Giorni della Merla: Tradizioni e Folklore Italiano 🐦‍⬛

Lettori e lettrici dell’ ignoto e del mistero bentrovati. Oggi vi racconto di una tradizione tutta italiana, quella dei Giorni della Merla.

La leggenda vuole che gli ultimi tre giorni di gennaio siano quelli più freddi dell’anno e prendono il nome di Giorni della Merla perché si racconta che una merla bianca per sfuggire al freddo si sia rifugiata in un camino. Quando ne uscì il fumo l’aveva annerita e da allora la tradizione vuole che tutti i merli abbiano le piume nere.

Oggi è una storia che si racconta ai bambini e serve a spiegare loro in modo fantasioso il motivo per il quale i giorni a cavallo tra gennaio e febbraio sarebbero i più freddi dell’anno. Si tratta di una usanza tipicamente italiana, legata al folklore e alle tradizioni del nostro paese e non esiste un corrispettivo diretto in altre culture. Possiamo trovare analogie e tradizioni simili che celebrano l’ inverno e il passaggio verso la primavera.

Perchè questa unicità?

Uno dei motivi è legato al clima tipico delle nostre regioni più fredde. L’ Italia è attraversata da diverse fasce climatiche e nel corso dei secoli ha sperimentato inverni particolarmente rigidi, condizione questa che ha favorito la nascita di leggende e tradizioni legate al freddo.

Le radici dei Giorni della Merla affondano nel mondo contadino, dove l’ osservazione della natura e dei suoi cicli era fondamentale per la sopravvivenza. La credenza che proprio quei giorni fossero i più freddi dell’anno era un modo di spiegare un fenomeno naturale e allo stesso tempo trasmettere la speranza di un imminente miglioramento delle condizioni climatiche.

Ovviamente ho trovato diverse varianti regionali, per esempio in alcune zone la Merla si rifugia in un forno e non in un camino, mentre in altre si parla di più merli e non uno solo. Nelle zone del Po si racconta che alcuni soldati attesero i giorni più freddi dell’ anno per fare passare un cannone da una sponda all’ altra del fiume, il cannone si chiamava Merla.

Come ho già detto non esiste un diretto corrispettivo in altre culture al di fuori del nostro paese ma possiamo trovare celebrazioni e riti legati al solstizio d’inverno e al successivo allungamento delle giornate che simboleggiano la speranza e la rinascita. Per esempio nei paesi nordici si accendono grandi falò per la festa di Yule, i celti festeggiavano la dea Bigid associata al fuoco e alla purificazione attorno al due di febbraio, il capodanno cinese che cade circa tra la fine di gennaio e i primi di febbraio è una celebrazione ricca di simbolismi legati al rinnovamento e alla rinascita.

Ogni cultura ha sviluppato nel tempo le proprie tradizioni legate al contesto culturale, geografico e religioso. Le leggende e i riti popolari sono frutto di una evoluzione complessa influenzata da innumerevoli fattori. I Giorni della Merla sono un patrimonio culturale unico del nostro Paese, legato alla storia e alle nostre tradizioni. Sebbene non esistono corrispettivi identici possiamo trovare comunque interessanti parallelismi.

In alcune regioni si organizzano feste e mercatini, in altre si trovano semplici usanze familiari. Ad esempio a Cremona e lungo le rive dell’Adda si organizzano falò e si intonano canti tradizionali, simili usanze le troviamo anche a Lodi mentre nel passato tra i contadini della mia zona (provincie di Brescia, Mantova e Verona) si eseguivano riti propiziatori per assicurarsi un buon raccolto e proteggere gli animali. Le tradizioni legate alle celebrazioni di questi giorni sono semplici e legate al folklore locale, ma non mancano iniziative culturali come rappresentazioni teatrali o concerti di canti popolari.

Nonostante quello che racconta la leggenda le statistiche meteo dimostrano che i giorni della merla non sono necessariamente i più freddi dell’anno. Tuttavia questa credenza popolare riflette l’osservazione che dopo la prima decade di gennaio le temperature tendono ad aumentare gradualmente.

Cari lettori del mistero anche per oggi è tutto. Vi auguro una buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

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    piacevole lettura. Grazie!

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Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia

Lettori dell’ ignoto ecco una esperienza che non potete perdervi. Avete mai visitato un museo delle Torture?

Tra le mura di un borgo incantato si nasconde un segreto inquietante. Al museo delle Torture di Grazzano Visconti è esposto un mondo fatto di dolore e sofferenza. Una esperienza forte, che difficilmente dimenticherò. Non avevo mai visitato un museo di questo genere ed ero curiosa perché nonostante le mie ricerche precedenti, volevo vedere con i miei occhi alcuni dei terribili oggetti di cui avevo sentito parlare. Ho visitato la struttura in autonomia e mi sono fermata all’ interno per circa quaranta minuti.

L’atmosfera era davvero inquietante, ma visto l’ argomento non poteva essere altrimenti. Il percorso tematico è ricco e ben documentato, sono messi in mostra diversi strumenti di tortura con una descrizione dettagliata e una stampa storica che cala il visitatore nella realtà dell’ epoca.

Le pareti del museo raccontavano storie di tormenti e disperazione. Ogni strumento era una testimonianza unica, muta, di una umanità in grado di infliggere sofferenze indicibili. Nella prima parte del percorso espositivo c’erano gli strumenti più conosciuti. La gogna con il suo collare in ferro che stringeva il collo mi ha fatto sentire la vergogna e l’ umiliazione inflitte a chi veniva condannato. Immagino le folle che si accalcavano per assistere a queste scene di pubblico ludibrio; uomini, donne e bambini che si divertivano al passaggio del barile della vergogna che con la sua scura concavità e le sue borchie di ferro era un simbolo vivente dell’ umiliazione e dell’ isolamento sociale, un corpo indifeso rinchiuso in una prigione mobile. Oppure le maschere dell’ infamia dalle forme grottesche e le aperture che deformavano i volti; indossarne una voleva dire essere privato della propria identità e marchiato a vita dall’ ordine costituito.

Impressionante è anche la sezione dell’ Inquisizione che mi ha particolarmente colpito. Immaginare donne e uomini accusati di stregoneria, sottoposti a interrogatori crudeli e dolorose torture è stato terribile. La verga, la sedia della strega, gli strumenti per la ricerca del marchio del diavolo. Ogni oggetto raccontava una storia di sospetto, paura e intolleranza. Ho sentito sulla pelle il freddo dell’ acciaio e ho provato una angoscia profonda al pensiero delle sofferenze inflitte a queste donne innocenti.

Tra le ombre del passato si nascondono anche delle sorprese. Oltre a farci conoscere gli orrori della tortura il museo ci insegna a distinguere la realtà dalla finzione. Attraverso esempi come la Vergine di Ferro, comprendiamo come i falsi miti possano influenzare la nostra percezione della storia medievale.

Il percorso espositivo si conclude con una riflessione profonda sulla sofferenza umana e sulla forza della fede. La sezione dedicata al martirio dei santi ci trasporta in un mondo di dolore e di sacrificio, dove donne e uomini hanno affrontato la morte con coraggio e dignità. Attraverso stampe e riproduzioni degli strumenti di tortura, siamo invitati a comprendere il valore di queste azioni e a riflettere sul significato della vita. È una esposizione che ci commuove e lascia senza parole, ricordandoci che la storia è fatta anche di gesti eroici e di sacrifici.

Il museo delle Torture di Grazzano Visconti è un luogo che lascia il visitatore con molte domande. Com’è possibile che l’uomo sia capace di tanta crudeltà? Quali sono le radici umane di queste pratiche? Ognuno di noi dovrà trovare le proprie risposte.

E anche per oggi è tutto. Vi aspetto al prossimo articolo, buona lettura a tutti voi.

Alice Tonini

Una risposta a “Museo delle Torture: un viaggio per vedere il volto crudele della Storia”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Perfettamente d’accordo col tuo punto di vista. Non sarei mai in grado di torturare, tanto meno di subire torture di alcun tipo. Il museo mi pare ben organizzato, ma avendo visto alcuni musei su strumenti di guerra, la tristezza e angoscia che mettono… credo non andrò. Grazie del articolo sempre interessante. Al prossimo.

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Natale prima del Natale: tra cene con i defunti e falò sacri

Ed eccoci lettori e lettrici agli auguri di Natale che vi faccio tutti gli anni, e come sempre vi lascio qualche curiosità per farvi un po’ di compagnia.

Quest’anno inauguriamo una nuova rubrica che riguarda i misteri legati ai viaggi e ai libri che ce ne parlano e qui vi do un piccolo assaggio.

Il Natale oggi si feteggia in ogni parte del mondo. Forse gli elfi e le renne volanti hanno origini cristiane ma molti degli elementi che fanno ormai parte delle nostre tradizioni natalizie vengono da molto più lontano, persino la data stessa del Natale.
A metà del periodo invernale molti popoli del passato avevano una loro festa: diamo un’occhiata ad alcune di queste antiche tradizioni che ancora oggi sono in uso.
Intanto è bene sapere che la data del 25 dicembre non è sempre coincisa con il Natale. Quando il calendario Giuliano è stato soppiantato da quello Gregoriano il vecchio 25 dicembre è diventato il 7 gennaio, data che oggi coincide con il Natale ortodosso.
Nella tradizione slava al Natale ci si riferisce con la parola Korocin (non chiedetemi di scrivervela in slavo perchè fino a li non ci arrivo) dal significato di “camminare in avanti” o “fare passi avanti” in riferimento alla fine dell’anno e al solstizio solare. La prima volta che viene fatto riferimento a questo termine è nelle cronache di Novgorov, una delle prime fonti di slavo scritto. Nello stesso scritto si fa riferimento alla fondazione della chiesa di San Nicolas nel 1113 d.C. il santo che noi identifichiamo con Babbo Natale o Santa Claus. Ma la lingua slava ha il proprio babbo natale tradizionale simile per certi versi alla figura di quello che conosciamo noi, chiamato Atmoros o Nonno Ghiaccio.
In questo periodo l’usanza vuole che ci si travesta con dei costumi colorati andando di porta in porta cantando e scherzando per simboleggiare il ritorno degli spiriti degli antichi defunti che dovevano portare via i demoni cattivi e riportare la pace e la salute. In Ukraina questi canti prendono il nome di kolyadky e sono molto amati, si dice che questa tradizione risalga al paganesimo, quando si venerava il dio sole chiamato appunto Kolyada. Le maschere rappresentano gli animali e il costume che non manca mai è quello della capra.
 
In Bulgaria vengono fatti dei falò, simili a quelli che anche da noi si fanno nelle campagne la sera del 6 gennaio, che hanno come scopo quello di portare fortuna e buoni auspici per l’anno nuovo. Il falò viene chiamato abudnik e il rituale prevede di bruciare un ciocco di legno di quercia la notte di Natale per portare ricchezza; le ceneri sono messe da parte fino a primavera e poi distribuite sui campi. 
I falò tradizionali del Korocin, nei territori russi, venivano fatti nei cimiteri con piccoli fuochi o candele per ricordare i familiari che non ci sono più (una sorta di Halloween per Natale). Se ci pensate una idea simile è alla baste dell’opera di Dickens Canto di Natale dove il nostro Scrooge si ritrova a conversare con i fantasmi del Natale presente, passato e futuro.
Il falò di Strona, in Italia sono molte le regioni con tradizioni simili. 
Una tradizione natalizia dei paesi slavi ancora diffusa è quella di condividere un pasto con gli spiriti dei defunti e di accendere in casa delle candele in loro onore. La tradizione vuole che il pasto sia composto da dodici piatti di origine vegetariana che possono essere lasciati a tavola, in cucina o portati all’aperto, dipende dal paese o dalla regione. 
Ci sono usanze anche per quanto riguarda la pulizia e la purificazione del corpo: durante il natale la sauna viene fatta con rami e foglie di piante che si ritiene abbiano particolari capacità curative per il corpo e per lo spirito. In Finlandia esiste la sauna di Natale da fare il 24 dicembre con tutta la famiglia per prepararsi ai festeggiamenti.
In Lituania il Natale prende il nome di Kucios e una delle tradizioni prevede un intera tavolata apparecchiata con una tovaglia bianca e fieno, e con pietanze lasciate tutta la notte per gli spiriti dei defunti che escono per mangiare quando la famiglia se ne va a dormire. Viene scelto un ceppo e trascinato fino a casa con danze e canti, vengono indossate delle maschere che accompagnate da Nonno gelo passeranno di casa in casa a portare fortuna e salute. Nonno gelo poi porterà doni ai bambini, ma solo a quelli che sono stati bravi e che si sono esibiti per lui in una canzone, con una poesia o una danza.

In alcuni paesi slavi c’è una tradizione che prende il nome di festa di Adamo ed Eva o pasto di Adamo ed Eva. Esso oggi simboleggia la caduta dell’umanità davanti a Dio; una mela viene tagliata e servita dalla moglie al marito. Questa tradizione natalizia in realtà risale al paganesimo e non al cristianesimo, per i pagani la mela simboleggia la ricchezza e la fertilità e vuole essere di buon auspicio per l’anno venturo.
Dalla notte della Vigilia, fino all’Epifania è il momento ideale di predire il futuro. Nei paesi slavi che sia nei fondi di caffè o con la cera in questo momento la tradizione vuole che le forze del male siano deboli e la verità sarà rivelata alle giovani ragazze in cerca di un marito. 
Con questa ultima curiosità dal mondo vi saluto, come al solito vi auguro buona lettura e buon Natale.
Alice Tonini 

La morte e gli Indiani d'America: tra leggende, tradizioni e sepolture

Rieccoci con il nostro appuntamento dell’horror e dei temi legate alla letteratura horror con la rubrica Inchiostro Nerofumo. La volta scorsa abbiamo parlato della morte vista dal punto di vista di noi uomini moderni, oggi ci interessano gli uomini primitivi agli albori della nostra civiltà.

L’uomo preistorico faticò non poco a
comprendere la morte; la storia dell’antichità è costellata di ritrovamenti che testimoniano come i tentativi di avvicinarsi al momento
finale della vita umana abbiano dato vita a miti, leggende e
tradizioni diversi e a volte di difficile comprensione, o almeno così ci
dimostrano gli scavi archeologici che hanno riportato alla luce le antiche sepolture.

Uno dei più antichi popoli di cui
abbiamo ancora tracce recenti sono gli Indiani d’America. Per loro la
religione era talmente integrata nell’aspetto socio-culturale della
vita quotidiana che si possono tranquillamente paragonare agli Amish
odierni anche se in chiave meno opprimente. 

Morte e onore vengono considerate alla stessa stregua, ma oggi ho imparato che non sempre è così. Cit. da L’ultimo dei Mohicani.

Ricordiamo che il
più antico scheletro di un nativo americano mai trovato risale a
9.000 anni fa, si tratta dell’uomo di Kennewick ritrovato nel letto
del fiume Columbia nello stato di Washington. Parliamo quindi di tradizioni,
usi, miti e leggende con radici antichissime, la cui origine si perde nei
secoli prima di Cristo. Lo studio della preistoria degli indiani d’America è
difficile e complesso a causa della molteplicità delle tribù che si
divisero il territorio ma rende bene l’idea dei tanti modi diversi in
cui i nostri antenati potevano interpretare la morte prima
dell’avvento delle grandi religioni.

Le popolazioni presenti in nord America
nell’epoca precolombiana vivevano in perfetta armonia con la natura e
praticavano una religione complessa con saltuari aspetti sciamanici. Bisogna
tenere a mente il legame particolare esistente tra individuo e
collettività e tra individuo e natura, entrambi caratterizzanti la
cultura degli indiani d’America e il contrasto con il nostro stile di
vita occidentale per cui tali legami sono superficiali.

Il dipinto (come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperto dal copyright, ringrazio di cuore la fonte 

Il nord America è sconfinato, il
numero delle tribù indiane è grande e la storia di queste tribù
potrebbe davvero riempire libri su libri. Porto quindi solo un paio
di buoni esempi che ovviamente non possono essere esaustivi di tutto l’argomento vista la vastità.

Il primo esempio tratta delle credenze della tribù dei Lakota
o chiamati in modo spregiativo dai bianchi Sioux che occuparono i
territori del nord e sud Dakota, parte del Montana, Nebraska, Wyoming
e Colorado. Tra le altre tribù avevano grande fama di guerrieri
invincibili.

La religione Lakota nel tempo ha
assorbito idee e tradizioni di altre tribù confinanti e popoli
conquistatori mantenendo nel tempo intatta la propria identità, persino le
sofferenze inflitte al popolo dal governo americano sono diventate
oggi un’importante riferimento culturale. Qui non possiamo trattare
in lungo e in largo della religione Lakota ma vediamo quali elementi sono caratteristici del
rapporto di questa tribù con l’aldilà.

Qui ci basti sapere che una
divinità chiamata nella nostra lingua Piccolo Bisonte Bianco apparve ai cacciatori Lakota e insegnò loro le sette cerimonie
sacre alla base della loro religione. Per i Lakota ogni uomo nasce
con quattro aspetti dell’anima: il sicun, la forza immortale che
permette al corpo di formarsi e che alla morte ritorna al nord per
attendere un nuovo concepimento; il tun, il potere di trasformare
l’energia da visibile in invisibile; il ni, il respiro che abbandona
il corpo con la morte; il nagi, l’ombra che alla morte percorre la
via degli spettri per unirsi agli antenati e riprendere la vita
tradizionale.

I rituali e i miti si sviluppano in
serie di sette e quattro, sono ciclici come secondo loro era la vita.
Le Sette cerimonie sacre sono sopravvissute fino ai giorni nostri
nonostante i tentativi di repressione ad opera del governo degli
stati uniti nel XIX secolo. 

La cerimonia che riguarda il passaggio
all’aldilà è la cerimonia del trattenimento del fantasma (Wanagi
Wicagluhapi) e viene eseguita per i defunti. La credenza presso i
Lakota è che lo spirito di un defunto rimanga per un anno nel luogo
della sua morte e il parente deve eseguire la prova del lutto
(wasigla) e deve conservare una ciocca dei suoi capelli avvolta in
pelle di daino. Lui/lei deve esporre l’involucro al sole durante le
belle giornate, ripararlo dal vento e donargli ogni giorno cibo.
Colui che trattiene lo spirito deve dedicare tutto il suo tempo a
questo scopo. Dopodiché trascorso un anno dal decesso lo spirito
viene lasciato libero di viaggiare verso l’aldilà. In questa
occasione la famiglia indice una grande festa invitando i parenti e
distribuendo regali a chi durante l’anno ha sostenuto il custode
dello spirito. Oggi questa complessa cerimonia è sostituita dalla
Festa del Ricordo (Wokiksuye Wohanpi) rito simile anche se meno
impegnativo. Dopo la veglia e la sepoltura si celebra un ulteriore
rito: parenti e amici portano cibo sul luogo della veglia dove
resteranno tutta la notte per aiutare e
consolare la famiglia. Ai giorni nostri comunemente il defunto viene
sepolto nei cimiteri cristiani, per cui alla cerimonia tradizionale
si aggiunge quella cristiana.

La foto della sepoltura ( come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperta da copyright, ringrazio di cuore la fonte.

Per rendervi conto delle differenze
religiose tra una tribù e l’altra accenno anche alle usanze Navajo,
un popolo che vive oggi nell’area degli stati uniti sud occidentali
chiamata Four Corners e sono la popolazione nativa più consistente
sia per numero che per territorio. A differenza di altre tribù come
i Lakota la loro visione individualistica li ho portati a celebrare
festività che hanno l’obiettivo di ristabilire l’ordine dinamico e
l’equilibrio delle cose. Secondo loro ogni cosa è abitata dal Vento
Sacro (energia vitale) e ogni essere vi partecipa in comunanza. Da
qui la loro credenza che nessuno stato dell’essere è fisso. Il
rapporto tra esistenza terrena e ultraterrena è fluido e in costante
mutamento, i loro miti e le loro leggende parlano di un futuro nel
quale i defunti torneranno per popolare con i vivi le terre che un
tempo erano delle tribù prima dell’arrivo dei bianchi.

Queste sono solo due delle complesse
tradizioni degli indiani d’America ma comune ad ogni tribù era la
concezione della morte come un viaggio che veniva accompagnato da usi
e riti dalle radici che si perdono nei secoli. I Lakota
ritenevano che una persona in punto di morte vedesse il futuro, gli
Arapaho invece prevedevano il momento della propria morte in anticipo
di giorni. I Comanche consideravano le donne che morivano di parto
alla stregua dei migliori guerrieri. Presso tutte le tribù infatti
morire in battaglia era molto onorevole e prima di scendere in guerra
era fondamentale essere ben preparati al viaggio che sarebbe seguito:
capelli intrecciati, volto dipinto, abiti in ordine, armi affilate.

Non è come nasci, ma come muori, che
rivela a quale popolo appartieni. Alce nero, Lakota 1890

Le tecniche di sepoltura erano diverse
non solo tra tribù ma anche a seconda delle stagioni le usanze
differivano, ad esempio in inverno non si seppellivano i morti in
terra perché il terreno era congelato. Nelle pianure il corpo era
esposto nella prateria su una alta piattaforma ricoperta da pelli, per
evitare che venisse assalito dagli animali. I pali che sostenevano la
piattaforma erano dipinti con simboli che ricordavano il defunto e
decorati con crini di cavallo. L’impalcatura veniva eretta tradizionalmente a ovest
per facilitare il viaggio verso l’aldilà. In alternativa il corpo si
issava sugli alberi avvolto nelle pelli e legato sulla biforcazione
dei rami più grossi.

Si potevano utilizzare anche gli anfratti
naturali come le crepe o le spaccature tra le rocce. In zone
difficilmente accessibili come il gran canyon e in queste zone si
portavano anche le ossa raccolte dopo che le intemperie avevano
consumato il corpo esposto nelle pianure o sugli alberi. La
cremazione era poco diffusa e riservata solo ai guerrieri caduti in
combattimento. In pochi casi accertati sappiamo di guerrieri Comanche
seppelliti sul campo di combattimento con tombe contrassegnate da
ossa e teschi di bisonte o in fosse sott’acqua dove erano contrassegnate da pietre. Tra i Pueblo i corpi erano deposti a terra e ricoperti di
sassi fino a formare un tumulo che veniva circondato da paletti.

Stavo pensando che di tutte le piste di questa vita la più importante è quella che conduce all’essere umano. Penso che tu sei su questa pista e questo è bene. Cit. da Balla coi lupi.

Il significato di quanto vi ho
raccontato fino ad ora rimane incerto. Alcuni scienziati immaginano
gli uomini preistorici che credevano in una sorta di resurrezione o
in un viaggio ultraterreno perché seppellivano cibo, oggetti e
ornamenti. Altri suggeriscono il significato dei colori che
utilizzavano per dipingere il corpo del defunto quando lo preparavano. Altri fanno ipotesi
riguardo il significato delle posizioni in cui vengono ritrovati i
corpi.

Non conosciamo esattamente il
significato di tutto quello che gli archeologi hanno trovato, però
quello che ci interessa qui sono le testimonianze che raccontano come gli uomini primitivi all’inizio dell’esistenza umana
svilupparono idee, miti e tradizioni per riconciliarsi con la morte.

Un buon romanzo che parla degli indiani può essere considerato il classico del 1826 L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Oppure Balla coi lupi di Michael Blake, edito in Italia dal 1991 è interessante anche se è più difficile da trovare. Magari se siete fortunati su una bancarella dell’usato lo potete adocchiare. Da entrambi sono stati tratti dei bellissimi film ma evito di parlarne, magari un’altra volta.

Grazie mille e buona lettura a tutti!!