vi sussurra all’orecchio tutto quello che
dovrete scrivere è una fuffa, vi accorgerete presto che le
annotazioni più utili sono i piccoli lampi improvvisi.

Ricordate anche che voi sarete gli
unici che leggeranno mai le vostre annotazioni quindi la qualità di
quanto scritto è irrilevante. Se una idea è espressa male o
imperfetta non preoccupatevi, annotatevi tutto. Ci sarà tempo di
sistemare più tardi. La cosa importante è che scriviate le
osservazioni.

Ma esattamente cosa devo annotare? Cosa
devo cercare?

Osservate ogni sensazione inusuale.
Utilizzate tutti i sensi. Udito, olfatto, tatto e gusto sono
importanti come la vista. Ogni cosa che stimola i sensi e che possa essere collegata ad una scena o ad un ambiente che state creando deve essere
annotata. Che sia il colore di un kiwi sul pavimento, l’odore di un
ufficio quando tutti sono andati a casa o il sapore del caffè la mattina. Se lo notate e pensate possa
essere rilevante per quello che avete in mente scrivetelo.

Dovete essere consapevoli di:

+ Nomi inusuali, frasi o battute
ironiche che possono essere adatte ad un vostro personaggio.

+ Possibili location per le vostre
storie.

+ Persone interessanti e le loro
reazioni in determinate situazioni.

+ Domande che vi vengono in mente e che
potrebbero fare luce su una qualche difficoltà legata alla storia
che state progettando.

In breve scrivete ogni cosa strana o
appariscente che cattura la vostra attenzione. E in ogni caso
concentratevi sui dettagli. Quando annotate i suoni in un caffè, per
esempio non scrivete suono del caffè ma descrivete la macchina per
il cappuccino fumante, il fischio del vapore, le sedie trascinate ,
il suono della pioggia contro la finestra.

Lasciatevi prendere dell’ispirazione…

Potete annotare in ogni momento quando
vi viene in mente qualcosa.

Non giudicate i vostri pensieri prima
di averli scritti, scrivete le idee sulla carta immediatamente.

Molti nuovi scrittori pensano di dover
aspettare per grandi idee o immagini sensazionali prima di annotare
qualcosa, ma è vero il contrario. La differenza in fase di stesura
la faranno i dettagli.

Dovete avere a disposizione annotazioni
in abbondanza, registrare ogni momento di interesse. Questo creerà
materiale fertile per generare idee interessanti, soprattutto nella fase di ideazione dell’opera.

Bene, ora siete pronti per partire alla scoperta di nuovi mondi creativi.

La fantascienza è stata definita come
la fiction del e se… o what if…

Facendovi questa domanda troverete le
idee migliori non solo riguardo la fantascienza. Non arrendetevi se all’inizio vi sembreranno idee banali,
come vi ho già detto i collegamenti con le altre idee che avete avuto vi daranno gli sviluppi
migliori. E se il mondo fosse colpito da una meteora? E se
atterrassero gli alieni? E se i pc pensassero da soli? 

Fatevi domande
che potete trasformare da note ordinarie in solide idee, questo vale anche per il fantasy. E se un cavaliere si perdesse in una
foresta tropicale? E se gli elfi dichiarassero guerra agli umani?

E per l’horror vale lo stesso?
Assolutamente si! E se un demone prendesse possesso di una scuola? E
se un serial killer tormentasse un piccolo paesino di montagna? E se
una famiglia fosse segnata da una antica maledizione senza scampo?

Per domande o curiosità lasciate un commento o scrivetemi un messaggio, anche sul mio profilo Instagram @tonini.alice. Forza adesso tocca a voi andare
avanti!!

Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini 

Ciò che è morto è morto: tra scienza, leggende urbane e credenze. Come si definisce la morte nella storia e nel folklore

Inauguriamo
oggi un nuovo spazio dedicato agli amanti del misterioso mondo
dell’horror, la rubrica “Inchiostro nero fumo” dove parleremo di
temi legati al mondo dell’horror dal punto di vista storico e
popolare. Sono articoli che non intendono avere nessun valore morale,
religioso o spirituale, né intendono turbare alcuno, si tratta di
semplici curiosità, di miti e leggende che ci racconteranno come è cambiata la visione e la percezione della morte nel tempo.

Il tema
di questo primo articolo è la morte, ovvero come è stata definita
la morte nella storia? Quali metodi venivano utilizzati per capire se
qualcuno era davvero morto ed è mai capitato che qualche persona
avesse finito per essere sepolta viva nonostante queste tecniche più o meno ingegnose? Tra miti, storia e leggenda vediamo cosa si può trovare
curiosando tra le fonti.

Oggi al
momento della morte viene rilasciato un certificato di morte, un
documento dal valore internazionale che serve per regolare i rapporti
tra i privati e la pubblica amministrazione. In pratica serve per
poter disporre del corpo del defunto, avere eventuali risarcimenti
assicurativi e godere di benefici ereditari. Questo è il modo con
cui si certifica la dipartita di una persona cara ma la storia
insegna che anche in tempi recenti è capitata la tumulazione di
persone che in realtà non erano affatto morte, anzi. Questo ci dice
che se qualcuno non respira o non si muove non è automaticamente
morto.

Ad esempio la signora Margaret Halcrow Erskine che ebbe salva la vita grazie
ai tombaroli. Siamo nella Scozia del 1674 e la signora che sembrava
morta venne tumulata dal sagrestano in una tomba poco profonda per
permettergli di tornare nella notte e di portarsi via i gioielli della defunta.
Mentre stava tentando di tagliare via il dito della signora per prendere
l’anello, ella si risveglia improvvisamente, causando la fuga precipitosa del
criminale. La storia ci dice che la signora ebbe poi una vita lunga e
felice, del nostro sagrestano-ladro non si seppe più nulla.

Una rappresentazione di quanto accadde alla signora Margaret. All’epoca il fatto fu celebre. 

E
ancora. Nel tardo 1500 in Inghilterra Matthew Wall venne creduto
morto finché durante il suo funerale i becchini non fecero cadere la
bara causando il suo risveglio. Nella Scozia dei primi anni del 1600
Marjorie Elphinestone fu creduta morta finché non si risvegliò
durante un tentativo di furto. Il ladro riuscì a fuggire e lei
quella notte se ne tornò a casa a piedi.

Ancora
nel 1860 si racconta che un passante sentì dei colpi provenire dalla
bara di tale Philomele Janetre. Avvisato il custode del cimitero la
bara venne aperta e tra lo stupore generale gli occhi dell’uomo si
mossero. Il signor Philomele morì il giorno successivo, sul serio stavolta.

Sempre a
metà del 1800 da Londra ci arriva la storia, che sembra più una leggenda urbana, di un medico che stava
per effettuare un autopsia su di un uomo-cadavere. Al primo taglio
l’uomo-cadavere si rianima, afferra il medico alla gola e lo fa
morire causandogli di un colpo apoplettico. L’uomo- cadavere invece
visse ancora a lungo. Si narra anche, a Londra, che nei primi anni del 1900 una
giovane ragazza venne lasciata nella bara aperta per 36 ore, finché
un parente medico si accorse che sembrava ancora in vita e intervenne per salvarla.

La storia di Margorie diffusa nel 1705 è in tutto simile a quella di Margaret. In questo caso si pensa sia una leggenda urbana d’epoca.

Gli
esperti danno spiegazioni diverse agli errori che si possono commettere
nelle dichiarazioni di morte, nei casi delle tumulazioni premature.
La scienza parla di thanatomimesis o morte apparente, di trance, di
overdose da narcotici, di concussione (intesa come produzione di
falsi documenti), di sincope o svenimento, di asfissia o mancanza di
ossigeno, di intossicazione.

Nel 1884
un medico britannico sul giornale Lancet offrì una
spiegazione meno scientifica e più umana dell’errore: ”Possono
essere incolpate per la tumulazione prematura di persone non proprio
morte la fretta e la mancanza di cura”. Nel 1995 nel libro Death
to Dust: what happens to dead bodies?
l’autore sostiene che
quanto detto sul Lancet nel 1800 sono parole che “suonano ancora vere
oggi”, un pensiero terribile per chi è ancora in vita. Per
tranquillizzarvi però ci tengo a precisare che gli errori oggi sono
molto rari.

Un vecchio numero del Lancet, rivista medica fondata nel 1832 e pubblicata ancora oggi.

Il Viele
memorial a West Point in Us è dove Egbert Ludovicus Viele ha fatto
costruire il memoriale per lui e la moglie. Si dice che l’uomo fosse
terrorizzato all’idea di essere sepolto vivo e quindi collegò un campanello
dall’interno della bara fino alla casa del custode del camposanto in
modo che se si fosse risvegliato avrebbe ricevuto soccorso. Quando
morì nel 1902 il suo corpo venne posto in un sarcofago di pietra e
portato nel memoriale. C’è da dire che il campanello da allora non
suonò mai, anche se capitò un paio di volte che il custode di notte
scambiasse il suono del telefono per quello del campanello spaventandosi non poco. Oggi il
campanello non è più connesso.

Ecco il Viele memorial, mausoleo dalle forme originali, come era originale anche il proprietario. 

Nel
tempo l’uomo in ogni cultura ha sviluppato rituali e “attrezzi”
per evitare una sepoltura prematura. I popoli antichi attendevano i
segni della decomposizione prima di sotterrare o cremare il cadavere.
I romani chiamavano ad alta voce il nome del defunto tre volte prima
di metterlo sulla pira funeraria. Gli antichi ebrei mettevano i corpi
in caverne aperte che venivano controllate regolarmente. In epoca
vittoriana si infilavano spilli sotto le unghie del morto. Negli Us
nel 1700 una donna arrivò ad istruire il proprio medico di infilarle
un lungo ago nel cuore prima di seppellirla e un uomo chiese di
segare via la testa o togliere il cuore per evitare un suo eventuale
ritorno. In Inghilterra nel 1896 venne istituita “l’associazione
per la prevenzione della sepoltura prematura” che pretendeva
l’esecuzione di test scientifici sul presunto cadavere prima della
tumulazione.

Nel
cimitero episcopale di St. Helena in Beaufort, South Carolina negli Us c’è
un’antica tomba in mattoni risalente all’epoca della schiavitù e
delle coltivazioni di cotone contenente i resti del dottor Perry che
si racconta chiese di essere seppellito con pane, vino e un’ascia. I
suoi schiavi gli costruirono una tomba ad arco per permettergli in
caso di risveglio di poter usare l’ascia per uscire. Ad
oggi però è tutto ancora dove era stato lasciato all’epoca e
l’ascia non è mai stata usata. Quindi era morto sul serio.

Una immagine della tomba del dottor Perry come si presenta oggi. 

Parliamo ora di invenzioni. Nel 1843 tale Christian Eisembrandt di Baltimora Us,
ottenne il brevetto per una bara attrezzata con coperchio rimovibile
dall’interno in caso di risveglio dell’occupante, l’invenzione non ebbe molto
successo perché funzionava solo se la bara era posta fuori dal terreno.

In
Belgio il conte Karnice-Karnicki inventò una bara con un tubo che
arrivava in superficie munito di bandiera, campanello e una lampada
attaccata alla fine del tubo che avrebbe dovuto essere attivata da
eventuali movimenti del corpo all’interno.

Qui vi ho messo un paio di immagini ad esempio di bare attrezzate per un eventuale risveglio. Vanilla Magazine ha pubblicato un interessante articolo a riguardo. 

Sempre
in tema di campanelli, in Germania nei primi anni del 1900 c’erano i
“mortuari di attesa” o Wartende Leichenhallen, dove i corpi erano conservati su delle
lastre di marmo fino ai primi segni di decadimento, unico segno
sicuro di morte. I corpi erano ricoperti di fiori portati da parenti
e amici e alle dita erano legati dei campanelli che suonavano in caso
di movimenti del cadavere. All’aumentare dei gas da putrefazione il
corpo si muoveva e i campanelli suonavano spesso costringendo i
guardiani a continui e inquietanti controlli, soprattutto di notte
quando i mortuari erano chiusi e deserti. Raramente vennero ritrovate
persone vive ma i giornali dell’epoca riportarono il caso di un
bambino di cinque anni ritrovato a giocare con le rose bianche che
gli avevano posato in testa.

Oggi
possiamo affidarci alla scienza in sicurezza. Sappiamo che la morte è
un processo complesso. Dopo lo stop del cuore, ancora per tre ore le
pupille possono rispondere ad alcuni stimoli luminosi. Dopo 24 ore la
pelle può ancora essere usata per innesti e dopo 48 sono le ossa che
possono essere ancora buone.

La
storia ci riporta i diversi metodi utilizzati anche dai medici per
determinare la morte, i più classici erano gli specchi e le piume
accostate al naso per vedere il respiro. Nell’opera Re Lear è
Shakespeare che ci parla dell’uso dello specchio diffuso tra i medici
già ai suoi tempi.

Nell’America
coloniale le persone determinavano la morte con il tocco della fiamma
di una candela sulla punta di uno degli alluci. Emergeva una vescica.
Se il corpo era di un morto la vescica sarebbe stata piena di aria e
sarebbe bruciata, se l’alluce era di un vivo la vescica non sarebbe
bruciata. In Inghilterra nel 1817 gli stessi consigli si possono
trovare in un “utile” manuale scientifico dedicato all’argomento.

Oggi
determinare vita o morte è più complicato. La moderna tecnologia ci
ha fornito strumenti in grado di far rivivere le persone. Negli
ospedali ci sono macchine che fanno battere il cuore e circolare il
sangue anche di chi non ha più funzioni cerebrali.

La morte
dai medici moderni viene definita in modo diverso rispetto al
passato. La definizione più accettata oggi è “morte cerebrale”
che significa una perdita completa delle funzioni della neocorteccia
e del tronco encefalico.

Nel
libro Death to dust il dottor Kenneth Iserson elenca i passi
per stabilire una perdita di irreversibile delle funzioni del tronco
encefalico.

1)
Determinare le cause del coma, 2) decidere che il danno strutturale è
irreversibile 3) eliminare tutte le cause reversibili come droga,
freddo o intossicazione e 4) dimostrare l’assenza di riflessi nella
neocorteccia.

Per
terminare l’articolo un’ultima riflessione sul perché della
morte. Le risposte che ci siamo dati sono molte.

Ci
possono essere motivi biologici e fisiologici. Nel libro How we
die
viene descritto il processo in modo particolareggiato. Ma ci
sono anche leggende e miti che riguardano la morte passati di
generazione in generazione.

Un mito
zulu dice che dio mandò un camaleonte a dire agli uomini che la vita
era eterna. Il camaleonte si distrasse per strada e il dio mandò una
lucertola che portò agli uomini la notizia della morte e poi ritornò
dal dio. Quando il camaleonte arrivò ormai era tardi e non poteva
più essere fatto niente.

Ecco qui il nostro leone che striscia a terra, come è chiamato il camaleonte in lingua zulu. 

I navajo
raccontano che venne chiesto al coyote di decidere tra la vita eterna
e la morte e lui lanciò una pietra nell’acqua. Se avesse galleggiato
sarebbero vissuti per sempre altrimenti sarebbero morti. La pietra
andò ovviamente a fondo e gli uomini si arrabbiarono. Il coyote
parlò loro dicendo che non potevano vivere tutti in eterno
altrimenti in breve non ci sarebbe più stato posto per i raccolti e
sarebbero tutti morti di fame, era meglio lasciare il posto ai
bambini.

Terminiamo
questo particolare e lungo articolo con una riflessione del Buddha
che insegna che nulla è permanente.

”Il
mondo è un fenomeno transitorio. Noi tutti apparteniamo al mondo del
tempo. Ogni parola scritta, ogni pietra scolpita, dipinto o civiltà,
ogni generazione di uomini svanisce, come le foglie e i fiori delle
estati passate. Ciò che esiste è cambiamento, ciò che non è
cambiamento non esiste.”

E con
questo vi lascio, come al solito vi auguro una buona lettura e alla
prossima con un altro invito alla lettura.

Alice
Tonini

L'oscura rabbia di Stephen King e la malattia mentale

  Mi sono accorta che è da un bel po’
che non parliamo più delle opere del maestro King e allora oggi introduciamo un libro uscito per la prima volta nel
1977 con il titolo di Rage (rabbia) e tradotto in italiano qualche anno dopo con
il titolo di Ossessione. L’autore sostiene di aver iniziato a scriverlo nel 1966 ma in
realtà sappiamo che le prime quaranta pagine le ha scritte quando
ancora era all’ultimo anno di liceo e il titolo originale avrebbe
dovuto essere Getting it on.

Il maestro sa che state leggendo e vi tiene d’occhio, il suo prossimo racconto potrebbe parlare di voi…

Primo romanzo di Stephen King ad uscire
con lo pseudonimo di Richard Bachman, fa parte delle opere composte in età giovanile. Ossessione ebbe
inizialmente scarsissimo successo. Venne impilato assieme ad altri
tascabili sugli scaffali delle librerie e li dimenticato per anni. In Italia
non venne nemmeno tradotto.

La successiva edizione omnibus della
NAL del 1985, che comprendeva anche La lunga marcia, L’uomo in fuga e
Uscita per l’inferno superò il milione di copie
vendute in un anno. Scoperto lo pseudonimo dopo un articolo del
Washington Post, come per magia Bachman diventa Stephen King e solo
allora anche in Italia si accorgono del titolo.

L’autore dice:”Non so dire se sia o
no un bel romanzo; di certo è un romanzo onesto. Come Bachman,
volevo solamente scrivere dei libri popolari, da working class, un
po’ come aveva fatto a suo tempo John D. MacDonald con i suoi
innumerevoli thriller e la bellissima serie di Travis McGee. Insomma.
Quel tipo di paperback che i contabili o gli operai o i bancari
leggono durante la pausa pranzo…”

Il libro è stato ritirato dal mercato
editoriale nel 1998 per richiesta dello stesso autore a seguito di
alcuni episodi di cronaca nera che affiancarono l’opera all’agire di
serial killer nelle scuole americane. Quella dell’autore per noi
italiani è una scelta difficile da capire ma negli US il problema
della libera vendita delle armi è davvero molto sentito ed è stato
meglio non ispirare altri ragazzi ad affrontare i propri problemi con
una pistola in pugno.

La trama è semplice, l’argomento
complesso.

Il protagonista è Charlie che torna a
scuola dopo aver aggredito l’insegnate di chimica e viene espulso dal
preside per i suoi comportamenti irrispettosi. Il ragazzo invece di
andarsene torna all’armadietto, preleva l’arma da fuoco che si era
portato e torna in classe. Spara all’insegnante e prende in ostaggio i suoi compagni. In quel momento inizia un gioco brutale guidato dal
protagonista che spingerà ogni personaggio a mettere a nudo davanti
agli altri le proprie fragilità ed i propri segreti
inconfessabili.

Charlie, è ispirato al serial -killer
Charles Starkweather che uccise undici persone insieme alla fidanzata
quattordicenne. Il protagonista ci viene presentato come un ragazzo
disturbato sin dalle prime pagine, cerca di essere forte in un mondo
che percepisce sbagliato. Soffre di ansia, si sente inadeguato, la rabbia lo porta ogni giorno a confrontarsi con i compagni
dall’apparente vita perfetta e sfoga la sua frustrazione in piccoli
atti di vandalismo. Scoprirà di essere vittima e carnefice di sé
stesso così come tutti i suoi compagni che nell’atto della confessione si tolgono i panni della perfezione e ritrovano il senso delle loro vite.

Il disturbo psicologico del
protagonista nasce dall’alcolismo violento del padre e si sviluppa
nell’indifferenza della madre e nella solitudine. Se il tema della salute mentale negli anni ’70 era già vissuto come problematico anche oggi gli ultimi dati non sono
confortanti. Secondo l’Unicef un adolescente su 7 tra i 10 e i 19
anni convive con un disturbo mentale diagnosticato, tra questi 89
milioni sono ragazzi e 77 milioni ragazze, 86 milioni hanno tra i 15
e i 19 anni e 80 milioni hanno tra i 10 e i 14 anni. L’ansia e la
depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati.
Ad oggi abbiamo ancora 46.000 adolescenti che si suicidano ogni anno
(uno ogni 11minuti). Secondo questo rapporto anche
prima del Covid19 bambini e giovani portavano il peso delle
problematiche relative alla salute mentale senza che ci fossero
investimenti significativi volti ad affrontarle. I giovani sentiranno
per molti anni l’impatto del Covid sul loro benessere psico-fisico, sono soli e questo non è bene. La loro salute mentale è una
emergenza nazionale taciuta che richiederebbe più attenzione, forse
in questo modo si eviterebbero altri Charlie e non ci sarebbe la necessità ritirare dal mercato alcun libro.

Si tratta di un romanzo breve, una storia
di duecento pagine focalizzata interamente sulla malattia mentale e sulla
solitudine che l’accompagna. I pregiudizi dettati dall’ignoranza ancora oggi impongono il
silenzio su molte situazioni di disagio. Nel libro solo dopo che la classe è
stata presa in ostaggio e sono morte due persone la condizione di Charlie viene considerata in modo serio, ma ovviamente con i modi sbagliati: attira l’attenzione di
stampa, polizia e media che si scagliano sul caso e etichettano Charlie come l’ennesimo adolescente pazzo con la pistola in mano. Gli unici che sembrano
capire il disagio di Charlie e tifare per lui sono i suoi stessi
compagni di classe, tutti tranne Ted che è troppo perfetto per avere
segreti inconfessabili e finirà per impazzire aggredito dai suoi
stessi amici.

Se mai riusciste a trovare una copia vi
consiglio la lettura di questo libro scomodo che nonostante tutto
merita di essere letto perché è realistico e brutale nel trattare
temi complessi.

Buona lettura a tutti.

Alice Tonini