Biografie poco conosciute di grandi personaggi storici

Un saluto a te lettore dell’ignoto. Oggi ti parlo di biografie di personaggi che hanno fatto la storia ma che in Italia conoscono in pochi, ti va di sfogliarne qualcuna con me?

In questo periodo storico, con le elezioni presidenziali americane alle porte e il movimento Black Lives Matter che ancora chiede giustizia e uguaglianza tra bianchi e neri, il pensiero di personaggi storici come Abramo Lincoln o George Washington è più che mai attuale. In più, diverse delle opere che ti propongo, hanno vinto prestigiosi premi letterari come il premio Pulitzer, un motivo in più per darci un’occhiata.

Sono certa che a un certo punto mi farai notare che alcuni libri oggi si possono trovare solo in inglese e che sono vecchi, giusta osservazione, se non mastichi l’inglese io posso consigliarti di approfondire il personaggio con un’opera di un altro autore. Alcuni dei personaggi di cui ti parlo sono talmente famosi che esistono decine di biografie in tutte le lingue e poi ricordati che ci sono i mercatini dell’usato e le biblioteche dove si trovano spesso volumi che sul mercato sono a volte difficili da reperire. Ma torniamo a noi.

Il padre della biografia moderna è ritenuto James Boswell che è presente nel mercato librario sin dal diciottesimo secolo con la sua biografia di Samuel Johnson che fu pubblicata nel 1791, solo due anni prima della pubblicazione in inglese del più vecchio tra i libri che vi propongo. Ho selezionato una decina di opere che ci parlano di personaggi le cui storie e il cui pensiero hanno fatto la storia della letteratura e della politica, vediamo quali:

1. Iniziamo il nostro viaggio con l’autobiografia di Benjamin Franklin. Di sicuro sai di chi parlo. Fu presidente degli States e fu uomo della strada, intelligente e arguto, in grado di comprendere le debolezze e i punti di forza del suo tempo per costruire una nazione.

2. Il viaggio continua con l’autobiografia di Frederick Douglas pubblicata nel 1845 e che ti racconta delle comunità afro americane e di come uomini virtuosi e forti erano tenuti in catene come animali.

Ognuna di queste due autobiografie ci mostra l’intrigante storia della ascesa del proprio autore. Sono uomini di quelli che si sono fatti da sè approfittando di ogni occasione ma con delle differenze sostanziali notevoli: Franklin fu uomo bianco che potè sfruttare la sua intelligenza e il suo lavoro etico fin da subito nella sua vita, Douglas non potè fare alcun utilizzo del suo grande potenziale come uomo finchè non fuggì dalla schiavitù. Uomini simili ma con percorsi di vita diversi.

3 Cotton Mather, l’uomo che influenzò le politiche di Benjamin Franklin. La sua vita è narrata in una superba biografia di Kenneth Silverman: La vita e i tempi di Cotton Mather, che vinse il premio Pulitzer per la biografia e il Bancroft Prize. L’autore toglie dalla figura di Mather il velo dello stereotipo e rivela di lui un lato umano unico e affascinante raccontando anche del processo di Salem.

Le prossime tre biografie riguardano uomini affascinanti, ognuno di loro lascerà un segno indelebile nel ventesimo secolo: W.E.B Du Bois, Lyndon Baines Johnson ed Elvis Aron Presley.

4 David Levering Lewis, il biografo di Du Bois ci riporta una analisi fluida e leggibile delle condizioni in cui vivevano gli afro americani e della vita straordinaria di un uomo che visse fino a novantacinque anni (1868 – 1963). Il sottotitolo del suo primo volume Biografia di una Razza rende chiaro il fatto che la vita di Du Bois riflette e aiuta a formare un opinione riguardo le condizioni di vita del protagonista e dei suoi pari.

5 Robert Caro si è occupato della controversa figura di Lyndon Baines Johnson, presidente degli Stati Uniti. I libri che compongono questa biografia sono quattro ma il più interessante è certamente il primo che traccia la strada che ha portato LBJ al potere.

6 Elvis Presley: The King. Non un uomo di politica, regnò in un mondo completamente differente da quello di Du Bois e di LBJ ma la biografia di Guralnick non è meno seria delle precedenti ed è scritta molto bene. L’ultimo treno per Memphis con i suoi due volumi ci racconta la vita del re senza ammantarlo della solita aura mitica e senza condannarlo per le sue mancanze.

Tre dei libri che vi propongo qui sotto sono gruppi di biografie, ci raccontano la storia di persone diverse che hanno condiviso tempi e stili di vita.

7 Gli eminenti vittoriani, di Lytton Strachey del 1918, ci introducono nell’Inghilterra vittoriana con il racconto delle loro vite. Ovviamente la nostra reazione dovrà essere di sdegno per cotanta intraprendenza.🧐

8 C’è poi l’intrigante opera Il cinque di cuori di Patricia o’Toole sul circolo di amicizie di Henry Adams, pubblicato nel 1991. Ci racconta la vita, e la morte, di cinque personaggi famosi puntando i riflettori sulla loro amicizia.

9 Le talentuose sorelle Peabody ci vengono raccontate dalla penna di Marshall nel suo libro Le sorelle Peabody pubblicato nel 2005.

10 Per ultimo vi consiglio Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes. Si tratta di un ritratto unico e se mi credi ha molto da insegnarti su Flaubert e su come si scrive una buona biografia moderna.

La lista sarebbe ancora lunga, di buone biografie la fuori è pieno, ma credo che per ora possa bastare.

Caro lettore dell’ignoto ti auguro una buona lettura e alla prossima. 👋🥰

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Scrivere una ambientazione horror: tra vecchi clichè e nuove mode che piacciono al pubblico

 Benvenuto lettore dell’ignoto, oggi per te c’è una sorpresa imperdibile: un articolo che parla del nostro genere preferito e delle ambientazioni che registi e scrittori prediligono quando devono costruire le loro storie.

Impostare l’ambientazione per l’horror è deliziosamente divertente ed evocativo, se ami il genere questo articolo ti darà soddisfazione.

 Oscurità e ambienti notturni sono locations ovvie usate fin dalle prime opere della tradizione gotica, in quei primi libri come Dracula (Bram Stocker, 1897) o film come Nosferatu (Murnau, 1922) o Il castello maledetto (Whale, 1932) è l’oscurità che rende la sensazione di mistero. Quello che il pubblico vuole conoscere è li, ma non lo vede, e questa ancora oggi rimane una delle tecniche più efficaci per creare spavento. Una stanza stretta e non illuminata causa le palpitazioni, così come gli spazi talmente affollati da impedire qualsiasi movimento, gli armadi dove trovare rifugio o tirarsi le coperte sopra la testa. Non faticherete a richiamare alla mente scene di libri o film con vecchie stanze buie con angoli pieni di ragnatele e castelli dagli alti soffitti, sono location tipiche per gli horror girati tra il 1930 e il 1940.

 

 

L’oscurità è un clichè ampiamente utilizzato ancora oggi ma non è l’unico elemento ambientale che può seminare incertezza, possiamo utilizzare anche grandi palazzi abbandonati, vuoti e deserti. Nessuno è mai riuscito a replicare con la stessa efficacia i  corridoi deserti e infiniti dell’Overlook Hotel che troviamo in The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980), e quei grandi, vecchi appartamenti dalle stanze vuote di cui fa grande utilizzo Polanski in Repulsion (Polanski, 1965) e Rosemary’s Baby (Polanski, 1968).

 E che dire delle strade nebbiose della vecchia città di Londra che sono il marchio di fabbrica di Werewolf of London (Walker, 1935). Le troviamo anche in Jack lo squartatore (Franco, 1976) e Sweeney Todd (Tim Burton, 2007), così come le colline nebbiose del nord dell’inghilterra fanno la loro spaventosa apparizione in An American Werewolf in London (John Landis, 1981). La nebbia è stata usata in ogni film del nostro Mario Bava: è facilmente identificabile come un altro dei clichè dell’horror ma non va mai sottovalutato il suo effetto sul pubblico, che siano lettori o spettatori. Tutti riusciamo ad immaginare il nostro punto di vista (ad esempio possiamo utilizzare Antonio) che cammina, in un cimitero avvolto dalla nebbia, facendo attenzione a dove mette i piedi, la forma degli oggetti attorno a lui è indefinita e può rimanere oscurata nella percezione dell’ambiente. Nei film è molto utilizzata la fotografia in bianco e nero perchè il regista può nascondere ogni cosa tra le sfumature dei grigi e le ombre nere e tenerla pronta per uscire in ogni momento ad aggredirci come in La notte del Demonio (Tourneur, 1957). Nebbia e vapore sono elementi così onnipresenti nelle opere che hanno libri e film a loro dedicati come The Fog (Carpenter, 1980) e The Mist (Stephen King, 1980 adattato a opera cinematografica da Darabont, 2007).

 

 

Un’altra ambientazione classica che adoro è quella della casa infestata, anche questa è adattabile all’infinito. Non c’è bisogno di essere ad Amitiville o in Elm Street per suscitare il terrore in un ambiente chiuso circondati da rumori sinistri. Io con il mio romanzo Il richiamo ho utilizzato una vecchia casa ma Ridley Scott la piazza nello spazio nel suo film Alien (Scott, 1979) creando un ambiente incredibile con l’aggiunta di tubi industriali, catene vibranti, e condotte con acqua gocciolante. Questa idea fu replicata in Event Horizon (Anderson, 1997), ma puo essere una postazione scientifica isolata tra i ghiacci dell’artico come in La cosa (Carpenter, 1982) o un piccolo rifugio tra le montagne come Quella casa nel bosco (Goddard, 2012), La casa (Raimi, 1981), Timber Falls (Giglio, 2007- inedito in italia) o Wrong Turn – Il bosco ha fame (Schmidt, 2003).

L’oscurità rappresenta l’infinito così come le foreste che si perdono a vista d’occhio. Libri o film ambientati in lussureggianti foreste tropicali o in oscuri boschi dove i personaggi sono isolati dal resto del mondo. Foglie verdi, rami secchi, terra e fango a prima vista sembrano sempre gli stessi elementi universali che richiamano la forza terribile della natura, ma forse è proprio per questa sensazione di innocente devastazione che ci sono così tante opere dove ragazze infilate in t-shirt aderenti fuggono dal cattivo correndo attraverso un bosco. The Blair Witch Project (Myrick e Sanchez, 1999) fa un uso superbo di questo senso di foresta infinita nel nulla, di disperazione e solitudine.

 

 

La stessa cosa possiamo dire per la gelida neve che trasmette la sensazione di desolazione. E’ incontaminata e pulita ma può anche accecare durante una tempesta. Nei film è poco utilizzata per via dei costi, ma può essere un buon elemento da inserire per separare i protagonisti tra loro o dalla società civilizzata. Un esempio può essere Misery (Stephen King, 1987 – Reiner, 1990), The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980) e il più recente Dead Snow (Wirkola, 2009), La cosa (Van Hejiningen Jr., 2011) e Let the ring one in (Alfredson, 2008), riproposto negli US come Let me in (Reeves, 2010).

Il deserto selvaggio e spietato funziona altrettanto bene, abbiamo Wolf Creek (McLean, 2005) e Le colline hanno gli occhi (Aja, 2006). Possiamo anche abbandonare la terra con i suoi climi estremi e ambientare le vostre opere negli oceani infiniti. L’effetto sarà lo stesso. Chi di voi non ha mai visto Lo squalo (Spielberg, 1976) le cui riprese presero un sacco di tempo perchè l’acqua modificava di continuo il colore della pellicola, ma possiamo citare un sacco di film (più o meno riusciti) girati interamente al mare dalla metà degli anni duemila, incluso Open Water (Kentis, 2003), e Triangle (Smith, 2009). 

Il mare nei libri è spesso elemento destabilizzante o portatore di caos, vedi Hodgson apprezzato autore horror con addirittura tre raccolte di racconti ambientati al mare: Terrore dagli abissi/ Acque profonde/ I demoni del mare (W.H.Hodgson, 2015 2018 2022).

 

 

Non abbiamo ancora finito. Fino a ora non abbiamo menzionato le grandi città, le metropoli. L’infinita giungla umana che viene compressa e relegata nelle più abbiette zone industriali abbandonate. L’urban horror le sfrutta da tempo immemorabile, e allora supntano i luoghi alienanti e i quartieri pericolosi dove fare incontri inaspettati. Distretto 13 – Le brigate della morte (Carpenter, 1976) ridefinisce gli spazi comuni urbani abbandonati e li rende un ottimo materiale per un urban horror. Un altro film interessante è Candyman (Bernard Rose, 1992) che mescola centro e periferia di una grande città; la sfida dell’urban è stata raccolta dall’horror europeo con La Horde (Dahan e Rocher, 2009), Outcast (Mc Carthy, 2010) e Attack the Block (Cornish, 2011). Nei romanzi le grandi città sono presenti in ogni opera ma vi cito L’ombra dello scorpione (Stephen King, 1994) perchè la visione post-apocalittica del maestro delle città grandi e piccole è davvero interessante. Poi può capitare che il nostro protagonista lasci la grande città per raggiungere la casa in campagna, e allora c’è Black Sheep (Stephen King, 2006), Isolation (O’Brien, 2006) e Calvaire (Du Weiz, 2004), tutte opere che si nutrono o nascono dalla solitudine, dall’isolamento e dal sesso.

Di sicuro sarete d’accordo con me quando dico o che lo stato nel genere horror ruota attorno all’immorale, alla sporcizia e all’incapacità dell’uomo di vedere cosa si nasconde davanti a lui. A volte sembra che registi e scrittori diventino saggi in ritardo, le nuove tecnologie digitali arrivano tardi a illuminare le opere, spesso viene sottovalutata la loro capacità di rendere il grottesco e il sanguinolento il più sporco possibile, e non parlo solo di film come Hostel (Roth, 2005) e Saw (Wan, 2004)  ma anche anche nelle trame dei libri. Comunque se vogliamo approfondire l’aspetto legato agli effetti speciali nei film si è diffuso l’utilizzo dei fogli di plastica dalle qualità opacizzanti per coprire i peccati dei personaggi, un buon esempio può essere H6: Diario di un assassino (Barón, 2005) o La casa della peste (Radclyffe, 2008). Entrambe le pellicole utilizzano fogli di plastica appesi nelle stanze per creare ombre indefinite e l’effetto di straniamento. Allo stesso modo le tende di palstica che circondano i letti d’ospedale possono nascondere molti peccati come nella già citata saga di Saw o Planet Terror (Rodriguez, 2007) e naturalmente non posso non citare le tende della doccia del progenitore del nostro genere preferito Psycho (Hitchcock, 1960).

 

Noi scrittori possiamo fare molto, dobbiamo aiutare il pubblico a immergersi nelle storie. Quando abbiamo l’opportunità di descrivere un luogo o di creare una ambientazione, una carneficina o di descrivere i sussurri pericolosi del soprannaturale, l’effetto che dobbiamo usare, i dettagli che dobbiamo inserire devono essere i migliori. Essere in grado di preparare una scena e renderla istantaneamente fonte di disagio è vitale sin dalle prime pagine.

Una volta impostato l’ambiente l’arco di trasformazione del personaggio procede più o meno cosi:

Qualcuno è messo in difficoltà da qualcosa di sconosciuto. Ovviamente prima di poterlo affrontare direttamente deve capire che si tratta di “qualcosa di sconosciuto”. Poi deve capire come la cosa sconosciuta opera e fare dei tentativi per sconfiggerla. Prima tenterà di sconfiggere il “qualcosa di sconosciuto” con i mezzi a disposizione, ma questo non sarà abbastanza perchè in questo modo non si potrà affrontare. Per scoprire cosa può sconfiggere il “qualcosa che non è più sconosciuto” il nostro protagonista deve avventurarsi nei territori dove l’inconoscibile è di casa. Se riuscirà ad apprendere e ad agire come agisce lo sconosciuto allora avrà una possibilità di vittoria, altrimenti verrà sconfitto. Il “qualcosa” poi cercherà un altra vittime.

Ok, si tratta di una semplificazione estrema ma serve per farvi capire il ruolo dell’inconoscibile nell’horror. Lo sconosciuto è il cuore dell’horror e questo è quello che  guida i personaggi nella molteplicità e nella pazzia, nella psicopatologia di un serial killer o nella forza mostruosa di un demone, nella follia di un tormento paranormale e tra gli artigli dell’oscurità. L’horror è un genere che per essere apprezzato (se è la parola giusta) vuole un pubblico aperto all’improbabile, all’impossibile e al fantastico. È un genere popolare tra i giovani assieme al fantasy e alla fantascienza ma non è solo per loro.

 

 

Questo perchè l’adolescenza è particolarmente influenzabile, non è ancora pienamente matura, non ha stabilito una routine di lavoro e vive in un movimento costante tra il restare a casa e andarsene per la propria strada. I giovani hanno ancora a disposizione la fantasia dei bambini, dove ogni storia può essere vera, ma lo stato gioioso ora si scontra con i limiti morali e tangibili della vita. Cercano di capire loro stessi come entità separata dalla famiglia e di stabilire un ruolo tra il gruppo dei pari. Ai giovani non importa nulla dei mostri spaventosi che possono prenderli.

Hanno anche una relazione diversa con la morte. C’è la possibilità che non abbiano mai perso una persona cara, un amico o un partner, oppure che non abbiano mai assistito ad una vera scena scioccante come un incidente d’auto o un incendio. In questa fase sono protetti dal mondo del dolore e del terrore, dalla paura e dalla rabbia. Per quelli che hanno avuto questo genere di esperienze sono cose di cui sperano di liberarsi presto. L’agonia di una malattia che si protrae nel tempo o la frustrazione fisica e mentale del declino che l’età richiede a tutti noi sono davvero molto dolorose, troppo reali per un horror, e rimangono materiale per i film mainstream o satirici della settimana e per le sere davanti alla tv. 

 

 

 

I giovani sono invincibili. Forse è per questo motivo che nei film e nei libri li vediamo provare a bere, fumare spinelli e correre rischi non necessari. Lo sanno meglio di tutti. La morte per loro non arriverà presto, e se dovesse presentarsi alla porta ci sarà uno scontro interessante. I corpi giovani sono forti e sopportano le privazioni, le intossicazioni e le punizioni fisiche. Non è per loro la vergogna del recupero, il desiderio bruciante di riprendersi e riempirsi lo stomaco di brodo caldo, vitamine, vino e cioccolata. Possono anche guardare la morte in faccia e riderci su, questo forse è il motivo per cui Final Destination (Wong, 2000 ) è una serie di film di successo, divertenti e deliziosi. I ragazzi guardano Victor Crowley tagliare un uomo a metà o Leatherface smembrare la sua ultima vittima e non provano nulla. Non è sociopatia (non tutti i giovani sono sociopatici) ma la loro parziale esperienza della vita li rende meno influenzabili dagli elementi horror. Le reazioni ad una scena di evisceramento possono essere molto diverse dall’horror rispetto a quando si guarda una operazione chirurgica in una soap opera in tv. L’horror mette in gioco l’empatia e la repulsione, ogni elemento concorre a quello scopo in opere come Cannibal Holocaust ( Deodato, 1980), Martyrs (Laugier, 2008) oppure alla riduzione di ogni cosa all’assurdo come in The Human Centipede (Six, 2009).

La credenza che ogni azione di un teenager resti impunita è il cuore di molti scherzi e goliardate ed è un buon elemento degli Slasher. Non solo è emozionante vedere il serial killer in azione ma ci divertiamo a seguire il gruppetto di teenager che si comporta in modo irresponsabile e li condanniamo: “Io non farei mai uno scherzo del genere nella vasca della doccia.” pensa lo spettatore a mente fredda nei cinema. Si tratta di un modo facile per arrivare al cuore della vicenda, la nostra brava ragazza che fugge dall’assassino e gli stupidi del gruppo che vengono decimati. Tutto molto prevedibile, no? Gioiamo quando questi personaggi inetti sono decapitati, mutilati, castrati o feriti e distrutti, condannati come maschi alpha a regredire come uomini di Neanderthal e ci sentiamo appagati dal nostro senso di conoscenza superiore e di proprietà. Questa è la catarsi negli horror. Vediamo lo scherzo e ci preoccupiamo per l’agnello sacrificale. Se la scena è fatta bene il pubblico sente un antagonismo tangibile verso il bullo fastidioso e la sua dipartita sarà accompagnata da un sospiro di sollievo.

 

 

 

Però abbiamo detto anche che l’horror non è interamente nelle mani dei giovani. Molti film hanno sbancato il botteghino come Paranormal Activity (Peli, 2007) The Blair Witch Project (Sanchez, 1999) Il sesto senso (Shyamalan, 1999 ) The Omen (Donner, 1976) e L’esorcista (Friedkin, 1973). Questi horror sono psicologicamete e intellettualmente profondi, ci pongono domande sulla nostra esistenza, sulla realtà e sul subconscio delle cose. Dipingono gli adulti in ruoli di leadership piuttosto che i teenagers, un modo per incoraggiare anche chi ha qualche anno in più a guardarli. 

L’horror piace al pubblico e piace agli attori e alle case de produzione. A volte il film è pubblicizzato come l’opera di Jodie Foster o con la partecipazione di Julianne Moore per attirare l’attenzione. Evan Mac Gregor può essere citato con Adrian Brody, Melissa George e Sarah Michelle Gellar e hanno ricoperto molti ruoli importanti. Bruce Willis dopo un solido inizio negli action movie in Tv, è apparso in modo costante in progetti interessanti incluso il Sesto Senso ( Shyamalan, 1999 ) e Twelve Monkeys (Gilliam, 1995). Comunque gli attori molto famosi (vedi Jack Nicholson in Wolf (Nichols, 1994)) o Sir Anthony Hopkins in The Rite (Hafstrom, 2011)  tendono a sbilanciare la storia e possono arrivare a togliere ogni credibilità (vedi Nicholas Cage con il suo film apocalittico, o con qualsiasi altro film…). Come una sitcom, l’horror deve creare le proprie stelle. 

 

 

Ci sono legioni di attori che iniziano la carriera nell’horror. Nessuna vergogna per mr Clooney a recitare in pellicole come Attack of the killer Tomatoes (De Bello, 1978), o nell’essere il primo ragazzo che muore in Nightmare on Elm Street (Craven, 1984) per il nostro Johnny Depp. Alcuni restano fedeli al genere per gran parte della loro carriera (Robert Englund, Christopher Lee) altri continuano ad accettare parti negli horror quando trovano opere che gradiscono (Donald and Keifer Sutherland). Purtroppo non stà agli sceneggiatori dettare le regole del gioco quando arrivano personaggi famosi nel casting. Se hai venduto il tuo manoscritto ed è stato coinvolto un grande nome uno sceneggiatore può festeggiare ed essere triste allo stesso modo perchè è sicuro che dovrà riscrivere buona parte della sua opera per adattarla alle richieste del grande attore. Ma questa è un altra storia.

E anche per oggi abbiamo terminato. Caro lettore dell’ignoto spero di non averti annoiato a morte con il mio fiume di parole ma l’horror per me è estremamente evocativo. Ti auguro una buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini 

 

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Biografie di Eminenti vittoriani che vi faranno sdegnare.

 Eccoci all’ultimo articolo dedicato alle biografie e autobiografie più vendute e premiate nella storia della letteratura dell’ultimo secolo, almeno secondo Goodreads.

Questo però sarà un articolo diverso dal solito. Diverso perchè come avrete già intuito dal titolo si parla di più personaggi. Diverso perchè siamo nella mia epoca preferita, quella vittoriana. Diverso perchè uno dei personaggi è stato d’ispirazione per alcune ricerche storiche che sto facendo da un paio d’anni a questa parte.

Per approfondire questa biografia dobbiamo partire da una rivista o più precisamente dalla copertina annuale di una rivista: quella del New Yorker disegnata da Eustace Tilley nel 1925. Notate l’uomo con il cappello a cilindro, un gentiluomo dal collo ascot che scruta una farfalla dal suo monocolo, con sguardo annoiato. Questa immagine vi da il tono esatto di questo libro: Eminenti Vittoriani, pubblicato nel 1918.

Lytton Strachey autore del libro e membro della cricca di Bloomsbury a Londra, è deciso a disfare le tradizionali biografie di stampo vittoriano scrivendone una per lui più moderna: una suzione di “vita e lettere” per cercare di illuminare il personaggio della sua personale luce eroica. Strachey desiderò che la sua biografia fosse concisa e artistica, producendo quattro sketches ognuno dei quali occupa circa dalle 25 alle 100 pagine. L’obiettivo dell’autore era quello di ribaltare lo stile immediatamente precedente; al nostro Strachey non importò di rivisitare le tradizionali immagini dei quattro vittoriani che dipinse nel suo volume del 1918. (In questo momento dovete arricciare le labbra e mostrare sdegno vittoriano per farmi capire che secondo voi questi personaggi non meritano di essere chiamati “Eminenti”.)

Le osservazioni di Andy Warhol sulla brevità del successo nella vita delle persone sono retroattive e valgono anche per questi personaggi perchè la prima domanda che mi aspetto da molti di voi lettori di questo secolo è: ”chi diamine sono queste persone?” 

I quattro soggetti di Strachey sono: il cardinale Manning, Florence Nightingale, Thomas Arnold e il generale Gordon e sono quasi completamente sconosciuti alla maggioranza dei lettori, eccezione fatta forse per Nightingale. Cosi alcuni degli obiettivi letterari dell’autore purtroppo oggi sono sfumati: che divertimento c’è a infilare un ago in un palloncino già sgonfio? 

Comunque per soddisfare la vostra curiosità facciamo due parole sui personaggi. Il cardinale Manning divenne arcivescovo di Westminster, il capo della chiesa cattolica romana in Inghilterra. Il dott. Arnold fu a capo dell’associazione scuola di Rugby inglese (e padre del poeta Matthew Arnold). Il generale Gordon portò le truppe inglesi in posti come Sebastopoli, in Cina, e in Sudan. Morì a Khartoum dopo dieci mesi di assedio da parte delle truppe mussulmane guidate da Mahdi. 

Strachey in quest’opera mette religione, scuola pubblica e impero coloniale inglese tutto in un unico volume. E persino la riforma ospedaliera.

Dei quattro ritratti quello di Nightingale è il più efficace, l’autore non fa nessuno sforzo per smontare l’ eroica riforma delle cure ospedaliere e la nascita di concetti rivoluzionari come il riciclo di aria fresca nelle stanze d’ospedale. Quello che fa è smettere di dipingere la figura di Nightingale come quella di un angelo degli ospedali e trasformarlo in quello di una giovane donna privilegiata che diventa la riformatrice di ferro. La sua storia ci sbalordisce quando realizziamo che razza di capo doveva essere, siamo d’accordo con la regina Vittoria che dice di lei: “Che testa! La vorrei all’ufficio della guerra.” (Vittoria le conferì una delle sue medaglie, disegnate dal principe consorte, con il suo famoso motto Blessed are the Merciful).

Il cardinale Manning nell’opera viene descritto come un intrigante: addirittura rimane scioccato quando scopre che alcuni cristiani credono seriamente nella religione che professano in chiesa; Arnold viene dipinto come leggermente cieco nelle sue insistenze sull’introduzione dei valori cristiani e inglesi nelle scuole, e Gordon viene ingiustamente dipinto come un ipercritico ubriacone con “aperte una bibbia e una bottiglia di wishky” all’entrata della sua tenda nell’accampamento militare. Come dice Strachey “la discrezione non è la parte migliore di una biografia.”

L’autore può avere calcato un po’ la mano ma il tempo sistema le cose e in questo caso ci porta una vendetta letteraria appetitosa, e a noi queste cose piacciono assai. Nel 1967 e nel 1968 Michael Holroyd pubblicò una pesante (e eccellente) biografia in due volumi su Strachey. Con una edizione rivista del 1995. Quest’opera contiene molte rivelazioni piccanti riguardo le relazioni omosessuali di Strachey che ribaltano la visione che egli aveva costruito della sua figura di severo vittoriano letterato e che scioccarono i lettori degli anni novanta tanto quanto la biografia di cui abbiamo parlato scioccò i lettori di epoca vittoriana. 

Se vi piacciono le opere di Strachey provate a leggere Lives of the Caesars (Vita dei Cesari o Vita dei Dodici Cesari) scritto da Gaio Svetonio Tranquillo, che Strachey riteneva un modello culturale e intellettuale.

Ebbene lettori finalmente ci siamo! Questa era l’ultima delle biografie che vi propongo. Abbiamo fatto un viaggio avanti e indietro nel tempo per incontrare persone e avvenimenti tra i più diversi e disparati ma come sapete uno degli obiettivi del mio sito sin dalla sua nascita è quello di promuovere la lettura, possibilmente di buone opere, quindi le mie proposte non finiscono qui. 

Ci sono altri undici libri che vi aspettano, undici proposte letterarie e questa volta parleremo del viaggio dell’eroe. Provate ad immaginare di essere in una stanza con undici persone che vi raccontano della loro perigliosa avventura per trovare sé stessi. Avrete da divertirvi!

Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini

Affrontiamo insieme una terribile metamorfosi con Franz Kafka

Benvenuti alla nostra rubrica degli inviti alla lettura.

Oggi mi occupo ancora una volta di
un racconto di Kafka che influenza tutt’oggi la narrativa fantastica:
La metamorfosi.

La frase di apertura arriva inaspettata
come uno squillo di trombe:

Gregor Samsa, svegliandosi una
mattia da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un
enorme insetto immondo.

In puro stile kafkiano nessuna
prefazione, nessuna costruzione, nessuna spiegazione: solo una
dichiarazione sorprendente e spoglia. Quanto diversa dalla
metamorfosi di Ovidio dove la trasformazione arriva alla fine e di
cui ci siamo occupati in questo post.

Ora alcuni lettori pensano: credevo che
lui diventasse uno scarafaggio. In realtà l’originale parola tedesca
che indica in cosa si è trasformato Gregor è “ungeheueren
Ungeziefer
”. Anche il suono stesso delle parole ripetute nella
lingua originale ci da il senso della durezza dell’accaduto: unguh,
unguh. Solo quelli di voi che
conoscono il tedesco conoscono il significato delle parole
utilizzate, nell’edizione italiana è una nota del traduttore che
ci dice che la seconda parola deriva da un termine antico che indica
un animale impuro non adatto a essere sacrificato. Uno scarafaggio,
un verme, una mosca, qualsiasi cosa sia deve essere cattiva, una
creatura repellente all’uomo e a dio. Kafka era ebreo ma la famiglia
di Samsa ci viene detto essere cristiana.

Una reazione normale a questo risveglio
potrebbe essere il terrore puro, un urlo come quello di Munch. Gregor
invece si preoccupa di non esser in grado di andare al lavoro in
tempo. Una volta era un luogotenente dell’esercito che incuteva
timore oggi è un commesso viaggiatore che vive con il sostegno dei
suoi genitori, che possiede i pochi soldi del suo impiego e di sua
sorella minore. 

La storia è stata scritta nel 1912 quando Kafka era
ventinovenne con solo ancora 11 anni da vivere ma già l’autore aveva
ben chiare le idee riguardo l’uomo moderno. La preoccupazione di
Gregor suona quanto mai contemporanea: lui sogna di parlare al suo
capo che ritiene un sadico, si preoccupa di darsi malato e si informa
sull’assicurazione sulla salute.

Con il procedere della storia le cose
vanno sempre peggio. Sua madre non riesce a guardarlo, suo padre lo
rinchiude nella sua stanza, la cameriera si dimette. All’inizio la
sorella sedicenne prova compassione e gli porta cibo che possa
piacere al suo nuovo corpo da coleottero, ma poi lei spinta dal
risentimento lo denuncia. Suo padre gli tira delle mele e una lo colpisce
nella schiena e lo ferisce. Solo la nuova donna delle pulizie lo
tratterà in modo amorevole ed equo e alla fine sarà lei a trovare
il cadavere e a gettare via il corpo essiccato.

Dopo la scomparsa di Gregor la famiglia
va avanti e si trasforma anch’essa: il padre si erge nuovamente
riappropriandosi del suo ruolo, la madre fantastica riguardo il nuovo
appartamento dove andranno a vivere e la sorella fiorisce nell’età
adulta. E’ primavera e il sole è caldo.

Kafka viene definito da Nabokov
Vladimir “Il più grande scrittore tedesco dei nostri tempi”.
Egli prima di morire diede istruzioni a Max Brod di bruciare tutti i
suoi testi. I lettori di oggi lo ringraziano per non averlo fatto.
Questa novella di 40 pagine in edizione standard, ha generato sciami
di critiche. Troverete critiche dal marxismo, una critica dalle
teorie freudiane, dal new criticism, dalle femministe e molte altre. Elias Canetti ha definito questo racconto ”Uno dei pochi
grandi, perfetti lavori poetici di questo secolo.”. E pensate che
quando Kafka lo lesse ad un gruppo di amici nella sua Praga nativa ci
risero tutti sopra.

Il tema della metamorfosi in
letteratura è sovrautilizzato, porta l’attenzione del lettore al
cambiamento, alla capacità o incapacità dell’uomo di sapersi
adattare ad una nuova condizione umana. In natura si tratta di un
processo di evoluzione continua, che dura tutta la vita di una persona. Nei romanzi la metamorfosi segna il punto di svolta di un personaggio verso un nuovo stato. Per esempio Pinocchio che ottiene la sua metamorfosi come premio per la sua buona condotta, o vengono in mente alcuni personaggi della saga di Harry Potter.

La storie brevi di Kafka sono
meravigliose come Nella colonia penale, oppure il romanzo incompiuto
Il processo o Il castello pubblicato postumo. Se volete una altra
storia breve di un essere umano che cambia e si trasforma potete
leggere The Breast del pluripremiato autore statunitense Philip
Roth dove il personaggio principale diventa un seno gigante. Se in
Kafka il protagonista si trasforma in un essere vivente, il
protagonista di Roth diventa una ammasso di carne flaccida pensante.
Risulta evidente in questo libro l’ovvio intento comico dell’autore. Un’altra
novella divertente di questo genere è Il naso di Nicolaj Gogol dove
il protagonista perde il naso e lo vede passeggiare tranquillamente
per la città.

Bene, anche per oggi è tutto. Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini