Riti di lettura invernale: storie che affrontano l’oscurità 🕯

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, l’autunno è la stagione dei segreti che emergono, ma l’Inverno è la stagione dell’isolamento, dove le ombre si fanno più lunghe e i confini tra il reale e il soprannaturale si assottigliano.Quando il gelo sigilla le finestre e la neve attutisce ogni rumore esterno, la casa diventa un fortino fragile contro le forze esterne. È il momento ideale per accendere una candela, preparare la vostra tazza di tè o caffè rituale, e avventurarvi nelle storie che usano il buio e il freddo come veri e propri personaggi.

Vi propongo tre classici la cui lettura sotto il gelo non è solo consigliata, ma è un vero e proprio rito di iniziazione all’oscurità invernale.

1. Il Canto di Natale di Charles Dickens. Sappiamo tutti della conversione del vecchio e avaro Ebenezer Scrooge, ma troppo spesso dimentichiamo che A Christmas Carol (1843) è in realtà una storia di fantasmi potentissima e inquietante. Dickens non usa la dolcezza, ma la paura per scuotere l’anima del protagonista. È una Ghost Story di Natale, dove l’isolamento di Scrooge è squarciato da tre spiriti che non sono entità benevole, ma messaggeri ctonii, che lo costringono a confrontarsi con le ombre del suo passato, presente e futuro. Il mistero invernale: la nebbia che avvolge Londra, l’ufficio freddo come una tomba, e le apparizioni che infrangono la logica. Leggere Dickens in Dicembre significa partecipare a un rito di purificazione attraverso l’horror, ricordandoci che il vero gelo risiede nei cuori.

2. Le storie di M.R. James. Se amate i misteri che puzzano di pergamena antica e di conoscenza proibita, dovete recuperare le Ghost Stories di Montague Rhodes James (fine XIX, inizio XX secolo). James, un accademico e medievista, ambientava spesso i suoi racconti in tranquille biblioteche o chiese sferzate dal vento. Le sue storie non si basano sul sangue, ma su un orrore sottile e intellettuale. Personaggi che scoprono per caso manoscritti maledetti, che risvegliano entità spaventose, o che si imbattono in oggetti rituali di un passato dimenticato. Il freddo e il vento di Dicembre sono il perfetto accompagnamento per i suoi racconti, dove il silenzio dell’inverno permette ai sussurri degli antichi spiriti di raggiungere l’orecchio del lettore. È la letteratura perfetta per i ricercatori del mistero.

3. Frankenstein di Mary Shelley: Nessun inverno letterario è completo senza l’ombra di un esperimento fallito. Frankenstein (1818), pur non essendo strettamente una storia di fantasmi, è un capolavoro del Gotico dove il gelo e la neve simboleggiano l’isolamento e la disperazione. La creatura è nata da un “lavoro sporco” che infrange le leggi della natura. Gran parte della narrazione si svolge in paesaggi glaciali, dalle Alpi alla desolazione artica. La tormenta non è solo meteo, è l’anima di Victor Frankenstein e del Mostro: un vuoto freddo e inesprimibile. Leggere Frankenstein in Dicembre, quando le notti sono lunghe, ci costringe a riflettere sul lato oscuro della creazione e sulla solitudine del genio, un monito perfetto contro l’arroganza dell’intelletto.

Questi tre classici ci insegnano che l’Inverno non è solo un periodo di sosta, ma una tappa fondamentale del ciclo eterno: un momento per affrontare le nostre ombre, i fantasmi che ci perseguitano e le conseguenze delle nostre azioni.

E voi? Quale di queste letture sceglierete per sigillare le vostre finestre contro il freddo e invitare l’inquietudine nella vostra mente? Fatemi sapere nei commenti, alla prossima.

Alice Tonini

5 risposte a “Riti di lettura invernale: storie che affrontano l’oscurità 🕯”

  1. Avatar Sara

    The Terror, di Dan Simmons

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille 👍

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  2. Avatar Ljus av Balarm

    Non conosco Ghost stories, quindi sicuramente lo cercherò! Grazie.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie a te per aver condiviso il tuo pensiero. 🧡👋

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  3. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Anche iio come l’altra tua lettrice Ljus sono incuriosita dai racconti di M. R. James. Vedrò in biblioteca.

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Gli scienziati pazzi al cinema: ma esistono ancora?

 Bentrovato, mi scuso per il ritardo ma in questi giorni ho parecchio da fare e trovare il tempo per editare il testo per l’articolo di oggi è stato difficile. Ma noi non ci arrendiamo e torniamo a noi e ai nostri articoli sui sottogeneri del cinema. 

Purtroppo questi articoli stanno per finire per ora, in scaletta ho ancora un articolo su uno dei miei generi preferiti e poi si parlerà di altro: torneremo ancora a Efeso, ci saranno degli articoli dedicati alla scrittura di libri horror, inviti alla lettura interessanti. Insomma restate sintonizzati e avrete parecchio da leggere.

 

 

 

Ora vediamo come nel tempo gli scienziati pazzi dei film si sono evoluti fino a diventare oggi degli incompresi, faremo anche un breve ritorno al body horror.

Oh, in the name of God! Now I know what it feels like to be God! 

Frankenstein (James Whale, 1931)

Con questa citazione tratta dal classico della Universal del 1931 Frankenstein, il regista esprime la paura di una intera generazione, vissuta a cavallo tra i due secoli e che ha fatto esperienza di cambiamenti che hanno rivoluzionato il mondo. 

 

 

 

La paura del cambiamento e della novità è sempre esistita, dalla preistoria fino ai giorni nostri. La rivoluzione industriale in Gran Bretagna fu accompagnata dal movimento sindacale le cui richieste si infransero contro gli interessi economici delle grandi fabbriche nelle periferie, a quell’epoca molti vedevano nel progresso la benzina da buttare sul fuoco delle richieste degli scioperanti. Ma quella fu anche l’epoca della medicina vittoriana, delle prime operazioni chirurgiche che nella maggior parte dei casi uccidevano il paziente, dei dottori in competizione tra loro sulla velocità con cui potevano rimuovere un arto. Pensate che i più bravi in tre minuti netti vi segavano una gamba. 

Arrivò poi la prima guerra mondiale che portò la meccanizzazione della morte su larga scala; furono gli scienziati che crearono il gas mostarda che massacrò tutti quegli uomini nelle trincee; e più tardi ancora arrivarono i veleni utilizzati nella seconda guerra mondiale nei campi di concentramento per sterminare gli ebrei. Fu la scienza che ci portò la bomba atomica che distrusse Hiroshima e Nagasaki, ma anche la fissione nucleare che oggi da energia e potere ai governi del mondo. 

 

 

 

Fu proprio l’uso della bomba atomica nel 1944 che irrevocabilmente cambiò la percezione comune della scienza e dello scienziato, cosa che si riflettè nei film fantascientifici e horror prodotti a partire dagli anni ’50. Secondo questo nuovo filone cinematografico uno scienziato non sarà mai più degno di fiducia totale, perchè senza morale, e da allora gli scienziati verranno sempre messi a lavorare in qualche agenzia supersegreta su qualche sinistro piano per conquistare il mondo o in qualche reparto governativo per creare una nuova arma letale. 

Una volta che l’iconografia di Frankenstein fu messa a letto dalla cinematografia moderna la versione dello scienziato pazzo anni ’50 venne raggiunta da infinite varianti originali. Abbiamo il dottor Richard Marlow (interpretato da Bela Lugosi) che aveva l’abitudine di usare la magia nera e le anime delle ragazze che rapiva per fare rivivere la moglie defunta (Voodoo Man di Hook, 1944), abbiamo poi il dottor Peter Blood, che esumava i corpi e vi metteva dei cuori pulsanti per riportarli in vita (Dr, Blood’s Coffin di Sidney J. Furie, 1961) e la chirugia plastica del dottor Genessier, che sfigurò sua figlia con esperimenti fallimentari di ricostruzione facciale (Eyes without a face di Franju, 1960) riadattato in una ottima versione con l’opera The Skin I live in (Almodovar, 2011).

 

Il 1980 vede il proliferare dei media vecchi e nuovi: pornografia, campagne di marketing, video e Tv via cavo (poi rimpiazzate dalla TV satellitare) con i nuovi spettacoli di cabaret che sostituiscono quelli radiofonici. Si forma una nuova visione idealizzata del corpo umano che deve rispettare nuovi canoni estetici. La critica Naomi Wolf chiama la visione che nasce in quest’epoca “il mito della bellezza”. Nelle sue opere sostiene che “questo stato impossibile non può essere creato senza l’intervento della chirurgia plastica o della liposuzione.”

 Alla medicina e al mito della bellezza si affianca l’idea delle trasformazioni di genere, cinematograficamente figlie del lavoro di Cronenberg che guarda in questa direzione molto presto rispetto ad altri registi. L’avversione verso Photoshop spazza via l’ideale e il mito manifestandosi nell’esplosione delle modificazioni corporee: tatuaggi, piercing e scarificazione in rivolta contro il corpo perfetto. 

 

Cronenberg rivoluziona gli ideali della società. Una placca sul muro del dottor Hobbes in Shivers (Il demone sotto la pelle di Cronenberg, 1975) dice che “Il sesso è l’invenzione di una malattia venerea intelligente”. Ma il ruolo degli scienziati non è solo quello di alimentare gli istinti primordiali dell’umanità con esperimenti che ovviamente sfuggono al controllo.

Il regista di L’esperimento del dottor K. (The Fly di Kurt Neumann, 1958) fa dire allo scienziato Andre Delambre che: “l’umanità non ha più bisogno di provare desiderio o paura”; ma l’interesse dello scienziato è quello di infilare qualcuno nella macchina del teletrasportatore per soddisfare la sua sete di conoscenza. Forse in questo film si può ritrovare un mix con le idee di Cronenberg in VideoDrome: la trasformazione, la combinazione dei sessi e il corpo che si deforma. 

Ma comunque anche Cronenberg ebbe la sua versione della mosca (Cronenberg, 1986). La trasformazione del corpo, nella visione di Cronenberg, riguarda non solo la sessualità ma anche l’invecchiamento o una relazione amorosa che brucia le tappe per dirigersi verso la tragedia, in questo caso abbiamo il pene del protagonista Brundle tenuto in un vaso trasparente dalla compagna Veronica che alla fine continua la sua vita disillusa. Lei che nel film avrà bisogno di essere salvata da Brundle-mosca che la vuole moschizzare e si rivolta contro il suo ex fidanzato poliziotto colpendolo con il vomito acido. La trasformazione di Brundle-mosca si completerà ma la creatura nè umana nè animale non avrà nessun posto dove ascendere o discendere dalla sua mutazione e resta condannato nel suo limbo di solitudine. La mosca umana, emersa con il teletrasporto, in un ultimo atto di follia finale diventa essa stessa la macchina per il teletrasporto. La creatura patetica uomo-macchina-insetto che emerge da quest’ultima mutazione implora solo di essere liberata con la morte. E la follia dello scienziato u il compimento finale.

 

 

La visione dell’uomo macchina comparsa in questo film si interfaccia con altre opere del regista anticipando lavori più tardi di Cronenberg come Ballad Crash (Cronenberg, 1996), di altri film ne abbiamo parlato lo scorso articolo, e si può notare la sua influenza per Shin’ya Tetsuo (Tsukamoto, 1986) e Tetsuo II (Bodyhammer Tsukamoto, 1992).

La scienza malvagia è qui per rimanere. Gli scienziati pazzi non vedono l’ora di conquistare il mondo. E i film non aspettano altro se non l’ennesimo fallimento scientifico per alimentare le nostre paure. Dai disastri come quello di Bhopal o gli incidenti nucleari come quello di Chernobil (Chernobil Diaries di Parker, 2012), l’incidente nucleare all’isola Three Mile solo per citarne un paio da cui sono tratti decine di film. L’effetto dell’epidemia di SARS a Hong kong nel 2002 o quello del Covid lo possiamo ritrovare in Contagion di Stevan Soderbergh (Soderbergh, 2011). Le epidemie ci vedono affrontare nemici invisibili creati dalla scienza, come il gas Sarin, arma chimica senza odore, colore, e consistenza, cui furono esposti 5000 giapponesi nel 1995 o gli attacchi con l’antrace negli US.

La scienza cattiva e il complottismo sono parte integrate delle sceneggiature ancora oggi. Le corporazioni farmaceutiche ci nascondono le cure in attesa di vantaggi economici. Gli scienziati sono consapevoli che i fondi della ricerca possono essere loro tolti in ogni momento e sono obbligati a fare la parte dei cattivi per il bene supremo dell’umanità. Sono presenti in decine di opere.

 

E il Padrone in tutto ciò cosa c’entra?

 

In 28 days after (Boyle, 2002) il virus Rage è stato testato sugli animali e ha fatto venire un infarto a tutti gli scienziati quando ha trasformato gli infetti in animali feroci assetati di sangue. Una cosa simile può essere stata sviluppata solo per divenire una pericolosa arma chimica. Poi il film non è granché ma è per farvi un esempio di come la tecnologia diventa nanotecnologia nucleare al servizio degli eserciti, la cybernetica diventa più sofisticata e crea ibridi macchina-uomo, la chirurgia e la medicina sradicano le malattie e ne creano di nuove, e noi non siamo mai a corto di scienziati pazzi. 

Il canone non è completo senza una menzione a Frank Henenlotter con Basket Case (Henenlotter, 1982) e FrankenHooker (Henenlotter, 1990) Stuart Gordon con Re-animator (Gordon, 1985) e Dragon (Gordon, 2001) o Brian Yuzuna con Society (Yuzna, 1989); oppure vogliamo parlare della visione maestosa e intricata di Clive Barker in Hellraiser (Barker, 1987) e Nightbreed (Barker 1990) e qualche consiglio di come usare lo scalpello da Lloyd Kauman , co fondatore della Troma Entertainment, casa di produzione indipendente di film e compagnia responsabile della distribuzione per Tromeo e Juliet (Kaufman e Gunn, 1996) e The Toxic Avenger (Herz e Kaufman, 1984).

 

Ultimo ma non meno importante è il Padrone, antagonista del mio romanzo La Falena uscito nel 2022. Ha creato una sostanza chimica che non si è fatto scrupoli a testare su animali e umani ma alla fine è impazzito. Mirco deve trovare la forza di affrontarlo prima di finire ucciso con i suoi amici. È disponibile su Amazon, dategli un’ occhiata se anche voi amate la scienza cattiva.

E anche per oggi vi ho detto tutto. Mi raccomando di leggere qualche buon libro e di restare connesso per le ultime novità. Alla prossima.

Alice Tonini 

 

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La fantascienza e il romanticismo del 1800: tra Shelley, Verne e Wells.

Oggi torniamo a parlare di letteratura fantascientifica e ci imbarchiamo in un viaggio nel tempo che ci porterà nel 1800 dove il genere inizia a costruirsi una propria identità specifica e un proprio pubblico che l’apprezza per la sua visione futuristica e romantica dell’uomo.

Il primo diciannovesimo secolo vede la convivenza
della fantascienza e lo sviluppo in europa e all’estero del principio della libertà personale,
condizione perfetta per l’apparizione di una novella che fu un avviso all’umanità contro l’abuso di entrambi. Frankenstein o il moderno prometeo, che studiosi e scrittori sostengono essere la prima vera opera di
fantascienza per come la intendiamo oggi; entrambi gli elementi
fantastici presenti nella vicenda narrata (una creatura senziente e vivente, nata da resti umani) e il ritratto dello scienziato Viktor Frankenstein (la creatura non ha nome) con il suo comportamento arrogante ci mostrano le terribili conseguenze che può avere l’affidarsi ciecamente alla scienza senza una morale.

La storia della creazione di Frankenstein è molto
vicino alla creazione della stessa novella: l’autrice fu Mary
Wollstonecraft Shelley, compagna del poeta Percy Bysse Shelley, pensò alla storia in Svizzera nell’estate del 1816 durante una
visita a Lord Byron . Il Lord sfidò i suoi ospiti a inventare delle
storie di fantasmi; Mary ebbe un sogno che divenne la base del suo libro. Aveva diciannove anni quando pensò la prima volta alla storia che
venne scritta e pubblicata nel 1819.


Il primo romanzo
fantascientifico fu scritto da una donna? Ma c’è di più, quella non fu l’unica opera del genere scritta dall’autrice che nel 1826
pubblicò L’ultimo uomo un racconto apocalittico ambientato nel ventunesimo secolo e che ispirò H.G. Wells.

Il prossimo in linea temporale è Giulio Verne il cui
debutto nel 1863 avvenne con Cinque settimane in pallone causando incredulità e meraviglia con il suo racconto di un viaggio in africa con un
pallone ad aria calda. Fu l’immaginazione che creò la fantascienza anche perchè all’epoca non si sapeva nulla delle mongolfiere e l’africa era conosciuta per somme vie. Dopo l’inizio tentennante l’altamente prolifico Verne
sfornò romanzo dopo romanzo una serie di capolavori mescolando avventura, fantascienza e ironia di grande successo anche se gli editori inizialmente lo rifiutarono perchè ritenuto troppo scientifico.


Verne è famoso per aver predetto molti eventi
scientifici in anticipo. Per esempio nel 1865 la sua novella Dalla
terra alla luna
sembra anticipare il viaggio della missione Apollo
che portò tre uomini sulla luna da una stazione di lancio in Florida,
vicino a dove il Kennedy Space Center sarebbe stato costruito. Sempre lui ipotizzò che gli astronauti sarebbero rientrati sulla terra con
un tuffo nell’oceano pacifico. Altre predizioni includono invenzioni
fantastiche come macchine somiglianti agli elicotteri, telefoni che
fanno fotografie e motori elettrici; lui è erroneamente indicato come il padre dell’idea dei sottomarini che però già esistevano al tempo di Ventimila leghe sotto i mari cioè nel 1870. Il capolavoro di Verne che fu
pubblicato per la prima volta da Hachette nel 1994 fu Parigi nel xx secolo (scoperto in una cassaforte dimenticata nel 1989 vendette in un paio di giorni centinaia di migliaia di copie) nel quale Verne immaginò Parigi con
grattacieli, automobili a gas e una rete di comunicazioni mondiale.

Verne è amato dai produttori di film non solo per la
sua ricca combinazione di avventura e fantascienza ma
anche per il fatto che da quando il suo lavoro è di pubblico dominio
non bisogna pagare per usarlo. Centinaia di film differenti e
versioni per tv dei lavori di Verne sono stati prodotti con almeno una mezza dozzina di adattamenti. Le opere più sfruttate sono Ventimila leghe sotto i mari, Viaggio
al centro della terra e L’isola misteriosa.



H.G.Wells fu un autore immensamente popolare di romanzi scientifici e venne direttamente influenzato da Verne. Wells servì da tramite
tra la prima era della letteratura fantascientifica e l’evoluzione del genere nel ventesimo secolo. La
sua opera più famosa fu Anticipation of the Reaction of Mechanical and Scientific Progress Upon Human Life and Thought (1901) che immagina come le
automobili possano portare alla nascita delle periferie e aumentare
l’uguaglianza sessuale tra uomini e donne. Pìù tardi nel 1936 con La forma delle cose che verranno, Wells predice l’inizio della seconda guerra
mondiale sbagliandosi solo di un anno, fortunatamente era in errore
quando disse che sarebbe durata per decenni.


Ma insieme con le sue visioni del futuro (e con la sua agenda
sociale che divenne sempre più importante man mano che invecchiava)
pose le fondamenta della scienza moderna con La guerra dei mondi, il
nonno di tutti i romanzi e i film sulle invasioni aliene, una manna dal cielo insomma; arrivò poi l’introduzione di giganti animali (non menziona
uomini) modificati dalla scienza e della macchina del tempo, genesi delle
storie sui viaggi nel tempo.

Adattamenti cinematografici delle storie di Wells
esistono sin dalla nascita del cinema fantascientifico. Nel 1902 La
voyage dans la lune
fu parzialmente ispirato alla novella di Wells
del 1901 The first men on the moon. E come con Verne, i lavori di
Wells sono oggi di pubblico dominio negli Stati Uniti, ma non in Europa. Le sue prime novelle sono molto famose tra i produttori
cinematografici in particolare La macchina del tempo, L’isola del dr
Moreau
e La guerra dei mondi.

In aggiunta ad essere storie avventurose, Wells punta a temi socialmente rilevanti (era un convinto socialista). La
macchina del tempo
per esempio vide la frammentazione futura della
razza umana in due frazioni come risultato del capitalismo; La guerra dei
mondi
è visto come critica verso il colonialismo europeo in africa e in asia. Non c’è
bisogno di aggiungere che questi temi furono minimizzati o addirittura eliminati dai produttori cinematografici ecezion fatta per Things to come del 1936 in cui
Wells venne direttamente coinvolto.

Ok, non prendetevela ma a parlare di viaggi nel tempo non potevo tralasciare il Tardis.


Gli interessi dell’autore nei temi sociali diventano
più prominenti nei lavori più tardi che esulano dai temi
fantascientifici su cui aveva lavorato nei primi anni della sua carriera letteraria. Questi fattori forse spiegano il perchè le opere filmiche che si ispirano
alle ultime opere sono poche e lontane tra loro.

Così non solo il lavoro di Wells creò il ponte tra diciannovesimo e ventesimo secolo per la letteratura fantascientifica ma colegò anche la
letteratura e il cinema. E’ a questo punto che il genere inizierà a seguire la
propria strada.

Altre icone della fiction scientifica:

Edgar allan Poe

Il poeta americato e scrittore di romanzi brevi
pubblicò L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaal (1835), uno dei primi esempi di volo spaziale immaginario e uno dei primi viaggi
nel tempo con Una storia dalle Ragged Mountains, ma sono solo alcune tra le  molte altre storie con elementi di fiction
scientifica.

Robert Louis Stevenson

Pubblicò Lo strano caso del dottor Jekill e di Mr
Hyde
nel 1886, che fu ovviamente alla base di un gran numero di
addamenti cinematografici diretti e indiretti (ma di quello abbiamo già parlato in un articolo precedente).

Edward Bellamy

Giornalista americano che con le sue novelle
utopistiche Looking Backwards o Guardando  indietro fu pubblicato nel 1888. Le sue storie ambientate
negli anni 2000 predissero i centri commerciali, le carte di credito,
la luce elettrica e molto altro.

Ok, dovremmo avere finito qui per oggi ma è quasi natale
e mi va di condividere qualche altra curiosità.


La
fantascienza è famosa perché spesso immagina invenzioni o ha idee che poi sono diventate
realtà nei decenni successivi, ma ne I viaggi di Gulliver di Jonathan
Swift la speculazione scientifica arriva a fantasticare sulla
descrizione delle allora neppure scoperte lune di Marte con dettagli
accuratissimi. Nel racconto Swift descrive due lune di Marte che sono
in orbita a 13.600 km e 27.000km di distanza dal pianeta e orbitano
attorno al pianeta ogni 10 ore la prima e ogni 21.5 ore l’altra. E oggi sappiamo che Marte ha davvero due
lune scoperte 150 anni dopo la pubblicazione del libro di Verne dall’astronomo americano Asaph Hall. Le lune (Deimos e Phobos) orbitano a 6000 km e 21.000 km e fanno il giro attorno al pianeta
ogni 7.7 ore e 30.30 ore rispettivamente. Vi starete chiedendo come
poteva Swift sapere delle lune? Non lo sapeva ma gli è stato
suggerito dalle ipotesi di Galileo che ci lasciò una nota
anagrammata riguardo gli anelli di Saturno che l’astronomo Keplero
tradusse male credendo che trattasse invece delle lune di Marte. Swift non
fu l’unico a credere nell’esistenza di altre lune: Arthur C.Clarke
immaginò Plutone con una luna nel 1973 in Rendevouz with Rama:
cinque anni più tardi la luna di Plutone venne scoperta.

E con questa curiosità vi saluto. Vi auguro una buona lettura e al prossimo articolo. 

Alice Tonini

Horror: nascita di un genere, dalla letteratura ai film

Lettori del mistero parleremo ancora di demoni e di altre creature le cui origini appartengono alla storia e al folklore locale ma per completezza vorrei anche approfondire alcuni aspetti storici più pertinenti alla nascita dei film horror e al legame di questi ultimi con la letteratura perché in fondo è di libri che qui si parla e senza libri la maggioranza dei film non ci sarebbero.

Le storie dell’orrore sono con noi da sempre: raccontate intorno al fuoco e sviluppate poi in romanzi e racconti brevi, oggi sono protagoniste anche di film e videogiochi.

I primi film horror sono stati ispirati dai mostri classici, in particolare dai “morti viventi” o “non morti“. Trattarono in particolare la paura della morte e di quello che può succedere dopo, una delle paure più antiche per l’uomo. E se non fossimo davvero morti? Che cosa accadrebbe se tornassimo indietro dalla morte come “qualcos’altro“? Cosa accadrebbe se non fossimo né morti né vivi? Sono paure che nascono dal desiderio umano di essere immortali, dalla complessità della nostra psiche e dalla sua incapacità di dare un senso alla morte.

Mary Shelley con il suo Frankenstein apre la carrellata di personaggi non vivi cui l’industria del cinema ha attinto a piene mani, scrisse la sua opera in svizzera nel 1816 e venne pubblicata nel 1818. Frankenstein è un romanzo gotico nato per intrattenere un gruppo di amici, scritto di fretta mentre l’autrice era impossibilitata a uscire a causa del mal tempo durante una vacanza con il suo amato. Fu lord Byron, amico e vicino di casa a indire una competizione per vedere chi potesse scrivere la storia dell’orrore migliore.

La storia del dottor Frankenstein segue il ritorno alla vita di un corpo costruito con le parti di altri cadaveri. Shelley pesca elementi religiosi e scientifici, rifugge dalle regole della letteratura classica dell’epoca e rielabora l’idea orrorifica di un corpo che viene creato dall’uomo e non da Dio, un essere umano nato dai resti di altri esseri umani: da ciò può nascere solo un abominio. L’opera diventa intrigante a causa proprio dei tabù che va a infrangere. In un tempo dove il bravo cristiano viveva nella convinzione di essere creazione divina e il tentativo umano di creare la vita suonava scioccante e orrorifico. Mary Shelley ha sottotitolato la sua opera ” Un Prometeo moderno“, con riferimento al dio che fece arrabbiare Zeus portando il fuoco agli uomini. La storia funziona su molti livelli diversi e da qui la radice della sua popolarità e longevità. L’horror infrange i tabù ma allo stesso tempo piace alle masse. Raggiunge la psiche ad un livello talmente profondo che permette allo spettatore di esplorare aree inaccessibili della mente in modo sicuro, all’interno dei confini di una storia.

I vampiri sono i mostri più comuni e longevi. Bram Stoker con Dracula scritto nel 1897 ancora oggi affascina il pubblico. Le radici storiche sono la parte più emozionante dell’opera anche se non sappiamo con certezza quanto Stoker sapesse della vera storia di Vlad III Drakul l’impalatore che, come dice il nome, amava impalare i nemici. Dal 1456 al 1462 si dice che infilzò con i pali centinaia di migliaia di persone. Per questa sua abitudine divenne un personaggio folkloristico molto noto in Romania. Il nome Dracula (figlio di Dracul) deriva da un ordine cavalleresco “L’ordine del Dragone” fondato nel 1431. A causa del coraggio dimostrato nelle battaglie contro i turchi Vlad II venne fatto membro dell’ordine e dopo di lui il figlio, Vlad III, ereditò il titolo. Si racconta che Stoker venne a conoscenza della storia del conte durante le sue letture sulla storia e cultura rumena e modificò il nome del suo personaggio malvagio da Wampyr in Vampire (è in inglese).

Altre influenze alla sua opera le troviamo nel lavoro di Sheridan Le Fanu, irlandese, che nella sua novella Camilla (1872) riporta la tradizione delle sidhe (mitologia gallese, erano donne che bevevano il sangue), poi possiamo citare Giulio Verne con il suo Castello dei Carpazi e Anne Radcliffe con I misteri di Udolpho. Stoker frequentava abitualmente la cittadina di Whitby sulla costa dello Yorkshire e ha mescolato luoghi e nomi, anche di Londra, per costruire la sua ambientazione.

Dracula è stato adattato da Hamilton Deane nel 1924 anche se si dice che Stoker stesso abbia scritto il primo adattamento teatrale presentandolo al London Lyceum Theatre con il nome di “Dracula, il non morto” nel maggio del 1897, poco prima della pubblicazione del romanzo. Quello di Deane fu il primo adattamento a essere autorizzato dalla vedova di Stoker e venne messo in scena un volta sola, forse perché durava più di quattro ore (un moderno Avatar). Una curiosità, il primo atto iniziava con Reinfield, il servo del conte, che sproloquiava in un lungo monologo sul fatto che lui era stato creato dal conte e che non lo avrebbe mai perdonato per questo, racconta poi tutta la storia del conte e della Transilvania e si gustava un ratto saporito prima di uscire di scena.

Il film di Tod Browning del 1931 intitolato Dracula ha visto partecipare l’attore ungherese Bela Lugnosi che ha reso popolare l’immagine del vampiro in giacca e cravatta dal volto impomatato che abbiamo oggi. C’è poi un film russo andato perso di cui ci resta il titolo Drakula del 1920 e c’è il più conosciuto Nosferatu. Il classico film espressionista tedesco diretto da F.W. Murnau (1921) ha come protagonista Max Schreck. Fu un adattamento non autorizzato del libro di Stoker; lo studio di produzione fu costretto a modificare tutti gli elementi della storia perché non riuscì a ottenere i diritti del romanzo originale. Il film in questo caso funzionò egregiamente perchè Schreck seppe tirare fuori il meglio dal mostro, come successe più tardi con Frankenstein (1931). Nosferatu fu l’unica produzione dello studio Prana Film (fondato nel 1921 da Dieckmann e Grau).

Le riprese iniziarono nel giugno 1921, principalmente a Wismar, un piccolo porto a nord della Germania, le riprese in esterno che dovevano mostrare la transilvania, vennero eseguite in slovacchia. Il cameramen, tale Fritz Arno Wagner aveva a disposizione solo una camera e quindi solo un negativo originale. Le istruzioni di Galeen (sceneggiatore) sulle posizioni della camera e l’esposizione delle luci vennero seguite scrupolosamente ma questo non impedì al regista di riscrivere dodici pagine. Curiosità, per Nosferatu il sole è letale mentre al nostro Vlad Drakul causa solo un leggero indebolimento.

La famiglia di Bram Stocker citò in giudizio la Prana Film per violazione del copyright e vinse, questo causò il fallimento della compagnia. La corte ordinò la distruzione di tutte le copie esistenti di Nosferatu ma una copia sfuggì alla mattanza e riuscì a essere distribuita, da quella vennero tratti duplicati a decine che finirono in ogni angolo del mondo. Oggi è considerato un cult del genere ed è uno di quei film che gli studenti di storia del cinema devono conoscere.

Lo stesso sceneggiatore di Nosferatu, Henrik Galeen, nel 1920 aveva portato sugli schermi Der Golem, insieme a Paul Wegner, come parte di una serie iniziata nel 1915 che si ispirava alla mitologia ebraica dei golem: esseri antropomorfi fatti di argilla che vengono riportati in vita dalla parola ebraica Hemet (verità) scritta sulla fronte delle creature. L’unico modo per spegnerli è cancellare una parte della parola e lasciare la scritta Met (morte).

Tornando al nostro vampiro preferito, fino a oggi sono stati prodotti più di duecento versioni della storia di Dracula. Frankenstein di Whale invece fu un successo tale da produrre un sequel: La sposa di Frankenstein (1935).

Dagli anni ’40 del 1900 la Universal ha monopolizzato il mercato dell’horror per più di dieci anni ma questa è un’altra parte della storia che vedremo la prossima volta. Per ora ci basti sapere che le radici del cinema horror trovano nutrimento in quei classici che da generazioni spaventano il pubblico.

Per ora è tutto, buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini