Esploriamo insieme il fantasy e troviamo idee per scrivere una buona opera

 Vi piacerebbe scrivere un racconto o un
romanzo fantasy?

Gandalf vuole assicurarsi che siate degni di ricevere questi insegnamenti 

Il fantasy è uno dei generi letterari
più generici e ampi di tutti perché intende una enorme quantità di
tipi diversi di narrativa.

Nel fantasy possiamo trovare spade e
magia, elfi, stregoni e draghi, regni magici, sfide eroiche e battaglie tra
bene e male. Molti romanzi di questo genere sono pubblicati come trilogie forse
a causa di quella che viene considerata l’opera prima del genere: Il
signore degli anelli di Tolkien.

Alcuni autori non apprezzano il fantasy
perché manca di ragionamenti scientifici al contrario della
fantascienza, tra di loro ricordiamo Martin, il padre del Trono di
spade che è risaputo non amasse particolarmente il genere fantasy,
salvo poi ricredersi. Io penso che considerarlo un genere di seconda classe sia ingiusto.

Un buon fantasy deve essere logico e
completo come la migliore fantascienza. La differenza è che le idee
e le leggi che regolano l’universo del romanzo devono essere
totalmente inventate e non derivare dalla scienza e dalle sue teorie. In realtà come vedremo nella trama di un buon fantasy ci deve essere almeno un elemento (può essere sociologico, psicologico o legato al sistema magico) con una forte connotazione scientifica su cui basare il what if fantastico per dotare il libro di un sottofondo di realismo che lo rende più interessante.

Spesso le critiche più severe sono
dirette agli autori del fantasy che possiamo definire povero, nel
quale i problemi sono risolti da un nuovo incantesimo inventato al
momento, dalla scoperta di una spada incantata che dona super poteri o dalla mano del destino che interviene al momento giusto e non dall’azione dei
personaggi. Questo tipo di narrativa è da considerarsi insoddisfacente perché in
una buona opera devono essere i personaggi a dover evolvere per sviluppare
l’abilità di affrontare il pericolo.

Per evitare questo problema di sviluppo
del personaggio bisogna trattare gli elementi magici come un insieme
di leggi fisiche/scientifiche. La magia offre un potere ma deve avere
effetti collaterali e limiti. Sono queste restrizioni che mettono il
personaggio in situazioni che richiedono azioni per risolvere i
problemi e rendono tutta la storia più dinamica e interessante.

Se volete scrivere fantasy di magia e
spada valgono le tecniche e i suggerimenti che già vi ho dato quando
ho parlato della fantascienza. Anche se le idee del fantasy non si
basano completamente su assunti scientifici devono comunque essere logiche e la
loro applicazione deve essere accurata.

Fantasy si riferisce anche ad un genere
di narrativa vicino al mainstream chiamato “realismo magico”. E’
un tipo di narrativa che si preoccupa dello stato psicologico
piuttosto che delle leggi scientifiche o del mondo immaginario.

E’ un tipo di fantasy che ha a che fare
con il mondo dei sogni, con le illusioni, con le droghe psicoattive e
a volte si mescola con la magia. E’ di solito ambientato nel mondo
ordinario moderno con elementi fantastici che emergono nella vita
reale. Se qualcuno di voi ricorda la serie televisiva Twin Peaks è
un esempio perfetto, un background magico e una detective story che
si intrecciano. Un mistery che maschera il realismo magico. Potrei
citare altre opere come Blind needle di Trevor Hoyle o Counterparts
di Gonzalo Lira dove sogni visioni ed eventi immaginati creano un
effetto incredibile.

Questo tipo di narrativa secondo me è
il più emozionante perché la magia ricorre in un mondo quotidiano
riconoscibile al lettore, aggiunge quindi realismo.

In queste opere l’occhio dell’autore è
rivolto alle emozioni e come queste affliggono la realtà e vice
versa. Gli eventi possono essere illogici e e dettati da
credenze e paure del personaggio piuttosto che dalla realtà
assoluta.

Questa libertà dalla scienza può
portare confusione nel lettore, gli stati alterati della realtà vanno utilizzati
attentamente. Tutti gli eventi devono avere una spiegazione che abbia
un senso razionale. Gli stati alterati della mente devono riflettere
l’idea, il tema della storia e la natura del personaggio, altrimenti meglio evitarli del tutto.

Bene e per il fantasy è tutto, se non
avete ancora letto il precedente post dedicato alle idee per la
fantascienza vi invito a farlo.

Alla prossima e buona lettura

Alice Tonini

La follia di don Chisciotte e l'aspra critica alla società bigotta del tempo di Cervantes

Secondo appuntamento per gli inviti alla lettura.

Oggi ti parlo di un’altra opera storica, ma a differenza del protagonista di Beowulf questa volta si tratta di un guerriero folle, un visionario: Don Chisciotte della
mancia
, protagonista del romanzo di Miguel de Cervantes. Vedremo come l’autore utilizza la follia del protagonista per criticare la società del suo tempo da cui sentiva di essere stato abbandonato.

Il grande Samuel Johnson lo ha nominato
come uno dei tre libri da lui letti che avrebbe voluto fossero più
lunghi. Si tratta di un capolavoro della letteratura mondiale, uno
dei libri più venduti della storia. Distribuito in appena 1200 copie
in quattrocento anni ha raggiunto le 500 milioni di copie vendute. Il
primo esemplare del romanzo tradotto in inglese è stato rivenduto
all’asta per un milione e mezzo di dollari. Di recente ha raggiunto
il primo posto al concorso indetto dall’Nobel Prize Institute come
migliore opera di fiction del mondo. Non ti sto certo raccontando di un libretto qualunque. 🧐

Pubblicato per la prima volta nel 1605,
in italia arrivò nel lontano 1622.

Oggi molte persone hanno familiarità con
la riproduzione del protagonista fatta da Picasso con il nostro don
Chisciotte alto e magro e il suo compagno Sancho Panza basso e
grasso, è in questo modo che viene solitamente rappresentato. In
realtà Cervantes non ha mai descritto Sancho Panza ma lo
caratterizza solo con delle gambe molto lunghe. 

Il motto di don
Chisciotte è “sognare il sogno impossibile” e questa sua follia è stata rappresentata in centinaia di modi: ci sono canzoni come quella di Guccini, opere
teatrali, opere liriche, decine di film e serie tv raccontano le
eroiche gesta del nostro cavaliere errante e del suo fido scudiero.
Forse per questo motivo molti sostengono di aver letto il libro senza
mai avere aperto le sue pagine, spesso l’impressione che si ha è proprio quella di conoscere talmente bene il protagonista e le sue avventure da non sentire il bisogno di leggere il romanzo. 

Viene considerato il primo romanzo
moderno e deve essere letto, anche se ha più di quattrocento anni,
con una buona traduzione tra le mani. È un titolo che ringiovanisce
parecchio e può essere letto con comodo.

Ci sono molti modi per descrivere
questa lunga novella divisa in due parti. Carlos Fuentes sostiene che
il sottotitolo adatto potrebbe essere elogio alla follia;
Terry Castle suggerisce passeggiate stupide. Lo citano
Milan Kundera e Octavio Paz per il sarcasmo ed è un libro che ispira
allusioni ad Erasmo e rispetto da uno come Monty Pyton. Dostoevskij lo elogia più volte e afferma che :”In tutto il mondo non c’è opera di finzione più profonda e forte di essa. finora rappresenta la suprema e massima espressione di pensiero umano, la più amara ironia che possa formulare l’uomo.” Borges scrisse pagine meravigliose su Chisciotte e Kafka compose un piccolo racconto La verità su Sancho Panza chiaramente ispirato al romanzo.

Guidò le
intenzioni dell’autore una critica satirica e pungente
dell’aristocrazia spagnola del suo tempo, ancora legata ad antichi
ideali cavallereschi e inadatta ai tempi moderni che stavano
sopraggiungendo. Un’aristocrazia che come il protagonista non è in grado di distinguere la realtà dalla finzione. Si tratta di una configurazione letteraria di due
generi sovrapposti: il poema cavalleresco e la satira. Uno scherzo di
genere nuovo per l’epoca.

Ci sono questi due compagni, un poetico
cavaliere sgangherato di nome Alonso Chisciano sul suo ronzino
Roncinante e il suo scudiero Sancho Panza a cavallo di un asino. Il
vecchio don, impazzito a forza di leggere libri sulla cavalleria,
inizia a vedere sé stesso come un eroe di dimensioni epiche e si
sente in diritto di aggirarsi lancia alla mano per raddrizzare le
ingiustizie che immagina di vedere. Tutto fatto per l’onore di
Dulcinea, una ragazza di paese, prostituta ad ore in una locanda che
nella testa del don diventa una raffinata principessa. Seguono una
serie di avventure e disavventure. Liberano degli schiavi, vengono
inseguiti da un branco di maiali, vengono presi a pugni da una
capraia in quella che è una divertente e assurda “enciclopedia di
crudelta”, come la chiama Nabokov.

Il libro racconta delle follie del
protagonista, ostinato abitante di un mondo immaginario contrapposto alla razionalità rappresentata dallo scudiero Sancho. Questa costante contrapposizione crea corrispondenze  che obbligano il lettore a  re-interpretare continuamente la realtà presentata dal libro e portano incertezza. Don Chisciotte ci da continuamente la sua interpretazione della realtà ma non c’è nessuna affidabilità. Ci sono molti modi diversi di interpretare i nostri personaggi e le loro avventure e forse questo è proprio il bello di un’opera simile. L’autore ci mostra quello che secondo lui è il problema di fondo dell’esistenza: la delusione che l’uomo subisce a causa della realtà, che annulla l’immaginazione e la fantasia e che annienta i progetti di vita con cui ci identifichiamo.

Le disavventure e gli scherzi subiti
dai due accompagnano una festa di superbe tecniche letterarie: in 126
capitoli si raccontano parodie di storie d’amore che si interpolano a
racconti di vita vissuta, il comico e la tragedia giostrano (senza
vincitori), poetica e madrigale si interlacciano nella prosa e la
saggezza filosofica diventa una farsa. Abbondano riferimenti
all’Eneide e alla Bibbia, discussioni di etimologia e teorie di
linguistica fanno capolino tra le pagine. Non dimentichiamo che
l’autore sostiene che questo lavoro sia una traduzione da un
manoscritto in arabo appartenente ad un nobiluomo musulmano.

Cervantes, un uomo senza alcuna
educazione formale, ha combattuto nelle guerre contro i turchi e
nella battaglia di Lepanto, fu catturato dai pirati barbari e servì
come schiavo in Algeri dove venne imprigionato dai corsari
barbareschi con il fratello Rodrigo e passò del tempo in prigione a
causa di un’accusa di peculato. Proprio qui, nel carcere di Siviglia
, iniziò a scrivere il libro. La composizione del secondo libro
iniziò quando venne pubblicato nel 1614 un don Chisciotte apocrifo,
un falso, opera non composta da Cervantez che lo indigò al punto da spingerlo a comporre il seguito. Morì il 23 aprile del 1616, lo
stesso giorno di William Shakespeare, uno dei suoi pochi eguali. Visse sempre in condizioni di precarietà economica, incapace di muovere una mano a causa di una ferita di guerra, proprio per questo motivo si sentirà abbandonato dalla società del suo tempo che non teneva in alcuna considerazione i reduci di guerra.

Di follia nei libri fantasy e horror
tanto si parla, questa volta ti ho mostrato come la follia del personaggio principale è usata dall’autore come critica sociale e molto probabilmente in futuri post affronteremo l’argomento anche sotto altri punti di vista, per ora ti consiglio la lettura di Un fiore per algernon, altro libro di critica sociale, o le novelle del
maestro King che spesso vedono il protagonista uscire di senno nei peggiori modi possibili.

Alla prossima, buona lettura.

Alice Tonini

Come trovare le idee per scrivere di fantascienza, horror o fantasy in cinque minuti

Scrivere di horror, di fantascienza e
fantasy cosa vuol dire?

Yoda è pronto a elargire importanti perle di saggezza a tutti gli aspiranti scrittori.

Vi piacerebbe provare a scrivere un
racconto o un romanzo che parli di fantascienza, fantasy o horror?

Dedichiamo qualche articolo alla
scrittura, più precisamente alla fantascienza, all’horror e al
fantasy che non sono mai stati tanto popolari come in questi decenni,
trainati da serie televisive e film come Star Trek, Highlander,
X-files, il Signore degli Anelli, Harry Potter
o i racconti di Ian
Banks e Kim Stanley Robinson che sono la dimostrazione che anche con
la fantascienza si possono fare parecchi soldi.

Ma come trovare le idee giuste e come
ragionarle per costruire correttamente un mondo in cui si possano
muovere in modo credibile i nostri personaggi?

Per motivi di lunghezza ho diviso
l’articolo in tre parti, in questa prima parte parlerò in modo più
specifico delle idee per la fantascienza, ma come vedrete, alcuni
principi saranno gli stessi sia per l’horror che per il fantasy che
sono pubblicati come generi letterari separati ma tendono quasi
sempre a rimescolarsi tra loro.

A differenza di altre forme di
narrativa la fantascienza guarda a come il mondo sarebbe se le cose
fossero diverse. Cosa ne sarebbe di noi se qualcosa di fondamentale
cambiasse per sempre. Per esempio cosa accadrebbe se fossimo immortali o se potessimo
viaggiare tra le stelle? Chiedersi questo e cercare di trovare le risposte possibili è compito della fantascienza che ci ricorda in
ogni opera cosa vuol dire essere umani oggi.

Se volete cimentarvi nella scrittura di
un testo fantascientifico dovete considerare che la fantascienza è
speculazione, è immaginazione e inventiva in modo molto maggiore
rispetto ad ogni altro tipo di narrativa. Se volete mantenervi al
passo con la fantascienza e sapere cosa bolle in pentola dovete
leggere molti racconti e romanzi del genere. I film e la televisione
generalmente sono indietro una decina di anni in termini di idee.

L’elemento più importante nella
fantascienza è l’originalità. Lo stile e la tecnica per alcuni
autori sono elementi secondari. L’importante è che seguiate le
vostre idee e non copiate a man bassa opere come il Signore degli
anelli, Hellraiser o Star wars che sono meravigliose ma con una forte
identità riconoscibile a qualunque lettore.

La fantascienza riguarda il cambiamento
e contiene sempre elementi futuristici, che nel presente non
esistono. Tratta argomenti come: le nano tecnologie, i contatti
alieni, i viaggi nel tempo, realtà virtuali, intelligenze
artificiali e altro. Per emozionare un lettore di fantascienza
bisogna sforzarsi di trovare la propria originale versione del futuro
e rielaborare in modo personale argomenti che sicuramente sono già
stati trattati da altri prima di noi. Potete partire da piccole idee
come nuovi tipi di telefoni e attraversare grandi temi come le
implicazioni dei viaggi intrastellari. Potete raccontare di poche ore
di vita o di trillioni di storia futura, magari in un futuro vicino,
un presente alternativo o migliaia di anni avanti su di un’altro
pianeta.

Non dimenticate che i lettori sono
molto interessati alle persone che abitano i vostri racconti, anche
quando scrivete di alieni e computer le emozioni del protagonista
devono essere riconoscibili. Un protagonista troppo “alieno”
rischia di non creare empatia nel lettore che non riuscirebbe a
capire fino in fondo le sue scelte e a tifare per lui.

Film come ET o Incontri ravvicinati del
terzo tipo
non hanno come protagonisti gli alieni ma persone che
hanno bisogno di avere un contatto con loro. Incontri ravvicinati del
terzo tipo
parla della responsabilità e della forza necessaria per
credere, mentre ET riguarda l’adolescenza e ci parla di amicizia e di
come questa possa aiutare la crescita dei ragazzi. Queste storie
funzionano perchè parlano di emozioni che possiamo capire e di cui
abbiamo tutti esperienza al di la degli elementi fantascientifici.

Le migliori storie funzionano quando
illuminano la nostra comprensione della vita presente. Un esempio può
essere Il rosso di marte di Kim Stanley Robinson ambientato nel 2026
tra i primi umani che vogliono terraformare marte. Vedremo questo
gruppo di umani affrontare problemi sociali, etici e ingegneristici
in una riflessione sulla vita presente qui sulla terra, per chiederci
chi siamo e dove stiamo andando.

Ogni volta che scrivete una storia di
fantascienza dovete creare un intero mondo nuovo perchè ogni idea,
ogni elemento ha effetto sull’universo di cui stiamo scrivendo, ad
esempio il teletrasporto che non avrà conseguenze solo sul turismo
futuro. Interi paesi potrebbero scomparire, le guerre si potrebbero
combattere in modi totalmente diversi, le persone potrebbero
relazionarsi tra loro in modi totalmente inaspettati. Valutate ogni
idea e l’impatto della stessa sull’intero universo della vostra
storia.

Una volta trovata l’idea principale
stabilite come influenza il livello generale di tecnologia, il
sistema politico, i modelli di trasporto, l’impiego di risorse e il
lavoro, il cibo, i gruppi sociali e etnici, le relazioni personali,
le religioni, l’ambiente e i paesaggi, le case e l’intrattenimento.

Determinate se la tecnologia è
proprietà di un individuo, di una corporazione, di un governo
mondiale o qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Che effetti ha tutto ciò
sul vostro protagonista?

Avrete bisogno di sapere come le
persone operano nel mondo immaginato per creare realismo. Se ad
esempio state scrivendo di Londra tra due secoli dovete considerare
quali edifici saranno ancora in piedi, dove e perchè. Ci saranno teatri, cinema o caffè? Cosa mangeranno le persone e dove? Di cosa
parleranno?

Tenete alcuni elementi ma altri
andranno cambiati.

Anche la cultura andrà ripensata, se
noi umani saremo rimpiazzati dalle macchine come saremo felici o
annoiati? Quale sarà il nostro stile di vita? Come passeremo il
tempo libero?

Senza queste considerazioni
preliminari potete stare certi che farete errori grossolani nella
costruzione dell’ambientazione e di conseguenza la vostra
storia potrebbe non stare in piedi. Tutta la società dovrà essere
influenzata dagli elementi fantascientifici del vostro progetto.

Quanto tempo ci impiegherete dipende da
voi. Si tratta di un lavoro che potete fare in pochi minuti, con un’idea che si
trascina appresso tutte le altre, o ci possono volere ore di
annotazioni, ricerca e preparazione, tutto dipenderà dalla complessità e dal messaggio che vorrete dare. Ricordiamoci inoltre che stiamo scrivendo
una storia e non facendo giornalismo su un possibile futuro, dobbiamo
cercare di essere logici e consistenti.

Costruire un mondo narrativo è un
processo creativo di risposta a domande e di ragionamento sulle
implicazioni. In questo modo i personaggi e il tema della narrazione sarà molto più facile da gestire.

Spok vi da appuntamento al prossimo post.

Per le fantascienza è tutto, vi
aspetto il prossimo post sulla scrittura per parlare di fantasy e di
come costruire un mondo fantasy solido e credibile.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Hai il coraggio di fare un viaggio nel tempo alla scoperta di Beowulf?

Classici e opere senza tempo, romanzi, poemi o racconti considerati epici per la lingua e la cultura di appartenenza. Opere antiche avvolte da un’aura di leggenda e mistero che ti sanno trasportare in un altro mondo. 

Inauguriamo la rubrica inviti alla lettura con un viaggio alla scoperta di Beowulf, un poema epico le cui radici ci sono sconosciute.

L’opera di Beowulf arriva
dall’inghilterra, composta in un periodo non ben definito che va dalla metà
del settimo secolo alla fine del decimo, racconta delle gesta
eroiche del protagonista, un fiero e giovane guerriero svedese con
una statura ed un forza sovrumane. Il più grande e valoroso tra i
guerrieri della terra dei geati, una regione situata nell’odierna
svezia.

Attenzione! 

Sappiamo della gloria,

in giorni lontani, del

re della nazione; che

grandi cose fecero

quei principi, nel

passato…

Beowulf è un poema scritto
originariamente in una variante dell’anglosassone (inglese antico) ed
è il più lungo giunto sino a noi, oltre ad essere uno dei più
antichi. Da Oxford a Cambridge ogni studente universitario inglese
deve affrontare la lettura e traduzione di Bewoulf per dimostrare la
propria conoscenza delle radici della propria lingua, un po’ come da
noi con la Commedia di Dante. Nell’originale e nella traduzione
inglese più diffusa, quella di Seamus Heaney, contiamo 3182 versi.
Sono versi magnifici e coinvolgenti anche nella traduzione in
italiano, vi avviso però che non si tratta di una lettura semplice perchè la lingua ai nostri occhi può risultare complessa ed è ricca di ibernicismi (parole tradizionalmente utilizzate in irlanda, una specie di dialetto per intenderci, come thole) di
non facile resa in qualsiasi traduzione. Seamus Heaney ha impiegato 35 anni di
ricerche sulle lingue arcaiche che fondano l’inglese moderno per
poter fare una traduzione efficace del poema.

L’autore di Beowulf, che rimane anonimo, ci parla di un
mondo che ai nostri occhi ha dell’incredibile, del quale non abbiamo immediati riferimenti culturali. A differenza dell’Iliade o dell’Odissea di cui tutti abbiamo sentito
parlare i personaggi che compongono l’universo narrativo di questo libro ci sono sconosciuti. Se vi chiedo chi è Achille o Ulisse tutti sapete
rispondere, ma se vi chiedo chi è Scyld Scefing o la regina
Modthryth cosa mi rispondete?

E’ quest’aria di stranezza, l’illusione
di entrare in un mondo alieno alla nostra cultura mediterranea; storie e miti da una terra fredda dove si usano parole dal suono “diverso” (nelle traduzioni i nomi sono
semplificati ad esempio Scyld è diventato Shield Sheafson che
ricorda un eroe marvel).Una lingua dove i nomi sono composti da parole che indicano i punti di forza del personaggio: ad esempio Hrothgar è la combinazione di “esercito” e “lancia”.

L’ambientazione del poema è dettagliata ed
interessante. Vengono descritti pezzi di gioielleria anglo sassone,
si parla delle cortesie che si usavano presso la corte di re Hrothgar
e della regina Qealhtheow a Heorot, ci narrano delle canzoni che si usavano durante i banchetti reali, ad esempio la
saga di Finn (un poema nel poema) che canta della navigazione
sulla “rotta dei cigni” tra la svezia e la danimarca. Nel poema si parla
anche di una spada leggendaria che può essere brandita solo da un vero eroe perchè “dotata di vittoria, antica di giganti;
segno di prestigio per qualunque guerriero è la perla delle armi..,
era la più grande arma mai vista dall’uomo.” 

Come avete visto sin qui è un poema avvincente e misterioso e solo una singola copia del manoscritto è
sopravvissuta fino ai giorni nostri, inserita all’interno del Cotton
Vitellius.

L’autore (sicuramente un lui) visse,
attorno alla fine del primo millennio (il decimo secolo), ed ha
rielaborato in autonomia del materiale leggendario di origine nordica
creando un’opera originale sulla base di un patrimonio orale
preestistente. L’autore era certamente un cristiano, visti i
riferimenti alle sacre scritture, scriveva del mondo
pre-cristiano: un’inglese, che ci racconta dei suoi antenati e dei tempi in cui essi erano ancora in danimarca e nella svezia del sud, terra dei geati.

Beowulf, un grande guerriero geato, si
confronta con tre minacce del suo mondo: il mostro
Grendel (descritto nell’originale come un cane che respira
nell’oscurità, una specie di troll), la sua madre in lutto (chiamata
anche “la maledizione di Grendel” una specie di orchessa) e in
vecchiaia affronterà il wym o lindworm, parola anglo sassone che
indica il drago, ma anche il fato o la predestinazione. Li sconfigge
tutti ma il drago prima di morire colpisce l’eroe con del veleno che
ne consuma la forza e lo porta alla morte. Il poema termina con gli
eroici funerali di Bewolf, che viene ricordato come il più generoso
e gentile verso la sua gente e il più appassionato guerriero
smanioso di gloria.

La struttura del poema è talmente
semplice da poter risultare banale a noi lettori moderi abituati a plot super-complessi, ma non
bisogna scordare che si tratta del primo del suo genere e dell’unico
esempio di poema epico basato interamente sull’archetipo dello
scontro tra eroe e mostro. Strutturalmente è diviso in tre atti, uno
per ogni creatura che l’eroe affronta.

La contrapposizione mostro-uomo diventa
anche contrapposizione tra mondo umano fatto di ricche feste,
suntuosi banchetti e armoniosi valori feudali al mondo ostile e
mostruoso dell’altro “diverso”. I valori germanici: le
virtù della forza , il valore del guerriero, le gerarchie del
potere, su contrappongono al caos del mostruoso. La società narrata è basata
sull’onore e sul sangue versato in battaglia, non c’è posto, né
traccia, del femminile in quest’opera che parla di guerre e
battaglie. Persino la madre di Grendel non ha alcun’che di femminile
ma è solo un essere malvagio fine a sè stesso. Altro elemento fondamentale onnipresente nell’opera è l’oro che scintilla nei gioielli delle regine, nei tesori saccheggiati ai nemici o nei
premi ricevuti dai sovrani per il proprio valore. L’oro rappresenta il sommo premio a cui ogni guerriero aspira, l’onorificenza più ambita e pervade l’antica cultura guerriera  un po’ come il sesso viene rappresentato nella nostra cultura consumistica.

Indubbia è l’influenza che l’opera ha
avuto sulle generazioni di scrittori fantasy che si sono succedute
nei secoli. Gli autori che si sono ispirati a questo poema sono
decine, tra di loro posso ricordarti Tolkien che nel 1936 ha pubblicato un
suo studio sul poema, Heorot o Niven e Pournelle. Ci sono anche videogiochi, giochi di ruolo, serie tv e film che hanno preso spunto da Beowulf (non ve ne consiglio alcuno però perchè le opere holliwoodiane purtroppo hanno rappresentato l’opera in modo infedele)

Ti piacciono gli adattamenti moderni a
prose antiche, magari ispirati al poema di cui abbiamo parlato? 

Allora posso consigliarti di Michael Crichton Mangiatori di morte, e se sei un incorreggibile tifoso di chi fa
una triste fine allora c’è L’orco di John Gardner che racconta la storia di Grendel…ma alla fine di
tutto si torna a Bewoulf e alle sue eroiche gesta ispiratrici.

Il nostro viaggio nel tempo per oggi termina qui.

Ti auguro buona lettura e alla prossima! 👋

Alice Tonini

Regali vittoriani e un canto di natale

 In vista del natale, mancano una manciata di giorni, oggi parliamo delle curiose usanze del dono nel natale vittoriano. Tradizioni che influenzano ancora oggi le festività in quasi tutto il mondo.

Dal punto di vista sociale il dono e il suo significato simbolico sono da sempre oggetto di studio da parte delle scienze sociali: da Malinowski a Mauss. Il dono vive di una propria economia basata sulla capacità dell’oggetto di soddisfare i bisogni di una persona, ha uno scopo diverso da quello dell’economia basata sul mercato.

A noi interessa la tradizione del dono risalente al 1800, durante il regno della inglesissima regina Vittoria. Quali doni si scambiavano? Come avveniva lo scambio?

La tradizione inglese del natale vittoriano ci ha tramandato una festa di eccessi e fasti che per le grandi famiglie di ceto più elevato significava dare sfoggio delle proprie disponibilità economiche. C’erano gli addobbi creati dalle signore di casa, l’albero, il banchetto per il pranzo della vigilia e del giorno di natale, le cartoline per scambiarsi gli auguri e i libri.

Per quanto riguarda i doni non c’erano regole precise ma ogni famiglia aveva tradizioni diverse: alcuni li scambiavano per capodanno, altri la vigilia o il giorno di natale. Lungo l’epoca vittoriana ai dolcetti, alla frutta, alle noci e ai piccoli pensierini fatti a mano si sostituiscono veri regali da scambiare in famiglia e con gli amici. I più benestanti hanno doni anche per la servitù e giocattoli per i bambini. All’inizio sono le donne di casa a pensare e confezionare i piccoli regali a mano, solo verso la fine del 1800 inizia la corsa agli acquisti così come la conosciamo noi oggi.

I doni nel mondo anglosassone vittoriano sono portati da Santa Claus che nel 1885 nelle cartoline di Louis Prang è già vestito con i suoi tradizionali abiti rossi, parecchio tempo prima della coca cola. Con lui il dono diventa il fulcro della festività. Oggi esiste la tradizione del 25 dicembre ma in quell’epoca Santa Claus arrivava con il suo carico di doni quando gli era più opportuno.

Era il lontano 1843 quando Charles Dickens pubblicò Un canto di Natale, un romanzo breve che molto probabilmente è anche una delle sue opere più conosciute. Scritto in sole sei settimane senza schemi o bozze ma solo con appunti a margine di pagina esprime i suoi pensieri in un racconto parzialmente autobiografico.

L’autore racconta della conversione del vecchio tirchio Ebenezer Scrooge dal cuore di pietra, avaro sia nei propri confronti che nei confronti degli altri, che si rifiuta di festeggiare il natale condividendo le sue ricchezze con i più bisognosi. Il libro descrive tradizioni e usanze dell’epoca con un forte accento sulla condizione dei più poveri che approfittavano della festività per racimolare qualche soldo in più. 

L’autore si ispirò a John Elwes che si vantava di poter vivere con 110 sterline l’anno ma che in realtà possedeva un patrimonio di duecentocinquantamila sterline, una cifra astronomica per l’epoca. Indossava abiti da mendicante, non usava candele o fuoco ma faceva asciugare i suoi vestiti con il calore del proprio corpo indossandoli. Le tenute di sua proprietà finirono tutte in rovina così come i mobili all’interno. Deputato al parlamento inglese dove si recava con un misero cavallo magro, mangiando un solo uovo per pranzo. Viveva accanto ai servi e negli ultimi anni di vita non aveva nemmeno una casa ma vagava tra le sue proprietà sfitte. Nascondeva denaro in luoghi diversi della casa passando le sue giornate a controllare i nascondigli. Un tirchio che causò danno solo a sé stesso.

Dickens dopo avere vissuto una infanzia di stenti e miseria sulle strade di Londra, criticò aspramente la società vittoriana, in particolar modo le classi più agiate che nulla facevano per combattere le condizioni di degrado di gran parte delle città. Il libro ebbe un successo incredibile e fece crescere a dismisura donazioni e beneficienza smuovendo le coscienze collettive. 

Nel 1800 alcuni quartieri di Londra soprattutto l’est end (es. Whitechapel, la zona del “popolo pattumiera”) appartenevano a poveri, derelitti e prostitute che dormivano ammassati in stanze quando erano fortunati, e vivevano per strada. I bambini accompagnati dalle madri mangiavano ciò che trovavano nelle pattumiere, mentre quelli abbandonati a sé stessi erano ospitati in case di lavoro dove li sfruttavano per lavorare come schiavi tutto il giorno in condizioni disumane in cambio di un pasto. Da questa realtà misera, nelle settimane che precedono le feste, provengono i carolers, da cui il libro trae il nome “A christmas carol“. Si tratta di gruppi di cantori, dai quartieri più poveri, che passavano le giornate per strada al freddo a cantare canti natalizi e racimolare qualche moneta e che poco avevano a che fare con lo spirito natalizio. Si aggiravano in gruppi di tre: uno di loro suonava, uno cantava e l’altro mendicava tra la folla con la speranza di essere ospitati a pranzo da qualcuno.

In un quadro sociale del genere il natale e lo spirito natalizio dei doni sono roba da ricchi. La tradizione inglese del 26 dicembre conosciuta come boxing day deriva proprio dall’usanza dei ricchi di scendere per strada con scatole e ceste per condividere con i più poveri il cibo e fare della carità. Famosa è la scena nel libro della Alcott “Piccole donne” dove le sorelle raggiungono una famiglia bisognosa per condividere con loro il cibo.

Volete un elenco di “regali vittoriani” da fare a ciascun parente? Bisogna considerare che all’epoca ogni membro della famiglia ricopriva un ruolo ben preciso, dal severo padre di famiglia alla nonnina amorevole quindi non era troppo difficile indovinare il regalo giusto.

Madre: ventaglio, sciarpa, profumo, cuscino per spilli e aghi, ditali d’argento con forbici per cucire o abbonamenti a riviste.

Al papà e al nonno: bretelle ricamate, pantofole, astucci per tabacco, ombrelli o portasigari.

Nonna: piante, cornici, tovaglie, segnalibri.

Sorelle: Nastri per capelli, manicotti, bambole di cera, ventagli, set da cucito, canarini o guanti.

Fratelli: Slittino, album, animali in legno intagliati, modellini, biglie, mattoni da costruzione, scatole portadenaro, soldatini di stagno.

Ci sono regali vittoriani che mi sono dimenticata?

Fatemi sapere, nel frattempo buona lettura.

Alice Tonini