Biografie di Eminenti vittoriani che vi faranno sdegnare.

 Eccoci all’ultimo articolo dedicato alle biografie e autobiografie più vendute e premiate nella storia della letteratura dell’ultimo secolo, almeno secondo Goodreads.

Questo però sarà un articolo diverso dal solito. Diverso perchè come avrete già intuito dal titolo si parla di più personaggi. Diverso perchè siamo nella mia epoca preferita, quella vittoriana. Diverso perchè uno dei personaggi è stato d’ispirazione per alcune ricerche storiche che sto facendo da un paio d’anni a questa parte.

Per approfondire questa biografia dobbiamo partire da una rivista o più precisamente dalla copertina annuale di una rivista: quella del New Yorker disegnata da Eustace Tilley nel 1925. Notate l’uomo con il cappello a cilindro, un gentiluomo dal collo ascot che scruta una farfalla dal suo monocolo, con sguardo annoiato. Questa immagine vi da il tono esatto di questo libro: Eminenti Vittoriani, pubblicato nel 1918.

Lytton Strachey autore del libro e membro della cricca di Bloomsbury a Londra, è deciso a disfare le tradizionali biografie di stampo vittoriano scrivendone una per lui più moderna: una suzione di “vita e lettere” per cercare di illuminare il personaggio della sua personale luce eroica. Strachey desiderò che la sua biografia fosse concisa e artistica, producendo quattro sketches ognuno dei quali occupa circa dalle 25 alle 100 pagine. L’obiettivo dell’autore era quello di ribaltare lo stile immediatamente precedente; al nostro Strachey non importò di rivisitare le tradizionali immagini dei quattro vittoriani che dipinse nel suo volume del 1918. (In questo momento dovete arricciare le labbra e mostrare sdegno vittoriano per farmi capire che secondo voi questi personaggi non meritano di essere chiamati “Eminenti”.)

Le osservazioni di Andy Warhol sulla brevità del successo nella vita delle persone sono retroattive e valgono anche per questi personaggi perchè la prima domanda che mi aspetto da molti di voi lettori di questo secolo è: ”chi diamine sono queste persone?” 

I quattro soggetti di Strachey sono: il cardinale Manning, Florence Nightingale, Thomas Arnold e il generale Gordon e sono quasi completamente sconosciuti alla maggioranza dei lettori, eccezione fatta forse per Nightingale. Cosi alcuni degli obiettivi letterari dell’autore purtroppo oggi sono sfumati: che divertimento c’è a infilare un ago in un palloncino già sgonfio? 

Comunque per soddisfare la vostra curiosità facciamo due parole sui personaggi. Il cardinale Manning divenne arcivescovo di Westminster, il capo della chiesa cattolica romana in Inghilterra. Il dott. Arnold fu a capo dell’associazione scuola di Rugby inglese (e padre del poeta Matthew Arnold). Il generale Gordon portò le truppe inglesi in posti come Sebastopoli, in Cina, e in Sudan. Morì a Khartoum dopo dieci mesi di assedio da parte delle truppe mussulmane guidate da Mahdi. 

Strachey in quest’opera mette religione, scuola pubblica e impero coloniale inglese tutto in un unico volume. E persino la riforma ospedaliera.

Dei quattro ritratti quello di Nightingale è il più efficace, l’autore non fa nessuno sforzo per smontare l’ eroica riforma delle cure ospedaliere e la nascita di concetti rivoluzionari come il riciclo di aria fresca nelle stanze d’ospedale. Quello che fa è smettere di dipingere la figura di Nightingale come quella di un angelo degli ospedali e trasformarlo in quello di una giovane donna privilegiata che diventa la riformatrice di ferro. La sua storia ci sbalordisce quando realizziamo che razza di capo doveva essere, siamo d’accordo con la regina Vittoria che dice di lei: “Che testa! La vorrei all’ufficio della guerra.” (Vittoria le conferì una delle sue medaglie, disegnate dal principe consorte, con il suo famoso motto Blessed are the Merciful).

Il cardinale Manning nell’opera viene descritto come un intrigante: addirittura rimane scioccato quando scopre che alcuni cristiani credono seriamente nella religione che professano in chiesa; Arnold viene dipinto come leggermente cieco nelle sue insistenze sull’introduzione dei valori cristiani e inglesi nelle scuole, e Gordon viene ingiustamente dipinto come un ipercritico ubriacone con “aperte una bibbia e una bottiglia di wishky” all’entrata della sua tenda nell’accampamento militare. Come dice Strachey “la discrezione non è la parte migliore di una biografia.”

L’autore può avere calcato un po’ la mano ma il tempo sistema le cose e in questo caso ci porta una vendetta letteraria appetitosa, e a noi queste cose piacciono assai. Nel 1967 e nel 1968 Michael Holroyd pubblicò una pesante (e eccellente) biografia in due volumi su Strachey. Con una edizione rivista del 1995. Quest’opera contiene molte rivelazioni piccanti riguardo le relazioni omosessuali di Strachey che ribaltano la visione che egli aveva costruito della sua figura di severo vittoriano letterato e che scioccarono i lettori degli anni novanta tanto quanto la biografia di cui abbiamo parlato scioccò i lettori di epoca vittoriana. 

Se vi piacciono le opere di Strachey provate a leggere Lives of the Caesars (Vita dei Cesari o Vita dei Dodici Cesari) scritto da Gaio Svetonio Tranquillo, che Strachey riteneva un modello culturale e intellettuale.

Ebbene lettori finalmente ci siamo! Questa era l’ultima delle biografie che vi propongo. Abbiamo fatto un viaggio avanti e indietro nel tempo per incontrare persone e avvenimenti tra i più diversi e disparati ma come sapete uno degli obiettivi del mio sito sin dalla sua nascita è quello di promuovere la lettura, possibilmente di buone opere, quindi le mie proposte non finiscono qui. 

Ci sono altri undici libri che vi aspettano, undici proposte letterarie e questa volta parleremo del viaggio dell’eroe. Provate ad immaginare di essere in una stanza con undici persone che vi raccontano della loro perigliosa avventura per trovare sé stessi. Avrete da divertirvi!

Buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini

Cinema horror e stregoneria: da Aleister Crowley alle streghe di Eastwick

Oggi riprendiamo la nostra esplorazione dei sottogeneri del cinema horror e uno dei più diffusi è sicuramente quello delle streghe e dei loro patti con il male. 

Il demonio è protagonista da tempo della storia del cinema; dai
primi esperimenti di Georges Melies, alla versione de Lo studente di Praga di Poe interpretata da Paul Wegener (Rye and Wegener, 1913) fino al Faust di F.W.Murnau. Ne Il Gatto Nero (Ulmer, 1934) Boris Karloff recita la parte di un sacerdote in un culto satanico e più tardi Val Lewton produsse La
Settima Vittima
(Robson, 1943), che secondo la critica ha posto le radici per la figura del demonio
moderno che ha la missione di convertire gli scettici. Jaques Tourneur con il
suo eccellente Night of the Demon (Tourneur, 1957) porta sul grande schermo un
personaggio reale e dal nome familiare a tutti quelli che si sono interessati alla storia delle arti oscure almeno una volta: Aleister Crowley, conosciuto come “La grande
bestia” (1875-1974). Nessun lavoro sul satanismo o sulla stregoneria è
completo senza un riferimento a lui.

Nato nel 1875 e figlio di un facoltoso birraio, Crowley divenne un
membro influente di una delle società magiche più importanti della sua epoca: L’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata o Golden Dawn. Lui fu un poeta, un artista, uno sportivo e un
abusatore di droghe. Raccontò di essere stato contattato da un sacro
guardiano angelico durante i suoi viaggi in Egitto e che questi gli dettò il
libro della legge con il motto “Do what thou wilt, shall be the whole
of the law” (fai quello che vuoi, dovrebbe essere l’unica legge) una chiamata alle armi per i libertini di ogni dove, tra cui raccolse ampi consensi quando nel 1960 uscì la sua pubblicazione più conosciuta sulla magia e l’occultismo. Scrisse decine di libri sui temi più disparati: meditazioni, trattati, preghiere e saggi su occulto, arti esoteriche e alchimia.

Crowley fondò la sua personale filosofia e società dell’occulto, l’Oto (Ordine del Tempio Orientale) che fu pansessuale e coinvolse in
modo pesante l’uso di sostanze stupefacenti. Durante la sua vita divenne un personaggio famoso, conosciuto come il più importante stregone del mondo e nel 1932 portò in tribunale chi lo aveva definito mago nero (perse
la causa). Il giudice Mr Justice Swift disse “ io non ho mai udito
di cose più paurose, orribili, blasfeme e abominevoli come quelle dette da quest’uomo: mr Crowley”.

Verso la fine della sua vita dalla sua villa in Italia iniziò la vendita di un tonico chiamato “L’elisir del
Dr.Crowley” delle “pillole di vita“ che contenevano un mix di semi di chalk (una pianta succulenta). Cacciato dall’Italia dal regime fascista andò a morire a Londra.

La figura di Crowley fu molto influente e ispirò personaggi come Somerset Maugham, il mago Le Chiffre nel film Casinò Royale di
Iaan Fleming e The Magus di John Fowles nella letteratura. Nel film La Notte del Demonio (Tourneur, 1957) lo si vede interpretato come Karswell, e in The Devil Rides Out (Fisher, 1968), nella novella di Denis Wheatley lui è
Mocato. In Rosemary’s Baby (Polanski, 1968) lui appare come Adrian
Marcato. La sua più recente apparizione, che io mi ricordi, fu in A Chemical Wedding
(Doyle, 2009), scritto da Bruce Dickinson e ispirato alla band heavy metal dei
Judas Priest. Lui è il ragazzo che si occupa di magia nera.

Nei film sulla stregoneria il punto centrale, e compito del protagonista, è fare  accettare al pubblico l’esistenza della magia nera e della magia bianca. In The Night of the Demon lo scettico Dr
John Holden è a Londra per partecipare a un convegno dove Mr
Harrington vuole denunciare pubblicamente un culto. L’incontro con Karswell
cambierà poi le carte in tavola.

In Night of the Eagle (Hayers, 1961), è la moglie di un
professore universitario a usare la stregoneria per spingere la
carriera del marito, una idea inversa rispetto a quella di Rosemary’s Baby
(Polansky, 1968) dove Guy Woodhous permette a un culto satanico di
usare sua moglie come mezzo per ottenere lui stesso un avanzamento di
carriera. Rosemary’s Baby fu un grande successo, guadagnò altre 30
milioni di dollari e diventò uno dei primi block buster nella storia del cinema horror. Andare a
letto con il demonio è roba che vende, ma la storia è presentata in
modo che potrebbe essere tutto una fantasia di Rosemary che vede deteriorare la sua salute mentale durante la gravidanza. Le pozioni che le vengono
date sono l’aspetto più ovvio della stregoneria nel film, viene
evitato ogni aspetto ritualistico e non siamo resi partecipi del
patto diabolico fatto tra Guy e il demonio. 

Nei tardi anni 60′ crebbe
l’interesse nel demonio e nella stregoneria anche grazie alla musica. I Rolling Stones
rilasciano il loro album Satanic Majestic’s Request. Roman Polansky lesse le opere del professore R.L. Gregory “Eye and Brain” che parla della psicologia della vista e teorizzava il fatto che
noi vediamo meno di quello che pensiamo e che la nostra percezione
della realtà è piena di false memorie. Polanski scrive nella sua autobiografia del 1984 che l’intera storia vista attraverso
gli occhi di Rosemary può essere pensata come una catena di
coincidenze superficiali sinistre, un prodotto di fantasie fervide, ombre come quelle che Scrooge nega di vedere la notte di natale. Molti nel pubblico
sono convinti di vedere Cloven Hooves e la faccia del bambino alla
rivelazione finale del film, quando appaiono sullo schermo (superimposto dalla regia) due
occhi felini.

Witchfinder General (Reeves, 1968) fu incentrato sulla caccia alle
streghe e sui roghi come rituali sadici e il pezzo forte di Ken
Russel The Devils (Russel, 1970) fu un film di stampo politico riguardante i preti
piuttosto che un’accusa verso le attività diaboliche delle streghe. Il film di Robin Hardy
Wicker Man (Hardy, 1973) è ritenuto dalla critica il miglior film britannico folkloristico horror
sul paganesimo ed è una meravigliosa rivalsa delle credenze giudeo-cristiane su folklore e tradizioni. I sequel e i remake sono prodotti da ignorare.

Le Streghe di Eastwick (Miller, 1987) ispirato ad una storia di
John Updike, riguarda tre donne abbandonate dai mariti che formano un gruppo e invocano il demonio
(con la faccia di Jack Nicholson). Il film fu girato per ridere con
pochissimi ingredienti horror e un disgusto di media entità senza
preoccuparsi troppo dei contenuti horror. 

The Craft (Andrew Fleming, 1996) parla di un gruppo di
tre ragazze teenagers che scoprono che una loro nuova amica ha grandi
poteri magici, fa incantesimi sui loro compagni di classe e su ogni altra
persona che la infastidisce. Qui i riti della Wicca sfuggono di mano e la ragazza
cattiva di nome Nancy li porta oltre il semplice passatempo. Le altre del gruppo si rivoltano contro la cattiva e la protagonista Sarah invoca un potere superiore che
sconfigge Nancy e rimuove i
poteri alle amiche. Il messaggio di questo film riguarda più la
sociaizzazione tra i teenager che la vera stregoneria, con una premessa che dice che è ok essere diversi, ma non troppo. Il fatto che i personaggi principali fossero tutte ragazze bullizzzate o abusate è interessante ma il
motivo della vendetta avrebbe potuto essere più oscuro con forse un
po’ più di riempimenti stregoneschi.

Le streghe sono seguaci del demonio, di culti divenuti popolari dal 1960 circa e la strega moderna non ha
bisogno di un mentore maschile, ma forse detto così direttamente è troppo ovvio. Ira
Levin nel suo lavoro The Stepford Wives (Forbes, 1975) dice una frase
molto interessante sul supposto posto delle donne nella società: “ci sono molti paesi oggi che hanno ancora una
attitudine medievale verso le donne ed è a quelli che noi guardiamo
per trovare storie nuove”.

Sulle opere di Dario Argento ci vuole un post a parte

In termini di caccia alle streghe, oltre che il già citato
Witchfinder General (Reeves, 1966) è stato fatto poco riguardo la
purga europea della stregoneria. In America c’è la storia della caccia
alle streghe di Salem reinterpretata per il palco da The Crucible di
Arthur Miller (Miller, 1953) e portato su pellicola nel 1957 (Rouleau, 1957) e poi nel
1996 (Hytner, 1996) ma poco altro e non di buona qualità. 

Bene lettori e lettrici con le streghe e il cinema anche oggi è tutto. 

A presto per un nuovo appuntamento con il mistero e come al solito vi invito a leggere un buon libro o guardarvi un bel film, e se ancora non lo avete fatto iscrivetevi alla newletter per restare sempre aggiornati.

Alice Tonini 

Carnevale oscuro: le maschere e i segreti della festa più irriverente dell'anno

 Buongiorno lettori

Oggi facciamo un viaggio nei misteri del carnevale, la festa che in questi giorni sta animando le piazze di tutta italia.

Forse non tutti lo sapete perchè oggi il carnevale è una festa cattolica ma le tradizioni carnevalesche risalgono a molto prima del cristianesimo, si ipotizza che questa festività risalga al periodo della roma pagana quando si festeggiavano i Saturnali (iniziavano il 17 dicembre circa) o le feste dionisiache della grecia classica. Durante queste feste le norme sociali e le leggi venivano sospese e gli schiavi potevano diventare re e dileggiare i padroni. Le tradizioni e i costumi venivano rovesciati nel nome del dio Saturno (dio della semina) la cui grazia avrebbe garantito un ricco raccolto. Vi ricordo che Saturno era considerato una divinità sotterranea, questo collega la sua figura ai demoni secondo la visione cristiana, anch’essi legati al mondo infernale.  Ma ci torniamo tra un attimo.

Il carnevale ha un grande valore simbolico e spirituale dove l’ordine viene sostituito dal caos e durante quei giorni poteva succedere di tutto. Le stesse maschere tradizionali richiamano i demoni che in quei giorni di festa tornano sulla terra a compiere malefatte, o almeno così sostengono gli studiosi di folklore.

Il lato oscuro e misterioso del carnevale ha portato nel tempo a diversi episodi di violenza popolare durante i festeggiamenti, anche recenti, che condensano scontento e contestazione nella delinquenza incontrollata. Vi ricordo che oggi il carnevale è una festa per bambini ma nei secoli passati erano gli adulti a festeggiarlo e a farlo diventare una valvola di sfogo.

Durante queste feste si indossavano le maschere per assumere le sembianze di un altra persona, in questo modo sparivano gli obblighi e le divisioni di casta, la quotidianità veniva travolta dai giochi e ognuno era libero di lasciarsi andare a scherzi e goliardie. Tutto era lecito e non c’erano più regole.

Il carnevale rappresenta il caos che precede l’inizio della quaresima, un periodo di 40 giorni dove prevale il pentimento e il digiuno.

Di carnevali famosi ne esistono tanti e altrettanti sono finiti male. A Londra recentemente le celebrazioni della comunità caraibica sono finite in accoltellamenti e violenze sessuali. A Colonia l’elenco delle aggressioni sessuali e delle lesioni personali è infinito. Di questi episodi se ne trovano anche in Italia, basta una veloce ricerca su google.

Ma questi comportamenti violenti erano usati anche nel passato. E per darvene un esempio non ho bisogno di portarvi molto lontano, ci fermiamo a Venezia. Nell’antichità nella città lagunare venivano organizzate “feste” carnevalesche che erano veri e propri combattimenti tra animali e persone. C’erano combattimenti o “cacce” con i tori o con gli orsi. Si trattava di eventi che molto spesso terminavano con la morte dell’animale e gli incidenti e le risse capitavano ogni volta. Un altro dei giochi preferiti dei veneziani era la guerra dei pugni, un  cruento combattimento tra singoli o gruppi per il possesso di un ponte. Spesso tali incontri finivano in un bagno di sangue con morti e feriti.

Ma torniamo alle nostre maschere e alla loro vicinanza simbolica ai demoni e alle creature infernali. 

Gli studi folkloristici sulle tradizionali maschere italiane ci raccontano non solo il lato fantasioso e ironico, nato nel 1500 con la commedia teatrale, ma c’è anche un lato simbolico molto più antico. 

Il costume di Arlecchino con i suoi colori sgargianti che tradizionalmente sono stati cuciti da diversi vestiti per un bimbo povero e la maschera nera richiamano la forma di un demone. Andando indietro nel tempo troviamo che la maschera di Alecchino come la conosciamo noi oggi è stata ufficializzata dalla commedia nel 1500 ma prima c’erano gli Herlechini. Erano gruppi di forze infernali in processione di cui facevano parte briganti, prostitute e assassini per la gran parte morti da tempo, capitanate da un gigantesco guerriero armato di mazza. La tradizione delle processioni di questi gruppi di peccatori viene fatta risalire all’area germanica dove il re degli inferi è Herlechin o Harlechin. Alichino è un demone presente anche negli inferi della commedia di Dante con caratteristiche grottesche e comiche ed è in quel modo che veniva impersonato durante tutto il medioevo. 

La maschera napoletana di Pulcinella con le sue movenze iperattive e leggiadre impersonerebbe lo spirito dei morti. Il costume di Pulcinella originale è molto diversa da quello che conosciamo oggi. In origine la figura di Pulcinella viene fatta risalire alla maschera di Maccus, personaggio delle Atellane romane (spettacoli popolari tipo teatro dialettale). Impersonava i sileni, i servi dalla faccia bitorzoluta o i satiri. E’ un demone salvatore che con l’ironia riesce a tirarsi fuori anche dalle situazioni più spinose.

Le maschere veneziane, silenziose e inespressive nel loro splendore richiamano i fantasmi. Ed è lunga la tradizione veneta e friulana in fatto di maschere, a Venezia i primi festeggiamenti di cui abbiamo testimonianza risalgono al 1200 e i fabbricanti di maschere veneziani si sono riuniti nel 1400.

Cambiamo regione?

Vi porto in sardegna dove i Mamuthones dalla maschera nera e gli Issohadores dalla maschere bianche si muovono in lunghe processioni. Sono figure che risalgono alla tradizione agreste e la loro origine si è persa nei secoli. I Mamuthones sono muti, portano dei campanacci con vestiti di pelliccia e si muovono in lente processioni, gli Issohadores li accompagnano prendendo le persone al lazzo e chiacchierando con loro. Si tratta di una tradizione che ricorda i Krampus o i Silvesterklaus.

Piaciuto il nostro giro a conoscere i segreti delle maschere di carnevale?

Come al solito vi invito ad aprire un buon libro per leggere e rilassarvi, alla prossima.

Alice Tonini

Il manoscritto di Voynich: venite a scoprire il libro più misterioso al mondo

 

Oggi cari lettori per la nostra rubrica a tema horror parliamo di un libro misterioso, probabilmente uno dei più
misteriosi conosciuti fino ad oggi: Il Manoscritto di Voynic

Questo
misterioso volume che compare negli annali della storia nel 1500 e prende il nome dal mercante
d’arte che l’ha ritrovato, tale Wilfrid Voynich. Si tratta di un
mercante di libri rari di origini polacche che lo acquistò nel 1912 dal collegio gesuita di Frascati in occasione di una vendita di manoscritti rari per una raccolta fondi.

Si tratta di un codice manoscritto che risale al XV secolo, datato
al radiocarbonio tra il 1404 e il 1438 e il mistero circonda principalmente la
scrittura che ad oggi è stata solo ipoteticamente identificata e nelle
immagini delle piante che non sono riconducibili ad alcun vegetale
noto. Si ipotizza che l’autore o gli autori non avessero reale esperienza di
botanica ma si basassero sulle descrizioni sommarie fatte da altri. Ma non è tutto qui.

Il libro fu venduto da Voynich ad Hans P. Kraus. Oggi è
conservato presso la biblioteca di Beinecke, sezione libri rari
dell’università di Yale, numero inventario Ms 408 (comunque se volete darci una occhiata è scaricabile anche on line).

All’interno del libro fu rinvenuta una lettera del rettore
dell’università di Praga Jan Marek Marci con la quale inviava il
libro a Roma presso l’amico poligrafo Athanasius Kircher perchè
fosse decifrato. Ovviamente il mistero si infittisce perchè le
ricerche indicano che Marci ricevette il libro da un non ben noto
alchimista di nome Georg Baresch che lo aveva ricevuto in precedenza
dall’imperatore Rodolfo II che l’aveva acquistato per una cifra
astronomica (600  ducati), perchè spacciato per opera di Ruggero
Bacone, dal mago John Dee e dal truffatore Edward Kelley. Ma se la datazione è ormai certa, l’identità dell’autore è a oggi sconosciuta.

Non mi perderò troppo in tecnicismi e misure, sappiate solo che è
scritto su pergamena ed è di piccole
dimensioni, 16x 22 cm. Il manoscritto originale era di 116 fogli divisi
in 20 fascicoli ma 14 fogli mancano, in più alcuni fogli sono più
grandi rispetto agli altri e contano la grandezza di due pagine. Ci sono decine di disegni che suggeriscono il tema medico
dello scritto. Si suppone che si tratti di un almanacco di medicina medievale:
le erbe, l’alchimia e le terme erano parti importanti delle pratiche mediche del tempo.

In molti hanno tentato l’impresa di studiare la lingua sconosciuta del
manoscritto. Il primo fu Willam Newbold che nel 1921 pubblicò un articolo in
cui proponeva un elaborato procedimento con cui secondo lui si poteva
tradurre il testo. Si sono succeduti poi studiosi su studiosi. Negli anni quaranta ci furono dei
crittografi, poi un team di ricercatori universitari costruito ad hoc, poi un docente di filosofia e nel
1978 un filologo dilettante. Negli anni ’80 un fisico lo attribuì ai Catari anche se non esiste nessuna prova a sostegno di questa tesi.

L’unico che sembrerebbe essersi avvicinato a una probabile traduzione è William Ralph Bennet
che applicando la casistica e lo studio della grafia ha stabilito che il libro non presenta
cancellature, errori ortografici o esitazioni ma ripete gli stessi
grafemi più e più volte in sequenza. Non esiste ancora una
decifrazione ma sono state riconosciute 19-28 lettere che non hanno
legami con gli alfabeti conosciuti, in più ipotizza che sia stato scritto da
più persone.

Le ultime teorie degli anni 2020 circa sostengono che non si
tratta di un testo cifrato ma di una lingua morta, un dialetto turco
o armeno andato perduto e scritto con una traslitterazione fonetica.
Secondo Gerard Chesire l’opera è scritta in un idioma proto-romanzo
e non è da attribuire ad alcun medico o alchimista ma a delle
monache domenicane che la realizzarono per Maria di Castiglia e che
si tratta di una enciclopedia illustrata con rimedi erboristici,
terapie, letture astrologiche e credenze varie dell’epoca. Questa
teoria è stata subito messa in discussione dagli studiosi di
filologia che sostengono che le lingue protoromanze non esistano.

Gli articoli e gli studi si moltiplicano, le ipotesi nascono come funghi e le
smentite si susseguono l’una dopo l’altra alimentando il mito del
manoscritto più misterioso del mondo e moltiplicando ipotesi e interpretazioni.

Si tratta di un falso creato per ingannare Rodolfo II? Di una
antica lingua dimenticata? O forse di un esperimento
filosofico-alchemico? E’ uno scherzo architettato da qualche burlone
o un manuale di ricette esoteriche? Forse è stato realizzato con un
sistema di matrici per tracciare le parole e le lettere?

Oggi non abbiamo ancora nessuna risposta e il mistero si
infittisce. Forse un giorno saremo davvero in grado di decifrare il
manoscritto di Voynic ma per ora possiamo solo divertirci a fare
ipotesi sul probabile contenuto.

Carissimi lettori anche per oggi è tutto. Come sempre vi invito a trascorrere il tempo in compagnia di un buon libro del vostro genere preferito e a divertirvi davanti ad un buon film.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Cinema horror e soprannaturale: tra fantasmi, poltergeist e case infestate

Oggi riprendiamo il nostro viaggio tra i sottogeneri del cinema horror e diamo una sbirciata al filone che si occupa dei fantasmi, dei poltergeist e delle case infestate da spiriti irrequieti che vi perseguiteranno portandovi alla pazzia.

I fantasmi non esistono?

Forse, o forse esistono. A voi la scelta. 👻

Ma nel mondo del cinema horror sono molto sfruttati e molto popolari. Il motivo principale è che sono facilmente adattabili a qualsiasi tipo di film, dalla commedia al romance, dai prodotti Disney a quelli di Star Trek (dove diventano allucinazioni o proiezioni olografiche). Tutti ricordiamo i lenzuoli bianchi di Scooby Doo o la donna con i lunghi capelli neri fradici che si trova negli horror giapponesi e sappiamo che è una moda destinata a influenzare il mondo delle produzioni cinematografiche ancora per molto tempo.

Un fantasma che grida, un’ombra che appare contro il muro, uno spettro che vaga senza pace ci inquietano ma non possono fisicamente farci del male. Possono però scioccare talmente tanto da provocare un malore o far cadere il personaggio da una finestra. Sono esseri eterei che si percepiscono più di quanto si vedano, spesso udibili tramite i lamenti, i graffi sulle pareti o sulle porte scricchiolanti. Se si riesce a vederli essi sono apparizioni eteree, una nebbia, ombre oscure o riflessi.

Lo scrittore delle storie di fantasmi deve saper modulare disagio e paura attraverso la parte principale della storia portando solo orrore come crudo risultato finale. (ma della scrittura degli horror parleremo presto con un paio di articoli a tema)

I maestri di questo sottogenere furono Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft, M.R. James, Sheridan LeFanu e Henry James – la tradizione gotica è la faccia moralmente accettabile dell’horror. Nelle opere letterarie del genere un fantasma cercherà di spingervi fuori dalla vostra mente e il risultato di molte di queste storie di fantasmi è la pazzia, particolarmente superbe sono le opere letterarie di M.R. James, ad esempio Oh Whistle e I’ll come to you, My Lad è . Questi spiriti portano i protagonisti al suicidio ed essi stessi diventano fantasmi.

Nelle opere di fantasia i poteri dei fantasmi sono i più disparati, perseguitano le loro vittime e compaiono all’improvviso: negli specchi, nei corsi d’acqua o dietro la schiena. Un fantasma non deve per forza rispettare le leggi della natura, loro si librano nell’aria, camminano attraverso le pareti e cambiano forma secondo i propri desideri. I fantasmi possono essere paragonati a dei gatti, sono territoriali o legati alla persona che devono perseguitare magari perchè sono morti al suo posto in un incidente e desiderano trovare pace (The Changeling, Medak 1980).

Per quanto riguarda i film sugli spettri ci sono due visioni differenti che co-esistono. Abbiamo visto che gli spiriti tormentano le persone ma ci sono storie horror e film nei quali il dannato infesta un luogo specifico come una casa o un cimitero, un esempio è The Innocents (Clayton, 1961), The Canterville Ghost- Il fantasma di Canterville (Jules Dassin and Norman Z. McLeod, 1944) The House on Haunted Hill (Castle, 1959), The Amityville Horror (Stuart Rosenberg, 1979; Andrew Douglas, 2005) e Poltergeist (Hooper,1982). Ci sono tanti luoghi infestati quante sono le persone tormentate da fantasmi malvagi.

Prima del 1940 nei film i fantasmi hanno le stesse funzioni del demonio, l’obiettivo finale è portare sollievo all’anima dannata con la luce del paradiso. Il primo film serio che arrivò dagli Stati Uniti fu The Uninvited (Guard and Guard, 1944) nei quali un uomo (Ray Milland) acquista una casa sinistra in Cornovaglia e ci va ad abitare, un classico. L’atmosfera è molto inglese, anche i fantasmi hanno l’aria british, in fondo l’Inghilterra vanta una lunga tradizione di antiche case spaventose e castelli dall’atmosfera evocativa.

I film americani hanno la tendenza a utilizzare le case gotiche tipiche del sud degli Stati Uniti e costruite prima della grande guerra d’indipendenza, gli stati più gettonati sono il New England (vedi Salem e i film che sono stati girati li) e il Massachusetts. Probabilmente i fantasmi californiani o del Nevada sono più problematici da filmare o vogliono essere pagati di più e allora i registi non li scritturano.

In The Haunting (Wise, 1963) Eleanor Lance è una zitellona incallita in fuga dalla sua claustrofobica famiglia e tormentata da poteri telecinetici. Come con Carrie (De Palma, 1976) e The Shining (Kubric, 1980) la vera questione è il protagonista è davvero perseguitato o è la sorgente dei suoi stessi mali? Quelle che si vedono nella casa di Eleanor sono forse creazioni di Eleanor stessa? E’ chiaro che la
casa la vuole, vuole assorbirla nella sua entità demoniaca vivente. Il film ha molte riprese fatte da angoli in soggettiva che ci danno la sensazione di essere nel punto di vista della cosa che dal tetto si avvolge verso il basso in una spirale malvagia cercando di spaventare la protagonista. La visione dello spazio nelle inquadrature è disturbata da specchi posizionati sulla scena in modo strategico: riflessi argentati sui muri, porte che cigolano e colpi senza una spiegazione apparente. Dr. Markway, il soave investigatore
psichico incaricato di trovare una spiegazione a quanto accade nella casa, arriva alla conclusione che tutti gli angoli sono sbagliati; le porte non vogliono chiudersi o si chiudono da sole, è disorientato dagli spazi stretti pieni di cianfrusaglie edwardiane. Nella casa tutto è a pezzi come la mente di Eleanor.
Gli specchi mandano il messaggio “guardati, non vedi?”. La cosa più spaventosa per Eleonor è Eleonor stessa. Purtroppo durante il film è difficile identificarsi con lei perché è una nevrotica ma il suo utilizzo della voce fuori campo è ispirato direttamente da Psycho (Hitchcock, 1960).

Ci sono film dove i fantasmi che vengono presentati sono manifestazioni di affari irrisolti. Noi non possiamo vederli perchè sono parte del doppio processo psicologico dell’horror. Non è un caso che molti avvistamenti di fantasmi nei film abbiano per protagoniste giovani donne e adolescenti; la psicologia afferma che i giovani siano più allineati con la propria psiche rispetto agli adulti. Non c’è nulla di più spaventoso di un bambino che vede quello che noi non riusciamo a vedere.

A differenza di molti horror moderni che possono essere nichilistici e selvaggi, i fantasmi dei vecchi classici promuovono l’idea che c’è qualcosa oltre il velo della morte, un mondo più grande del nostro,
che contiene conoscenze a disposizione di tutti e poteri che vanno oltre il tempo e lo spazio, il prezzo per l’accesso è la nostra sanità o la nostra forma fisica. In un senso è una redenzione. I fantasmi possono essere visti come una offerta di speranza proprio come le promesse delle religioni.

Il modo per entrare in contatto con uno spirito, se uno non vi ha già contattato, è quello di condurre una seduta con una tavola Oujia o di affidarvi ad una buona medium. Entrambe sono l’equivalente
horror di un vaso di pandora che viene aperto, nei film è una delle classiche cose stupide da fare, come provato da opere come 13 Ghosts (Castle,1960), Witchboard (Tenney, 1986), What Lies Beneath (Zemeckis, 2000), Long time Dead (Adams 2002) e Paranormal Activity (Pell, 2007). Tra l’altro, per chi di voi non lo sapesse, la tavola Oujia fu commercializzata da un uomo d’affari, tale Elijah Bond nel 1890 e
fu pubblicizzata come gioco di società innocente prima che la spiritualista Pearl Currain iniziasse a utilizzarla per le sue divinazioni durante la prima guerra mondiale. Oggi è conosciuta come uno
strumento del demonio e utilizzata esclusivamente per connettersi con l’aldilà.

Poltergeist del 1982, un pupazzetto che tutti vorremmo…

Altra cosa stupida che negli horror scatena le forze infernali è partecipare alle sedute con un medium. È un modo di carpire informazioni e segreti che poi si riveleranno fondamentali per la trama, ma a
volte i protagonisti devono stare attenti perchè l’inganno è dietro l’angolo. Queste sedute sono comunque un momento di tensione che vivacizza la trama e possono creare scene spaventose, specialmente
se vengono liberati spiriti indesiderati malvagi o se vengono fatti rituali magici oscuri come in The Devil rides out (Fisher, 1968) o La Nona Porta (Polanski, 1999) o nelle scene di Insidious (Wan, 2010) quando i personaggi indossano abiti psichici e una maschera anti-gas.

O forse no!

I poltergeist invece sono spiriti arrabbiati (la parola vuole dire “fantasmi “rumorosi”); aprono le ante degli armadi e fanno volare i vostri oggeti per la stanza, vi strappano le chiavi dalla mano e mettono in disordine la cucina. Questi spiriti fastidiosi tendono a perseguitare una persona piuttosto che un luogo
specifico e la seguono quando tenta di cambiare abitazione.

I film che si ispirano alle tradizioni giapponesi traboccano di spiriti senza pace morti in modo violento e sepolti senza un adeguato funerale per riunirli con gli antenati. Disegnati nei libri di racconti folkloristici, rappresentati nel teatro Kabuki e Noh, la figura più popolare è la donna fantasma, che ha una correlazione con la mitica Hannya (demone femmina arrabbiato), che noi vediamo in Ringu (Hideo Nakata, 1998), Ju-on Dvd (Shimizu, 2000), The Grudge (Shimizu, 2004) e Dark Water (Nakata, 2002). Poi c’è l’Oni, il demone, l’Ogre che è un fantasma legato ad un rituale, lo Yurei che è uno spirito arrabbiato e lo Yojai che invece è uno spirito posseduto dal male. Ovviamente qui ho semplificato molto ma sono figure molto interessanti se siete appassionati di folklore orientale.

Se vi piacciono le opere letterarie che parlano di fantasmi e di ville infestate vi invito ad acquistare il mio ultimo romanzo Il Richiamo, sono sicura che non vi deluderà.

E anche per oggi cari lettori è tutto.

Il mio invito è quello di procurarvi un buon libro o un buon film horror e di trascorrere del tempo di qualità in totale relax.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini