Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭

Lettori del mistero, oggi torna un invito alla lettura ed è uno di quelli che ci interrogano seriamente sulla modernità e sulla morale. Ci sono storie che emergono dagli archivi non come narrativa, ma sono conosciuti dal pubblico come atti d’accusa contro la società che le ha generate. E poi c’è Moll Flanders, un caso letterario che dal 1722 getta un’ombra scura sulla nostra eterna ossessione per la verità, il denaro e ciò che mostriamo pubblicamente.

L’opera ci pone molte domande ma partiamo subito dalla più importante, una condanna che suona paurosamente moderna: questa è una vera autobiografia o un’ingegnosa finzione? La risposta non è facile.

Il destino di Moll Flanders è segnato sin dal primo respiro. Nata nella famigerata prigione di Newgate, la sua vita non è tanto una scelta, quanto una condanna universalmente scritta nel fango. Lei è la prova vivente di quanto fossero limitate le possibilità di una donna in un mondo rigidamente patriarcale fondato sul denaro. Il suo intero percorso è un ribaltamento della virtù, un viaggio di sessant’anni di ombre e compromessi, condensato nel titolo completo, quasi un sommario criminale e sensazionalistico: “Le fortune e le sfortune della famosa Moll Flanders, che nacque in Newgate e durante la vita di tre volte venti anni, oltre la sua infanzia, fu vent’anni una ladra, otto anni una Felona Trasportata in Virginia, e alla fine fu ricca, onesta e penitente. Scritto dai suoi stessi memorandum.”

Leggendo questo abstract, ci si scontra subito con un paradosso morale: il pentimento arriva solo dopo aver raggiunto la ricchezza. È la condanna perfetta di una società che venera l’oro sopra ogni morale. Tra i suoi atti scandalosi, l’aver sposato inconsapevolmente il suo fratellastro è solo un dettaglio che amplifica il caos.

Il sospetto che questa non sia la confessione di una fuorilegge, ma l’abile manovra di un narratore, è alimentato da quello che sappiamo di Daniel Defoe. Egli non era un osservatore distaccato. Preferì adottare un cognome che suonasse più nobile, “Defoe”, abbandonando l’umile “Foe” del padre macellaio: un piccolo atto di falsità sociale in cui riecheggia una falsa pretesa che tanto ci irrita. Ma soprattutto, Defoe conosceva bene il fango e la prigione. Dopo aver dichiarato bancarotta, fu “ricco e povero tredici volte,” come disse lui stesso, un vero e proprio maestro della sopravvivenza economica. Da quello che sappiamo egli vide l’interno di Newgate, la stessa prigione dove Moll nacque. Fu punito per aver scritto un volantino politico satirico.

Defoe non scriveva di un mondo a lui sconosciuto, ma del sottosuolo sociale che lui stesso aveva frequentato per necessità o per punizione. Non è un caso che, tardi nella vita, dopo aver trasformato la storia vera di un marinaio in finzione vendutissima (Robinson Crusoe), si sia rivolto all’autobiografia (presunta) di una ladra per tirare su qualche quattrino. Questo libro è forse l’ultima, geniale, manipolazione dell’autore: la finzione più sfacciata, presentata come la verità più cruda.

È facile liquidare Moll Flanders come pura speculazione commerciale, ma farlo significa negare la sua forza esoterica e narrativa. Defoe ha compiuto un’impresa quasi rituale: ha infiltrato e dato voce alla psiche di un doppio straniero (donna e criminale) in un’epoca in cui entrambe le identità erano condannate al silenzio. Virginia Woolf, due secoli dopo, non esitò a definire questo libro “indiscutibilmente grande“, lodando il genio di Defoe nell’estrarre più oro narrativo di quanto la sua generazione potesse concepire.

Defoe non si è limitato a descrivere Moll, l’ha resa allo stesso tempo miserabile e piacevole: la chiave della sua immersione. Moll non è malvagia per natura, ma per necessità. La sua onestà è un lusso che il suo mondo non le ha mai permesso. La sua disonestà non è una perversione, ma una risposta razionale a un sistema intrinsecamente ingiusto. Lei stessa lo dichiara con la brutale lucidità che la rende così moderna: “Il mercato corre tutto dalla parte degli uomini.” In un’economia che la considera merce o vittima, Moll si trasforma in predatrice, armata della sua intelligenza e della sua tenacia.

La sua prima mossa come ladra, descritta da Defoe in un volo senza fiato tra le strade notturne di Londra, è la metafora perfetta della sua esistenza: una fuga costante dalla condanna, un movimento frenetico per rimanere un passo avanti all’ombra della forca. Nonostante tutto, quando la sopravvivenza lo permette, il suo spirito si rivela generoso, un barlume di luce che rende la sua ombra più profonda e complessa.

Siamo felici di vederla alla fine “felice,” maritata con un “trofeo” (un marito che lei può presentare, letteralmente, con regali vistosi come una spada d’argento e una giacca scarlatta, rovesciando i ruoli economici). Ma questo è il punto più cruciale e misterioso del libro. La sua felicità arriva solo dopo aver ottenuto la ricchezza, e la sua redenzione è l’ultimo, necessario atto di falsità richiesto dalla società: Moll deve fingere di pentirsi per poter mantenere il suo status.

Quando nell’ultima frase della novella Moll esprime l’intenzione di “pentirsi della sua vita scellerata,” noi lettori siamo complici e lieti di questa trasgressione finale. Sappiamo che questo pentimento è una performance richiesta dal contratto sociale. La vera Moll, quella che abbiamo imparato ad amare per la sua spietata verità, è ancora lì, appena sotto il velo della nuova ricchezza. Moll Flanders è il ritratto impareggiabile della sopravvivenza, un atto d’accusa contro ogni facciata. Ci chiede di guardare i “falsi” intorno a noi e di chiederci: chi è veramente il criminale? chi è costretto a mentire e chi mente per scelta?Quando si è costretti a barattare l’anima per la sopravvivenza, la condanna è solo l’inizio. E la finzione, talvolta, è l’unica via per la verità.

Alice Tonini

3 risposte a “Moll Flanders: morale e finzione nella crisi economica 🧭”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Defoe è una lettura ostica di questi tempi, per soglie di attenzione e stile, ma illuminante di come alcuni concetti conoscano solo lievi aggiornamenti.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille per avere condiviso la tua esperienza, buona serata 👍

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  2. Avatar lalchimistadigitale
    lalchimistadigitale

    Al di là della trama che Defoe ha magistralmente scritto, Moll Flanders è un archetipo.
    Non ama per romanticismo: ama per bisogno, per fame, per paura di scomparire. In lei l’amore non è estasi, è strategia. È desiderio di sicurezza travestito da passione. Eppure, proprio lì sta il suo lato esoterico: Moll attraversa la materia più densa — denaro, corpo, colpa — e ne esce trasformata. In fondo, Moll non cerca un uomo. Cerca un destino.

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Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale

Caro lettore dell’ignoto bentrovato per un altro appuntamento con gli inviti alla lettura, l’ultimo che parla dei viaggi di crescita dei protagonisti.

Nel 1845, Henry David Thoreau si allontanò dal mondo. Ma dove andò, e perché?

Iniziò a costruire una piccola capanna sulle rive di Walden Pond, un lago di proprietà del suo amico e mentore, Ralph Waldo Emerson. Il 4 luglio di quello stesso anno, nel giorno dell’indipendenza, si trasferì lì.

Visse principalmente dei vegetali che coltivava, integrando la sua dieta con un “sacco strano di carne indiana” che ogni tanto riusciva a procurarsi. Lì rimase per poco più di due anni, andandosene nel settembre del 1847 perché, come lui stesso scrisse, “aveva molte altre vite da vivere”.

Il libro che ne nacque, Walden, fu pubblicato solo sette anni dopo, nel 1854.

Il nome di Thoreau è ormai sinonimo di un ritorno alla natura e a una vita solitaria, un’icona per chiunque voglia fuggire dalla società moderna. Ma questa fama nasconde un’immagine incompleta, quasi un mito. Molti credono che durante la sua permanenza a Walden Pond non abbia mai rivolto la parola a un essere umano, vedendo il suo libro come un manuale per eremiti. Ma la verità è molto più intrigante.

In realtà, Thoreau non era affatto un eremita. Sebbene vivesse gran parte del tempo in compagnia di sé stesso, il suo diario rivela un’altra storia. Walden stesso elenca i visitatori che lo raggiungevano, e non erano pochi: a volte ne contava venticinque o trenta alla volta! Non solo, ma andava spesso in paese, ogni giorno o due, per tenersi aggiornato sulle ultime notizie, non solo dai giornali ma anche dai pettegolezzi che raccoglieva conversando con gli altri.

Descriveva questa esperienza come un toccasana in “dosi omeopatiche”, rinfrescante come il fruscio delle foglie o il salto delle rane. Addirittura, nel febbraio del 1847, a mesi di distanza dalla sua partenza, tenne due conferenze sulla sua vita al lago in un liceo. Non era un eremita solitario, ma uno scrittore talentuoso che usava la sua vita e il suo diario come materiale grezzo per un’opera meticolosamente rielaborata per anni. Il critico Michael West ha notato che Thoreau si diverte a giocare con l’idea che il lettore ha di lui, quasi a prendersi gioco del “solitario amante della natura”.

Walden è un libro misterioso che sfida ogni classificazione. È filosofia? Saggistica? Una biografia? Un manuale sulla natura? Mistico? Critica sociale? È tutto questo e nulla di tutto ciò. È un “libro-talismans”, con una forma organica scolpita da Thoreau durante la sua residenza nella natura. Man mano che lo si legge, si diventa consapevoli di una danza di opposti: civilizzazione/natura, passato/futuro, fantasia/esperienza, esseri umani/altri animali.

È un testo che nasconde la sua serietà sotto una superficie spiritosa. Le parti più divertenti del libro nascondono la sua tragica storia familiare, segnata dalla prematura scomparsa per tisi della madre, e quella stessa malattia un giorno lo avrebbe ucciso a soli 45 anni. Alcuni critici, come West, suggeriscono che questo spirito scherzoso sia un tentativo di esorcizzare la morte. Ma, in questo rifiuto della morte, risiede la magia del libro, il suo ottimismo per l’individuo e per la giovane nazione americana.

Il messaggio finale è un incantesimo potente, un atto di fede: “C’è ancora più giorno che deve sorgere. Il sole non è che una stella del mattino.”

Non si tratta solo di citare qualche frase qua e là ma di interiorizzarle, così come si dovrebbe memorizzare l’intero, celebre passaggio del secondo paragrafo della sezione 13, che inizia così: “Sono andato nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potevo imparare ciò che essa aveva da insegnarmi, e non, quando fossi venuto a morire, scoprire di non aver vissuto.”

Carissimi lettori del mistero Walden non è un libro, è un rituale, un’esperienza che ti invita a guardare la tua vita e il tuo posto nel mondo con occhi diversi, proprio come fece lui.

5 risposte a “Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale”

  1. Avatar wwayne

    Sul tema del viaggio è molto bello anche quest’altro libro: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai letto?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non ancora, grazie mille 👍

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      1. Avatar wwayne

        Allora sono onorato di avertelo fatto scoprire: è davvero bellissimo nella sua semplicità. Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Lo considero come un diario di un’esperienza inconsueta. Ne ho parlato anche io nel mio blog. Mi ha molto colpito non tanto la sua solitudine, che come dici bene tu, non è mai stata completa, quanto i riti (come il bagno nel lago) e le sensazioni legati a una vita dentro la natura. Buona serata

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  3. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore […]

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La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia

Lettori del mistero ben trovati, oggi vi racconto una storia. Nel 1913. Thomas Mann ha un’idea per un racconto breve, un semplice corollario a Morte a Venezia. Ma il mondo sta per crollare e con l’arrivo della Grande Guerra, anche la sua visione si trasforma. Quel breve racconto diventerà La montagna incantata, un’opera monumentale di settecento pagine, pubblicata nel 1924, che gli varrà il Premio Nobel per la Letteratura cinque anni dopo.

Mann stesso, con ironia, suggeriva che per comprendere l’opera a fondo bisognerebbe leggerla due volte. Il suo non è uno scherzo, ma un invito a perdersi in una storia che è un vero e proprio caleidoscopio di saperi: medicina, politica, teologia, biologia, psicoanalisi, occulto. Un’esperienza letteraria che non si limita a essere letta, ma che va vissuta.

Il protagonista è Hans Castorp, un giovane orfano di Amburgo destinato a diventare ingegnere. Prima di iniziare la sua carriera, fa visita al cugino Joachim Ziemssen, un soldato che si sta curando dalla tubercolosi in un sanatorio sperduto tra le vette di Davos. Per Hans, dovevano essere solo tre settimane.

Ma il sanatorio non è un semplice ospedale. È un “reame” a parte, un mondo chiuso, sospeso nel tempo, con le sue regole e la sua magia sinistra. Si entra nel regno del “Bei uns hier oben” – di noi quassù. E una volta varcata quella soglia, il tempo si dilata, i confini si confondono. Hans, da visitatore, diventa paziente. Indossa la sua “divisa” di lino, prende la temperatura più volte al giorno e porta orgogliosamente le sue lastre ai raggi X come fossero medaglie al valore. Le tre settimane diventano sette anni.

Solo lo scoppio della guerra, un evento che distrugge il mondo esterno, riesce a strapparlo da questa prigione dorata. Ma prima di precipitarsi nel fango e nella violenza della battaglia, Hans vivrà un’educazione unica, fatta di vita, morte e amore, offerta da un luogo che è tanto seducente quanto letale.

La sua iniziazione all’amore arriva da Claudia Chauchat, una russa dal fascino selvaggio, descritta come un “gatto caldo”. Claudia sbatte le porte, si morde le unghie e incarna la mancanza di rigore dell’Europa dell’Est, un contrasto affascinante con la disciplina teutonica di Hans. I suoi occhi “kirghizi” e i fianchi stretti risvegliano in lui un ricordo della giovinezza e di un compagno di scuola per il quale provava un’attrazione complessa. Questo è uno degli indizi che ci fa capire le turbe irrisolte sull’identità sessuale di Hans, che più tardi si innamorerà persino dell’amante di Claudia.

La sua dichiarazione d’amore avviene in una lingua che è di per sé un incantesimo: il francese. Parlare francese, dice Hans, è come parlare in sogno, senza freni. Le sue parole si fanno audaci, erotiche, surreali: “Tu sei il Tu della mia Vita” e persino il grottesco “fammi baciare la tua arteria femorale”. Il narratore all’inizio sembra sminuire la serietà di queste parole, ma pian piano ci accorgiamo che sotto la superficie si nascondono verità più profonde e inquietanti.

L’istruzione di Hans non si ferma all’amore. Il sanatorio è un teatro di duelli verbali tra due figure opposte, quasi archetipiche:

* Settembrini, l’umanista razionalista che a tratti è la voce di Mann stesso, a tratti una sua parodia.

* Naphta, il gesuita comunista ed ebreo, che vede nel terrore un desiderio intrinseco della società.

Da questi dibattiti, Hans impara a conoscere sé stesso. Ma la vera rivelazione arriva durante una sciata. Si perde in una tormenta di neve, dove le allucinazioni prendono il sopravvento, mostrandogli visioni di delizie arcadiche e terrore macabro. Resiste alla tentazione di addormentarsi per sempre nella neve, risvegliandosi “invalido” e trasformato.

Carissimi lettori del mistero, se le storie fossero sport, questo romanzo sarebbe un triathlon: una prova estenuante, ma la cui ricompensa per la mente è immensa. Non a caso i figli di Mann lo chiamavano Z per “Zauberer”, il mago. Ed è proprio questo che è La montagna incantata: un’opera che, con il suo mix di mistero, magia e folklore dell’anima umana, incanta e ti rapisce.

Alice Tonini

3 risposte a “La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Tanti libri che tu presenti io non li leggerò mai per questo leggo volentieri le tue “recensioni”,che trovo sempre interessanti. CIAO!

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  2. Avatar La tana dei libri

    Ho impiegato un anno per finirlo, ma non rimpiango un solo minuto e una sola parola. In effetti sarebbe proprio da rileggere, però tra un po’ di tempo 😄

    Bella recensione!

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  3. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] Il contrasto tra la lotta per il riconoscimento (l’Anonimo), la ricerca dell’essenziale (Thoreau) e la contemplazione della morte (Castorp) ha creato un momento di rara, e a tratti surreale tensione. Per leggere il resoconto completo della loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia. […]

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Clyde Griffiths: sogni e delitti in ‘Una tragedia americana’

Lettore dell’ignoto oggi continuiamo i nostri appuntamenti degli inviti alla lettura e stavolta ti parlo del libro di Theodore Dreiser “Una tragedia americana”. Mi scuso profondamente per l’assenza ma purtroppo questo novembre è per me davvero molto impegnativo dal punto di vista lavorativo e visti i tempi che corrono non ho modo di fare altrimenti.

Dreiser se ne andò dalla città di New York qualche giorno prima che il suo libro venisse pubblicato, siamo nel Dicembre 1925, perchè non voleva affrontare le recensioni che secondo le sue previsioni avrebbero dovuto essere terribili. Vi faccio notare solo che qualche settimana prima l’autore Lewis Sinclair si rifiutò di recensire il libro perchè non la trovò di suo gusto.

Un mese più tardi l’autore, che nel frattempo aveva trovato casa a Fort Lauderdale, ricevette la notizia della vendita di diciassettemila copie. Un bel colpaccio e una bella gratificazione. Qualche giorno dopo fece una inusuale annotazione nel suo diario: il venditore di locale di libri e l’assistente alla cassa della First National Bank sono venuti a congratularsi con me riguardo al mio libro.

Più tardi il libro venne bannato dall’ intera città di Boston e molto probabilmente questo favorì il suo successo commerciale. Lo scrittore H.L.Mencken suggerisce ai lettori svogliati (ma sono certa che i lettori dell’ ignoto non lo sono), e a quelli che hanno poco tempo, di saltare la prima delle tre lunghe sezioni del libro, quella che tratta della prima adolescenza del protagonista Clyde Griffiths.

Ha vent’anni quando lo incontriamo, segue sconsolato i suoi genitori che pregano e cantano in chiesa e i trascorre il tempo con i suoi coetanei per le vie di Kansas City. Il giovane Clyde desidera una vita lontano dalla sonnolenta monotonia della sua vita quotidiana e sogna di andarsene. Sua sorella Esta fugge per prima. Tornerà presto, disperata, abbandonata e incinta. Tutti dettagli della storia che prefigurano quano accadrà più tardi al protagonista che però non presta alcuna attenzione allo sfortunato destino della sorella totalmente assorto nella sua continua ricerca di un avvenire brillante e luminoso. Lavorare come fattorino gli procurerà un primo assaggio di una vita diversa da quella vissuta fino a quel momento, ma quando la macchina in cui è passeggero investe e uccide un bambino, è costretto ad abbandonare Kansas Citi. Questo evento ci suggerisce quello che più tardi diverrà evidente come difetto del personaggio: la codardia morale e mentale del protagonista.

La famosa seconda sezione del libro ci racconta delle vicissitudini di Clyde a Lycurgus, New York. Qui ha la possibilità di incontrare un parente che possiede una azienda e il nostro protagonista diventa un supervisore nel dipartimento che stampa collari. Qui si innamora della bella e dolce Roberta Alden. Le regole aziendali impediscono relazioni tra i manager e gli impiegati ma Clyde fa pressioni su Roberta per degli incontri clandestini. Dopo qualche mese di passione proibita, il bell’aspetto di Clyde fa colpo nella luminosa vita sociale di Lycurgus e lui finisce tra le braccia della bellissima Sondra Finchley (Qui viene subito in mente la bella Liz Taylor che ricoprì il ruolo di Sondra nel film del 1951 A Place in the sun; Montgomery Clift e Shelley Winters completarono il cast superbo nel triangolo amoroso nella versione cinematografica della novella dal titolo cambiato).

Gli eventi precipitano inesorabili. Roberta resta incinta. Il nostro protagonista spera inutilmente in un aborto, e Roberta chiede il matrimonio con lettere che farebbero a pezzi il cuore di qualsiasi lettore dell’ ignoto ma lasciano Clyde indifferente. Un articolo di giornale ispira Clyde che decide di ucciderla. L’autore ci dettaglia i cambiamenti di idea dell’ultimo minuto di Clyde ma il destino ride e causa un improvviso e disastroso incidente navale. Roberta affoga e Clyde si infila giacca e cappello per raggiungere Sondra e i suoi amici e trascorrere il week end con loro.

Nella parte tre viene presentato il processo, l’accusa e l’esecuzione del sensibile ma egoista Clyde. Interessanti personaggi minori fanno capolino tra le pagine, ad esempio abbiamo un avvocato egoista e opportunista, un prete sensibile e un compagno di cella intelligente nel braccio della morte, e nell’ultima parte fa la sua apparizione anche la fiera madre di Clyde che lo ama profondamente fino alla fine.

Il mondo creato dall’autore è credibile anche se lo stile di scrittura è improvvisato. L’autore, penultimo di tredici figli nati da madre illetterata, può essere indicato forse come il peggiore scrittore di grandi novelle del mondo. Lo stile è inetto ma quest’uomo ha una personalità forte e interessante che gli ha vinto amicizie importanti. Chi altri al suo funerale può dire di avere avuto una lettura fatta da Charlie Chaplin?

Alice Tonini

Una risposta a “Clyde Griffiths: sogni e delitti in ‘Una tragedia americana’”

  1. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] le sue grandi speranze e disperate illusioni, Pessimismo e Desiderio in Jude l’Oscuro, Clyde Griffiths: sogni e delitti in ‘Una tragedia americana’, L’Amore e il Sogno Americano nel Grande […]

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Biografie poco conosciute di grandi personaggi storici

Un saluto a te lettore dell’ignoto. Oggi ti parlo di biografie di personaggi che hanno fatto la storia ma che in Italia conoscono in pochi, ti va di sfogliarne qualcuna con me?

In questo periodo storico, con le elezioni presidenziali americane alle porte e il movimento Black Lives Matter che ancora chiede giustizia e uguaglianza tra bianchi e neri, il pensiero di personaggi storici come Abramo Lincoln o George Washington è più che mai attuale. In più, diverse delle opere che ti propongo, hanno vinto prestigiosi premi letterari come il premio Pulitzer, un motivo in più per darci un’occhiata.

Sono certa che a un certo punto mi farai notare che alcuni libri oggi si possono trovare solo in inglese e che sono vecchi, giusta osservazione, se non mastichi l’inglese io posso consigliarti di approfondire il personaggio con un’opera di un altro autore. Alcuni dei personaggi di cui ti parlo sono talmente famosi che esistono decine di biografie in tutte le lingue e poi ricordati che ci sono i mercatini dell’usato e le biblioteche dove si trovano spesso volumi che sul mercato sono a volte difficili da reperire. Ma torniamo a noi.

Il padre della biografia moderna è ritenuto James Boswell che è presente nel mercato librario sin dal diciottesimo secolo con la sua biografia di Samuel Johnson che fu pubblicata nel 1791, solo due anni prima della pubblicazione in inglese del più vecchio tra i libri che vi propongo. Ho selezionato una decina di opere che ci parlano di personaggi le cui storie e il cui pensiero hanno fatto la storia della letteratura e della politica, vediamo quali:

1. Iniziamo il nostro viaggio con l’autobiografia di Benjamin Franklin. Di sicuro sai di chi parlo. Fu presidente degli States e fu uomo della strada, intelligente e arguto, in grado di comprendere le debolezze e i punti di forza del suo tempo per costruire una nazione.

2. Il viaggio continua con l’autobiografia di Frederick Douglas pubblicata nel 1845 e che ti racconta delle comunità afro americane e di come uomini virtuosi e forti erano tenuti in catene come animali.

Ognuna di queste due autobiografie ci mostra l’intrigante storia della ascesa del proprio autore. Sono uomini di quelli che si sono fatti da sè approfittando di ogni occasione ma con delle differenze sostanziali notevoli: Franklin fu uomo bianco che potè sfruttare la sua intelligenza e il suo lavoro etico fin da subito nella sua vita, Douglas non potè fare alcun utilizzo del suo grande potenziale come uomo finchè non fuggì dalla schiavitù. Uomini simili ma con percorsi di vita diversi.

3 Cotton Mather, l’uomo che influenzò le politiche di Benjamin Franklin. La sua vita è narrata in una superba biografia di Kenneth Silverman: La vita e i tempi di Cotton Mather, che vinse il premio Pulitzer per la biografia e il Bancroft Prize. L’autore toglie dalla figura di Mather il velo dello stereotipo e rivela di lui un lato umano unico e affascinante raccontando anche del processo di Salem.

Le prossime tre biografie riguardano uomini affascinanti, ognuno di loro lascerà un segno indelebile nel ventesimo secolo: W.E.B Du Bois, Lyndon Baines Johnson ed Elvis Aron Presley.

4 David Levering Lewis, il biografo di Du Bois ci riporta una analisi fluida e leggibile delle condizioni in cui vivevano gli afro americani e della vita straordinaria di un uomo che visse fino a novantacinque anni (1868 – 1963). Il sottotitolo del suo primo volume Biografia di una Razza rende chiaro il fatto che la vita di Du Bois riflette e aiuta a formare un opinione riguardo le condizioni di vita del protagonista e dei suoi pari.

5 Robert Caro si è occupato della controversa figura di Lyndon Baines Johnson, presidente degli Stati Uniti. I libri che compongono questa biografia sono quattro ma il più interessante è certamente il primo che traccia la strada che ha portato LBJ al potere.

6 Elvis Presley: The King. Non un uomo di politica, regnò in un mondo completamente differente da quello di Du Bois e di LBJ ma la biografia di Guralnick non è meno seria delle precedenti ed è scritta molto bene. L’ultimo treno per Memphis con i suoi due volumi ci racconta la vita del re senza ammantarlo della solita aura mitica e senza condannarlo per le sue mancanze.

Tre dei libri che vi propongo qui sotto sono gruppi di biografie, ci raccontano la storia di persone diverse che hanno condiviso tempi e stili di vita.

7 Gli eminenti vittoriani, di Lytton Strachey del 1918, ci introducono nell’Inghilterra vittoriana con il racconto delle loro vite. Ovviamente la nostra reazione dovrà essere di sdegno per cotanta intraprendenza.🧐

8 C’è poi l’intrigante opera Il cinque di cuori di Patricia o’Toole sul circolo di amicizie di Henry Adams, pubblicato nel 1991. Ci racconta la vita, e la morte, di cinque personaggi famosi puntando i riflettori sulla loro amicizia.

9 Le talentuose sorelle Peabody ci vengono raccontate dalla penna di Marshall nel suo libro Le sorelle Peabody pubblicato nel 2005.

10 Per ultimo vi consiglio Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes. Si tratta di un ritratto unico e se mi credi ha molto da insegnarti su Flaubert e su come si scrive una buona biografia moderna.

La lista sarebbe ancora lunga, di buone biografie la fuori è pieno, ma credo che per ora possa bastare.

Caro lettore dell’ignoto ti auguro una buona lettura e alla prossima. 👋🥰

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