La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1

Benvenuto lettore dell’ignoto, spero tu abbia già pronte le valige perché stiamo per ripartire. Siamo appena tornati da Efeso, luogo d’incontro tra la magia d’oriente e d’occidente, luogo in cui è esistita una delle incredibili meraviglie dell’antichità e sono già pronta per portarti all’isola greca di Samo, patria della magia dei numeri e della musica, luogo di nascita del misterioso Pitagora, fondatore dell’ omonima scuola.

A differenza di Efeso di cui ci sono rimaste solo poche rovine disseminate in una zona paludosa, Samo è una ridente isoletta soleggiata ricca di vigneti, ulivi e alberi da frutto. Un buon posto per passare qualche giorno di vacanza. Purtroppo però i segni del passaggio del maestro sono molto pochi e non sempre facili da cogliere.

Ma Samo non è solo una meta turistica con dell’ ottimo vino ma è anche famosa per i reperti archeologici rinvenuti e perché ha dato i natali a personaggi come Epicuro, Anacreonte e ovviamente al maestro Pitagora. Proprio quest’ultimo è oggetto dell’articolo di oggi. Mentre passeggiamo nel porto di Vathy lascia che ti racconti della storia di Pitagora e dei suoi legami con la numerologia, con la mistica e le scienze occulte della musica.

Il simbolismo legato al misticismo della scuola pitagorica vede tra i simboli più importanti il pentacolo Pitagorico, esso era il segno di riconoscimento di Pitagora e dei suoi discepoli. Ed è oggi ritenuto simbolo di salute.

Samo, una delle più verdi isole greche e una delle più vicine alla Turchia, nel 1955 celebrò un evento singolare: il duemilacinquecentesimo anniversario della nascita della prima scuola di filosofia nel mondo. Fondata da Pitagora che fu la prima persona a usare la parola “filosofo” nel significato di “amante della saggezza” e le sue scoperte influenzano ancora oggi il nostro modo di pensare. Basterebbero i suoi contributi al mondo della matematica e della musica per renderlo degno di rispetto e ammirazione: matematica e musica noi lettori del mistero sappiamo bene che sono le forme basilari della magia del mondo greco, ma c’è di più, molto di più in Pitagora e di più dobbiamo alla sua scuola.

Alcuni scrittori antichi pensavano che quest’uomo, la cui saggezza era stata prevista dall’oracolo di Delfi, fosse lui stesso un Dio mandato sulla terra per istruire e recar saggezza al genere umano. Godfrey Higgins, nel suo Anacalypsus avanza l’ipotesi che il mito di Pitagora possa essere anche la base per il mito di Gesù. A ogni buon conto la saggezza e la conoscenza attribuitegli non hanno confronti. Nel volume Gli insegnamenti segreti di tutte le epoche, P.Hall ci fa sapere che Pitagora era in grado di parlare con gli spiriti dell’acqua:

“Con la mente poteva fare cambiare direzione di volo a un uccello, convincere un orso a cessare le sue devastazioni in un villaggio, persuadere un toro a cambiare dieta. Era anche dotato di una seconda vista che gli consentiva di prevedere e descrivere con grande precisione fatti non ancora avvenuti, superando quindi spazio e tempo.”

Vi dice niente l’ultimo film di Indiana Jones? Si dice che il maestro possedesse una ruota straordinaria per mezzo della quale era in grado di predire gli eventi futuri.

Parliamo adesso dei numeri sacri di Pitagora e della loro connessione con la magia. Avete mai sentito parlare della teoria della triangolarità? Secondo Pitagora tutto in natura poteva essere diviso in tre parti e la porta verso la conoscenza era a suo giudizio, la capacità di vedere il problema in chiave triangolare. “Trovate il triangolo” diceva, “e il vostro problema è per due terzi risolto”. Anche il mondo, quindi poteva essere diviso in tre parti. Quasi tutto il creato, tutti gli esseri che si sostentavano di cibo materiale erano, per lui, la parte bassa, inferiore del mondo. Al di sopra esisteva un Mondo Superiore e sopra ancora un mondo Supremo. A questo sommo livello, sosteneva Pitagora, l’uomo può solo aspirare, se riesce a trascendere la sua natura materiale, a essere accettato dagli dei e a dividere con loro l’immortalità.

Torniamo indietro di qualche anno, ricordate quando è nato? Pitagora figlio di un gioielliere di nome Mnesarco, era nato a Samo nel 582 a.C. Ancor prima della nascita era già stato consacrato ad Apollo dio della luce, e aveva solo un anno quando la madre lo portò in un tempio in Libano dove un grande sacerdote israelita gli impartì una benedizione speciale. Fu sin da piccolo sotto l’influenza di Talete, considerato il più saggio dei sapienti in Grecia. Avrebbe poi trascorso parte della sua giovinezza in Egitto, dove fu inventata la geometria che da quelle parti era necessaria per calcolare l’estensione delle piene del fiume Nilo e quindi lo spazio fertile a disposizione.

La matematica divenne ben presto la passione del giovane Pitagora affascinato dagli studi della mistica dei numeri, in modo particolare era affascinato dal numero 10 (la somma di 1, 2, 3, e 4) che acquista importanza sia perché, a suo parere, il numero perfetto doveva contenere un numero uguale di cifre pari e dispari, sia perché egli pensava che il 10 fosse “il principio della salute”. Per dimostrare la sua teoria, soleva costruire una piramide di sassolini (con una base di 4 sassolini, poi 3 ecc.) a riprova di come il 10 andasse a formare un perfetto triangolo. I cieli, a suo dire, contenevano 10 corpi celesti in movimento: la terra, l’anti terra, il sole, la luna, cinque pianeti e le stelle fisse. Nella mistica magica di Pitagora ogni numero riporta agli altri: il tre porta al dieci e viceversa.

Ma le conoscenze di Pitagora non si limitano certo solo alla matematica e alla geometria. Egli circonda di aura mistica e magica anche la musica. Uno dei suoi esperimenti più famosi riguarda la sperimentazione con delle corde di lunghezza e grossezza diversa, la cui tensione (e tono conseguente) poteva essere cambiata girando un vite. La corda più corta produceva il suono più acuto, quella più lunga il suono più basso. Il passo successivo furono le sperimentazioni sulle proporzioni e le misure; Pitagora trova tre consonanze: l’ottava (½), la quinta (⅔) e la quarta (¾). “Le armonie”, conclude, “dipendono dalle proporzioni matematiche”.

https://enalion.click2stream.com/ (qui trovate una visuale live della Webcam dal porto di Samo. In caso non sia più on line fatemelo sapere con un messaggio o un commento, grazie mille.)

Gli aneddoti, veri o inventati che riguardano la vita del maestro sono innumerevoli, forse a causa dell’aura di mistero che lo circondava. Credo che la sua fama lo precedesse e molto probabilmente ogni persona che lo incontrava aveva un qualche episodio da raccontare e tramandare. Ad esempio lo statista romano Boezio, del VI secolo d.C., racconta un aneddoto a proposito delle ricerche sulla musica. Pitagora un giorno mentre passava davanti alla bottega di un fabbro, si ferma ad ascoltare il battere dei martelli sull’incudine. Il suo udito fu colpito da un suono in armonico. Entrò nella bottega e pesò i martelli; scoprì che quattro erano in proporzione matematica 12, 9, 8, 6 mentre il quinto no. Eliminato quello fece battere nuovamente gli altri scoprendo che il più pesante era il doppio di quello più leggero, aveva un suono più basso di una intera ottava.

L’aneddoto è delizioso, ma purtroppo, come dice Benjamin Farrington nel suo libro Scienza Greca: “C’è una certa confusione nella tradizione, perché l’esperimento con i martelli non darebbe i risultati che il racconto prevede”. Ma a noi poco importa della credibilità o meno dell’ aneddoto, a noi interessano il fascino emanato da quest’ uomo le cui conoscenze matematiche e mistiche si mescolavano a tal punto da renderlo una figura affascinante per i suoi contemporanei e non solo.

Torniamo alla magia della musica, della teoria dell’ armonia delle sfere cosa vi ricordate?

<La funzione della geometria è quella di allontanarci dal percettibile e dal caduco per portarci nella sfera dell’intelligenza e dell’eternità. Poiché la contemplazione dell’eterno è lo scopo della filosofia così come la contemplazione dei misteri è lo scopo della religione.>

Plutarco

Volgendo la sua attenzione all’eterno, Pitagora come passo successivo sviluppa la teoria dell’armonia delle sfere. “La distanza tra il Sole e la Terra”, ipotizzava, “è doppia di quella esistente tra la Terra e la Luna, la distanza di Venere è tre volte maggiore, quella di Mercurio quattro volte, e quella degli altri pianeti in proporzione. Ne consegue l’armonia dell’universo, l’armonia delle sfere appunto, un’armonia più intensa e profonda di quella che suoni mortali possono produrre”.

Aristotele, che era scettico a proposito della magia del numero 10, sosteneva che i pitagorici avevano inventato l’Anti-Terra per adattare i fatti alle loro opinioni; era invece più affascinato dall’idea dell’armonia delle sfere e cerca di spiegare perchè, se questa musica era vera in senso letterale, reale, le persone non erano di fatto in grado di udirla. “Questi suoni”, diceva, “sono con noi sin dalla nascita, così che noi non abbiamo mai sentito il silenzio vero, il quale non si è quindi mai contrapposto a questa musica, proprio come a chi lavora il bronzo, il continuo assordante rumore che provoca pian piano gli diventa indifferente, non lo sente più”.

Ma torniamo alla figura di Pitagora maestro di magia. Quando decide di darsi all’ insegnamento trova discepoli dapprima alla scuola di Samo e poi nel 529 a.C. a Crotone, in Italia, dove si era trasferito (ma di questo parleremo nel prossimo articolo).

Organizza la sua scuola secondo regole e precetti che egli stesso detta. I suoi seguaci avevano l’obbligo di meditare e di esaminare quotidianamente le proprie coscienze. Il filosofo una volta disse anche ai suoi pupilli che “la dominazione della lingua” è uno dei successi più difficili da raggiungere. Pensiero che secoli dopo echegga nelle parole del suo famoso discepolo Apollonio di Tiana, che rimase per cinque anni di fila senza parlare dopo aver affermato che “la loquacità ha molti svantaggi, il silenzio nessuno”. Nonostante Pitagora fosse morto da quattro secoli quando Apollonio nacque in Asia Minore, attorno al 4 a.C., gli insegnamenti del maestro erano ancora molto diffusi. Il giovane prese il voto dei pitagorici assoggettandosi alla loro severa disciplina e viaggiando moltissimo, così come il maestro aveva fatto molto tempo prima di lui. La biografia scritta da Filostrato è la sola fonte di informazione che abbiamo su Apollonio di Tiana, sui miracoli che si dice abbia compiuto e sul modo misterioso in cui sparì invece di morire.

Nella sua scuola, Pitagora, iniziava e concludeva la giornata con dei canti e curava molti disturbi con composizioni musicali scritte appositamente per il malato. I nuovi iniziati, se si dimostravano degni, venivano ammessi e potevano passeggiare liberamente in una sorta di vestibolo interno del tempio. “In quella palestra”, scrive W. J. Colville in Misteri antichi e Rivelazioni, “gli adepti erano incoraggiati a esprimere le loro opinioni e i loro pensieri, e a volte lo stesso Pitagora appariva inaspettatamente e si metteva a conversare con uno sconosciuto; osservando le sue parole e i suoi gesti arrivava a conclusioni che erano sempre esatte. In particolare il maestro prestava grande attenzione al portamento e al modo di ridere, che sono sempre atteggiamenti rivelatori del carattere delle persone. Aveva anche fatto uno studio così approfondito dei tratti del viso che vi sapeva leggere inclinazioni e disposizioni al primo sguardo”.

Dopo alcuni mesi di tirocinio preliminare, l’aspirante pitagorico veniva sottoposto a varie prove, una delle quali consisteva nel passare la notte in una grotta infestata da forze misteriose che assumevano forme raccapriccianti. Se il candidato aveva sufficiente coraggio per superare la prova, passava dagli stadi iniziali che duravano dai due ai cinque anni, alla fase nella quale veniva accettato nella casa del maestro insieme con gli altri discepoli. “Solo allora cominciava la vera iniziazione. A questo punto veniva data un’esposizione razionale della dottrina occulta, basata soprattutto sulla scienza dei numeri, la cui valenza esoterica non era rivelata agli esterni ma solo agli adepti che se ne erano mostrati degni”.

“La distinzione tra matematica per tutti e quella sacra riservata agli adepti era grande”. Le lezioni cominciavano al mattino, in piena luce, normalmente all’aperto sotto i raggi del sole. Perché il maestro, come l’imperatore Giuliano che seguirà i suoi precetti quasi 700 anni dopo, credeva nel sole come “fuoco dentro tutto” e pensava che l’energia emanasse da ogni essere vivente, come da ogni modello, da ogni forma, da ogni organizzazione esistente in natura.

Credo che per la prima parte del nostro viaggio possa bastare, la prossima volta torniamo a parlare della scuola pitagorica e dei precetti magici che insegnava. Fino ad allora buona lettura a tutti voi lettori dell’ignoto.

Alice Tonini

5 risposte a “La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1”

  1. Avatar Francesca Monteverdi
    Francesca Monteverdi

    la grafica del sito nuovo è pazzesca!

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  2. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Come sempre un bel lavoro di ricerca. Io non amo i numeri (proprio per niente) ma trovo interessante la storia di Pitagora, che conoscevo solo come matematico e di conseguenza non avevo mai approfondito. Grazie e… alla prossima.

    Piace a 1 persona

  3. Avatar Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo #2 🏛️ | Alice Tonini

    […] Lettori del mistero bentrovati. Oggi terminiamo la nostra passeggiata per l’isola di Samo, discorrendo di magia, musica e numeri, per farci una idea delle antiche radici della creatività e del misticismo legato all’arte che nei tempi antichi era considerata sacra. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1 […]

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  4. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] visto come veniva utilizzata la magia della musica per curare le malattie e costruire le città. La Magia dei Numeri: Pitagora e Samo #1, Pitagora: Misticismo e Creatività a Samo […]

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La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell'impero romano. #3

Benvenuto lettore dell’ignoto, accompagnati nella nostra ultima passeggiata tra le rovine di Efeso. È estate e fa caldo, tra le rovine si aggirano stormi di zanzare quindi ci sposteremo a visitare luoghi più ospitali.

 

Le scorse volte durante le nostre passeggiate abbiamo parlato di come è nata Efeso, quali sono le leggende alla base dello sviluppo di quella che era considerata una città importante sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista culturale e religioso. Abbiamo poi visitato le rovine del tempio, una delle meraviglie dell’antichità e abbiamo parlato della sua storia e della mistica legata alla simbologia sacra. Abbiamo visto dove si trovava il teatro di Efeso e abbiamo percorso le enormi strade lastricate di marmo che ancora oggi attraversano le rovine. 

Prima di andarcene facciamo un ultimo giro tra i resti della città e lasciate che vi racconti di qualche altra leggenda che riguarda Efeso. 

 

 

Avete notato quelle statue della dea Artemide che gli archeologi hanno trovato tra le rovine? 

Si dice che sia l’immagine della dea che ha ispirato il grandioso tempio.

La simbologia è legata a quella della dea delle Amazzoni e secondo i miti è da far risalire a tempi più antichi rispetto alla fondazione della città. L’immagine della divinità è ispirata a quella della palma da dattero che era simbolo di prosperità, fertilità e della ricchezza femminile. Bisogna considerare che in tempi antichi il dattero era una risorsa alimentare fondamentale per le popolazioni della zona.

Dice una leggenda che una notte in città cadde dal cielo una piccola pietra, probabilmente un meteorite, e attorno a quella venne eretto il primo altare dedicato alla dea. Per secoli la pietra ( Diopet) che si diceva fosse stata invitata da Giove, fu incastonata nel murale accanto all’altare o nella corona turrita della statua della dea che fu realizzata dai greci in sostituzione della palma. Questa pietra era considerata l’oggetto più sacro di tutto il tempio e secondo gli archeologi potrebbe essere sopravvissuta alla distruzione dell’altare. Secondo una fonte la pietra originale si troverebbe ora nel museo della città di Liverpool; il museo avrebbe ottenuto la pietra da un antiquario di nome Charles Seltman, che l’aveva comprata a Efeso negli anni Quaranta.

 

Questo sarebbe il famoso Diopet di Efeso che si dice fosse incastonato nella statua del tempio ma le discussioni sono ancora molte. 

 

Il sovrintendente di Liverpool il dottor Dorothy Downes, dice che il fatto che sia stata acquistata a Efeso non ne prova l’origine, ma che “potrebbe provenire da uno dei templi di Efeso”. Secondo gli studi la pietra era originariamente un pestello risalente al neolitico, realizzato in giada vulcanica, e il sovrintendente aggiunge che secondo loro “diventò oggetto di culto attorno al 700 a.C. quando gli fu data un’altra forma e vennero aggiunte delle striscie in ferro”. Moltissimi all’epoca pensavano che queste pietre fossero meteoriti piovute dal cielo a opera degli dei e per questo le consideravano sacre.

 

 

L’immagine che avete visto sopra viene denominata “Diana di Efeso” ed è arrivata sino a noi attraverso le statuette che riproducevano in piccolo l’originale e che erano vendute in città alle migliaia di pellegrini che ogni anno venivano a visitare il tempio da tutto il Mediterraneo. Per capirci erano un po’ come dei moderni souvenir portafortuna. Le statuette sono anche menzonate nella Bibbia e lo stesso Demetrio, tra tanti, ne fece diverse copie. Quel Demetrio cesellatore d’argenti che dopo aver sentito parlare Paolo di Tarso radunò i suoi colleghi e così parlò loro:

Non è solo la nostra professione a essere in pericolo, ma lo stesso tempio della dea Diana, che così finirà per essere abbandonato da tutti. E la sua maestà che l’Asia e l’intero mindo rispetta e adora sarà negletta e abbandonata!”

La leggenda narra che queste parole eccitarono i colleghi di Demetrio a tal punto che al grido di “grande è Diana di Efeso!” presero a tumultuare. E la ribellione presto si estese a tutta la città, costringendo Paolo a fuggire.

Comunque sia andata oggi sappiamo che le statuine potevano variare nei dettagli e ci sono diverse interpretazioni e letture dei significati simbolici mistici. La più comune vuole che la dea della fertilità, con origini orientali e che veniva rappresentata con una magnificenza di vesti tipica dell’Oriente, si fondesse con l’immagine di Artemide-Diana, dea della natura.

I testi degli studiosi descrivono tutti l’immagine che ne deriva come mostruosa, una donna con molti seni. La figura rappresentata, adornata di vesti e monili preziosi ha una collana di seni, che si può spiegare con la leggenda della palma da dattero che già vi ho citato prima: l’albero era sempre pieno di frutti ai tempi delle feste artemisie che si tenevano in città. E’ più che probabile quindi che una collana di datteri maturi adornasse le statue in città durante la celebrazione. Le statuine finirono per riprodurre queste decorazioni tradizionali e la collana di frutti divenne una collana di seni.

 

Amazzone

 

Questa è la versione più accreditata tra gli studiosi perchè non contrasta con la tradizione che ci rimanda all’Amazzone, legata al mito classico dove la dea è “regina e cacciatrice, casta e pura” allo stesso tempo. In quella prima rappresentazione antica la sua immagine è snella e dai seni eretti di giovinetta, simile ad altre immagine dello stesso tipo risalenti ai primi anni della fondazione della città. La dea in quel caso aveva entrambe le braccia tese in avanti con i palmi delle mani aperti e dei minuscoli leoni sulle spalle. La parte bassa del corpo è coperta da tre fasce o fregi con teste di cervi, buoi e leoni.

Molte statuette hanno anche un ciondolo: a forma di scorpione, con una mezzaluna, dai corni che puntano al basso. Tutte hanno in comune la curiosa corona dove è incastonata la sacra pietra. I visi sono solitamente in stile ellenistico, con tratti puri e regolari.

Della statua originale non è mai stata trovata traccia. Dalle descrizioni che ci sono giunte doveva essere spettacolare: nel tempio interno stava su un altare largo oltre venti metri, circondata da un doppio ordine di colonne. Fu distrutta nel 400 d.C. Da un cristiano fanatico che si vantò poi di aver abbattuto l’immagine del demonio Artemide. 

Nei secoli il tempio venne lentamente a perdere d’importanza. Solo il culto di Diana sopravvisse alla distruzione definitiva da parte dei goti. I temi mistici e le antiche credenze divennero a pannaggio di gruppi segreti e clandestini quando l’imperatore Costantino, che precedette Giuliano l’apostata, proclamò il cristianesimo religione ufficiale dell’impero romano. L’azione dell’imperatore Giuliano che cercò invano di fare rivivere il culto non servì a nulla, la fase di declino era ormai nel pieno.

Ma avviamoci verso l’antico porto di Efeso e parliamo della fine della città e quindi della storia di Giuliano l’apostata, l’ultimo difensore del paganesimo.

 

Statua di Giuliano l’apostata 

 

Si dice che l’uomo più famoso di Efeso, al tempo di Costantino, fosse il filosofo-mago di nome Massimo. Fu lui a iniziare l’imperatore Giuliano ai misteri Eleusini, fu lui ad avviarlo alle pratiche mistiche e anche, si dice, ai riti notturni alla dea Ecate.

Per chi di voi non si intendesse troppo di mistica Ecate è una dea oscura legata al ciclo lunare, diciamo che è il volto buio di Artemide-Diana. Le leggende e le testimonianze dell’epoca ci raccontano che durante le notti di luna nera il tempio apparteneva a lei ed era allora che si svolgevano i riti a lei dedicati.

Come già vi ho mostrato prima tutte le divinità femminili antiche ebbero la tendenza a fondersi in una sola figura. La madre terra personificata da Cibele, Demetra e Iside, e la Vergine conosciuta come Artemide, Persefone ed Ecate sono tutti aspetti comuni della figura sacra femminile, tessitrice di mistero e dotata di intuizione magica. Lo stesso meccanismo si è perpetrato nel tempo fino ai giorni nostri secondo l’opinione di Robert Graves, studioso dei miti della grecia antica. Egli ipotizza che quando il mondo occidentale adottò il dio maschile e la figura di Gesù, incominciò il declino del significato profondo e psichico della vita per come molte persone dell’epoca la concepivano. I cattolici fecero quindi un tentativo per tornare alla venerazione femminile con l’inserimento della figura di Maria Vergine e madre (tentativo che venne frustrato dalle forze della Riforma, ma quelli furono altri tempi).

Ecate 

 

Torniamo ora alla nostra storia e alla fine di Efeso. Massimo il mago convinse l’imperatore Giuliano, che credeva nel principio della metempsicosi (cioè nella reincarnazione) di avere in sé l’anima di Alessandro il Grande e di essere per questo destinato a conquistare il mondo.

Giuseppe Ricciotti nel suo libro Giuliano l’apostata racconta in modo molto pittoresco di come Massimo e Giuliano s’incontrarono la prima volta. Allora Giuliano, ufficialmente ancora un cristiano per evitare la collera di suo zio, l’imperatore Costantino, studiava con Eusebio, a Pergamo. Il suo maestro non era del tutto in sintonia con le idee di Massimo che all’epoca si era già fatto una solida fama come sacerdote del paganesimo ellenico. Eusebio raccontò a Giuliano di quando una volta il mago l’aveva invitato con alcuni amici al tempio durante i rituali di Ecate dove aveva bruciato incensi e recitato inni. Ad un certo punto la statua della dea iniziò a sorridere e poi a ridere a piena gola. Massimo li calmò e disse loro di guardare con attenzione e più da vicino perchè le torce che la dea teneva in mano stavano per accendersi. E infatti così fù.

Eusebio probabilmente pensava che l’episodio narrato sarebbe bastato al giovane Giuliano per perdere interesse in Massimo, invece accadde proprio il contrario.

Disse Giuliano: “Addio. Tieniti i tuoi libri, mi hai fatto trovare l’uomo che fa per me.” E lasciato il maestro se ne partì per Efeso, dove studiò seriamente le arti occulte, partecipando a un vero e proprio corso a esse dedcato. Fu iniziato ufficialmente ai misteri, con i riti del caso: cerimonie sotterranee accompagnate da suoni misteriosi, esalazioni ributtanti, truci apparizioni.

Da quel momento, racconta il prete cristiano Gregorio, che scrisse una delle biografie di Giuliano più famose (ovviamente in negativo), Giuliano fu posseduto dal demonio.

 

Costantino osserva il nipote con sguardo severo…

 

Durante la fanciullezza Giuliano s’era tenuto i propri pensieri per sé, sapendo bene che se avesse rivelato le sue credenze avrebbe rischiato la vita. Lo zio Costantino non era uomo tollerante e dopo avere ammazzato i suoi tre figli, aveva adottato il cristianesimo come religione semiufficiale di stato rendendosi conto che gli sarebbe potuta servire come potente strumento dell’autorità imperiale per il controllo del popolo.

Giuliano che era nato con il nome di Flavio Claudio Giuliano il 6 novembre 331 d.C. a Costantinopoli fu un adoratore del sole, anche se in gioventù aveva superficialmente accettato il cristianesimo, una religione che lo lasciava scettico e che derideva. Come la maggior parte dei suoi contemporanei, usava il termine “magico” in senso spregiativo e una volta si lasciò scappare che: “Paolo di Tarso era il più grande dei maghi e degli impostori mai venuti al mondo“.

Re Salomone 

 

Giuliano era pieno di sarcasmo verso gli incantesimi cristiani che, secondo lui, erano capaci di ridare purezza con l’acqua battesimale ai fornicatori, agli idolatri, agli adulteri, ai ladri, ai ricattatori e ad ogni sorta di malfattore, ma non erano in grado di curare nessun malanno fisico. Lui invece, credeva in tutte le forme di divinazione pagane compreso l’esame delle viscere e l’interpretazione dei sogni e dei segni.

Giuliano aveva vent’anni quando andò la prima volta a Efeso all’inizio di una carriera breve e intensa che lo portò a studiare magia ad Atene, a essere ammesso ai misteri Eleusini, a divenire comandante militare del fronte occidentale nel 355 d.C. e infine imperatore alla morte di Costantino nel 362. Il primo atto del nuovo imperatore fu quello di riaprire tutti i templi pagani e di cercare di fermare l’onda montante del cristianesimo. Ma l’onda era troppo forte anche per lui, e soltanto un anno dopo, mentre conduceva con successo una campagna militare contro i persiani fu assassinato. Aveva 32 anni e con la sua morte l’ultima opposizione al cristianesimo venne a mancare.

I suoi nemici cristiani, detto per inciso, rimarcarono con sarcasmo come il giavellotto che lo uccise gi avesse trapassato il fegato. Anche loro, dopotutto, esattamente come i pagani, pensavano che il fegato fosse un organo importante per la divinazione.

Gli storici hanno fatto innumerevoli speculazioni sull’ascendente che Massimo, il grande sacerdote del paganesimo ellenistico, il conoscitore delle arti solitamente concesse dagli dei, aveva sul giovane che sarebbe diventato imperatore. La magia che Massimo aveva insegnato a Giuliano era teurgica.

Per intenderci si tratta di evocare il divino per mezzo di rituali che portano l’entità a possedere un essere inanimato o potevano essere tecniche estatiche. Gli spiriti erano appositamente evocati con lo scopo di discendere sulla terra. Si tratta quindi di una unione mistica tra dio e l’uomo.

Gli ecclesiastici medievali, seguendo in blocco la condanna di sant’Agostino si rifiutarono di fare differenza alcuna fra la teurgica, che noi chiameremo volgarmente anche magia bianca e la magia popolare termine spregiativo con il qualce spesso si intende soltanto la magia nera. Il risultato nei secoli successivi fu la condanna di entrambe le pratiche.

In Giuliano l’apostata il Ricciotti commenta che sarebbe un errore considerare le magie di Massimo come pure e semplici frodi. “Se per il Teurgo il divino è diffuso ovunque nel cosmo…tutto quel che induce il divino a rivelarsi è attività teurgica legittima. E per ottenere una simile manifestazione del divino si può ricorrere alle leggi fisiche, chimiche e ottiche conosciute. Ed è anche possibile rafforzare e arricchire l’effetto con messinscena, scenografie e tutto ciò che può aiutare a raggiungere l’effetto teurgico desiderato”. Un esempio? Salnitro mescolato a carbonella può simulare gli effetti di un tuono.

Libanio, filosofo e amico di Giuliano, descrive Massimo come “il buon “medico che cambia le concezioni del futuro imperatore e conferma a Giuliano quel che i sogni gli avevano lasciato intravedere: proprio lui sarebbe stato il restauratore degli antichi dei dopo aver debellato il cristianesimo.

Altri commentatori dell’epoca non sono così teneri con Massimo. Lo storico-soldato Ammiano, scrisse che nemmeno un ateo avrebbe potuto partire per un viaggio senza consultare l’oroscopo, eppure egli considerava indecorosa l’entusiastica accoglienza che Giuliano fa al suo vecchio amico-mago quando diventa imperatore. E comunque sembra che Massimo davvero abbia esercitato un influenza straordinaria sull’uomo le cui azioni governavano il fato di milioni di individui.

“Probabilmente un ciarlatano, certamente un mestatore…considerato un conoscitore di curiose arti che solitamente vengono attribuite agli dei.” Questo è il commento di W. Douglas Simpson, autore di un altro libro intolato anch’esso, Giuliano l’apostata. È probabilmente un commento abbastanza tipico.

Dopo che Giuliano fu ucciso, anche Massimo fece una brutta fine. Le autorità cristiane lo mandarono a Efeso dove fu decapitato nel 376 d.C.

Massimo fu l’ultimo di una serie di Efesini che avevano dedicato la vita alle arti occulte sotto l’egida della dea lunare. Eraclito (535-475 a.C. ) il più celebre di tutti, il “filosofo oscuro” era nato e aveva vissuto tutta la sua vita a Efeso. E in un certo senso è lui il fondatore della metafisica.  “Tutte le cose sono una sola cosa”, scriveva, “e questa è fatta di molte opposte tensioni, come caldo e freddo, buono e cattivo, giorno e notte…metà inseparabili della stessa, unica cosa. E la vita è, nella sua essenza un cambiamento e il suo elemento base è il fuoco.” Precetti fondamentali tra filosofia e occultismo.

 

Eraclito l’oscuro 

 

Altro esempio di mago famoso? Falkner scrive che gli ebrei in Efeso erano in preda “a una grande superstizione” e credevano che Salomone avesse scoperto il potere di esorcizzare gli spirirti malvagi “con l’aiuto di alcune erbe meravigliose a lui note”. Salomone figlio di Davide e Betsabea, fu re d’israele nel X secolo a.C. Famoso per la sua saggezza e ricchezza, fu anche un leggendario e grande mago. A lui è attribuito il testo medievale di magia L’anello di re Salomone. Chiamato anche “il mago dei maghi” e  “il signore dell’occulto e dei suoi regni”, la sua fama lo rende famoso ancora oggi.

Il nostro viaggio a Efeso si conclude qui, con un breve accenno a una pratica magica poco nota: i segni magici conosciuti come “lettere di Efeso”. Secondo Eustazio, si trattava di incatesimi incisi sui piedi, sulla cintura e sulla corona di una statuetta della dea che a quel tempo si erano conquistati la fama di rendere invincibili. E ci sono molti riferimenti a quegli incantesimi usati segretamente dagli atleti o da chi affrontava competizioni. Si dice che un lottatore avesse sconfitto 300 avversari prima che il suo incantesimo fosse scoperto e gli venisse tolto. Anaxilao scrisse in proposito. “Gli atleti e i concorrenti dei giochi olimpici si rivolgono alle arti magiche per desiderio di vittoria”. Oggigiorno il giudice sportivo cerca tracce dell’uso di droghe che possono avvantaggiare l’atleta. Ma ai tempi di Roma, secondo Marcellino, un fantino di nome Illario fu condannato a morte perchè “aveva mandato suo figlio da un mago ad apprendere incantesimi e magie con le quali all’insaputa di tutti lui riusciva a ottenere quello che voleva nella sua professione.”

Secondo Falkener, forse questa superstizione, che regge sino al medioevo, è la ragione per la quale si chiedeva ai combattenti prima del duello risolutore un giuramento solenne che affermasse che essi avevano un cuore puro, cioè rifiutavano le pratiche magiche.

 Il leggendario re Creso, si dice, evitò di essere bruciato vivo grazie alle “lettere di Efeso” pronunciate sulla pira. E molti maghi come Salomone sembra abbiano esorcizzato gli spiriti maligni costringendoli a recitare le famose lettere.

Ma in cosa consistevano le lettere? Per quel che ci è dato di sapere, erano un certo numero di parole scritte in greco. Parole che indicavano il buio, la luce, la terra, un anno, il sole e la verità. Probabilmente erano scritte su pergamena o incise su statuette e amuleti e di certo portate addosso, in sacchetti di cuoio cuciti agli abiti.

Così suggerisce un passo dei Proverbi di Atene, in rima:

La pelle unta di unguento dorato effiminatamente vestito di soffici panni e delicate babbucce – 

masticando cipolle; sgranocchiando formaggio;

mangiando uova crude; succhiando crostacei;

sorseggiando calici di ricco Chian ( mistura di aglio, porri, formaggio, olio, aceto e erbe essicate)

e portando in un borsello di cuoio 

le lettere d’Efeso come talismano

 

E così nonostante abbiamo trovato solo frammenti di quel mondo a illuminare la magia che era in Efeso e di Efeso, simbolica casa di Diana, il fascino che circonda la città rimane immutato fino ai giorni nostri.

 

Pianta di amaranto 

 

L’erba associata a Diana di Efeso è l’amaranto, che in greco significa che non appassisce. E la scelta fu profetica, perchè Diana resta un concetto pieno di fascino, un concetto che non tramonta e curiosamente di nuovo in auge nel mondo odierno dove la donna cerca una nuova definizione del suo ruolo, in una società che da troppo tempo ha perso l’armonia della natura e la sintonia con essa.

Le rovine di Efeso sono un luogo che attrae principalmente per i suoi resti risalenti all’epoca cristiana ma come abbiamo visto ci sono molte altre storie da raccontare ancora più antiche, leggende nate dai primi uomini che abitarono la zona e che si perdono nella memoria.

Purtroppo caro lettore dell’ignoto ci apprestiamo a lasciare queste rovine così ricche di magia e mistero per raggiungere un’altra destinazione. Spero abbiate gradito la nostra passeggiata e come al solito vi auguro una buona lettura o la buona visione di un film del nostro genere preferito.

Alla prossima.

 

Alice Tonini

In collaborazione con Carla Broglia autrice del blog “Più sai-più sei”

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Facciamo la conoscenza dei primi maghi della storia tra esorcismi, magie curative e stregoneria

Oggi ci addentriamo ancora una volta nelle nebbie della storia con un articolo che parla di formule magiche incise nell’argilla (la carta non esisteva), esoterismo e magia.

Abbiamo già trattato delle prime storie di fantasmiche sono giunte fino a noi e abbiamo visto che esistevano nell’antica terra di Mesopotamia delle figure professionali che si occupavano in prima persona di risolvere ogni problema che poteva sorgere con queste entità.

La magia faceva parte della vita quotidiana dell’antica società mesopotamica. Voglio ricordarvi che quando parlo della “società mesopotamica” intendo quelle zone che oggi corrispondono circa a Iran e Siria, dove era diffusa la scrittura cuneiforme sulle tavolette che ci fanno da testimoni silenziosi. La civiltà nelle terre tra il tigri e l’eufrate si è evoluta a partire dal IV millennio a.C., le ultime tracce risalgono al 500 a.C. I popoli di cui abbiamo più testimonianze sono gli assiri, i babilonesi e i sumeri.

L’angolo da cui vedevano la magia questi popoli era molto diverso da come possiamo intenderla oggi. Abbiamo già accennato alle credenze sui fantasmi e sui demoni; la magia non era qualcosa in cui potevano credere o meno ma era semplicemente parte del mondo, le cose stavano così non c’era un altro modo di intendere la realtà.

Ad oggi dagli archeologi sono state ritrovate circa dalle 150.000 alle 200.000 tavole risalenti alle civiltà babilonese e sumera, la maggioranza sono in pessime condizioni ma ancora riescono a raccontarci di usanze che a noi possono sembrare incredibili. 

Tavola esposta al British museum con i doveri di un mago 

Questa tavoletta ad esempio riporta iscritti quelli che erano i doveri di un mago professionista. Chiamati ashipu erano le persone qualificate e specializzate nel praticare la magia divina. Qualcuno decise di incidere su una tavoletta di argilla quelle che erano le loro responsabilità e i doveri professionali. Per darvi una idea di com’era la vita di un mago sappiate che il primo dei loro doveri era quello di consacrare i templi, dovevano assicurarsi che non ci fossero fantasmi o demoni a spasso che avrebbero potuto disturbare i fedeli. In secondo luogo praticavano incantesimi e toglievano le maledizioni e il malocchio. In terzo luogo avevano la funzione di dottori. 

Come abbiamo visto l’altra volta le malattie erano causate dai fantasmi e dai demoni quindi visitavano i pazienti a casa e diagnosticavano il tipo di disturbo di cui poteva soffrire. Dopo di ciò prescrivevano medicamenti a base di piante magiche o prescrivevano l’acquisto di statuette e amuleti rappresentanti un demone o un incantesimo inciso. i maghi potevano anche recitare degli incantamenti segreti, di cui solo loro erano custodi, per togliere la malattia ed esorcizzare gli ambienti e le persone che li occupavano.

Gli ashipu dovevano frequentare delle scuole per specializzarsi e ogni città aveva la propria. Dovete sapere che gli incantesimi di una scuola per ashipu erano diversi da quelli di un altra e tra le varie scuole c’era il massimo riserbo riguardo gli insegnamenti, c’era parecchia concorrenza. Gli archeologi hanno trovato di uno stesso incantesimo varie versioni scritte in modo diverso perché ogni mago utilizzava quanto gli era stato insegnato e lo poteva personalizzare a seconda delle necessità.

I maghi spesso collaboravano in team con altri maghi e il sapere del gruppo veniva scritto in una sorta di enciclopedia-manuale di istruzioni dove sul davanti e sul retro delle tavolette si possono trovare elenchi infiniti di nomi di demoni e di incantesimi per esorcizzarli. 

I demoni erano di origine divina o semi divina, non potevano essere eliminati o uccisi, non avevano un cuore e non soffrivano il dolore. Non avevano nulla a che vedere con l’esperienza umana al contrario dei fantasmi, delle streghe e degli stregoni. Le statuette che si utilizzavano per tenere lontane queste entità maligne venivano appese in casa o seppellite sotto al pavimento. Sappiamo che aspetto avevano i cani dell’epoca grazie a degli amuleti che sono stati ritrovati sotto al pavimento di alcune abitazioni. Questi amuleti rappresentanti dei terribili mastini con le fauci spalancate e avevano incisioni sul dorso dell’animale che avvertivano  il nemico del pericolo che queste creature rappresentavano.

Nessuna tavoletta sino ad ora ha mai riportato la testimonianza di qualcuno che vide un demone in prima persona, i disegni giunti fino a noi sono concettualizzazioni, visioni oniriche che avvenivano durante i rituali o gli incantesimi. Per esempio: abbiamo la terribile rappresentazione di un demone-capra, lontano dall’essere il demonio medievale, era accusato di essere la causa del mal di testa e questo si spiegava perché, secondo le credenze comuni, esso con le corna batteva contro la testa delle persone. 

Ogni demone è rappresentato con sembianze terribili: molteplici braccia e gambe deformi, la testa di animale e le unghie spropositate. 

Tavola del British museum che rappresenta Iamashita

Uno dei demoni più temuti e uno di quelli che i maghi dovevano affrontare più spesso era Iamashita che attaccava le donne incinte e i bambini appena nati. Con la testa di leone, gli artigli unghiuti e il corpo antropomorfo era davvero terribile. Cavalcava il dorso di un asino, teneva in mano serpenti e allattava un cane e un lupo. Della storia di questo demone sappiamo poco, ci è stato tramandato che nell’aldilà ha compiuto atti terribili (non si sa quali) e per questo venne mandata dal padre a vagare sulla terra alla ricerca dei neonati e delle madri per prendere le loro vite. Ai nostri occhi questa può essere è la rappresentazione iconica della mortalità infantile che all’epoca doveva essere altissima. Dobbiamo però considerare che per le genti di quell’epoca questa creatura, così come il demone-capra erano reali, semplicemente non li potevano vedere. E anche se oggi etichettiamo queste credenze come primitive queste persone si proteggevano dalla morte e dalle malattie portate da queste creature come potevano, e si rivolgevano ai maghi per farsi dare amuleti più o meno costosi e trovare un po’ di serenità.

I maghi durante le cerimonie rituali erano avvolti in un abito che si avvolgeva attorno al loro corpo conferendo la forma di un pesce, sulla testa portavano un cappello con la criniera di un leone e alcuni mettevano delle maschere. Mentre officiavano il paziente doveva restare sdraiato su di un letto mentre venivano recitate formule guaritrici e distribuite per casa tavolette per esorcizzare le presenze maligne. Bruciavano incenso per purificare l’ambiente e suonavano dei campanelli magici. Potevano anche usare dei bastoni o delle daghe sacre che si credeva avessero poteri terribili contro le creature dell’aldilà. 

La magia praticata dai maghi era attribuita alle divinità dei cieli mentre era diffusa anche la stregoneria il cui potere era attribuito alle sole mani dell’uomo ed era praticata da quelli che oggi potremmo chiamare stregoni e streghe. I loro incantamenti potevano essere causa di disgrazie e malattie. E’ stata rinvenuta e una intera raccolta di tavolette con le istruzioni dettagliate di come affrontare la stregoneria, quali rituali sono più efficaci per togliere l’effetto delle maledizioni lanciate dagli stregoni e dalle streghe. L’idea che ci fossero donne che potevano farti ammalare sussurrando parole di nascosto e puntandoti il dito contro o costruendo statuine di cera per gettarle nel fuoco e maledire qualcuno in passato era una credenza presa molto serio. Se c’erano malattie che si trasmettevano a tutti i membri di una famiglia, disturbi che non si riusciva a spiegare o fatti strani che non trovavano una soluzione era sicuramente stata fatta una stregoneria. 

Piccola tavoletta con incantesimo per la protezione personale. 

Nella legge di Hammurabi che sicuramente tutti conoscete per l’occhio per occhio e dente per dente, si può trovare anche un articolo che stabilisce la sentenza di morte per le streghe che erano scoperte a praticare. Queste credenze trovano un fine attorno al  900 a.C, nel periodo successivo la responsabilità delle malattie viene attribuita unicamente ai fantasmi e ai demoni in una evoluzione che ha puntato verso il mondo invisibile delle divinità.

Una menzione particolare l’hanno i necromanti, maghi specializzati che potevano parlare con i morti e che riuscivano a predire il futuro. Si trattava di pochi maghi altamente retribuiti che si potevano permettere solo le persone economicamente ricche. Spesso i re ne avevano a disposizione anche tre o quattro. Conoscevano formule magiche per risvegliare un defunto e riportarlo nel mondo dei vivi e durante il rituale utilizzavano una mistura di ingredienti che solo loro conoscevano. Il cliente doveva pagare ma anche procurare il teschio della persona che si intendeva risvegliare.

Spero che queste curiosità vi siano piaciute. Troppo spesso l’argomento “antica Mesopotamia” viene liquidato come materia da studiare per la scuola e poi presto dimenticato per fare posto all’argomento successivo. Per gli appassionati di esoterismo, di folklore e dell’horror in generale ci sono una infinità di curiosità che possono interessare.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell'antica mesopotamia

 Oggi torna la rubrica inchiostro nerofumo con un
super articolo e come al solito parliamo di horror e parliamo di
storia.

Partiamo subito con una domandona:
credete nell’esistenza dei fantasmi?

Potreste rispondere a questa domanda in
due modi: chi crede al soprannaturale e chi invece etichetta tutto
come cosa per creduloni.

Ma se facciamo qualche passo indietro
nel tempo e andiamo tra il Tigri e l’Eufrate troviamo una intera
civiltà che per più di tremila anni si è evoluta con l’assoluta
certezza dell’esistenza dei fantasmi e che ogni giorno aveva a che
fare con demoni e spiriti.

Una tavoletta mesopotamica di 5.000
anni è stata scoperta dagli archeologi inglesi qualche anno fa e
riporta trascritte le prime e più antiche storie di fantasmi di cui
siamo a conoscenza.

Oggi sappiamo che nell’antica civiltà
mesopotamica i fantasmi erano parte della vita di tutti i giorni. Ma
quali erano le leggende e le tradizioni assire e babilonesi legate ai
fantasmi?

L’antica Mesopotamia corrisponde agli
attuali territori di Iraq e Siria (circa). La civiltà preistorica di
cui parliamo ha trascritto molte informazioni che sono giunte sino a
noi, dalle registrazioni contabili commerciali fino alla mitologia,
utilizzando la scrittura cuneiforme, uno dei primi sistemi di
scrittura conosciuti. Gli scribi usavano tavolette di argilla e
iscrivevano le storie raccontandoci di come i fantasmi fossero una
forza soprannaturale molto influente nella vita delle persone:
potevano richiedere sacrifici, causare malattie e portare sfortuna.

La dea dell’amore ma anche della guerra Ishtar si assicurerà che capiate tutto alla perfezione!!

I fantasmi risorti dei morti non erano
ospiti casuali per gli antichi mesopotamici, invece di passare
inosservati facevano apparizioni frequenti ed erano parte del mondo
naturale come le piante o gli animali.

Lo sapevate che i cimiteri in
mesopotamia erano molto rari? I morti venivano seppelliti accanto
alla casa o addirittura all’interno dell’abitazione. Quando qualcuno
manifestava segni di una infestazione si credeva fosse a causa di
questi antenati seppelliti sotto i piedi. Questa vicinanza voleva
anche significare che i fantasmi erano parte della routine familiare
di ogni giorno. In famiglia c’era chi cucinava, chi puliva, e poi
c’era un membro responsabile per la cura delle relazioni con i
defunti. Solitamente era il figlio maggiore che ogni giorno si recava
a portare le offerte sulle sepolture degli antenati. Se non lo faceva
si pensava che l’anima del defunto si sarebbe potuta perdere
nell’aldilà e tornare a vendicarsi sulla famiglia irrispettosa.

La religione mesopotamica credeva che i
familiari defunti fossero bloccati nella morte, in una dimensione
dove non invecchiavano. Le offerte più diffuse prevedevano venissero
serviti loro cereali arrostiti e birra prodotta con cereali cotti.
Quella delle offerte di cibo e degli snack con i cereali è una
tradizione molto antica che prosegue ancora oggi. Sugli scaffali dei
supermercati troviamo snack con cereali di ogni forma e colore e in
India, sulle rive del gange si trovano ogni giorno persone che
offrono cibo agli spiriti dei defunti.

Questa antica tavoletta faceva parte della biblioteca di un sacerdote esorcista, le immagini sono invisibili a occhio nudo ma appaiono solo se illuminate direttamente.  Rappresenta un fantasma che viene trascinato nel mondo dei morti. 

Ma torniamo a noi. Di solito uno
spirito che riceve regolarmente offerte non ritorna a disturbare i
vivi. Lo stato di chi moriva era una sorta di ibernazione durante la
quale disturbare i vivi era semplicemente impossibile. Se sepolti
correttamente i fantasmi restavano in uno stato di dormienza che
continuava fintanto che la famiglia avesse continuato a fare le
offerte rituali nel modo corretto. 

Alcune testimonianze ci raccontano
che i vivi e i morti potevano comunicare nel sonno, la relazione tra
il sonno e la morte era tanto profonda che sono stati trovati
incantamenti per invocare l’aiuto dei fantasmi per addormentarsi. Ai
bambini deceduti che erano senza pace venivano cantate canzoni e
incantesimi per calmarli e mandarli a dormire. Ai fantasmi dei
bambini inoltre non era permesso di svolazzare in giro come i
fantasmi più anziani, così esistevano invocazioni che permettevano
di spedire questi spiriti in un lungo e riposante sonno. Simili
invocazioni erano utilizzate anche per cacciare i demoni e
prosciugare le energie di fantasmi maligni.

Fantasma o demone è sempre bene chiamare un esorcista. 

Il reame del non ritorno o Erkala era
il posto dove tutti gli abitanti defunti della Mesopotamia erano
allocati dopo la morte. Quegli spiriti che cercavano di fuggire per
tornare a vivere erano severamente puniti. Il dio del sole Shamash
puniva i fantasmi che fuggivano, prendeva le loro offerte e le
distribuiva alle anime dei dimenticati. La società mesopotamica era
molto diversificata ed esistevano diverse interpretazioni
dell’aldilà.

Una opera importante da questo punto di
vista è l’Epopea di Gilgamesh che apre uno scorcio sul
folklore mesopotamico. Il re Gilgamesh privato dalla morte della
compagnia del suo migliore amico Enkidu parte alla ricerca della
pianta che dona l’immortalità. Fallisce nell’impresa e accetta il
suo destino di uomo mortale. Dopo la morte Gilgamesh era felice di
poter stare con lo spirito del suo amico ma si accorge che molti spiriti di defunti soffrivano ed erano in agonia perché erano stati dimenticati da
tutti. Per non causare questa sofferenza, nasce l’usanza mesopotamica di seppellire i defunti in
casa.

Gilgamesh

Un’altra credenza era quella che i
bambini appena nati avessero un aldilà migliore di quello degli
adulti. Potevano giocare quanto volevano, avevano tavoli fatti d’oro
con miele e burro sempre a disposizione.

Fino ad ora quindi abbiamo visto che i
defunti avrebbero dovuto dormire o aggirarsi nell’aldilà facendosi
gli affari propri. Purtroppo però gli incidenti potevano capitare e
un defunto poteva ritornare per varie ragioni. Ad esempio i suoi
diritti di sepoltura erano violati o era avvenuto qualcosa di
sbagliato al momento della morte o le offerte non venivano presentate
regolarmente. Se il loro aldilà era disturbato causavano caos e
torturavano i vivi. A questo punto vi apro una piccola parentesi, lo
sapete che le leggende sui vampiri che ancora oggi sono vive in molte
comunità dell’Europa dell’est derivano proprio da queste antiche
tradizioni preistoriche. Ma ci torneremo con un altro articolo.

Fantasma o demone magari alcuni preferiranno l’esorciccio.

Ereshkigal, la regina dei morti che
presiede sull’aldilà può dare agli spiriti permessi speciali per
tornare sula terra. Ella aveva la responsabilità di tenere separati
i vivi e i morti. I Gheedeen erano coloro che tornavano dalla morte.
Si riteneva che questi potessero viaggiare avanti e indietro dal
reame dei morti e tormentavano i vivi. Comunque sia di sicuro chi
aveva subito una morte ingiusta sarebbe tornato a tormentare i
colpevoli. Mentre chi fuggiva dall’aldilà era riacchiappato, punito
e rispedito nella posizione che gli spettava tra i morti. Anche oggi
nella religione indù, la mitologia presenta diversi aspetti che
ricordano l’antica visione mesopotamica.

Se l’avesse sepolto per bene magari non tornava.

Come facevano gli antichi a sapere che
un fantasma era vicino a loro?

Molti vedevano nella malattia un
indicatore della presenza di fantasmi. Come se la malattia non fosse
sufficiente a fare stare male una persona si credeva che quella
persona volontariamente o meno avesse commesso degli errori e ora un
fantasma la stava punendo infliggendo sofferenze fisiche. Comunque
esisteva la possibilità di invocare i fantasmi degli antenati della
famiglia per essere aiutati. Oggi in india questa credenza è ancora
viva.

La maggioranza degli antichi
mesopotamici desiderava solo scacciare i fantasmi fastidiosi e
mantenere tranquilli quelli che dormivano. Pochi altri credevano che
riuscire a contattare i fantasmi potesse portare benefici, erano
convinti delle potenzialità del soprannaturale nonostante sapessero
benissimo di correre elevati rischi. Esistevano quindi sacerdoti
esorcisti e necromanti.

La pratica della necromanzia, la
comunicazione con i morti, era diffusa tra gli antichi mesopotamici.
I rituali dovevano essere eseguiti alla lettera da persone esperte
perché avrebbero messo il praticante in una situazione precaria. Una
tavoletta cuneiforme ritrovata dagli archeologi conteneva un
incantesimo per invocare i fantasmi insieme ad una ricetta per un
unguento da spalmarsi sugli occhi insieme ad avvertimenti e
istruzioni dettagliate per eseguire correttamente il rituale.

Gli antichi sacerdoti esorcisti possono essere paragonati ai moderni Gostbusters, in caso di infestazione arrivavano loro.

La massima aspirazione per un defunto
era la pace dell’aldilà. Una vita turbolenta aggirandosi tra i vivi
era considerata una punizione. Questo accadeva quando gli dei si
dimenticavano dello spirito o quando la famiglia non eseguiva i
propri sacrifici per i morti.

In accordo con la tavoletta di cui vi
ho raccontato all’inizio gli antichi mesopotamici credevano in molti
fantasmi, e riporta una lista degli spiriti più invocati in caso di
necessità. Qualsiasi incidente poteva creare un fantasma e il
fantasma poteva occasionalmente trasformarsi in uno spirito vagante
come atto di vendetta verso chi gli aveva fatto un torto e se questo
valesse ancora oggi credo che di spiriti vaganti sarebbe pieno in
giro.

Tavoletta rappresentante le divinità con i loro simboli

Diverso è il discorso per quanto
riguarda i demoni. 

Le radici della moderna demonologia affondano
nella mitologia mesopotamica. I demoni erano creature totalmente
diverse dai fantasmi, con delle sembianze animali mostruose e
anch’essi potevano entrare nelle case dei vivi per tormentarli. 

Per
liberarsi di loro venivano commissionati amuleti in metallo o di
ossidiana con incisi incantesimi che potevano essere indossati o
appesi in casa come protezione. Nel caso tutto questo non servisse si
acquistavano delle statuette con le sembianze del demone per
spaventarlo e mandarlo via. Se anche questo non serviva esistevano i
sacerdoti esorcisti che entravano in casa e recitavano una lunga
fila di nomi demoniaci finché non trovava il nome del demone e
riuscivano a mandarlo via. Forse non sapete che nel film L’esorcista la bambina è posseduta dal demone Pazuzu che compare anche in altri film e documentari sui fantasmi presentato come il re dei demoni che tormentano i vivi. Nel film la bambina sarebbe stata posseduta a causa di una statuetta in metallo raffigurante il demone. In realtà Pazuzu era un entità demoniaca che assicurava assoluta protezione  contro qualunque altro demone e tenerne in casa una immagine assicurava una ottima protezione contro le visite di demoni e fantasmi.

Rappresentazione di Pazuzu 

Un’altra curiosità, forse non sapete che
la lingua che veniva utilizzata per trascrivere gli incantesimi non era quella
‘ufficiale’ ma viene chiamata dagli studiosi ‘mumbo jumbo’ per via
dei suoni che produce quando la si pronuncia. Sono in molti a collegare quelle liste di nomi in
mumbo jumbo alla Chiave di re Salomone, un famoso testo
esoterico la cui versione originale è andata perduta. La leggenda
narra che gli incantesimi siano stati scritti da re Salomone in
persona e forse non sono molto lontani dalla realtà. Le versioni
odierne del libro però sono tutte rimaneggiate e riscritte, e oggi è impossibile risalire ad una prima versione originale.

Spero che l’articolo di oggi vi sia
piaciuto.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini