In viaggio tra i sottogeneri del cinema horror: barcollando con gli zombie

Bentrovati lettori dell’ignoto, le scorse volte abbiamo dato un’occhiata alla storia del cinema horror, siamo
partiti dai primissimi film in bianco e nero e abbiamo visto come nel tempo si sono aggiunti tutta una serie di mostri che sono diventati poi leggende sul grande schermo.

Vi avevo promesso che avremmo dato una occhiata al folto bosco dei sottogeneri e quindi partiamo per una passeggiata consapevoli che nessun articolo può essere esaustivo a riguardo perchè si tratta di
un bosco estremamente fitto con tantissime piante e animali diversi e una passeggiata sola è appena sufficiente a farsi un’idea di quello che si può nascondere in fondo ai laghi e nelle grotte più recondite del genere.

Quella dei sottogeneri (esattamente come la divisione in generi letterari) in realtà è una etichettatura che serve principalmente per vendere il prodotto cinematografico sul mercato. I film, così come i romanzi, si dividono in generi e sottogeneri per motivi economici, perchè alla fine una storia è solo una storia, ognuna unica e originale a suo modo.

Molti sostengono che un autore o un regista che si approccia all’horror deve avere ben chiari i vari tipi di sottogeneri per meglio interpretarli nell’opera. Io sono convinta che una buona storia horror progettata correttamente non abbia bisogno di rincorrere il già visto mille volte per convincere il pubblico. Sono
d’accordo che certi filmacci post anni duemila si sarebbe potuto semplicemente evitare di portarli nel cinema. Ma qui stà il buonsenso delle case di produzione che devono saper distinguere tra
un buon prodotto e uno scadente. Esempio da citarvi che vi troverà tutti d’accordo con me è Orgoglio, pregiudizio e zombie che rimescola letteratura vittoriana e horror, per citarvene un altro c’è Abramo Lincoln cacciatore di Vampiri oppure Megashark vs Octopus e il western Cowboy vs Aliens. Ricordano alcuni film sui mostri che circolavano negli anni ’40 non particolarmente riusciti e onestamente non ve li consiglio nemmeno un po’.

Qualche sottogenere lo abbiamo già visto, ad esempio i non morti (vampiri e zombie) vengono considerati sottogenere a sé così come i mostri e gli uomini lupo, anche di questi abbiamo già parlato quando abbiamo trattato della storia del cinema. Sono etichettati poi gli horror psicologici, gli horror che parlano di possessione demoniaca di adulti e bambini, il soprannaturale come i fantasmi e i poltergeist. C’è anche il sottogenere che riguarda la stregoneria e le maledizioni, gli scienziati malvagi e i film splatter che sono un altro sottogenere.

Vediamo di spendere qualche parola per ognuno dei sottogeneri che abbiamo citato, anche quelli di cui abbiamo già parlato per darne una breve interpretazione attualizzante. Ovviamente so che esistono
decine di sottogeneri ma purtroppo non possiamo vedere tutto. 😢

I non morti

L’umanità è sempre stata affascinata dall’aldilà, molte religioni si fondano sul concetto della reincarnazione e della vita oltre la morte, ma quello che attrae i fan dell’horror esce dalla tomba e ti morde.

I non morti sono l’estremizzazione della morte, sono vivi ma morti, decomposti ma si muovono. Nel film The cabinet of Dr. Caligari (Wiene, 1920) i morti sono ipnotizzati ma nel film di Romero sono una massa disordinata da sfamare. Possono essere fermati solo colpendoli alla testa, regola che vale ancora oggi.

Ci sono state diverse interpretazioni per quest’orda catatonica presente fin dagli albori dell’horror, inclusa una riflessione molto “all’americana” sulle difficoltà dei tempi in cui furono prodotte queste opere per ottenere il rispetto dei diritti civili, la crisi dei missili cubani e la guerra del vietnam, tutti eventi che
avrebbero minato la solidità dell’imperialismo americano. Il sequel di Notte dei morti viventi è L’alba dei morti viventi (Romero 1978) pensato per essere una denuncia sociale contro il consumismo e l’ansia per la minaccia della guerra nucleare. Negli anni recenti gli zombie hanno rappresentato le paure post attacco alle torri gemelle, l’aggressiva politica estera americana, l’epidemia di sars-covid e il collasso del capitalismo e dell’imperialismo. I morti viventi sono una analogia multi sfaccettata delle paure americane messe in scena da hollywood, come battuta ironica possiamo anche dire che gli zombie si trovano bene con tutto.

Le opere di denuncia di cui stiamo parlando possono anche essere satiriche. Joe Dante in Masters of Horror, la serie tv (stagione 1, 2005 – 6 episodi; episodio 6 Homecoming) usa i morti viventi come satira sociale, dove i soldati non morti tornano a combattere una ri-elezione negli Stati Uniti. George Romero ha fatto la sua trilogia degli zombie ma si è rivolto alla satira in La terra dei morti (Romero 2005). Qui i morti camminano sulla terra ma i ricchi sono salvi in città fortificate, la metafora sociale ricchi-poveri, bianchi-neri in questo caso è ovvia. (considerate che la prima versione della sceneggiatura fu scritta prima dell’11
settembre.) Nel suo Diary of the Dead (Romero 2007) utilizza lo stile documentaristico che tanto va di moda in quest’ultimo decennio e racconta la storia di alcuni studenti che girano un film horror al tempo di una prima epidemia di zombificazione. Ci racconta delle responsabilità sociali dei media e della nostra ossessione molto social per documentare quello che accade piuttosto che farci coinvolgere in prima persona. C’è anche un finale misantropico in cui ci chiediamo se la razza umana sia davvero degna di essere salvata da una fine di quel genere.

Nella stessa direzione va anche la famosa canzone thriller di Michael Jackson

Danny Boyle in 28 Days later (Boyle 2002) non ha tecnicamente girato un film che parla di zombie ma c’è il Rage virus che infetta la popolazione e mantiene le sue vittime vive facendole nutrire di carne (come in Romero The Crazies 1973). Ci sono comunque abbastanza paralleli e omaggi al lavoro di Romero per poter leggere questo film come una rilettura di un film sugli zombie. La differenza è che qui le creature riescono persino a correre. Zack Snyder nel suo L’alba dei morti viventi, ovviamente un remake (Snyder 2004), utilizza questo stesso trucco, anche se Romero stesso ha fatto notare che se corrono potrebbero rompersi qualcosa senza avere la possibilità di “aggiustarsi”.

Questo semplice cambio di vedute lento/veloce offre agi scrittori una scelta. Gli zombie possono continuare a camminare traballando come nell’eccellente film del 2004 Shaun of the dead (Wright,
2004) oppure possono sprintare come centometristi come nel film di Boyle 28 Days later o Resident Evil (Anderson 2002)? I non morti sono tra noi per restare, possono rappresentare i terroristi: Ozombie (Lyde 2012) o l’isolamento sociale urbano in Colin (Price 2008). Possono metaforizzare il virus della mucca pazza come in Carne morta (McMahon 2004), o diventare commedia in Night of the living Dorks (Dinter 2004), Dead and Breakfast (Luetwyler 2004), Zombieland (Fleischer 2009) o il sublime ma parecchio malato Zombie Strippers (Lee 2008).

Anche Brad Pitt è in guerra con qualche non morto.

I sottogeneri hanno raggiunto il barocco e ogni volta che esce un nuovo film sembra non essere restato più nulla da dire ma i generi sono ciclici e in pochi anni chi può dire cosa altro succederà e cosa altro può ispirare i registi e gli scrittori?

Gli altri tipi di non morti si presentano nella forma di vampiri con il loro iconico capo il contre Dracula, di cui abbiamo già parlato in diversi articoli in precedenza, sono essi stessi materia di continua reinvenzione. Noi abbiamo Buffy the Vampire Slayer in tv, Intervista col vampiro (Jordan 1994) e, più tardi, la saga di cinque film di Twilight (Hardwicke 2008 – … speriamo sia finita), questi ultimi si possono meglio descrivere come fantasy romantici (orribili) che utilizzano tratti di vampiri e uomini lupo come sfondo per una narrazione da romanzo romance.

Se anche voi siete degli anni 90 non potete averla dimenticata.

Ognuna di queste opere ha riadattato a modo suo vecchie storie ai nuovi tempi, vecchi temi sono stati sviluppati e resi moderni e chi può dire cosa verrà in futuro.

Mentre aspettate che vi parli di altri sottogeneri vi auguro una buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Ps. Se non vi siete ancora iscritti alla newsletter vi invito a farlo, proprio in questi giorni stanno arrivando molte anticipazione e novità.

Dai lupi mannari alle case infestate: arriva l'horror moderno

Lettori dell’ignoto rieccomi con un articolo sulla storia  del cinema horror e questa volta parleremo dei licantropi e delle case stregate. Torneremo ad occuparcene anche in un altro paio di articoli sui sottogeneri che hanno iniziato a svilupparsi nel mercato cinematografico per motivi di marketing.

 

 

Qualcuno dice che Hollywood abbia inventato i licantropi, ma il mito del licantropo risale all’antica Grecia. Nelle storie di Erodoto (450 – 29 a.C.) si parla dei Neuri, una tribù Scitiana che una volta l’anno vede i suoi membri trasformarsi in lupi per alcuni giorni per poi farli tornare alla forma umana. Anche Ovidio (42 – 17 a.C.) nella sua Metamorfosi ci parla di uomini che diventano lupi.

I lupi mannari, nel folklore europeo, quando si presentano in forma umana sono riconoscibili da alcuni tratti somatici caratteristici come le sopracciglia folte, le unghie lunghe e ricurve e la presenza di peli sotto la cute. In Russia si crede che un lupo mannaro si possa riconoscere perchè ha dei peli in bocca, mentre nella forma animale non presenta la coda e ha occhi e voce umani. In Svezia i lupi mannari corrono su tre gambe mentre la gamba mancante diventa una coda. Inoltre è credenza che dissotterrino i corpi appena sepolti per nutrirsene Nel diciannovesimo secolo i lupi
mannari smettono di essere solo uomini e nasce la credenza che possano essere anziane streghe con le unghie avvelenate in grado di immobilizzare con uno sguardo le vittime. La credenza europea più diffusa era quella che i lupi mannari nascessero tali salvo poi, dal 1800 circa, affermarsi la tradizione che la trasformazione può avvenire dormendo sotto alla luna piena, indossando una pelle di lupo o durante una crisi epilettica.

La trasformazione tramite morso o graffio è una invenzione moderna, perpetuata da film e telefilm, nei miti è raro trovare traccia di un contagio di questo genere. E’ più probabile che sia ispirata alle storie di vampiri dell’Europa dell’est, infatti nel medioevo le persone uccise perchè sospettate di essere lupi mannari si dice venissero bruciate e non sotterrate proprio per evitare il
loro ritorno sotto forma di vampiro.

Il primo film sui lupi mannari di cui si trova traccia è della Universal Studios intitolato Werewolf of London (Walker 1935) arrivato in Italia con il titolo di Il segreto del Tibet. Il protagonista fu Henry Hull che interpretò Wilford Glenton, un botanico inglese. Durante un viaggio in Tibet viene aggredito e morso da una misteriosa creatura. Quando si trasforma in uomo lupo ha un istinto innato per cacciare e uccidere salvo pentirsi a cose fatte. Nel finale viene ucciso a colpi di arma da fuoco e così può tornare alla sua forma umana appena prima di morire.

 

Il film non fu un grande successo, all’epoca venne accusato di essere troppo simile al Dottor Jekill e Mr Hide (Mamoulian1931). Gli anni sono passati e oggi i critici lo indicano invece come un grande classico. Una somiglianza tra i due film è innegabile perchè in entrambi ogni volta che il personaggio si trasforma diventa sempre più simile ad un animale suggerendo una progressione
nello sviluppo del mostro ma le storie traggono origine da fonti diverse. The Wolf Man (Waggner 1941) con Lon Chaney Jr. è più conosciuto dei precedenti e per la Universal fu un successo al
botteghino tale da sdoganare il lupo mannaro come personaggio classico appartenente al mondo del cinema horror. Successivamente Cry of the Werewolf (Levin 1944) porta al grande schermo per la prima volta una donna lupo, bisognerà però aspettare fino al più recente Ginger Snaps (Fawcett
2000) perchè un’altra donna lupo sia d’impatto sulla scena. Il lupo mannaro tende ad essere una figura mascolina, aggressiva e ferale ma Ginger Snaps è un buon film e anche il sequel non è male, magari in futuro ci saranno altri film con protagoniste lupo.

 

 

L’invasione di massa, la bomba atomica e la scienza che diventa “cattiva” ispirano film che ci trasportano verso nuovi orizzonti, la crescita del genere horror con elementi fantascientifici è stata
esponenziale a partire dagli anni ’50 quando anche la fantascienza ha avuto un grande impulso e siamo sicuri che ci sono le premesse per una nuova età dell’oro del genere. Film come The Thing from Another World (Noby 1951) o La cosa da un altro mondo, War of the Worlds (Hasukin
1953) o La guerra dei mondi, e The Day the Earth Stood Still (Wise 1951) sono eccellenti esempi di questo incrocio.

 

 

 

Gli anni ’50 sono stati anche il periodo della ripresa dei film con i fantasmi, forse la più antica forma di horror connessa a storie brevi, racconti, romanzi e folklore. Il successo venne da Incubi notturni o Dead of Night (Cavalcanti 1945) degli Ealing Studios (un must da vedere ancora oggi. )

The House on Haunted Hill (Castle 1959) emerge dalla massa in parte perchè è emozionante e in parte perchè è simile a Psycho (Hitchcock 1960) nell’introdurre l’idea del serial killer psicopatico. L’eccentrico milionario Frederick Loren (Vincent Price) invita cinque persone ad una festa promettendo ad ognuna di loro 10.000 dollari se fossero riusciti a rimanere tutta la notte (vivi).
Al loro arrivo a ognuno viene data una pistola per proteggersi. La moglie del milionario cerca di avvisare gli ospiti che la salute mentale del marito è degenerata ma ovviamente non gli crede nessuno. La storia è un mix tra una ghost story e un poliziesco con gli ospiti che danno la caccia a un killer che può o non può essere un fantasma. Ci sono parecchi elementi horrorifici con l’emergere di uno scheletro da una vasca di acido, probabilmente il cadavere di Vincent Price. Un trucco che verrà replicato nei cinema durante la proiezione negli U.S. con uno scheletro vero che passando tra gli spettatori regala loro cestini di pop-corn. Il regista del film, Castle, creò parecchi film catalogati di serie B come Percepto (The Tingler 1959) che spaventò gli spettatori nelle poltrone, Illusion-O (13 Ghosts 1960), che utilizzava occhialini con lenti di cellophane blu e rosse (avete presente gli occhialini per guardare i film 3D?) e un discreto Homicidal (1961).

 

Norman non vede l’ora di presentarvi la mamma

 

La questione delle case infestate non era una novità quando uscì The Ghost goes West (1935) dove un uomo d’affari americano compra un castello scozzese e lo trasporta un mattone alla volta in America a sue spese. Peccato che il castello è infestato da un fantasma. Ci sono poi le persone che vengono perseguitate come in The Haunting (Wise 1063) che racconta le psicosi della protagonistaEleanor.

Il genere horror riflette, sin dalla sua nascita, le preoccupazioni della società (paura della scienza, bombe atomiche, gli alieni) e gli studi sulla psicologia umana che si sono evoluti durante il ‘900 hanno dato una spinta significativa allo sviluppo. Dai primi studi di Freud agli odierni studi effettuati con il supporto della medicina la strada fatta è tanta. In The Haunting è stato utilizzato il bianco e nero per scelta del regista, all’epoca già c’erano i colori, per enfatizzare alcune scene. Il regista firmò un accordo dove accettava la piena responsabilità degli effetti che la visione del film avrebbe avuto sul pubblico e fu utilizzata anche una lente sperimentale per distorcere alcune delle immagini e renderle più disturbanti. Il film fu un successo e Wise iniziò la serie di film dove l’horror si ispira a ciò che è sconosciuto piuttosto che alla morte fisica o psichica di qualche personaggio. Il film rifiuta di risolvere molti dei quesiti che pone allo spettatore ma lascia che sia lo spettatore stesso a trovare le risposte. Ad esempio il regista non mostra mai un fantasma direttamente, quindi questa diventerà una storia di fantasmi senza fantasmi. È l’immaginazione degli spettatori a creare i fantasmi rendendo il film personale. Tutto viene suggerito per coinvolgere lo spettatore, una lezione importante dimenticata nel remake del 1999.

Amici lettori del mistero la storia ci dice che fu La notte dei morti viventi di Romero a iniziare la storia dell’horror moderno, ma c’è ancora molto da scoprire e come vi ho anticipato ora che abbiamo parlato dei film più importanti è ora di parlare un po’ dei sottogeneri….pronti?

Gli zombie nella storia del cinema dagli anni '40 a oggi.

Bentrovati lettori dell’ignoto, oggi ci immergiamo nell’ horror storico, quello degli anni ’40. La volta scorsa abbiamo visto come e dove sono nate le prime pellicole horror, portate sul grande schermo dai mostri come Frankenstein e dai  vampiri come il conte Dracula e Nosferatu, che fanno parte dell’immaginario collettivo.

Non ci volle molto perchè ai vampiri si aggiungessero i morti viventi. Quindi mentre da un lato i film sui vampiri iniziano a moltiplicarsi a dismisura, al nostro universo cinematografico si affacciano zoppicando gli zombie.

Eravamo negli anni ’40 e vi ho accennato che in quel periodo gli studi della Universal Studios negli Stati Uniti monopolizzarono il genere horror per più di dieci anni, ma altri studi minori seppero cogliere la palla al balzo per sfruttare i benefici derivanti dallo sviluppo di storie horror, a volte con ottimi risultati.

Per esempio nel 1942, Val Lewton nello studio RKO produsse Cat People, diretto da Jacques Tourneur e basato su di una storia breve scritta dallo stesso Val Lewton intitolata The Bagheeta e pubblicata nel 1930. Il film racconta la storia di Ireana, una giovane ragazza serba, che crede di discendere da una razza di persone che si trasformano in felini quando sono sessualmente coinvolti con qualcuno. Il film più che per la trama è famoso per alcune tecniche di regia utilizzate per la prima volta e denominate “Lewton Bus“. Il termine deriva dalla scena in cui Irena sta seguendo la sua rivale in amore Alice. Al culmine della scena il pubblico si aspetta che la giovane diventi una pantera in ogni momento, la camera si focalizza sul volto terrificato di Alice e il silenzio viene interrotto da un sibilo. È un autobus che arriva proprio di fronte allo schermo. È una falsa sorpresa che dissipa la tensione ed è diventata molto usata anche nei film moderni.

Cat people in italia divenne Il bacio della pantera

Torniamo ora ai nostri morti viventi perchè un anno più tardi, Val Lewton proseguì la scia dei suoi successi con I walked with a zombie (Tourneur 1943) basato su di un articolo con lo stesso titolo scritto da Inez Wallace per il giornale American Weekly. Lo studio RKO si innamorò del titolo melodrammatico e chiese a Lewton di inventarsi un film che potesse calzare. La prima versione fu
scritta da Curt Siodmak, che aveva precedentemente scritto sceneggiature per The Wolf Man (Waggner 1941), Frankenstein meets the Wolfman (Neill 1943). Ci furono anche Ghost of Frankenstein (Kenton 1942) e The invisible Woman (Sutherland 1940). Ardel Wray, una giovane donna incontrata da Lewton grazie al progetto della RKO Young Writer, rimaneggiò la sceneggiatura e fu l’unica donna accreditata che scrisse mai un film per Lewton. Wray fu portata a sviluppare il tema basandosi sulle sue conoscenze del voodoo Haitiano. Lewton annunciò che il film sarebbe stato una versione ispirata alle indie dell’ovest di Jane Eyre della Bronte. Lewton riscrisse la sceneggiatura una terza volta, ma questa volta Siodmak lasciò la produzione per occuparsi di altri progetti.

Ho camminato con uno zombie, il titolo in italiano resta simile.

Qualche anno prima dell’uscita del film di Tourneur, nel 1932, Victor Halperin diresse White Zombie con Bela Lugosi per la Universal Studio. Questa produzione capitalizzò il tema degli zombie
voodoo, tratta dal libro del 1928 The magic Island e introdusse il termine “zombie” nei dialoghi del film e nel linguaggio comune. C’è da dire comunque che dieci anni più tardi il nostro Jaques Tourneur con il suo I walked with a Zombie nel 1943 ebbe maggiore fortuna e seppe sfruttare meglio le possibilità date dal genere.

Spesso si discute sul fatto che The Cabinet of Dottor Caligari (Wiene 1920) possa essere il primo film sugli zombie della storia del cinema, ma le creature che qui vengono chiamate zombie sono molto diverse da come oggi intendiamo un morto vivente. Cesare è un sonnambulo che dorme in una bara soggiogato dal potere del dottor Caligari. Concettualmente è molto vicino alle leggende folkloristiche degli zombie voodoo controllati da una persona (il bokor). Il film di Tourer I walked with a zombie prova a catturare lo spirito Haitiano nello stesso modo, ma dopo un inizio ispirato le creature non morte mutano in mostri senza controllo che attaccano chiunque a vista. Sono zombie moderni che somigliano più alle norse della mitologia, dette anche draugr – un corpo inanimato che si aggira attorno alla sua tomba per attaccare, mangiare e infettare i vivi. Un uomo ucciso da un draugr è destinato a divenire un draugr, non so se avete presente i draugr di Skyrim, più o meno sono come quelli.

Arriviamo ora a La notte dei morti viventi, siamo nel 1968 e nella fantasia di Romero gli zombie si incrociano con i vampiri e creano i mostri moderni da apocalisse. Sono mostri che tornano in vita per una qualche ragione non specificata e il loro morso infetta. I morti viventi di Romero hanno una memoria limitata del loro stato precedente ma possono camminare e usare le mani. Comprendono cosa siano le porte e le finestre e hanno un istinto che li porta a mangiare. Non sono intelligenti con l’unica pulsione di aggirarsi in cerca di carne fresca.. Romero ci ha mostrato queste creature nutrirsi di carne umana ma non disdegnano nemmeno quella di animale. Il regista non ci mostra nessuna ragione per il loro bisogno di mangiare carne, solo una sorta di istinto primordiale di sopravvivenza (ma sono già morti?). I loro passi sono traballanti e lenti e riescono a malapena a camminare, pochi a correre.

Oggi ci sono zombie che potrebbero partecipare alle olimpiadi, potrebbero laurearsi ad Harvard con il massimo dei voti. Queste evoluzioni sono arrivate con 28 Days Later  (Boyle 2002) e Zack Synder con il suo remake di Dawn of the dead (Synder 2004) e si nota anche in La Horde (Dahran e Rocher 2009). Ovviamente non dimentichiamo la serie di successo The Walking Dead iniziata nel 2010 e che ha all’attivo undici stagioni ad oggi. Sono state girate negli anni delle miniserie basate sui personggi e sugli eventi della storia principale, ci sono anche videogiochi per playstation e telefonini e la promessa del ritorno di una nuova serie con uno dei personaggi principali.

Per uccidere uno zombie in modo tradizionale dovete distruggere il suo cervello o bruciarlo, anche se spesso le parti del corpo si rianimeranno da sole. In un recente sviluppo di REC^3 Genesis (Plaza 2012) gli zombie sono resi innocui dalla lettura di alcuni passi della bibbia. Vedere per credere. Oppure in World War Z (Forster 2013) con Brad Pitt i morti arrivano a costruire piramidi umane per scavalcare muri, degni di una laurea in ingegneria.

Mentre alcuni personaggi appartenenti all’universo del cinema horror hanno conosciuto momenti di crisi, i nostri morti viventi sembrano non passare mai di moda. Con il prossimo articolo sulla storia del cinema vediamo un po’ di recuperare gli uomini lupo, perchè anche loro hanno avuto il loro momento di gloria e ovviamente andremo a vedere la storia dei sottogeneri dell’horror.

Arrivederci alla prossima lettura dell’ignoto e passate un sereno fine settimana.

Alice Tonini

Horror: nascita di un genere, dalla letteratura ai film

Lettori del mistero parleremo ancora di demoni e di altre creature le cui origini appartengono alla storia e al folklore locale ma per completezza vorrei anche approfondire alcuni aspetti storici più pertinenti alla nascita dei film horror e al legame di questi ultimi con la letteratura perché in fondo è di libri che qui si parla e senza libri la maggioranza dei film non ci sarebbero.

Le storie dell’orrore sono con noi da sempre: raccontate intorno al fuoco e sviluppate poi in romanzi e racconti brevi, oggi sono protagoniste anche di film e videogiochi.

I primi film horror sono stati ispirati dai mostri classici, in particolare dai “morti viventi” o “non morti“. Trattarono in particolare la paura della morte e di quello che può succedere dopo, una delle paure più antiche per l’uomo. E se non fossimo davvero morti? Che cosa accadrebbe se tornassimo indietro dalla morte come “qualcos’altro“? Cosa accadrebbe se non fossimo né morti né vivi? Sono paure che nascono dal desiderio umano di essere immortali, dalla complessità della nostra psiche e dalla sua incapacità di dare un senso alla morte.

Mary Shelley con il suo Frankenstein apre la carrellata di personaggi non vivi cui l’industria del cinema ha attinto a piene mani, scrisse la sua opera in svizzera nel 1816 e venne pubblicata nel 1818. Frankenstein è un romanzo gotico nato per intrattenere un gruppo di amici, scritto di fretta mentre l’autrice era impossibilitata a uscire a causa del mal tempo durante una vacanza con il suo amato. Fu lord Byron, amico e vicino di casa a indire una competizione per vedere chi potesse scrivere la storia dell’orrore migliore.

La storia del dottor Frankenstein segue il ritorno alla vita di un corpo costruito con le parti di altri cadaveri. Shelley pesca elementi religiosi e scientifici, rifugge dalle regole della letteratura classica dell’epoca e rielabora l’idea orrorifica di un corpo che viene creato dall’uomo e non da Dio, un essere umano nato dai resti di altri esseri umani: da ciò può nascere solo un abominio. L’opera diventa intrigante a causa proprio dei tabù che va a infrangere. In un tempo dove il bravo cristiano viveva nella convinzione di essere creazione divina e il tentativo umano di creare la vita suonava scioccante e orrorifico. Mary Shelley ha sottotitolato la sua opera ” Un Prometeo moderno“, con riferimento al dio che fece arrabbiare Zeus portando il fuoco agli uomini. La storia funziona su molti livelli diversi e da qui la radice della sua popolarità e longevità. L’horror infrange i tabù ma allo stesso tempo piace alle masse. Raggiunge la psiche ad un livello talmente profondo che permette allo spettatore di esplorare aree inaccessibili della mente in modo sicuro, all’interno dei confini di una storia.

I vampiri sono i mostri più comuni e longevi. Bram Stoker con Dracula scritto nel 1897 ancora oggi affascina il pubblico. Le radici storiche sono la parte più emozionante dell’opera anche se non sappiamo con certezza quanto Stoker sapesse della vera storia di Vlad III Drakul l’impalatore che, come dice il nome, amava impalare i nemici. Dal 1456 al 1462 si dice che infilzò con i pali centinaia di migliaia di persone. Per questa sua abitudine divenne un personaggio folkloristico molto noto in Romania. Il nome Dracula (figlio di Dracul) deriva da un ordine cavalleresco “L’ordine del Dragone” fondato nel 1431. A causa del coraggio dimostrato nelle battaglie contro i turchi Vlad II venne fatto membro dell’ordine e dopo di lui il figlio, Vlad III, ereditò il titolo. Si racconta che Stoker venne a conoscenza della storia del conte durante le sue letture sulla storia e cultura rumena e modificò il nome del suo personaggio malvagio da Wampyr in Vampire (è in inglese).

Altre influenze alla sua opera le troviamo nel lavoro di Sheridan Le Fanu, irlandese, che nella sua novella Camilla (1872) riporta la tradizione delle sidhe (mitologia gallese, erano donne che bevevano il sangue), poi possiamo citare Giulio Verne con il suo Castello dei Carpazi e Anne Radcliffe con I misteri di Udolpho. Stoker frequentava abitualmente la cittadina di Whitby sulla costa dello Yorkshire e ha mescolato luoghi e nomi, anche di Londra, per costruire la sua ambientazione.

Dracula è stato adattato da Hamilton Deane nel 1924 anche se si dice che Stoker stesso abbia scritto il primo adattamento teatrale presentandolo al London Lyceum Theatre con il nome di “Dracula, il non morto” nel maggio del 1897, poco prima della pubblicazione del romanzo. Quello di Deane fu il primo adattamento a essere autorizzato dalla vedova di Stoker e venne messo in scena un volta sola, forse perché durava più di quattro ore (un moderno Avatar). Una curiosità, il primo atto iniziava con Reinfield, il servo del conte, che sproloquiava in un lungo monologo sul fatto che lui era stato creato dal conte e che non lo avrebbe mai perdonato per questo, racconta poi tutta la storia del conte e della Transilvania e si gustava un ratto saporito prima di uscire di scena.

Il film di Tod Browning del 1931 intitolato Dracula ha visto partecipare l’attore ungherese Bela Lugnosi che ha reso popolare l’immagine del vampiro in giacca e cravatta dal volto impomatato che abbiamo oggi. C’è poi un film russo andato perso di cui ci resta il titolo Drakula del 1920 e c’è il più conosciuto Nosferatu. Il classico film espressionista tedesco diretto da F.W. Murnau (1921) ha come protagonista Max Schreck. Fu un adattamento non autorizzato del libro di Stoker; lo studio di produzione fu costretto a modificare tutti gli elementi della storia perché non riuscì a ottenere i diritti del romanzo originale. Il film in questo caso funzionò egregiamente perchè Schreck seppe tirare fuori il meglio dal mostro, come successe più tardi con Frankenstein (1931). Nosferatu fu l’unica produzione dello studio Prana Film (fondato nel 1921 da Dieckmann e Grau).

Le riprese iniziarono nel giugno 1921, principalmente a Wismar, un piccolo porto a nord della Germania, le riprese in esterno che dovevano mostrare la transilvania, vennero eseguite in slovacchia. Il cameramen, tale Fritz Arno Wagner aveva a disposizione solo una camera e quindi solo un negativo originale. Le istruzioni di Galeen (sceneggiatore) sulle posizioni della camera e l’esposizione delle luci vennero seguite scrupolosamente ma questo non impedì al regista di riscrivere dodici pagine. Curiosità, per Nosferatu il sole è letale mentre al nostro Vlad Drakul causa solo un leggero indebolimento.

La famiglia di Bram Stocker citò in giudizio la Prana Film per violazione del copyright e vinse, questo causò il fallimento della compagnia. La corte ordinò la distruzione di tutte le copie esistenti di Nosferatu ma una copia sfuggì alla mattanza e riuscì a essere distribuita, da quella vennero tratti duplicati a decine che finirono in ogni angolo del mondo. Oggi è considerato un cult del genere ed è uno di quei film che gli studenti di storia del cinema devono conoscere.

Lo stesso sceneggiatore di Nosferatu, Henrik Galeen, nel 1920 aveva portato sugli schermi Der Golem, insieme a Paul Wegner, come parte di una serie iniziata nel 1915 che si ispirava alla mitologia ebraica dei golem: esseri antropomorfi fatti di argilla che vengono riportati in vita dalla parola ebraica Hemet (verità) scritta sulla fronte delle creature. L’unico modo per spegnerli è cancellare una parte della parola e lasciare la scritta Met (morte).

Tornando al nostro vampiro preferito, fino a oggi sono stati prodotti più di duecento versioni della storia di Dracula. Frankenstein di Whale invece fu un successo tale da produrre un sequel: La sposa di Frankenstein (1935).

Dagli anni ’40 del 1900 la Universal ha monopolizzato il mercato dell’horror per più di dieci anni ma questa è un’altra parte della storia che vedremo la prossima volta. Per ora ci basti sapere che le radici del cinema horror trovano nutrimento in quei classici che da generazioni spaventano il pubblico.

Per ora è tutto, buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Scopriamo insieme la psicologia dell'horror.

 Oggi un po’ di psicologia del macabro con un articolo che parla di romanzi e film horror e del loro successo tra il pubblico.

Che cosa ci attrae dell’horror? Perché ci piace essere spaventati da un film o da un romanzo?

Come scrittori e lettori del genere è una domanda che ci siamo fatti tutti e la risposta necessita di una riflessione sulle teorie della natura delle opere horror.

Dagli accademici l’horror è definito come “paura di alcune minacce di natura esistenziale e disgusto sulle potenziali conseguenze”. Ma per tutti noi è la paura dell’ignoto.

E’ facile richiamare alla mente dozzine di film che crescono l’aspettativa del disgusto e della paura: L’enigmista (dal 2004 al 2010), Hostel (2005), Il centipede umano (2009) solo per nominarne alcuni. Questi film contengono scene grafiche di violenza, sofferenza fisica e scene alla Grand Guignol (per chi non lo sapesse era un teatro parigino specializzato in spettacoli truculenti e violenti).

Le prime scene cinematografiche del genere le abbiamo con Herschel Gordon Lewis nel 1963 con Blood Feast, dove, in modo simile a Frankenstein, uno scienziato deve raccogliere parti di cadaveri per riportare in vita una antica divinità egizia. Il film contiene scene di tortura, smembramenti, decapitazione e cannibalismo ed è considerato il primo splatter della storia. Ovviamente la censura ci andò pesante e la critica non si risparmiò. 

Perché Carrie piace? In fondo chi non la invierebbe al ballo…

Lo stesso destino lo ebbero altri film come Hostel, definito dai critici un “porno di torture” (il genere è chiamato in inglese Gorno), La casa dei mille corpi (2003) o L’enigmista hanno subito medesime critiche. Questi film sono accusati di mostrare scene estreme, sequenze di tortura, decapitazioni e mutilazioni. Ma il franchise dell’enigmista ha all’attivo più di 100 milioni di dollari di fatturato, Hostel 80 milioni di dollari di attivo. Molta dell’attrattiva moderna di questi film è aggiunta dallo sviluppo di nuove tecniche, effetti speciali e dall’alto valore produttivo della serie a cui aggiungiamo quell’effetto splatter che tanto piace al pubblico. Ma non c’è solo quello.

Vale la pena considerare l’influenza della censura sullo scrittore e sul suo lavoro. Creare una storia che è così estrema da attrarre quel tipo di critiche e censura di cui abbiamo parlato può essere buona pubblicità, ma se è fatto solo per aggiungere sesso gratuito, violenza e cattivo gusto non è horror ma sensazionalismo, e quello è un’ altra cosa. Nel mio sito l’estremo fine a sé stesso non ci interessa, a noi interessano i prodotti di qualità.

Dovrebbe essere la censura a selezionare i prodotti per distinguere quello che è più adatto al pubblico e indirizzare quelli più forti a chi ha più di diciotto anni, ma non sempre ha fatto bene il suo lavoro.

Piace perché? Noi che apprezziamo le buone compagnie…

L’esorcista (1974) fu considerato così scioccante che molti spettatori vennero presi dalla nausea, dalle convulsioni, attacchi di panico e di rabbia: uno spettatore di San Francisco si lanciò contro lo schermo con l’obiettivo di uccidere il demone. Ovviamente ci fu l’intervento di una ambulanza.

L’ultima casa sulla sinistra (1972) fu il debutto del regista Craven. La storia delle due teenagers rapite e violentate da degli evasi venne giudicato troppo realistico e il film venne censurato in molti paesi inclusa la Gran Bretagna, per 17 anni, fino al 2008.

Il centipede umano ha subito trentadue tagli e ancora oggi è uno dei film più censurati. (Ok ci avevo dato un’occhiata qualche anno fa ed era davvero tosto, considerate che non ho avuto problemi con Terrifier).

Le risposte alle domande che ci siamo posti all’inizio dipendono in gran parte da voi, da quello che cercate in un film o in un romanzo.

Stephen King ha dichiarato che secondo lui l’horror è un barometro sociale indicativo delle problematiche che agitano la società umana in un dato periodo di tempo, suggerisce anche che per uno scrittore è utile studiarsi i vecchi film per avvicinarsi ai problemi.

Carrie (1976) può essere un esempio. Negli anni ’70 la paura del femminismo era un problema reale e negli stati uniti era in corso una seconda ondata di proteste. Il film inizia con la visione quasi pornografica di un gruppo di adolescenti sotto le docce della scuola. L’orrore inizia con Carrie che entra nella maturità sessuale e apprende di avere poteri demoniaci. La paura sociale verso le giovani donne che imparano a esprimersi e come sfruttare il loro intelletto e la loro emotività negli anni ’70 era considerato un argomento tabù.

Più di recente abbiamo The Mist (2007) che racconta la paura di una invasione aliena e investiga sulle capacità della scienza di sviluppare nuove armi. Riporta ai vecchi film di mostri anni ’50 e alla paura dello straniero, dell’entità invisibile che può calare su di noi da un momento all’altro. Il film o il racconto di King ci invitano a concentrarci su quanto accade in un piccolo supermercato dove un particolare personaggio con credenze religiose “fondamentaliste” prende il controllo di un piccolo gruppo di persone e le spinge a comportarsi nel peggiore dei modi. Ancora oggi la società statunitense è percorsa da ondate di fondamentalismo cristiano che hanno avuto conseguenze anche dal punto di vista legislativo, vedi l’abolizione del diritto all’aborto.

La catarsi, l’immedesimazione del pubblico nel film e nel romanzo permette l’immersione in emozioni negative in un ambiente sicuro. Entro i confini di un cinema, o della propria casa ci si sente più sereni quando il libro finisce o il film giunge all’ultima scena. Ricerche hanno dimostrato che l’horror è una valvola di sfogo sicura e non una incitazione ad una aggressione giustificata. La teoria è conosciuta come “transfer dell’eccitazione” secondo la quale per il pubblico è una esperienza con effetti estremamente positivi arrivare alla risoluzione finale di un’opera. C’è un grande rischio nel lasciare il finale in sospeso, per farlo dovete essere scrittori di grande esperienza.

Jung e Freud ci hanno lasciato teorie su catarsi e dramma. Per Freud l’horror è la manifestazione di pensieri e sentimenti ricorrenti che sono stati repressi dall’ego ma che sono familiari per l’individuo. Per Jung l’horror è connesso ed ha una relazione stretta con importanti archetipi, in particolare con quello delle ombre come ad esempio la madre ombra. Ci son film come Mum & Dad (2008) che sovvertono i ruoli genitoriali tradizionali in una parodia inversa che trasforma le relazioni genitoriali in un incubo. L’archetipo delle ombre lo troviamo in Shining (1980) dove il protagonista diventa un padre ombra.

Perché questi film funzionino il pubblico deve sospendere le proprie credenze. Questa sospensione ha le proprie radici nelle forze sovrannaturali e nella abnormalità dello splatter. Per tutta la durata del film e del romanzo dobbiamo credere che queste cose siano possibili. Persino film come Lo squalo (1975) per funzionare ha bisogno che crediamo in uno squalo grande come un camion si mangi la gente in spiaggia.

Anche per oggi è tutto, come al solito vi do appuntamento alla prossima. Vi invito, se non l’avete ancora fatto, ad iscrivervi alla newsletter (come al solito se non ricevete subito la mail cercate nella spam).

Buona lettura e buona visione a tutti.

Alice Tonini