Marzo 2023 al mercato dei libri ci siamo anche noi!

 Buongiorno a tutti voi lettori, oggi si è tenuto il mercato dei libri a Castel Goffredo in provincia di Mantova e noi ovviamente c’eravamo visto anche che era una bella giornata di sole e all’aperto si stava decisamente bene.

Gli espositori erano molti e in mattinata tra i banchi sono girate molte persone. Nel pomeriggio le persone erano meno, causa anche la bella giornata. Castel Goffredo si trova ad una ventina di minuti dal lago di Garda e il fine settimana ci si può recare in gita al lago.

Il cibo di strada in vendita questa volta era il pane con il cotechino. Forse non tutti sanno che il cotechino che troviamo in tutti i cesti di natale è un prodotto tipico della tradizione culinaria mantovana, in particolare risulta prodotto certificato De. C.o. di Curtatone. Le carni dei suini devono essere rigorosamente di derivazione della pianura Padana e i budelli devono essere naturali e legati con spago. Una  tradizione poco conosciuta ma documentata sin dal 1400 vuole che durante la fiera delle Grazie (frazione di Curtatone) che si tiene davanti al Santuario della Beata Vergine si consuma cotechino (prodotto esclusivamente in loco) servito con pane fresco e accompagnato dal lambrusco. A piacere nel pane, con la carne, possono anche essere messi crauti e salsa verde. Noi l’abbiamo provato e possiamo garantirvi che è veramente molto buono quindi l’anno prossimo vi invitiamo a venire a trovarci per assaggiarlo.

Ora vi ricordo un paio di appuntamenti. Il 19 di marzo a Castel Goffredo ci sarà la fiera di San Giuseppe con spettacoli itineranti teatrali e giocoleria oltre al tradizionale luna park.

Vi auguro una buona lettura a tutti e alla prossima!

Alice Tonini

La vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, raccontataci da lui stesso

Quest’anno gli inviti alla lettura, come già via avevo anticipato, parlano delle biografie e delle autobiografie più famose e vendute.

E’ un genere che in Italia non va per la maggiore, infatti le opere che vi presento sono tutte opere estere, principalmente statunitensi. Come molti di voi sapranno la cultura nord americana, se paragonata a quella europea è relativamente giovane e un ruolo importante nella sua costruzione lo hanno giocato proprio alcune delle biografie e autobiografie che vi presento. Per farvela semplice basti pensare alla mitologia legata alle figure di alcuni dei più famosi presidenti degli Stati Uniti come Abramo Lincoln o George Washington.

Oggi però parliamo di una pagina tristissima della storia americana, quella dello schiavismo e della tratta dei neri. Le opere che ne parlano sono davvero tante ma io ho scelto una tra le più famose e significative. Memorie di uno schiavo fuggiasco del 1845 di Frederick Douglass, soprannominato il Leone di Anacostia, primo afroamericano ad essere candidato per la vicepresidenza degli Stati Uniti e infaticabile sostenitore dell’eguaglianza di tutti: uomini, donne, bianchi, neri, nativi americani o immigrati.

Il lungo titolo che ho dato a questo articolo vi avvisa che non c’è “come x raccontò a …” della tradizionale narrativa sugli schiavi della letteratura americana. Questa autobiografia è una testimonianza non solo di un uomo coraggioso con le sue aspirazioni e la sua ingenuità, ma racconta anche della sua insaziabile capacità di apprendere e della sua incredibile padronanza della scrittura.

Douglass dopo tre tentativi andati a vuoto, riuscì a fuggire dalla sua schiavitù nel Maryland nel 1838 e pubblicò questo libro sette anni più tardi. La frase “uno schiavo americano” è vera in senso letterale con Douglass che rimane soggetto ai cacciatori di schiavi durante tutto il periodo di fuga e per ben due volte ritorna alla condizione di schiavitù in brevissimo tempo. 

Parlando a un pubblico di Cork, città dell’Irlanda, nell’autunno del 1845, Douglass nota “Io sono qui per evitare la puzza dei cacciatori di sangue Americani”. Negli anni seguenti, tra gli inglesi, raccolse un vasto pubblico di ammiratori a causa delle sue continue obiezioni al fatto che loro trattassero con gli schiavisti. Vennero raccolti dei soldi per pagare la sua libertà.

Se esiste un libro che può far piangere e gioire allo stesso tempo è questa autobiografia. Le descrizioni ripetute delle frustate, subite da Douglass fin da bambino, sono ovvi esempi di una lettura repellente. Questi racconti di abusi fisici subiti da un corpo umano sono solo parzialmente dolorosi, bisogna sommare anche gli abusi mentali e spirituali che gli schiavi subivano. Douglass racconta che anche i signori degli schiavi che permettevano a questi ultimi di ubriacarsi durante le rare festività che era loro concesso di festeggiare lo facevano per annebbiare la loro ragione secondo un piano pre stabilito. Tutti gli sforzi per tenere gli schiavi in condizioni animali erano complementari alle catene e alle “Cowskin” (Termine utilizzato dal protagonista per indicare la frusta.). 

Quando fuggì gli fu chiesto di parlare davanti ad un gruppo abolizionista, lui inizialmente espresse riluttanza notando ironicamente che la schiavitù è una “scuola povera per l’intelletto e il cuore”.

Il giovane Frederick nato da una madre amorevole e che non conobbe mai il padre, (probabilmente un bianco, probabilmente un padrone) all’età di dodici anni ha una rivelazione riguardo il “cammino dalla schiavitù alla libertà”. Quando la moglie del nuovo padrone inizialmente gentile, ha tempo per insegnargli a leggere, suo marito interviene dicendo che “Imparare rende uno schiavo scontento e infelice” quindi per la mentalità dell’epoca inadatto ad essere uno schiavo. Una rivelazione! “Quello che lui più temeva io più desideravo.”  E’ ispirante venire a conoscenza che il ragazzo inventa uno stratagemma clandestino per migliorare le sue abilità di lettura e per imparare a scrivere. La sua dedizione all’apprendimento è commovente e anni più tardi lo spinge a coinvolgere anche altri schiavi, “ci sostenevamo gli uni con gli altri” e insegnò a leggere a più di 40 uomini e donne di tutte le età, tutti con un “ardente desiderio di imparare”.

Anche la più cruda delle esperienze che Douglass racconta farebbe effetto, ma la sua abilità con le parole scava nel contenuto in modo affilato. La sua lunga struggente invocazione alle vele delle navi che poteva vedere nella Baya di Chesapeake (“tu sei sciolta dai tuoi ormeggi e sei libera; io sono veloce nelle mie catene e sono uno schiavo.”) è corrisposto come potere emozionale dalla sua descrizione del “selvaggio” e “apparentemente incoerente” cantare degli schiavi che venivano trasportati in quelle stesse navi. 

Il romanzo La capanna dello zio Tom, opera di fantasia di Harriet Beecher Stowe, apparve sette anni più tardi, contiene scene melodrammatiche di schiavi che fuggono da un padrone persecutore. La narrazione di Douglas è reale e affligge l’anticlimax. 

Dopo due fallimenti, per proteggere le possibilità degli altri schiavi di fuggire verso nord lui progetta la sua fuga verso New York con estrema attenzione. Dal libro si apprende dell’esistenza di Anna Murray – donna libera, lavoratrice domestica, futura moglie – che si spinge a nord per raggiungerlo, e ci fa sentire il suo orgoglio durante la trascrizione legale delle impronte per il loro certificato di matrimonio. Poi si va a New Bedford in Massachusetts, dove l’uomo che è stato chiamato Bailey, Stanley e Johnson prende il nome di Fredrick Douglass per affrontare la sua nuova vita da uomo libero.

Non ho un’idea precisa della mia età perché non ho mai visto un documento ufficiale che la registrasse. L’enorme maggioranza degli schiavi sanno, della loro età, quanto ne sanno i cavalli, e su questo punto tutti i padroni ci tengono a mantenerli nel buio più completo.[…] Fu questa, per me, una causa di disagio fin dall’infanzia. I ragazzi sapevano dire quanti anni avevano: perchè mi era negato lo stesso privilegio?

Con questa citazione vi invito a leggere quest’opera forse un po’ datata ma dai contenuti attuali e emozionanti.

Questa è solo una delle tante biografie e autobiografie che la dura epoca degli schiavisti ci ha lasciato. Sono tutte opere che parlano dell’importanza della libertà e della necessità di avere una istruzione per conquistarsi quello spazio nel mondo che altrimenti sarebbe negato da chi vuole farci credereche tanto andare a scuola non serve.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Tra la neve e i libri: viaggiamo in Norvegia a caccia di un buon thriller

Benvenuti lettori a questo nuovo appuntamento.

Giriamo il mondo alla ricerca di curiose tradizioni legate al mondo dei libri e cerchiamo paesi dove la lettura abbia significati diversi oltre a quello dell’intrattenimento.

Oggi il nostro viaggio ci porta in Norvegia e scopriamo una interessante tradizione che sono certa piacerà a molti di voi.
Norvegia è il paese del mare, della neve e del freddo ma è anche il paese di una curiosa tradizione librosa legata alla pasqua.
Le tradizioni pasquali nordiche ruotano attorno allo sci. La pasqua in Norvegia corrisponde alle ultime sciate e alle ultime possibilità di abbronzarsi in mezzo alla neve in uno chalet montano (hytta). Solitamente sono delle vacanze che vengono molto apprezzate dai locali e la gente si riversa fuori città per un week-end rilassante. Il tradizionale pranzo pasquale italiano è sostituito dai quick lunch (pranzo al sacco) da gustare sulle piste da sci.
Glogg caldo per tutti.

Anche nei paesi nordici i supermercati si riempiono di uova di cioccolato. Ma a pasqua si mangia anche il tradizionale cioccolato kvikk lunsj (wafer croccante con cioccolato al latte), i dolcetti di marzapane, i panini dolci e le arance. Ma è anche tipico della Norvegia il glogg, un vino speziato che viene servito caldo.

Nelle città troviamo concerti, festival e musei aperti, famoso è l’Inferno Metal festival che si tiene a Oslo proprio nel periodo di pasqua. 
Le case vengono completamente decorate con arredi gialli, dai fiori ai cuscini fino alle candele.
Ma c’è una tradizione unica al mondo che vuole la pasqua norvegese come sinonimo di narrativa poliziesca. E’ infatti tradizione durante le sere delle festività pasquali rintanarsi in casa per leggere un buon thriller (paskekrim). Ci sono addirittura raccolte di thriller e mystery che vengono pubblicate con il nome di “Thriller Pasquale”. I canali tv e radio mandano in onda serie apposite per il periodo delle festività.

Spero che queste curiosità vi siano piaciute.
Chi di voi ha la newsletter avrà ricevuto in omaggio la short story. Un thriller ambientato nella fredda Norvegia dove la nostra Agnes deve fare i conti con un omicidio avvenuto proprio davanti alla porta di casa sua. Per tutti gli altri, troverete la story dai primi di marzo disponibile per tutti su Wattpad. Iscrivetevi alla newsletter per non perdere i prossimi appuntamenti. 
Buona lettura e alla prossima.
Alice Tonini 

Libri sotti i portici 2023, si parte!

 Prima domenica di febbraio; oggi è ripartito il mercato dei libri a Castel Goffredo, in provincia di Mantova.

 Purtroppo a causa dell’influenza non ho potuto partecipare per vendere ma ho fatto comunque una passeggiata nel pomeriggio quando le temperature erano più miti.

Come potete vedere dalle fotografie,  nonostante il tempo freddo ma soleggiato nel pomeriggio non ho incontrato molte persone in giro. Gli organizzatori mi hanno riportato che durante la mattinata c’è stato pieno fino a mezzogiorno. E questa per noi è una buona notizia.

Questa era l’edizione che precede i tradizionali festeggiamenti del carnevale quindi oltre al tortello amaro e ai prodotti come biscotti e schiacciatine all’erba amara, sempre disponibili, il cibo da strada acquistabile erano i dolci di carnevale. Come molti di voi già sapranno le lattughe o chiacchiere sono un dolce tipico del mantovano, simili alle frappe. Altrettanto antica è la tradizione delle favette, piccole frittelle che tradizione vuole fossero servite addirittura sulla tavola dei Gonzaga durante le festività del carnevale. In realtà la tradizione delle favette o castagnole o frittelle è diffusa in tutta Italia e ha radici talmente antiche che è difficile risalire all’origine. Ogni regione ne ha una sua versione più o meno elaborata con l’aggiunta all’impasto di uvetta, liquori o farina di castagne.

L’ultimo venerdì di carnevale a Castel Goffredo è tradizione che venga fatto il Carnevale Gnoccolaro. Tradizione documentata dal 1872, in nome di Re Gnocco vengono allestite le cucine in piazza che distribuiscono gratuitamente gnocchi a tutti.  Quindi se passate da queste parti non mancate di farci visita, potrebbe esserci un piatto di gnocchi fumanti anche per voi.

I mercatini sono ufficialmente ripresi, speriamo che anche quest’anno sia positivo e che la bella stagione arrivi presto a riscaldare vie, portici e piazze. Noi siamo pronti e abbiamo ricominciato, vi aspettiamo numerosi alla prossima edizione di marzo.

Se siete interessati ad un corso di scrittura, presso il Mast a Castel Goffredo, nei prossimi mesi ci saranno tre incontri tenuti da me con incontri ed esercitazioni per meglio comprendere le tecniche e sbirciare i segreti della stesura di un romanzo.

Se volete restare aggiornati sulle ultime novità iscrivetevi alla newsletter (vi chiedo cortesemente di cercare nella spam le prime mail, purtroppo il sistema spesso le cestina in modo automatico), presto ci sarà un interessante “REGALO” in anteprima per tutti gli iscritti.

Ma per ora, buona lettura a tutti e alla prossima.
Alice Tonini

Sfogliamo i segreti del Libro dei morti degli antichi Egizi

Oggi nuovo articolo della rubrica inchiostro nerofumo.

Abbiamo visto insieme le tradizioni legate alla morte degli antichi popoli mesopotamici che abitarono i fiumi Tigri ed Eufrate ma basta che ci spostiamo lungo il fiume Nilo che le tradizioni cambiano in modo radicale e la visione dell’aldilà diventa totalmente diversa.

Una piantina della zona per non perdervi. 

Gli antichi egizi espressero la loro visone della morte basandola sul mito di Osiride un’antica divinità che, abbreviandovela molto, fu ucciso dal suo fratello malvagio Set e riportato in vita dalla moglie e sorella Isis. Gli egizi credevano che, nel momento della morte, la loro vita sarebbe stata soppesata da un tribunale composto dalle quarantadue divinità principali ed erano convinti che il giudizio finale di Osiride potesse garantire loro l’immortalità. L’aldilà divenne quindi un semplice proseguimento della vita terrena. 

Gli antichi egizi facevano molta attenzione alla morte e svilupparono diversi rituali, alcuni molto elaborati, per assicurarsi un felice trapasso. Un esempio rappresentativo di questa attenzione al viaggio ce lo ha mostrato la tomba del re Tutankhamon, ritrovata intatta dagli archeologi.

Re Tut si assicurerà che il suo popolo intenda gli insegnamenti nel modo corretto anche se sa che è impossibile.

Oggi però parliamo di un libro, più precisamente del Libro dei morti. In realtà non è un libro come lo intendiamo noi ma si tratta di una raccolta di formule magiche e racconti che venivano scritti e illustrati su lunghissimi fogli di papiro.

La tradizione dei testi funerari nell’antico Egitto è molto più antica rispetto al Libro dei morti (usato in modo stabile dal 1550 a.C.), ci sono i testi delle piramidi e i testi dei sarcofagi che però non erano scritti su papiri ma incisi nella pietra delle piramidi e all’interno dei sarcofagi. Alcune formule utilizzate in tali antichi testi oggi non sono state ancora pienamente comprese e alcune formule restano un mistero perché sono stati trascritti geroglifici oscuri, inusuali che indicavano l’uso di un linguaggio molto antico. 

Solo una parte delle formule più antiche verranno riportate anche nel Libro dei morti, le altre caddero in disuso e vennero sostituite da composizioni più recenti.

Alcune divinità.

Ci sono pervenute molte versioni del Libro dei morti ma quella più famosa è quella conservata presso il museo egizio di Torino, una delle prime ad essere studiate e tradotte. Si tratta del papiro di Iuefanhk lungo diciannove metri ed è una delle versioni più complete e meglio conservate che abbiamo oggi. 

La definizione di Libro dei morti è moderna, gli antichi egizi chiamavano queste composizioni ru nu pereth em heru o Libro per uscire dal giorno. Erano formule magiche che servivano per concedere al defunto di superare degli ostacoli che gli avrebbero potuto impedire di raggiungere la Duat, il regno dei morti per poi assicurarsi la vita immortale nei campi di Iaru. 

Lo studioso che per primo affrontò lo studio del Libro dei morti di Iuefanhk fu Richard Lepsius. Sarà lui a dare il nome che ancora oggi usiamo e suddividerà il libro in centosessanta capitoli come ancora oggi viene suddiviso da chi lo studia. Impresa monumentale visto che tradotto è lungo la bellezza di settecento pagine.

La maggioranza delle formule magiche sono finalizzate al momento in cui il defunto si troverà davanti a Osiride. Secondo la tradizione riportata dal libro il defunto viene fatto entrare in una cappella e viene accolto da Maat dea della giustizia. Sulla bilancia verrà posto il cuore del defunto e dall’altra parte una piuma. Se il cuore sarà leggero potrà proseguire per i campi di Iaru, se è più pesante Ammit divora il cuore e impedisce il viaggio del defunto. Il giudice supremo sarà Osiride, risorto dalla morte e sovrano dell’oltretomba. Il dio Thot  prende nota di quanto accade e altre quarantadue divinità giudicano l’operato del morto quando era in vita. Le formule del libro sarebbero dovute servire a dare le risposte più opportune durante l’interrogatorio. (Ma non solo, date un’occhiata alle curiosità.)

La pesatura del cuore 

Il papiro, come già vi ho detto, è lungo diciannove metri ed è esposto in una lunga teca all’entrata del museo. Non è un libro che veniva prodotto in serie come lo intendiamo oggi ma ogni persona, quando preparava il suo corredo funerario, a seconda della disponibilità economica di cui poteva godere, decideva la lunghezza, la disposizione delle formule ed eventuali rappresentazioni da inserire. C’erano diverse botteghe che si occupavano di produrlo e ognuno poteva scegliere la versione più adatta alle sue esigenze.

Siamo alle solite, un paio di geroglifici sbagliati e ti ritrovi con una mummia in giro per casa.

Qualche curiosità in più. 

Le formule magiche finora giunte a noi sono centonovantadue ma nessuno dei manoscritti ritrovati le contiene tutte. C’erano formule per tutti gli usi: quelle per la protezione, altre per l’identificazione dell’anima, altre da recitare durante la pesatura per favorire un esito positivo. Non è mai stato identificato il primo autore di tali formule e gli antichi sacerdoti egizi si sono guardati bene dal nominarlo, facevano riferimento a un antico dio originario di Ermopoli, probabilmente Thot. L’efficacia del libro dei morti riguardava gli spiriti dei defunti e il mondo dell’aldilà. Le formule non erano intese per essere usate da un vivente, non avrebbero avuto alcuna efficacia. 

Nel libro sono elencati i nomi delle entità malvagie che avrebbero potuto ostacolare il viaggio del defunto, la tradizione esoterica egizia voleva che pronunciare il nome della creatura malvagia equivalesse ad avere il potere di obbligarla a fare ciò che si voleva, e qui potremmo aprire una parentesi sulle tradizioni della demonologia cristiano cattolica che hanno ispirato il mio ultimo romanzo…ma forse è il caso che ve ne parli più avanti. Sappiate solo che per gli egizi la pratica magica e la religione erano una sola cosa: creazione e parola (scritta e parlata) erano la stessa cosa. 

Bene e anche oggi ci siamo divertiti con i misteri legati alla morte e con un libro dalle origini altrettanto misteriose.

Mi raccomando iscrivetevi alla newsletter per restare sempre aggiornati sulle ultime novità e per ricevere qualche interessante anteprima. Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini